L’UOMO CHE SUSSURRAVA AI CAMALLI DEL PORTO DI GENOVA
 PARIDE BATINI, VITA E  LOTTE  DI  UN  CONSOLE
WANDA VALLI – la Repubblica – GENOVA -  9 dicembre 2010 - Giovedì

 

È il 1 gennaio 1990. A palazzo San Giorgio Paride Batini, leader della Culmv, va a siglare la tregua di Capodanno che, nei fatti, chiuderà la guerra in banchina.

Per Massimo Minella è il primo giorno da cronista portuale. Vede il Console allontanarsi gli corre dietro, chiede "posso farle una domanda?", a sorpresa si sente rispondere "ma tu giovanotto, hai voglia di conoscere il porto?". Nasce così, in una giornata fredda di tanti anni fa, una storia professionale e di stima reciproca, che, adesso, si é trasformata in un libro, “Il Console”, biografia e non solo, di Paride Batini, il leader della Culmv, scomparso nell'aprile 2008, a 74 anni.

Quell'incontro è raccontato nella lettera che apre il ritratto, pubblico e privato, di un uomo entrato nella sto­ria di Genova. Alla sua maniera, da "Occasionale", si potrebbe dire ricordando il libro che proprio Batini scrisse per ricordare i suoi anni in porto fino al 1990.

Massimo Minella riprende da qui il filo del racconto, con Genova sullo sfondo, con la vita del porto e dei portuali, al centro. Di tutto. Anche della vita di Paride Batini, e delle sue tre, amatissime donne, Rosa, la moglie, scomparsa pochi mesi fa, le figlie Mirella e Silvana, con il genero Antonio e il nipote Alessio Carvelli che è entrato in Compagnia.

È un libro diviso tra la biografia e le testimonianze, le più diverse, di chi lo ha conosciuto, quel Console con la faccia da attore, i modi all'apparenza bruschi, mitigati dall'ironia. Parla di lui, per la prima volta, Rosa sua moglie, le figlie, i parenti, e poi Claudio Burlando, non nella veste di presidente della Regione, ma come figlio di Carletto, portuale, che a scuola va avanti a forza di borse di studio, mentre il padre lo avverte: «se va male, vieni con me in porto».

C'è Antonio Benvenuti, console attuale, che conosce Batini quando è una testa calda di Lotta Comunista, prova a scontrarsi con lui, per poi diventare uno che si batte al suo fianco, nelle tante vicende, molte amare, della Compagnia. L'ultima è il processo al porto dove Batini è indagato, un fatto che lo colpisce nel profondo che lo spinge, lui già malato e deciso a andarsene, a rimanere per tenere fermo il timone. Sarà assolto da tutto, non avrà la gioia di saperlo.

Raccontano un Paride Batini sconosciuto ai più, due uomini di fede: don Andrea Gallo, che gli chiede aiuto per i suoi ragazzi e lo avrà sempre e poi Tarcisio Bertone, cardinale, segretario di Stato, già arcivescovo di Genova. È proprio Bertone a confermare che, grazie forse all'educazione ricevuta dalla madre, donna di fede profonda, il Console è un comunista «che aveva comunque coltivato i principi della Chiesa». È del cardinal Bertone il rosario che Rosa Batini mette nelle mani del marito, per l'ultimo saluto in chiesa, a CaIizzano, dopo quello in Compagnia.

Nel lavoro, Batini è un innovatore: capisce che la strada della Compagnia deve passare per un cambiamento radicale e la trasforma in impresa, che fornisce mano d'opera, convincendo, a bassa voce, come sempre, tutti gli altri a seguirlo.

"In nome della legge", un altro capitolo, svela il perché Paride Batini sia andato a scuola solo fino alla seconda elementare, lui felice di stare in classe, perché poi portavano il pranzo. L'unica cosa che gli dava fastidio, nel re­fettorio, era il rumore dei cucchiai di legno sbattuti contro il metallo delle gamelle. Eppure la maestra dà la colpa a lui di quel baccano, lo manda via. Paride soffre quell'ingiustizia, rimedia a modo suo lanciando pomodori contro l'insegnante, appena questa esce da scuola. Il direttore lo convoca, insieme con la madre, per comunicargli che «è espulso da tutte la scuole del Regno d'ItaIia”.

