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FESTA INAUGURALE
DEL
NUOVO STENDARDO DELLA COMPAGNIA
al 1340, epoca in cui la Compagnia dei Caravana comincia ad affermarsi,
sino ai tempi nostri, non si ha memoria che essa possedesse un gonfalone
suo proprio. Fu stabilita dunque l'esecuzione d'uno stendardo da
adottarsi come emblema sociale e che nei simboli, nella varietà degli
ornamenti, nell'insieme riuscisse degno delle storiche tradizioni del
Sodalizio e della città che di esso è orgogliosa. Così fu.
La nobile idea ebbe un interprete fedele nel compianto professore
Clemente Perosio, mente eletta d'artista, nel cui animo fiammeggiava il
culto delle cose belle e sublimi. In grazia del suo genio, il Gonfalone
riuscì, per dirla con il Secolo XIX, un lavoro pregevolissimo nel quale
l'artista infuse « tutta la sua luminosa genialità e un gusto squisito,
fine, accoppiato alla ricchezza della fantasia »
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Questo stendardo attesta assieme all'eccellenza dell'artista, la
rigogliosa vitalità, il buon gusto della Compagnia che seppe
procurarselo.
Esso si impronta tutto a quelle eleganti, armoniche decorazioni che nel
Rinascimento furono dette alla Raffaella, quando il Sanzio le fece
diventare splendido ornamento alle logge vaticane. Allacciato ad una
svelta asta sormontata da una testa alata di Mercurio simboleggiante,
secondo l'antica consuetudine romana, il Commercio, e modellata da
Giovanni Scanzi, il valente statuario che di lieto animo s’unì cosi nel
lavoro al pittore amico suo del cuore, questo Gonfalone ha tutta
l'imponenza e la grazia dei più bei tempi dell'arte. Lo sfondo dei due
campi è stemperato in guisa da sembrar cuoio dipinto. Nel mezzo del
campo anteriore spicca la figura di S. Giorgio, il vessillifero
dell'antica Repubblica Genovese. Egli siede ardito a cavallo d’un bianco
destriere, tiene la lancia in resta in atto di colpire il leggendario
dragone, tal quale era espresso nei sigilli e negli Stemmi delle Compere
e del Banco che dal Santo in discorso ebbero nome. Più in alto spiccano
due mani che si stringono a simboleggiare la fratellanza esemplare che è
forza della storica istituzione.
Un fregio, contesto di fiori e fogliami graziosamente alternati a
simboli, gira tutto intorno, mentre al sommo tra delicatissimi ornati,
staccasi la mitologica testa di Giano bifronte, insegna genovese
dell'epoca romana.
Il Porto, da cui la Compagnia ebbe vita, e rappresentato da una limpida
veduta sul cui sfondo staccasi il Molo e la turrita Lanterna, mentre da
vicino l'ampia calata presentasi stipata di mercanzie. Lo scudo di
Genova, attorniato dagli stemmi delle otto Compagne, ossia storie, rioni
della città, presentasi nel bei mezzo del campo opposto, sull'alto del
quale, dominata dall'arma di Bergamo, da cui l’Istituzione originossi,
spicca la scritta:
Compagnia dei Caravana..
Nastri, fiocchi, bindelli e fiori completano con la varietà delle forme,
con il lucicchio dell'oro, con i vivi colori, l'imponente stendardo su
cui non mancano le due date ricordanti e l'anno in cui la Compagnia ebbe
vita, 1340, e quello in cui lo Stendardo fu eseguito, 1898.
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La festa inaugurale si effettuò l'anno seguente, cioè la domenica 18
Giugno 1899. Fu cosa ordinata, decorosissima, ebbe eco festosa nella
cittadinanza e lodi spontanee, da parte di tutta la stampa cittadina, a
cui si associarono pubblici fogli d'altre regioni. «Una festa
simpaticissima, d'un vero sapore genovese, scriveva il Caffaro, è stata
quella della Compagnia dei Caravana, che inaugurava ieri (18 giugno) il
bellissimo gonfalone, il primo che la storica Compagnia dei facchini del
Porto Franco abbia avuto nel lungo periodo secolare trascorso da che
venne fondata.
Alle dodici il grande salone del palazzo San Giorgio era affollatissimo;
vi si trovavano al completo tutti i Caravana e le loro famiglie, le
quali venivano accolte affabilmente dal Console capo e dai capi squadra ».
