GIGI BOERO

RACCONTI DEL  "2000"

Questi "Racconti del 2000" ci sono stati "donati" dall'autore quando, non ancora dotato di mezzi tecnologici propri, frequentava i locali del Circolo Ricreativo "LUIGI RUM-COMPAGNIA UNICA", per dare corpo alla sua vena letteraria.
Purtroppo, dal suo punto di vista, la nostra "produzione" era troppo lenta e la sua smania poetica rimaneva insoddisfatta. Ha dovuto così andare per conto suo, utilizzando la tecnologia che il progresso metteva man mano a disposizione e che gli hanno permesso di andare avanti nella sua opera, senza rallentamenti.
Pubblichiamo questi racconti perché riteniamo che siano utili a tutti coloro che potranno leggerli, in quanto trattano di avvenimenti che di per sé hanno dell'incredibile, ma che sono successi e stanno succedendo in chi sa quante altre parti della terra.
Gigi Boero ce li racconta, quale protagonista, in maniera semplice ma efficace.

PREFAZIONE e NOTA
IL  VIAGGIO
UN GIORNO DI VITA
LE  PATATE
UN GIORNO DIVERSO
LA CONGIURA


Prefazione
C'era una volta la realtà.
Albert Einstein ci ha dato la relatività. Ora Karl Popper ci consegna l'insicurezza.
Ora siamo liberi di pensare che la banalità dell’l+1=2 può essere sostituita da quella più stimolante di 1+1=3.
Per noi, ragazzi del 1920, il duemila voleva dire utopia. Significava un evento così lontano che se ne parlava solo in senso paradossale.
Eppure, eccolo qui il 2000, a portata di mano. Che fatica averlo raggiunto! I pochi di noi superstiti hanno dovuto attraversare paludi di efferatezza.
Abbiamo visto nascere i voli intercontinentali, la radio prima e la televisione dopo. La bomba atomica, e la stagione dei computer.
Il tempo ci ha aiutato diluendo le sorprese lungo il corso della vita. Così, all'improvviso, ci troviamo a tu per tu con il futuro senza provare eccessiva meraviglia.
La stessa cosa succede ai giovani di oggi, davanti ai successi dell'elettronica.
Duemila non significa nulla di diverso da qualsiasi altra data, il cuore batte con lo stesso ritmo di quando i nostri antenati aspettavano il mille. E batterà nello stesso modo ai nostri discendenti quando attenderanno l'anno tremila.
Se guardo al mio passato, non mi riconosco nell'individuo che, in un lontano 1944, vinto dalla fame, fuggiva da un Lager per andare a rubare patate in compagnia di un'occasionale ucraina, mia compagna di sventura. Forse, ambedue, fummo eliminati in quello stesso giorno.
Quello di oggi è il futuro che avevamo sognato.
Gigi Boero – Racconti del 2000

NOTA
Con questi 26 racconti Gigi Boero ha avvertito l’esigenza di dare un respiro narrativo e un costrutto dialettico alle sue tematiche letterarie. Vedono così la luce gli atti di una rappresentazione autobiografica dove l’autore, partendo da un motivo caratteristico della sua ricerca (il linguaggio prescientifico del sogno che si alimenta di ricordi) compie coinvolgenti escursioni nelle problematiche del reale e del razionale.
Vere e proprie parabole esistenziali questi racconti, ironici e provocatori della tensione speculativa, arrivano a momenti di lirico abbandono dove le immagini, mediate dalla memoria, si stemperano nei toni onirici. Sono storie di un uomo comune che vuole dimenticare cose che lo condizionano e le imprigiona sulle pagine bianche di un quaderno. Affranca se stesso da quel passato e, nel contempo, lascia traccia di quegli stessi eventi. Col passare del tempo ogni divergenza si ricompone e torna la normalità.
Fra qualche anno si spegnerà anche la voce degli ultimi sopravvissuti che hanno dovuto affrontare quegli anni da soldato semplice, ovvero da illetterato che non scrive diari.
Questi racconti, pur stemperati con altre vicende, mantengono un fondo di riconoscibilità , così che il lettore, provocato dallo stesso passato che l'autore vorrebbe dimenticare, ha la possibilità di conoscere frammenti che hanno valore di testimonianze.
 
Il viaggio

I ricordi sono cornacchie che gracchiano giorno e notte, finché muoiono di vecchiaia. Non senza averci prima ossessionato. E la catena affettiva che lega progenitori e progenie si nutre delle loro carogne.
Dentro di me c'è il ricordo di un treno partito dal Pireo il 25 settembre 1943 e che, attraverso i Balcani, deportò in Germania brandelli di un'umanità avvilita.
Passano gli anni e, di quella vicenda, resta nella mia memoria un'immagine che si perde sfumando nel tempo.
Il viaggio durò una ventina di giorni. Non saprei precisare il genere di cibo ricevuto. Qualche scatoletta di carne e poche gallette. Distribuite in modo discontinuo.
Presto non resterà alcuna viva voce per narrare la nostra avventura di viaggiatori involontari.
Non è male ribadire che, ad aspettarci, c'è sempre un luogo sconosciuto. Non importa dove e non ci è dato sapere quando e in quale modo ci arriveremo. Questa constatazione è di una banalità sconcertante ma è anche un ottimo cuscino dove poggiare la testa quando ci sentiamo stanchi di cercare espressioni adeguate per definire la condizione umana.
Il nostro viaggio oltre i confini dell'ambiguità ebbe dunque inizio al Pireo, dove fummo costretti a salire su un treno che attraversò Tessaglia e Macedonia, per toccare, in un continuo andirivieni, tutti gli stati balcanici.
Quelle erano terre ignote a noi, viaggiatori coatti, che nulla sapevamo dei Tessali di Giasone successore di Licofrone o di Arcadio Imperatore d'Oriente.
Abbiamo lasciato la gioventù sulla strada che porta verso una destinazione che oserei definire aberrante, oltreché ignobile. Andava a sommarsi agli anni dell'adolescenza che il tempo, irreversibile, non ci avrebbe più permesso di ricuperare.