Agli amici racconterà che si sentirà come quel giorno lontano, vittima di un'ingiustizia assurda, solo peri il processo al porto. Il finale è un' altra lettera dell'autore, per salutarlo e chiedersi «se dove il Console è adesso, ci sono almeno due pomodori». Gli sarebbero serviti ancora, non è riuscito a lanciarli, il console che sussurrava ai portuali.

Il Console, Paride Batini, la sua storia, il suo porto (De Ferrari Editore -  €.15,00) sarà presentato oggi alle 17.00, alla Sala Chiamata. Intervengono, con l'autore Massimo Minella, Antonio Benvenuti, Walter Marchelli, don Andrea Gallo, Claudio Burlando

  

 

 ITALIA – L’ULTIMO COMUNISTA
TRA STALIN E IL PORTO. VITA E RIVOLUZIONI DI UN CONSOLE

A UN ANNO DALLA MORTE, UN LIBRO RIEVOCA PARIDE BATINI, MITO DEI «CAMALLI» GENOVESI. SINDACALISTA, PERÒ ANCHE MANAGER. E MILITANTE NOSTALGICO, MA DI QUELLI CHE HANNO FATTO L'ITALIA

di  MAURIZIO RICCI – IL VENERDI DI REPUBBLICA – 10 DICEMBRE 2010

 Per chi non è di Genova e ha più di 50 anni, Paride Batini è, più che altro, un'idea. La memoria di anni in cui il sindacato appariva protagonista, duro, puro e tenace, della storia italiana; un contropotere impossibile da aggirare, capace di reggere offensive pesanti come di colpire con determinazione.

Batini era una sorta di dio minore, in un pantheon che allineava Lama, Carniti, Trentin in battaglie in cui la difesa dei diritti dei lavoratori spesso finiva, anche contro la vo­lontà degli stessi leader, per confondersi con il testardo rifiuto ad accettare le esigenze dei tempi nuovi, segnati dai mutamenti. epocali dell'industria e dall'apertura internazionale del commercio.

Sono gli anni dell'occupazione della Fiat, della trincea sulla scala mobile. Sconfitte da cui il sindacato non sarà più capace di riprendersi e le vicende del porto di Genova, bloccato per mesi dai portuali di Batini sembrano riprodurre, in scala, la stessa parabola.

La realtà, ci racconta Massimo Minella nel suo II console. Paride Batini (De Ferrari, pp. 128, euro 15), è più complessa e ha un segno diverso. Ma l'immaginario collettivo ama le cose semplici e, in quell'immaginario, Batini è un simbolo: di quel sindacato, di quella storia. Non si diventa facilmente simboli. Batini ci riesce perché incarna perfettamente quell'idea.

A cominciare dalla faccia. «Scolpita» hanno detto in molti. Certo, scavata. Ma con quei gonfiori (intorno al naso, sugli zigomi), tipici di chi, da giovane, ha tentato, come Batini, anche la carriera del boxeur. E del buon pugile - dotato, dicono le cronache, di un gancio poderoso -  Batini aveva anche gli occhi: fermi, apparentemente incapaci di mostrare paura. Una faccia da duro buono. Corroborata dalla sua storia. Batini nasce in Toscana, a Vicopisano. Il padre, anarchico, perseguitato dal fascismo, muore nel 1940, quando Paride ha sei anni e vive da tempo a Genova, dalla nonna materna. Finisce la guerra e anche la scuola. Batini non va oltre la terza elementare. A 11 anni è già sulle banchine del porto ad aiutare lo zio, che traffica in rottami. Sono poveri, ma carichi di dignità: una dignità voluta, cercata, conquistata. «Decoro - racconterà lo stesso Batini ­ come riscatto dalla miseria, come rispetto della persona, al di là del suo tenore di vita». Garzone di fornaio, piastrellista, Batini arriva al porto nel 1957, come avventizio. Tale resterà fino al 1974, quando entra a pieno titolo nella Compagnia dei portuali (Culmv). Dieci anni dopo, della Culmv diventa Console, cioè il massimo rappresentante. Lo sarà per 25 anni, fino a quando, nel 2009, la malattia non lo porterà via.