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La scelta del palazzo San Giorgio, per la simpatica solennità, non potea
essere di più felice, di più conveniente. Questo edifizio, in cui la
Compagnia da secoli tiene il suo uffizio consolare, è uno dei più
cospicui che per grandi memorie, vanti non solo Genova, ma l'Italia.
In esso, auspice Guglielmo Boccanegra, nel 1262 s'insediò il libero
governo del Comune di Genova. In esso i Capitani del popolo per lungo
tempo ordinarono e ressero con sapienza civile lo Stato. E quando il
potere politico si tramutò in altra sede, cioè nel palazzo che poi fu
detto Ducale, qui s'insediò quel meraviglioso Istituto che fa il Banco
di S. Giorgio, il più utile, il più fido coadiutore del Governo
genovese, e che in grazia della sagace sua amministrazione diè vita ai
traffici, anima e gloria alla navigazione, salendo in tanta potenza
commerciale ed economica da non essere superato ai suoi tempi da nessun
istituto del mondo.
Tra le statue marmoree di insigni cittadini che, cauti nello spendere
per uso proprio, furono larghi delle loro ricchezze a benefizio del
popolo, e delle quali sono tutto attorno adornate le vaste pareti del
magno salone, erano trofei di bandiere nazionali, che, intrecciate alle
genovesi, formavano con la poesia dei colori il più vago ornamento
dell'ambiente, che nobilmente severo nella semplicità delle sue linee
rispecchia la fiera indole genovese degli austeri tempi in cui tra le
sue mura sedeva, imperava, la maestà del Comune.
Ampie tende seriche temperando la luce dei grandi finestroni, davano
anima allo scialbo delle pareti, mentre ad accrescere la maschia
bellezza della grand’aula, ergevasi di fronte al pubblico un vasto palco
coperto di tappeto e su cui poggiavano un gran tavolo ed una serie di
seggioloni, coperti l'uno egli altri di stoffa color cremisi.
A quei posti d'onore sedettero il Prefetto Com. Marchese Camillo Garroni,
il Sindaco Comm. Francesco Pozzo, il Presidente della Camera di
Commercio Commendatore Pietro Solari, il Comm. Ricchini, i Cav. Oliva,
Sturlese, Federico Solari, mèmbri della Camera stessa, il Comm. Bottino
Intendente di Finanza, l'Avv. Enrico Brusco, il Console Capo ed altre
notabilità, compreso l'autore del Gonfalone Prof. Cav. Clemente Perosio.4
Cessato il suono dell'inno reale, eseguito dalla Civica Banda dei
Pompieri, e con il quale al loro ingresso nel salone erano state
salutate le autorità, s'alzò il Sig. G. B. Casareto, Console Capo della
Compagnia, e data lettura dei telegrammi e delle lettere d'adesione, tra
le quali quelle dell'On. Bettolo, allora ministro, dell'On. Cesare
Imperiale dei Principi di S. Angelo, del Comm. Elia, Presidente della
Deputazione Provinciale, ecc. pronunziò le seguenti applaudite parole :
ILLUSTRI SIGNORI,
Permettete che a nome della Compagnia dei Caravana io vi renda omaggio
di sentiti ringraziamenti, della più viva riconoscenza per esservi
compiaciuti di intervenire, onorandoci, a questo festeggiamento col
quale la Compagnia inaugura oggi il proprio stendardo sociale, simbolo
di lavoro, di concordia, di mutua assistenza.
SIGNORI,
La mente eletta del Sig. L. A. Corvetto che si arrese alle nostre
preghiere e che ho l'onore di qui presentarvi, vi dirà dello svolgimento
più che secolare della nostra Compagnia; a me basta manifestare a Voi, o
Illustri Signori, il senso di viva esultanza e d'imperitura riconoscenza
che anima tutti i caravana, pensionati, o in attività di servizio , e le
loro famiglie, dal vedersi fatti oggetto di tanto riguardo, e
considerazione da parte dell'Illustre Rappresentante del Governo,
dall'Illustre Sindaco di Genova, dagli Illustri rappresentanti della
Camera di Commercio, della Regia Intendenza di Finanza, di tutte le
Amministrazioni alla dipendenza delle quali la Compagnia dei Caravana
visse per lungo andare di secoli, prospera oggi, e cosi per l'indefinito
avvenire.