Della Tessaglia ricordo solo minuscole tartarughe. Ne catturai una, tanto piccola da stare in un pacchetto di sigarette Papastratos. Dopo un paio di giorni la lasciai libera per evitarle una morte in cattività.
Della Bulgaria ricordo schiere di uomini dai polpacci avvolti con brandelli di stracci. Erano allo sbando ed elemosinavano cibo e indumenti a noi, gente tanto ricca da possedere pochi biscotti, qualche saponetta profumata ma scarsa di abbigliamento. Non sapevamo che quei questuanti, per nostra fortuna disarmati, erano i resti dell'esercito bulgaro in disfacimento.
Abbiamo viaggiato per ore su binari fiancheggiando muriccioli sovrastati da tegole rosse dove, su appositi fili, stavano le foglie di tabacco, stese a essiccare al sole.
In Ungheria ho visto a migliaia le cotenne dei maiali neri allo stato brado. Grufolavano nel fango sotto uno dei numerosi ponti, non saprei dire quale, che legano Buda con Pest.
Ho visto la Jugoslavia, senza sospettarla terra di briganti patrioti e zona una volta soggetta alle piraterie dei guerrieri Uscocchi.
Su ponti di fortuna abbiamo superato fiumi sotto i quali l'acqua fluiva. Tanto chiara da lasciar trasparire i tralicci contorti di quelli fatti saltare dai partigiani slavi, attivissimi, in quei luoghi, nonostante le sentinelle. Le stesse che ora, distrattamente, osservavano il nostro passaggio senza rivolgere un cenno verso le mani che si agitavano dai vagoni. Non tanto in segno di saluto quanto per manifestare un gesto di vitalità.
Ho visto foreste degne di fiaba, dove le casette hanno il tetto adornato con palle di vetro colorato. Le stesse che si usano per decorare l’albero di Natale.
Lontano, tra gli alberi, grandi segherie si defilavano come isole di un improbabile oceano verde. Non senza prima essere rincorsi dall’abbaiare dei motori a scoppio delle grandi seghe circolari, intente a sezionare enormi tronchi d'albero. Come fossero creature umane, distese su piani di tortura.
Questa era la Romania. Il regno di Boris III. Appassionato di macchine a vapore.
Pochi di noi sapevano dell'imperatore Traiano che, combattendo , contro Decébalo re dei Daci, l'aveva romanizzata e colonizzata.
Si viaggiava sul binario abbarbicato a mezza costa, lungo le rive a parete di un fiume che, precipitando a fondo valle, crea vorticose cateratte. Bianchi trampolieri, ritti su una sola zampa, assistevano al nostro passaggio con la stessa indifferenza di una sentinella teutonica.
Una locomotiva, più potente di quella in dotazione, era stata agganciata in coda al convoglio e tutte due si davano da fare sferragliando al massimo emettendo, dai lati, poderosi getti di vapore e, dai fumaioli, sbuffi di lapilli e bolle di filmo a regolari intervalli.
In pianura, quando si faceva sosta, giusto il tempo per rifornire d'acqua il tender, c'era sempre chi si denudava per correre sotto quelle provvidenziali cascate che scrosciavano dai cilindrici serbatoi d'acqua, posti in atto su treppiedi metallici simili a quelli visti nei film western.
Eravamo nella nazione dove si parla l’unica lingua neolatina rimasta a rappresentare quella che fu la Romanità Orientale e i graduati, riesumavano il latino del liceo, tentando di comunicare con i nativi. Nessuno li capiva o non era a conoscenza di quello che stava succedendo.
Poiché c'era un binario unico e si doveva dare la precedenza ai convogli militari, macinavamo chilometri e chilometri, anche in retromarcia, su binari abbandonati e semicoperti dall'erba. Col risultato di doverli ripercorrere una seconda volta, per ritrovarci nello stesso luogo del giorno prima. Lunghe e monotone giornate andavano così a sommarsi con quelle perdute sui binari morti.
Nessuna abitazione in vista. Quando il convoglio si fermava i nativi parevano sbucare, non si sa come, dal terreno accidentato. Chiedevano qualsiasi minuteria, in cambio di grandi forme di pane, fatte a ruota che, messe sotto ai denti, rivelavano la farina mista con la sabbia.
L'immane tragedia del secolo era in pieno svolgimento. Totalmente ignari delle gigantesche battaglie, di terra e di mare, eravamo irretiti dalla luce emanata da un'astratta entità chiamata patria, ancora pensata con la P maiuscola.
Ognuno viveva la sua giornata chiuso in una individualità circoscritta dai bisogni primari. Ignorando il prossimo e senza andare al di là di un ristretto orizzonte privo di ideali. Simile a quello di un animale.
Nessuno poteva immaginare che, in quegli armi, altri giovani sarebbero andati in cerca di identità salendo, di propria iniziativa questa volta, sui vagoni vuoti dei treni merci che corrono lungo le grandi pianure degli Stati Uniti. Per sottrarsi a una civiltà agiata, che vedevano tarlata da quel conformismo che tratta l’alienazione come uno stato di necessità.
L'otto settembre del 1943, in seguito al nostro rifiuto di continuare a collaborare con l'alleato impostoci da un regime totalitario, il comando tedesco ci aveva prospettato il rimpatrio. Nessuno di noi era in grado di prevedere la tragedia a cui stavamo andando incontro. Bastarono un paio di settimane perché quell'offerta rivelasse tutta la sua ambiguità.
In Bulgaria, dove il dislivello del terreno, a volte, costringeva il treno a viaggiare a passo d'uomo, un gruppo di ragazze si affiancò al convoglio. Correvano e, gesticolando, ci fecero capire che, nelle vicinanze, una fabbrica di conserve alimentari aveva bisogno di mano d'opera. Qualche zaino volò giù per la scarpata. Seguito dal proprietario. Qualcuno diede l'allarme e il treno fu fermato. Un ammiraglio fu issato sul tetto di un vagone. E, con voce stentorea, da quell'insolito ponte di comando, ci propinò l’ultima menzogna:
“SUL MIO ONORE, VI ASSICURO CHE LA NOSTRA META È L'ITALIA”
Le fughe cessarono, ma l'esigua scorta usò maggior rigore nei nostri confronti e il viaggio perse l'iniziale euforia.