Se, come avventizio, Batini si era a lungo battuto per i diritti e le garanzie degli «occasionali», quasi prefigurando, sottolinea Minella, i futuri problemi del lavoro precario, è come Console che l'ex pugile finirà per impersonare i travagli e i progressi del porto di Genova. La differenza non è da poco. Più che un leader sindacale, Batini è un imprenditore, il capo di una cooperativa, impegnato a difendere gli spazi di lavoro dei suoi soci, i portuali. Nelle sue battaglie nel porto, c'è chi ha visto - anche dentro il sindacato, con cui Batini si è spesso scontrato - l'insopportabile pretesa di difendere il monopolio delle operazioni di carico e scarico, da parte dei privilegiati, i soci della Compagnia. E c'è chi vi ha visto, invece, la risposta ad un problema reale: la necessità, per il porto, di disporre di una riserva di manodopera, disponibile 24 ore su 24, da mobilitare nelle fasi di picco del traffico.

Visto con gli occhi di oggi, tranne che per gli storici, poco importa stabilire chi avesse ragione. Anche nel libro di Minella, che, da cronista del porto, lo ha seguito, giorno dopo giorno, per quasi vent'anni, le dettagliate descrizioni dei conflitti e dei negoziati si aprono spesso a pagine di commosso ricordo. Più che per quello che ha fatto, Batini conta, oggi, per quello che era. Paride Batini era, senza imbarazzo e senza rimpianti, un vecchio comunista, quella razza che, più di molte altre, ha contribuito a fare l'Italia moderna.

Minella ricorda che, un anno e mezzo fa, nella camera ardente, sopra la bara campeggiavano, con quella di Guido Rossa, l'operaio ucciso a Genova dalle Br, le gigantografie di Togliatti e di Lenin. Batini era, insieme a migliaia di altri italiani, un «orfano di Stalin». Ma l'Italia è l'unico grande paese dell'Occidente, in cui gli orfani di Stalin sono stati capaci di superare il trauma della fine del sogno rivoluzionario e, poi, del modello sovietico senza smettere di giocare un ruolo cruciale nella sto­ria del paese. Anche, per co­sì dire, antropologicamente.

Per un quarto di secolo, Batini è stato uno degli uomini più potenti di Genova, potenzialmente in grado di tenere in ostaggio una grande azienda come il porto, senza guadagnare mai più di 2 mila euro al mese. Nessuno ha mai messo in dubbio la sua onestà: si è portato nella tomba l'ombra di un'accusa per truffa a favore della Compagnia, ma, pochi mesi fa, è giunta l'assoluzione piena.

Soprattutto, tuttavia, il marchio del vecchio comunista lo si vede nella capa­cità di Batini di tenere, contemporaneamente, i piedi tra la gente e per terra.

Gli uomini come lui rappresentavano, infatti, una sinistra né ribellista, né utopista. Il «leader del No», dei boicottaggi, degli ostruzionismi, racconta Minella, amava parlare soprattutto di costi, di produttività, di efficienza, di miglioramento del porto. Il suo problema era come il mondo del lavoro potesse navigare sul fiume del cambiamento, piuttosto che fermarlo. Chi sa di sindacato ci ritrova gli stessi atteggiamenti dei «quinta e quinta super» di Mirafiori, l'aristocrazia operaia torinese alla Fiat, la cui priorità non era lavorare meno, ma «lavorare meglio».

Spesso, in questa navigazione, il timone della barca è stato mosso male, fino a che la corrente non l'ha ribaltata. È accaduto anche a Genova. Ma stare sulla barca, invece che a terra a costruire dighe, basta a fare, di Batini e degli altri, più che dei personaggi di rilievo della recente storia italiana. Al di là di insuccessi e di errori, un pezzo di classe dirigente del paese. Un pezzo, in larga parte, perduto. Un'altra Italia.