Possano i sentimenti di riconoscenza e di plauso che noi, figli del
lavoro, qui eleviamo spontanei dall'animo nostro, trovare eco gradita ed
imperituro ricordo nell'animo Vostro, o Illustri Signori, alla cui
protezione la Compagnia dei Caravana s’affida serena e riconoscente ».
Dopo queste belle parole che suscitarono il plauso unanime, L. A.
Corvetto pronunziò il discorso seguente:
SIGNORI !
La storia della Caravana non è ignota ; ad ogni modo è sempre curioso il
ricordarla. Questa Compagnia non aspettò la sua fortuna come limosina
del caso, ma l' acquistò con l' accorgimento. La sua origine è
illuminata dalla luce poetica della leggenda che in antico sempre
accompagna gli inizi delle forti e mirabili istituzioni. Soventi queste,
alle nozioni storiche , sinceramente esplorate , preferiscono quel vago
indefinito che ritrova anche nei primi albori della vita la grandezza.
La tradizione infatti rammenta come, scoppiata in Genova pestilenziale
epidemia, i soli facchini Bergamaschi prestarono la loro opera
seppellendo i cadaveri abbandonati nelle vie; atto pietoso, che
suscitando ammirazione, fruttava ai degni uomini il privilegio singolare
concesso nel secolo XIV dal Capitolo delle Compere di S. Giorgio, da cui
il movimento commerciale del Porto dipendeva , di veder riserbato alla
loro gente il facchinaggio pressoché in tutti gli scali.
Altri, indagando nelle storie patrie, afferma che il privilegio
acquisibile dai soli uomini di Bergamo e circondario, sia stato
originato dall'idea di evitare che un gruppo di gente robustissima
organizzata e coraggiosa come i Caravana potesse, parteggiando per l'una
o l'altra fazione da cui Genova era desolata, far prevalere in certi
momenti un partito a danno d' un altro , e rimanere in tal guisa padrone
della città , con grave danno dell' aristocrazia dominante sempre e con
grave scapito anche del traffico.
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Comunque sia, è un fatto che la Caravana sorse in quel grande periodo di
fermento popolare dal quale la città, ripeté l'elezione del primo suo
doge Simon Boccanegra.
In quel tempo appunto la vita popolana ardente di fiere passioni e di
alti sentimenti, tutta si svolge a benefizio della patria ad assicurarne
la libertà degli ordinamenti , e trova modo di spiegare le maggiori sue
forze complesse nella socievolezza delle corporazioni.
L'esempio è imitato dai Caravani Bergamaschi; essi sentono potente il
bisogno di stringersi in fratellanza nella quale trovavano con
l'attività la soddisfazione d' attendere ai bisogni propri e sociali. E
poiché la fede anima in Genova il pratico ed operoso popolo d'artieri
navigatori e mercanti, così l'inizio della fratellanza ha luogo nel
tempio maggiore della Repubblica, il nostro bel San Lorenzo.
Difatti gli Statuti sociali, contenuti nel Codice in pergamena, tuttora
custodito dalla Caravana, così esordiscono : .
Questi son li statuti e le ordination facte per tuti li lavoratori
de banchi e dello ponte dello peagio, et de lo ponte della calcina e in
tutti li altri logi, ponti, facta et ordenà per lo prior , in lo dì de
la festa de messer Sancto Barnaba, in la gesua de messer sancto Lorenzo
de Genua in l'ano che correa alloa 1340 in die 11 de zugno.
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In questi Statuti si contengono norme rigorose e saggie che , fedelmente
seguite, fruttarono alla corporazione quel credito, che punto scemato a
traverso i secoli, dura a tal segno, che i Facchini di Carovana godono
tuttora, col privilegio antico, la rinomanza di gente leale, costumata,
onesta, esempio bellissimo ai lavoratori italiani.