Poi, avvenne un fatto assolutamente inaspettato.
Uno di noi, sceso durante una sosta per soddisfare un'esigenza corporea, fu sorpreso dai tre brevi fischi della locomotiva che annunciavano la ripresa del viaggio. Stava riassettandosi i pantaloni e, poiché si attardava, un tedesco puntò in alto il fucile per sparare un colpo intimidatorio. Un altro, giunto di corsa, gli strappò l’arma dalle mani, puntò e fece fuoco sul malcapitato che, colpito al ventre, si accasciò nell'erba. Lo sparatore, incurante del bersaglio, tornò alla sua postazione con passo marziale. Con il convoglio già in movimento due di noi scesero a terra. Appena in tempo per raccogliere un corpo inerte e sanguinante e adagiarlo sulla panchina di una sconosciuta stazioncina, sperduta in un'altrettanto ignota campagna. Dovettero subito risalire sotto la minaccia delle armi.
Da quel giorno i ritardatari, quando salivano sui vagoni, dovevano affrettarsi se non volevano ricevere colpi sulla schiena con il calcio del fucile.
In un gelido mattino di fine ottobre quel treno si fermò a Vienna.
Aperti gli sportelli ci apprestavamo a scendere per sgranchire le gambe e soddisfare qualche piccola necessità.
Ad aspettarci c'era un drappello di soldati con in testa l'elmo chiodato e le armi in pugno. Sul terreno gravava una nebbiolina lattiginosa e quelle figure, impettite e allineate, parevano tanti manichini privi di arti inferiori. Brevi ordini raucamente urlati e, come scaturiti da un incubo, gli esseri dimezzati si trasformarono in tanti guerrieri in cerca di ufficiali. Individuati, furono tatti scendere. Anche il comandante Brignole del ctp Calatafimi era tra loro. Ci salutò abbracciando quelli che poteva, prima che gli sportelli dei vagoni venissero chiusi dall'esterno.
La trappola era definitivamente scattata.
Da quel momento ad ogni fermata, salivano altri soldati e, con militaresca tracotanza, ci depredavano di ogni possibile oggetto. Saponette, orologi da polso e quant’altro fa parte del magro bagaglio di un militare disarmato che spera di tornare a casa. Tutto spariva nelle tasche dei grassatori. Gli ultimi di quei prodi fecero ancora in tempo a razziare qualche indumento intimo.
Ma il vero volto del nazismo, lo conoscemmo appena arrivati a destinazione. Buchenwald, una località della Turingia, mai sentita nominare prima.
Passammo sotto un arco di filo spinato sovrastato da una grande scritta Arbeit macht frei. Sul piazzale c'erano tante piccole tende dove restammo due giorni senza ricevere cibo di sorta.
Il terzo giorno cominciarono ad arrivare i carri di campagna dalle grandi ruote di legno dove, tra urli e spinte, ci fecero salire per essere smistati verso altre destinazioni. Qualcuno a raccogliere patate nei vicini campi. Altri nei Lager attrezzati per gente giudicata abile al lavoro coatto.
(Gigi Boero Racconti del 2000)

 
Un giorno dì vita
Nella Germania degli anni '40 i prigionieri di guerra erano usati come animali da fatica. Alla Giesserei Fritz Winter di Arnstadt non si fecero eccezioni e i circa 120 militari di bassa forza colà deportati, furono avviati al lavoro coatto. Pena la mancata somministrazione del cibo e la perdita di ogni rapporto con il mondo esterno si aggiungeva quella dei diritti civili
L'amicizia che nasce tra protagonisti di una stessa vicenda, bene o male, regge agli orrori di una guerra, ma la mancata soddisfazione degli elementari mezzi di sopravvivenza, risveglia istinti primordiali e uccide i più nobili sentimenti e il recluso rassegnato finisce col vivere la sua prigione come un fatto naturale.
Anch'io stavo per assoggettarmi a questa condizione di alienato. Mi stavo spegnendo per consunzione quando capii che la volontà è una forza che nessuno mi avrebbe tolto e, se l'avessi usata adeguatamente, mi avrebbe permesso la sopravvivenza. Se non altro, per poter un giorno raccontare dei miei capelli divenuti lanuggine, del gonfiore che dava al volto un falso aspetto di floridità e del mio peso corporeo che da 85 chili era ormai sceso a 47.
Un giorno d'aprile ci fecero visita di alcuni individui impettiti in una divisa militare. Dopo averci palpeggiato i muscoli delle braccia, dei polpacci e del torace, controllarono anche la dentatura, aprendoci la bocca come si fa a un animale da soma prima di acquistarlo. Si accertavano se valesse ancora la pena di somministrare cibo a gente che rendeva meno di quanto era stato stabilito. Poche frasi, sottolineate con cenni dei capo e gravi occhiate professionali, stabilivano il soggetto valido oppure quello che doveva passare ad altro incarico. Nessuno di noi riusciva a sapere di quale genere perché, di quei poveretti, non si sapeva più nulla.
Nonostante la fatica e la denutrizione che ci avevano resi abulici, si tornava al lavoro con la discutibile gioia di riallacciare una continuità di vita. Solo in seguito nasceva il rimpianto di un'occasione perduta per mettere fine a un'esistenza che, ogni mattina alle 5.30 iniziava con l’AUFSTEHEEEEEN!!! - urlato dal Gefleiter.
Dieci minuti per indossare pochi stracci, calzare zoccoli di legno e spruzzare una manciata d'acqua gelida sul volto, prima di mettarsi in riga e, incolonnati per quattro, entrare in fonderia.
La mia mediterranea città natale era un ricordo ossessionante. La rivivevo mentre il naso gocciolava dal freddo. Una sola manciata di anni mi separava da quando, ben nutrito e meglio vestito, mi illudevo di essere libero cittadino di regime che non sapevo totalitario, nonostante i muri che ricordavano, con scritte a caratteri cubitali, l'obbligo di : CREDERE ! OBBEDIRE ! COMBATTERE ! in seguito, più che gli insegnamenti, furono i fatti, che ci aprirono gli occhi.
Il 1943 fu l'anno delle difficili scelte. L'8 settembre ci sorprese al fianco dell'alleato impostoci dal regime e il rifiuto di continuare a combattere a quelle condizioni ci valse la deportazione.
Tre ore di lavoro e quando alle 9 si rientrava per la colazione, le energie accumulate durante la notte erano esaurite. Per rigenerarle non bastava certo una tazza di ersatz, ma quel liquido marrone, dal sapore indefinibile, veniva ingoiato unicamente per il poco tepore che lo distingueva da un'acqua di rubinetto. Il resto consisteva in due sottilissime fette di pane nero. Una macchiata da un velo di marmellata, l'altra velata da una traccia di margarina.
Voci anonime, con macabro sarcasmo, insinuavano che quest'ultima materia untuosa fosse estratta dalle ossa dei prigionieri deceduti in un vicino Lager.
C'era chi ripuliva le due fette di pane col proposito di conservare il ricavato per la domenica. Unico momento semifestivo della settimana. Un paio di giorni e quelle piccole preziosità erano barattate con un paio di sigarette, tolte dal prezioso pacchetto dell'incerta razione mensile.
Intanto il sole continuava il suo corso. Tornando al lavoro, oltre il filo spinato, si potevano scorgere rari passanti. Qualcuno in bicicletta.
Rammento una siepe di biancospino che, con i suoi piccoli fiori immacolati, urlava: - La primavera è ancora possibile! -. Ma in Turingia la bella stagione dura poco. Troppo presto, la brina gelata torna a stendere un manto vetroso sui grandi prati, compreso quello adiacente alla fonderia dove le ragazze della Hitlerjugend venivano a fare gli esercizi ginnici.
Le severe leggi che proibivano qualsiasi contatto tra civili e ausländer non erano necessarie per quelle ragazze che non provavano nessuna curiosità per gente che si trovava dall'altra parte del filo spinato. E neppure per le colonne dei prigionieri avviati ai lavoro coatto.
Per noi c'era l'antro scuro della fonderia che ci aspettava con i cumuli di terra nera per confezionare le forme. Ogni giorno, dovevamo passarla al setaccio quella terra adeguatamente inumidita e ne avevamo i pori così saturi che per toglierla non bastava neppure la settimanale doccia semifredda.
Gli operai tedeschi (tutti anziani), si limitavano a rivolgerci solo le parole indispensabili per il buon andamento del lavoro. Meister Luther, il capo officina, circolava impugnando un bastone che usava su quei disgraziati che non riuscivano a sottrarsi al suo passo sghembo di montanaro. Meister Luther era il factotum del chimico della fonderia. Un trentenne di origine belga, molto interessato alla qualità e alla quantità della produzione. Se era preso dal malumore metteva in forse la nostra già esigua razione alimentare manifestando il suo enunciato preferito: - Diese abendkeine Suppe!.
A guerra finita quell’individuo continuò a circolare indisturbato per le vie di Arnstadt. Catturato da alcuni ex-prigionieri che l'avevano riconosciuto, stava pagando il suo debito con una serie di tuffi a testa in giù nelle latrine dell’ex-Lager quando la polizia alleata era intervenuta per sottrarlo a quella poco edificante punizione. Gli autori del reato furono redarguiti per aver aggredito un uomo di grande valore tecnico. Destinato a un avvenire di rispettabile cittadino statunitense.
Alle 12.30 c'era un'ora di tempo per consumare la minestra di orzo e rape con secondo di cinque piccole patate lesse. Veniva inoltre distribuito un filone di pane nero da un chilo ogni dieci persone. Le razioni si pesavano su rudimentali marchingegni ricavati dai rottami racimolati sul grande piazzale delle scorte. Fatta la conta, ognuno, secondo il numero che gli era toccato, si sceglieva il dovuto. Alle 13.30 il Gefleiter faceva scorrere il chiavistello della porta interna e si tornava al lavoro, questa volta in ordine sparso. Al chiarore del giorno, nessuno avrebbe potuto avvicinare il filo spinato che limitava campo. I guardiani civili avrebbero sciolto i cani doberman tenuti al guinzaglio.
I brevissimi contatti che avvenivano passando tra i rottami del piazzale interno simulavano virtuale libertà, ratta di fugaci incontri con gli internati civili russi e furtivi scambi di parole con i prigionieri francesi. Le paratie in legno, sconnesse e puzzolenti, delle latrine, erano fonte delle più inverosimili notizie, filtrate in una koiné composta dai più elementari vocaboli delle principali lingue europee.
I francesi, fedeli al generale Pétain, collaboravano con i tedeschi e circolavano senza scorta. Alloggiavano dall'altra parte della città e giungevano sul posto lavoro attraversando l'abitato. Ostentavano una divisa pulita e stirata, distinguendosi facilmente dagli italiani sporchi, laceri e affamati. Dal tascapane che portavano a tracolla traevano sigarette americane e spesso le offrivano ai civili, in cambio di piccoli favori. Davanti a noi, maccaroni traditori, qualcuno di loro si divertiva a mordicchiare pezzetti di cioccolato, avuto con il pacco mensile della Croce Rossa Internazionale. Noi, considerati internati, e dunque non prigionieri, non avevamo diritti....
I francesi non sono tutti uguali. René, un giovanottone della mia stessa età, mi passava furtivamente i tozzetti di pane che racimolava sotto i tavoli della mensa civili. Fu lui a togliermi di testa l'idea di fuggire. Mi spiegò che non c'era da contare su una popolazione organizzata in speciali corpi volontari, addestrati per catturare i fuggitivi.
La giornata prevedeva altre cinque ore di lavoro. Nel frattempo la squadra del primo turno aveva versato la ghisa fusa nelle migliaia di forme allineate sul terreno. Lavoro da svolgersi velocemente per non far calare la temperatura della materia incandescente. Nel qua! caso bisognava sostituirla facendo ulteriori estenuanti viaggi, stimolati dal bastone di Meister Luther, che aveva la muta approvazione del piccolo chimico belga.