La Carovana aveva il suo Priore, (poscia i Consoli) assistito da
Scrivani, Massari e Sindaci. Gli ascritti, il numero dei quali
sull'esordire era di solo otto, ed aumentò quindi in progresso di tempo
fino al novero di trecento , si raccoglievano a brevi intervalli per
deliberare; e poiché era stabilito che i componenti la compagnia fossero
esclusivamente di Bergamo, cosa che negli ultimi secoli dovevasi anche
comprovare con la presentazione della fede di battesimo, così i Caravana
mandavano la moglie a partorire a Bergamo, acciocché i figli potessero a
suo tempo rimpiazzarli nel loro mestiere. A questo modo nella Compagnia
al padre si succedeva il figlio, all'avo il nipote e per generazione in
generazione si conservava nella consorzia il tipo di quegli uomini ben
fatti, grandi, robusti, massicci, che giustamente furono paragonati agli
antichi gladiatori romani. quando, nella febbre del lavoro , popolavano
e popolano le calate, ed a senatori antichi, quando, rivestiti di toghe
in raso serico a smaglianti colori, incedono nello patrie processioni.
Da tanta gagliardia e virile bellezza, quando si presenta allo sguardo
un uomo dall'aspetto alto, tarchiato e fiorente di salute in Genova si
ripete il detto già antico: “Sembra un Caravana”.

L’età fissata per l'ingresso nella Consorzia era di diciannove anni.
“Niuno presumi (dicono gli Statuti) di venir ammesso
nella Caravana, se non sia di Bergamo. Non abbia sofferto condanna, poco
montando le imputazioni, se state prosciolte dal giudice.
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E difatti i Magistrati poco potevano contro queste leggi severe , ma
giuste della Compagnia. Esempio il fatto accaduto nel 1389 mentre Genova
era sotto il governo del Duca di Milano. Due Caravana espulsi dalla
corporazione per debiti contratti con negozianti , ricorsero al Duca
Gian Galeazzo ed ottennero la riammissione. Ma il Consiglio degli
Anziani vindice dei diritti genovesi, recisamente deliberò non
esser luogo alla riamissione di quei facchini, favoriti dal loro potente
Duce e Signore, poiché non sia lecito al potere politico di immischiarsi
nei privilegi della Caravana, che in regolare congrega espulsi li avea.
Saggie norme proseguono a regolare le funzioni della Congregazione nella
cappella che la Caravana possiede a S. M. del Carmine, nella
distribuzione delle cere alla festa di Febbraio, a riguardo
dell'accensione d'un pubblico fanale in tempo di notte davanti alla
effigie della Madonna in piazza di Banchi tanto per l'amor divino,
quanto per la salvaguardia dei Banchi contro i ladri, poiché è
da sapersi, che a quei tempi, di notte, la città restava al buio
completo.
Proibite erano ai Caravana le spese superflue, come quella di portare
una cintura d'argento nei giorni festivi; proibito era il giuoco dei
dadi per il quale due eccezioni soltanto si facevano, cioè per le feste
di Natale e di Pasqua. Negli altri giorni festivi era permesso il giuoco
delle carte, ma nei debiti limiti; chi avesse giuocato poi
nei giorni di lavoro dovea assoggettarsi al pagamento d'un bicchiere di
vino ai compagni.
Pene e multe severe colpivano coloro i quali avessero bestemmiato,
insultato i negozianti e fatto a pugni, portato coltelli ed altre armi o
trasgredito ai doveri imposti dagli Statuti, nei quali non mancava il
seguente capitolo: Quelli che percuoteranno i Consoli per motivi
di condanne sieno sospesi per un mese colla pena di soldi 30, ove poi
avessero usato armi, sassi, legni la suspensione sia di 6 mesi oltre la
punizione pecuniaria. Era inoltre severamente proibito portar
saccoccie negli scossali durante i giorni di lavoro e vietato in
qualsiasi modo appropriarsi merce e robba altrui.
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Seguendo queste norme nella Compagnia trionfava la moralità, per cui
alla stessa veniva assicurata l'esistenza. Era una istituzione soda,
vigorosa, atta a svolgere le modeste, ma austere virtù popolari. I soci
fatti per tempo famigliari alle idee gravi, esercitavano fortemente
l'anima e il corpo e mantenendosi incorrotti nella prosperità si
rendevano capaci a resistere ad ogni infortunio.
II socio era aiutato nella vecchiaia e nelle malattie, e quando moriva,
veniva accompagnato alla sepoltura dalla Caravana, la quale tutelava le
vedove e gli orfani. Sin dalle origini la Consorzia avea a sua
disposizione l'ospedale sito nella via della Maddalena, e per far fronte
alle spese i Caravana erano obbligati a rilasciare un lieve tributo. A
questo modo la Consorteria concretava il santo principio della
previdenza e del mutuo soccorso.