L'orda selvaggia dei portatori di crogiolo irrompeva nel reparto correndo e annunciandosi con grida e bestemmie per trovare la strada sgombra. Quell'inferno in miniatura si animava di esseri fuggiti dalle illustrazioni di Gustave Doré. Occhi sbarrati, con le pupille rese più bianche sul volto sporco di fuliggine, quelle figure correvano e lasciavano una scia di scintille come appartenessero a un pirotecnico corteo destinato a distribuire le code di una miriade di minuscole comete.
Il dubbio privilegio di reggere i crogioli era riservato agli slavi. Con l'arrivo degli italiani, le squadre furono rinforzate con alcuni ragazzi toscani. Da quel giorno i turpiloqui salirono al cielo in forma bilingue. I russi, con perfetto accento toscano, intonavano le fiorite e stravaganti bestemmie, tipiche della lucchesia. Agli italiani, restava il compito di sgranare, con altrettanta abilità, il truce repertorio russo, quello che mette in gioco ascendenze e discendenze soggette a più o meno illibati costumi.
Con la colata, finiva anche quella irruente ondata di disperata allegria. Restava un silenzio irreale, profanato solo dalle mastodontiche macchine pneumatiche che, con esasperante monotonia, portavano a termine il ciclo operativo lanciando smorzati sbuffi d'aria compressa. Più che commentare, pareva che quei meccanismi lamentassero l'inumana vicenda che andava svolgendosi nell'ambito della loro asettica indifferenza.
L'oscurità, favorita dalla polvere nera che impregnava ogni cosa, si ornava delle molteplici rose scarlatte, affioranti dai fori dove era stata versata la materia incandescente. Le superfici delle forme, nei punti dove, con appositi punteruoli, erano stati praticati i fori degli sfiatatoi, si animavano dei fuochi fatui esalati dai mefitici vapori della fusione. Pareva di essere al centro di una costellazione di lumini cimiteriali.
Curvo sul banco di lavoro, modellavo la terra premendola dentro la forma con leggeri colpetti della mano. Rivivevo episodi creduti persi nella memoria. Ricuperavo vicende insignificanti, che ora rivelavano tutta la componente poetica che nutre il miracolo della vita. Piccole cose filtrate dal tempo mettevano in luce i quotidiani prodigi. Nessuna speranza. Solo pensieri rivolti al passato. Come quelli di un vecchio. Questo era l’unico bagaglio consentito a dei ventenni prigionieri a tempo indeterminato. Nessuno aveva possibilità di scalare una pena da scontarsi giorno dopo giorno. La nostra era una clausura priva di dimensione temporale. Non si sapeva se, quando o come avrebbe avuto termine. Ogni giorno era assolutamente uguale al precedente e finiva senza portare alcun sintomo di libertà.
Nel frattempo le forme confezionate al mattino si erano raffreddate. Ricuperato i prodotto, dopo averlo avviato al reparto fresatura, si preparava la seconda colata e la giornata lavorativa era finita.
In fila indiana e scodella alla mano questa volta si rientrava passando dalle cucine per ritirare la cena. Miglio cotto in acqua e rape, più qualche pezzo di patata, per i fortunati a cui toccava in sorte. Questa volta la minestra era fredda. I cuochi avevano già lasciato le cucine e i civili cenavano in famiglia. Attraverso il vetro del grande sportello scorrevole, tra caldaie, cumuli di rape e sacchi di patate, si scorgevano grasse inservienti in grembiule bianco che rassettavano. Con occhi imploranti qualcuno lanciava muti messaggi per avere un modesto supplemento. In cambio riceveva sguardi inespressivi e commenti sprezzanti: - Weg, Heraus! Maccaroni!-.
Sfiniti e umiliati si rientrava in baracca per sbrigare la cerimonia dell'appello serale.
Curvando leggermente l'indice che emergeva tra le dita chiuse a pugno, il Gefleiter, ondeggiava la mano minacciosamente, come per scacciare un'invisibile mosca dal naso e urlava tutti i tabù che, secondo il suo criterio, avevamo violato durante l'arco della giornata. Poi, socchiudeva gli occhi, inarcava le spalle e, certo di farsi maggiormente capire, alzava il tono della voce per scandire una ad una le parole che elencavano, sempre nella sua incomprensibile lingua, i ricordate per il giorno dopo. Finalmente veniva il momento dell’appel. Dovevamo gridare, uno alla volta da sinistra a destra iniziando dalla prima fila, il numero di matricola.
La faccenda non si interruppe neppure quando uno dei quattro addetti al reparto fresatura era rientrato premendosi una mano sanguinante. L'indice e il medio li aveva lasciati in una mola. Dovette aspettare in disparte e in piedi, prima di ricevere le cure sommarie per essere avviato all'ospedale.
Episodi del genere non erano rari. Cotugno, un marinaio caprese, era rientrato all'ora del pasto camminando con l'aiuto di un bastone Da uno strappo dei pantaloni mostrava un esangue polpaccio su cui spiccavano due forellini violacei che non sanguinavano. Parevano fori di proiettile. Erano i segni lasciati dai denti del dobermann che il guardiano gli aveva aizzato contro. Sua colpa era stata quella di essersi avvicinato troppo al filo spinato. Anche lui dovette aspettare che i compagni, in silenzio e con gli occhi fissi dentro la scodella, finissero di mangiare, prima che Zecchini, l'infermiere del Lager, lo fasciasse sommariamente. Dopo di che, digiuno, dovette tornare al lavoro.
Eravamo poco più di un centinaio e l'appello, per colpa di quelli che non riuscivano a scandire il numero di matricola nella difficile lingua straniera, si dilungava troppo, Uno di questi era Natalino, mio inseparabile compagno di guerra e di prigionia, oltre che di giaciglio. Incoraggiato dal fatto che ambedue eravamo in seconda fila, al momento opportuno, scandivo a voce alta i nostri due numeri di matricola 50889, 50890-
FUNFZIGACHTUNDERTNEUNUNDACHTZIG!!! Poi, alterando la voce: -FUNFZIGACHTUNDERNEUNZIG!!!