Leggendo la storia della Compagnia, s'affaccia al pensiero delineato
come in un quadro bellissimo il nostro Porto.
Sullo specchio acqueo, squadre di navigli che toccati i Porti dell' Asia
e dell' Africa, percorsi i mari del Nord, sbarcano sui ponti le ricche
merci dell' Oriente , della Spagna, dell'Inghilterra. Sulle tolde gruppi
di marinai intrepidi vincitori degli ostacoli della natura e vincitori
degli ostacoli perversi degli uomini.
Più innanzi, tra il martellar dei colpi delle picche, squadre di robusti
lavoratori che dallo spuntar del giorno al tramonto del sole, sono
intenti ad uno scopo comune: lavorare, lavorare sempre, sfidando le
intemperie pur di vincere e giovare il meraviglioso espandersi della
ligure navigazione dei genovesi commerci. Oh, Caravani, la patria vi
saluta, vi saluta quali intrepide avanguardie del progresso umano, della
civiltà moderna , della moderna gloria italiana! Ben vi compresero gli
Anziani, i Padri del Comune, i Magistrati della Serenissima, quando agli
antichi privilegi per voi ne aggiunsero dei nuovi, nel 1560-69-83-84.
Ben vi compresero nel 1630, quando a vostra tutela minacciarono per
pubblico bando, a suon di corno, tratti di corda a chi avesse, osato
subentrare a voi nel lavoro assiduo e tanto apprezzato, a chi avesse
osato entrare nel Portofranco, per arrogarsi ciò che a voi solo
meritamente competeva. 9
L'operosità della Caravana vinse la rivoluzione, vinse l'audacia
Napoleonica, ebbe attestato di simpatia da Carlo Felice, ebbe la
benedizione ed il plauso da Pio VII, la considerazione di Cavour,
l'approvazione del Parlamento, che per essa sanzionò conservazione,
statuti ed immunità. Premio adeguato a chi, oltre alle benemerenze verso
il lavoro, altre benemerenze acquistossi e nei momenti difficili per la
patria comune, quando ad esempio nel 1746 l'invasione austriaca
minacciava la ligure libertà, per la quale i Caravani trascinando i
cannoni sull' erta di Pietra Minuta, cooperarono validamente a scacciare
il nemico; quando nel 1848 custodirono il tesoro della Banca Nazionale.
Sia di lieto auspicio alla vostra bandiera l' inaugurazione in questo
edifizio , creato da quel Banco famoso, da cui la Carovana ebbe vita.
Sia di lieto auspicio questo monumento le cui mura ripetono la storia
della beneficenza pubblica, testimoniata da questa popolazione di
statue, dei trovati economici dei Genovesi e di quella politica
coloniale, che stupì il Macchiavelli.
Voi, o Console, certo non avrete dimenticato, cortese come siete, quel
mattino del Settembre 1892, quando durante il giubileo colombiano,
Margherita di Savoia, Regina d'Italia, nella sua augusta visita a queste
mura, stringendovi la destra bene augurò della Carovana di cui siete
Capo degnissimo.
[Applausi]
E l'augurio regale torni sovente alla memoria, e come il sorriso della
Sovrana, allieti le anime di tutti i lavoratori. Sia sorriso di speranza
nello avvenire, il quale certo sarà splendido più ancora del passato,
perché grandi destini si preparano alla Capitale commerciale d'Italia.
Alteri delle antiche norme tuttora serbate con affetto di figli amorosi,
fedeli alle famigliari tradizioni , non dimenticate la scuola di quei
venerandi Caravani che vi hanno preceduto nel lavoro e le cui aperte
fisionomie si presentano al mio pensiero come cara visione di tempi
dell'adolescenza. Essi educarono una forte generazione di cui è gloria
un Principe della Chiesa; essi educarono all'arte gentili artisti, la
cui fama resterà quale vanto della scultura genovese: Scanzi e Rota.
Essi educarono probi ed intraprendenti negozianti; essi ebbero il cuore
aperto ai nobili ideali di Religione, Famiglia e Patria. Sieno questi il
motto della vostra bandiera.
Avanti il commercio genovese! Avanti S. Giorgio!