Per evitare che si affiatasse con qualcuno di noi, il Gefleiter veniva sostituito ogni mese. Ne arrivò uno che chiese un volontario per fare l'interprete. Si fece avanti Clagnaz, Un fiumano che, ad onor del vero, poco conosceva di lingua italiana. Parlava solo un dialetto italo-slavo, Il debutto non fu incoraggiante ma si rivelò spassoso.
Quello che maggiormente irrita un militare teutonico è la gente in fila con le mani in tasca e il primo incarico di Clagnaz fu quello di tradurre questo concetto.
Quella sera Clagnaz uscì dalla fila ondeggiando disinvoltamente e, con ambedue le mani ben affondate nelle tasche dei calzoni, andò ad allinearsi al fianco del tedesco: -El dise, el dise che non tenei le man in scarsea...
Buona parte di noi era meridionale e fu necessaria un'ulteriore traduzione. Non tutti capivano una lingua, altrettanto incomprensibile di quella usata dal tedesco.
Intanto il Gefteiter, inorridito e pietrificato dall'indignazione, fremeva di stizza osservando esterrefatto quel traduttore estemporaneo. Teneva le braccia rigide lungo i fianchi con i pugni chiusi, senza capire quello che succedeva. Sul suo volto i colori verde e giallo facevano sperare in un incipiente colpo apoplettico. Purtroppo, il tapino superò la crisi e, delusione generale, l'incidente fu pagato con una supplementare ispezione nel pieno della notte. Quanto a Clagnaz, fu annoverato tra le cose meno crudeli da doversi sopportare.
Finito l'appello, avevamo mezz'ora per sbrigare le piccole faccende private. Prima che la porta del dormitorio venisse chiusa dall'esterno.
L'enorme camerone, gremito di letti a castello, aveva al centro una grande stufa a carbone di coke, in fondo, a sinistra dell'ingresso, c'era l’abort, a cui si accedeva salendo cinque gradini di legno. I pochi minuti di luce ancora a disposizione permettevano di stendersi sul saccone di paglia, scovare ed eliminare i pidocchi più famelicamente arrabbiati e, per chi dormiva in basso, affrettarsi a tirare bene la coperta sugli occhi per proteggerli dalle cimici che cadevano dall'alto. A luce spenta, restava il casalingo brontolio della stufa, dovuto al carbone che , consumandosi, si assestava con sussulti e lampeggiamenti.
Mille strani, misteriosi rumori, bisbigli soffocati e un continuo strascichio di piedi, sottolineavano l'andirivieni verso le latrine. Bisognava smaltire il liquido assimilato con la dieta di rape. Estremamente gravoso era il continuo lasciare il tepore della paglia. Si arrivava all’abort spossati al punto che i famigerati cinque gradini si potevano superare solo premendo le mani contro il muro.
Passarono in quel modo 519 giorni prima che il 10 aprile del 1945 arrivasse la liberazione. Preceduta da una settimana di poderosi colpi di cannone. La notte li ascoltavamo increduli. Qualcuno diceva che era il brontolio dei tuoni di un lontano temporale. L'improvvisa fine dei lungo isolamento suscitò in me il desiderio di un qualsiasi discorso musicale. Forse, più che di vera e propria musica, il mio fu un bisogno di contatto con qualcosa che mi rimettesse in consonanza con tutte le indefinibili cose che mi erano state negate durante il tempo della prigionia.
I tedeschi erano fuggiti da qualche giorno ed io, scovato nella mensa dei civili un pianoforte semicoperto dalle macerie, lo usai come complice innocente per un singolare "a solo".
L'equipaggio di un carro armato di una delle prime pattuglie della 3a annata americana, compagnia E-69 Tank Destroyer Battalion U.S.A., non si meravigliò più di tanto nel trovarsi davanti, in un angolo di una grande sala diroccata, un prigioniero tutto solo che pestava a casaccio i tasti di un semisventrato e stonato pianoforte.
Intanto, fuori le grida di libertà salivano al cielo, come il canto risolutivo che scioglie il nodo delle grandi tragedie.
In quello stesso momento in altri Lager i prigionieri venivano trucidati prima che arrivassero alleati. Altri persero la vita lavorando e, in quei giorni, molti furono costretti a compiere a piedi tutto il percorso dal Lager dove si trovavano fino ai confine. Sorvegliati dalle SS dovettero fare lunghe e faticose marce per attraversare un territorio in cui difficilmente potevano aspettarsi qualche aiuto e molti divennero vittime di omicidi volontari commessi da tedeschi in divisa.
È passato più di mezzo secolo e ancora oggi mi chiedo: Chi fu il vero Fritz Winter? Un opportunista, che lucrava sui prigionieri di guerra facendoli lavorare nella sua Giessere ? Oppure un audace imprenditore, cittadino del Reich nazista che, grazie alla sua posizione, fece il possibile per tenerci lontano dai crimini delle Schutstaffel ?
(Gigi Boero Racconti del 2000)
 
Le patate
All'incerta luce di un crepuscolo autunnale del 1944, alcuni abitanti di un borgo vicino ad Arnstadt in Turingia ci accolsero sparando verso di noi alcuni colpi di fucile .
Eravamo due prigionieri inermi che, passati attraverso un varco del filo spinato che cintava la fabbrica dove lavoravano, andavano in cerca di cibo mettendo la vita a repentaglio in cambio di poche patate.
Il fatto è che qualche vecchio della Volksturm locale aveva intravisto, ai margini della radura, dei movimenti sospetti.
Da buon cittadino, aveva fatto fuoco su quel sia pure incerto bersaglio. Senza curarsi se quel comportamento comportasse eventuali vittime.
Io e la ragazza ucraina, mia compagna occasionale di una disperata avventura, ci eravamo allungati sulle fredde zolle di un terreno incolto. Immobili, con il volto premuto al suolo per non farci scorgere. Ci sfioravamo l'estremità delle dita con le braccia allargate e questo lieve contatto era un muto messaggio che urlava, come due esseri, disperatamente bisognosi di cibo, necessitava anche di una sia pur esile manifestazione di calore umano.
Un ritmo rallentato sostituiva le consuete cadenze. Eravamo al centro del tempo e ne dovette passare una quantità incommensurabile prima che, favoriti dall'imbrunire, potessimo esaurire gli ultimi metri che ci dividevano dal bottino. Curvi per non farci scorgere e camminando a fatica sul terreno accidentato, raggiungemmo finalmente l’aja di un gruppo di casupole.
Si spense la luce a una finestra e, al chiarore delle stelle di una notte senza luna, aggredimmo il cumulo di terra di forma piramidale, lunga, stretta e con la cima spianata, sotto la quale, protette da uno strato di paglia, dovevano trovarsi le patate. Cosi almeno mi aveva spiegato un prigioniero francese che lavorava in campagna. Ci accanimmo sul terreno semighiacciato con le nude mani. Scavando a denti stretti riuscimmo, attraverso un cunicolo, largo tanto da lasciar entrare un braccio, a raggiungere il bottino e, con la punta delle dita intirizzite, cominciammo a tirar fuori le patate. Una ad una e il tempo ora scorreva veloce. Scandito dal cuore che batteva in gola che incitava a far presto.
Quell'attimo di felicità relativa, mista a sofferenza, non doveva durare a lungo. A quelli come noi, se colti sul fatto, i tedeschi sparavano a vista. Per gettarne poi la spoglia davanti a un Lager. Come ammonimento .
Vivevamo la pienezza del momento in cui la morte, non ha alcuna importanza. In qualsiasi aspetto si manifesti. Eravamo al servizio dell'eternità e nessuno ci veniva incontro. I minuti ci stavano a guardare, immobili. Era come scontare la condanna a una morte impossibile. Dietro di noi, immensi deserti di sofferenza. Eravamo immortali e il tempo dilagava come pioggia.
Se quei pochi chili di patate, conquistati con le nude mani, fossero state una trincea da espugnare armi, non avremmo potuto usare maggiore coraggio o una diversa tattica.
Rientrammo strascicandoci sugli zoccoli di legno e impregnati da una sola dimensione di timore: Non destare nel Gefleiter il sospetto che gli stracci che indossavamo nascondevano cibo per allargare il credito a una squallida vita.
Ci separammo senza guardarci negli occhi e neppure un cenno di saluto. Gli animali selvatici, divisa la preda, non si comportano diversamente. Il nome della mia occasionale complico non l'ho mai saputo.
Avevamo compiuto il più atroce dei sacrifici, quello della perdita di personalità, Rientravamo da reduci nella incommensurabile solitudine dei prigionieri senza attese, senza speranze, senza amore.
(Gigi Boero Racconti del 2000)
 


Un giorno diverso

Avevamo smesso di lavorare a metà turno. Ma quello non era un giorno come gli altri. Solitamente approfittavamo di questi rarissimi casi per dedicarci alle elementari esigenze di chi conduce una vita chiusa nell'intimo ricordo dei propri affetti familiari.
Consumato il rudimentale pasto, ci eravamo trovati, come per tacito accordo, riuniti attorno alla grande stufe a carbone di cook.
Un breve intervallo di commosso silenzio. Poi a qualcuno venne in mente di cantare una vecchia canzone.
Poco alla volta gli altri si unirono a lui per intonare La violetta la va la va...
Mi alzai per andare non importa dove e, passando davanti alla guardiola, la mia attenzione fu attratta alcuni colpetti contro i vetri. Mi fermai. Attraverso il finestrino due mani tese e unite a coppa, mi porgevano una decina di scatole dì fiammiferi. Erano quelle di un uomo dai capelli bianchi. Era l’Obergefleiter. Aveva gli occhi lucidi e me le offrì dicendo: -Dividile con i tuoi compagni. È tutto quello che posso darvi. Conosco questa canzone. La sentivo cantare dai prigionieri italiani durante l'altra grande guerra.-
Era il Natale del 1944.
(Gigi Boero Racconti del 2000)

 
La congiura

Ogni mercoledì pomeriggio le amiche si riunivano da Vilda per la settimanale riunione.
Virgilio, il marito, ne approfittava per cedere il campo alle signore che, senza la sua presenza condizionante, erano libere di sciorinare i più disparati argomenti. Lui andava a consumare quello che definiva un riposino.
Cullato dai bisbigli che trapelavano dalla sottile parete, scorazzava con la fantasia tra i fatti di cronaca che più l'avevano solleticato e, in uno stato di semilucidità, approfondiva le vicende più controverse.
Quando si alzava, sebbene non ricordasse da quale specifico caso avesse iniziato le proprie elucubrazioni, era appagato per aver sondato l'intima struttura dei personaggi della scena politica. Non riusciva a fondere il suo ristretto punto di vista in una visione globale. Tutto gli appariva più complicato di una volta.
Lamentava la decadenza dei costumi e ne dava la colpa alle giovani generazioni. Era convinto di trovarsi, suo malgrado, in una civiltà non più praticabile. Confrontando negatività presenti e concretezze di un passato irreversibile emetteva giudizi di colui che è cresciuto in un'epoca ormai conclusa.
Arrivò a considerare le strutture del pensiero come non date una volta per tutte ma risultati di un processo in continua evoluzione e sottostanti a leggi sempre più complesse.
Il gaudioso trapasso dalla veglia al sonno gli era impedito dalla petulante voce di Anna che si esibiva pettegolezzi in forma di conversazione: ....sul pavimento hanno una bella moquette ma, sai, lui è un tale cafone ...... ora si danno delle arie ma prima, con lo stipendio che si ritrovava, lei era costretta a fare la lavascale..... ...hanno una casa con splendidi mobili ma ha dovuto farseli scegliere perché, come sapete, lei non ha gusto..... ...la moglie del maestro è una come me, franca e leale, non ha peli sulla lingua, dice sempre quello che deve dire, ma è selvaggia. Pensate che, l'altro giorno, suo marito è arrivato e, appena sceso dall'auto, le ha dato un paio di sberle.....
Ne aveva abbastanza, prese la prima giacca a portata di mano, e uscì all'aperto per allontanarsi e da quella valanga di maldicenze.
Il merlo del vicino fischiava modulando note gravi e acute, brevi e lunghe, intervallate da pause. Pareva volesse sbeffeggiarlo. Gii venne idea di bersagliarlo con un lancio di verdura.
Certo! verdure varie e bucce di patata! Ora ricordava! Si chiamava Merlo quel cantante!
Strano, pensò, come dai più disparati accostamenti possano tornare certi ricordi che si credono svaniti nella memoria.
Il giorno della Liberazione, i reduci dello Stalag IXC furono riuniti nella città di Heisenach in attesa del rimpatrio e lì vissero un periodo di perfetta anarchia. Un vuoto d'autorità provvidenziale per una generazione a cui era stata sottratta la gioventù.
A causa della spartizione di Berlino i Russi lasciarono parte della città in mano agli alleati occidentali che, per contropartita , dovettero cedere altrettante zone da loro occupate.
Heisenach si trovava al centro di una di queste. Circolavano strane voci. Si diceva che i russi avviassero in Polonia tutti gli ex-prigionieri e gli alleati, per salvare questi poveretti da ulteriori traversìe, pensarono bene di spostarli da quella città. Ma scarseggiavano i vagoni ferroviari.
Pur essendo alleati, russi e americani, non si fidavano a vicenda. I primi, non avevano materiale rotabile e temevano di perdere quello che avrebbero dovuto usare. I secondi pensavano che i russi, una volta avuto quello americano, lo avrebbero usato per scopi diversi da quello pattuito.
Seguirono giorni di lungaggini burocratiche e, in quel clima d'incertezza, a Fulvio Gollino di Salsomaggiore, professore di sassofono, venne l'idea di formare un'orchestrina. Dal comando alleato fu subito concesso il permesso e il suggerimento di completare la faccenda con qualche numero di arte varia.
Bastò un manifesto murale e gli elementi necessari furono subito trovati. Gli aspiranti si presentavano numerosi. I migliori poterono essere selezionati tra i 5000 reduci accantonati nell'immenso capannone di una fabbrica ripulita dei macchinari dagli stessi americani. Tra questi fu prescelto anche il sig. Merlo, che si era presentato come "Cantante di romanze italiane". Era un tipo longilineo, sulla trentina, di aspetto dimesso e dai gesti pacati.
In quei difficili momenti non si badava molto alle caratteristiche di gente omologata da due anni di prigionia. La sua laconicità non incoraggiava la conversazione ma, in cambio, valeva la perizia con cui distribuiva le proprie doti canore. Quando era travolto dall'epos melodico, la sua bravura cedeva all'ampollosità. Univa le mani in preghiera, volgeva gli occhi al cielo e ondeggiava il corpo con grazia femminea. Non gli mancava il fiato. Nei finali portava sempre l'ultima nota ai limiti del consentito. £ anche oltre, se tardava l'applauso. Le sue esibizioni erano seguite con religioso silenzio e i suoi canti erano divenuti simbolo di nostalgica italianità.
Al debutto fu un trionfo. Pubblico esultante e attore raggiante. Ma, c'era chi tramava nell'ombra e, alla terza replica, accadde l'imprevisto.
Mancando gli applausi, il sig. Merlo, nel tentativo di sollecitarli con l'ultima nota, la protrasse oltre le sue pur notevoli capacità.
Ma, la natura non trascende sé stessa e, quella che doveva essere una nota chiara, rotonda e di lungo respiro, si spense in un borbottio gutturale. Per mancanza di materia prima.
In cambio dei battimani il sig. Merlo ebbe pernacchie, torsi di cavolo e bucce di patata. Alla prima bordata ne seguirono altre. Era il risultato di una evidente premeditazione.
Il sig. Merlo, indietreggiava a piccoli passi verso il retroscena e terminò allo spettacolo distribuendo a destra e a manca piccoli inchini di ringraziamento. Come se stesse ricevendo fiori e confetti.
Seguì una giornata tesa di preoccupazioni. Non tutte dovute al tracollo canoro del sig, Merlo.
Il materiale della rivista, strumenti musicali inclusi, dipendeva dalla buona volontà di alcuni ufficiali alleati, cultori del bel canto italiano e il maestro Gollino temeva di aver perduto il numero clou della rivista. Ma i timori infondati furono di breve durata.
Il sig. Merlo si presentò alle prove quello stesso giorno. Come se nulla fosse accaduto. Pronto a riproporsi con le sue melodie condite di passione e miti sorrisi.

Nessuno seppe spiegarsi tale comportamento. Forse il sig. Merlo credeva fermamente nelle proprie doti canore oppure, il suo, era un modo per offrirsi come capro espiatorio.
Vittima innocente da immolare in favore di una collettività in cerca di purificazione.
Nette sere seguenti il lancio delle verdure fu ripetuto con intensificato vigore. Finché al sig. Merlo, ormai divenuto un'istituzione, fu concesso l'onore del gran finale.
Nel frattempo i fautori delle pernacchie pareva avessero seguito corsi di perfezionamento.
Pernacchie con modulazioni dai toni gravi, salivano fino agli ultrasuoni e toccavano i quarti di tono, precorrendo la musica elettronica. Quanto alle cucine, pareva funzionassero unicamente per scodellare materiale da lancio, anziché confezionare cibo. L'eterogeneo pubblico, composto da militari alleati, qualche collaboratore tedesco e tanti italiani, seguiva lo spettacolo con impazienza, tesi ad aspettare l'ultimo numero. Il solo capace di esorcizzare l'ansia di quei giorni.
Esaurite le verdure, finiva la baraonda e la catarsi, dopo aver raggiunto l'apogeo, poteva considerarsi compiuta.
A Virgilio quei ricordi ebbero il pregio di fargli dimenticare le difficoltà quotidiane. Arrivò fino alle alture della città dove, tra scappamenti e indiscriminate costruzioni, ritrovò il consueto malumore.
(Gigi Boero Racconti del 2000)