Dopo il discorso, interrotto spesso da calorosi battimani, prese la
parola il Sindaco. Ecco ciò che egli disse:
SIGNORI!
Una istituzione che attraversa i secoli mantenendosi ferma
nell’osservanza delle norme dettate da chi la fondava, merita tutta
l'ammirazione e l'incoraggiamento, perché ciò significa chiaramente che
essa risponde allo scopo per cui venne istituita.
La storia della Compagnia dei Caravana è una bella pagina della gloria
genovese e venne bellamente tratteggiata dall'egregio oratore e storico
Luigi Augusto Cervetto.
Evocandola, si affaccia al pensiero la potenza di Genova in tutto il suo
splendore e sfilano dinanzi alla fantasia i marinai della Superba
celebri in tutto il mondo, le navi reduci dai porti della Sicilia,
dell'Arabia, della Libia, dell'Africa, dell'Oriente, della Spagna,
onuste di quelle merci dal cui movimento sulle calate del porto traggono
energia quegli uomini che, affratellati nella mutua assistenza, sono
riscaldati da una grande passione: il lavoro.
La libertà ed il vero spirito dell' antica Roma, continuando in tutto il
loro vigore nella Regina del Mediterraneo, danno forza all'Associazione
che pervenne a noi esempio bellissimo di quei tempi in cui i Grandi
Comuni Italiani, sancendo la libertà personale, emanciparono pure il
lavoro, seguendo in ciò un altissimo sentimento civile e morale, sul
quale s’imperna ogni umano progresso.
Caduto il Banco famoso per la cui opera il Portofranco ebbe vita, con i
suoi quartieri, con i suoi regolamenti a cui in seguito s’inspirarono
gli Inglesi e gli Olandesi, restò la Corporazione, le cui tradizioni di
esemplare fidatezza, d’onorata rinomanza parvero così buone alla mente
di Camillo Cavour che Egli, presentando nel 1857 la legge per
l’abolizione delle corporazioni privilegiate, si compiacque far
eccezione per la Caravana.
La moralità della Compagnia, la disciplina rispondente a pieno alle
esigenze del commercio s’imposero al Legislatore, al Parlamento, al
Governo, cosicché essa, sapientemente adattata ai tempi nuovi,
regolarmente retta su norme pressoché eguali agli Statuti del 1340,
continua a fiorire di rigogliosa vita.
Operosità, Fratellanza, Patriottismo: ecco gli ideali della Caravana:
ideali sublimi pei quali si avvantaggia il commercio, che è tanta parte
della prosperità nazionale, si forma la prosperità economica della
famiglia, ha sollievo la sventura.
Durante le guerre dell’Indipendenza, in luttuose evenienze di sventure
nazionali si ebbero splendide prove come la Caravana abbia sempre con
islancio risposto alla voce del dovere, all’appello della carità.
Ai sussidi offerti nelle contingenze della guerra del 1850 seguirono nel
1860, nel 1866 i sussidi ai feriti ed alle famiglie povere dei caduti
per la causa italiana , e vennero poscia i soccorsi ai danneggiati delle
inondazioni di Roma nel 1871, del Veneto nel 1882, ai danneggiati dai
Terremoti di Casamicciola nel 1883, di Liguria nel 1887. Non vi è, può
dirsi, in Genova Istituto pio il quale non abbia ottenuto oblazioni e
soccorsi dalla Caravana degna in tutto di questa Città esemplarmente
operosa.
Il glorioso passato di questa benemerita Corporazione è arra del suo
brillante avvenire e dal Vessillo di San Giorgio che oggi la Compagnia
inaugura in questa sede gloriosa dei nostri padri mi sia lecito trarre
l’augurio sincero della cittadinanza genovese, della civica
Magistratura, di prospere sorti per tale Compagnia, perché colla
moralità e colla disciplina che la informa, diretta come fu sempre da
uomini onesti ed imparziali, possa rispondere agli alti ideali di
operosità, di fratellanza , di patriottismo che per tanti secoli la
resero onorata e rispettata.
Dopo il Sindaco, che fu sua volta vivamente applaudito, parlò il
Prefetto. Fu breve, semplice e nello stesso tempo eloquente. Egli
compendiò il suo applaudito pensiero, esortando i Caravana ad amare
sempre, ad esser sempre fedeli alla loro bandiera. Beneditela, egli
disse, perché essa riunisce nei suoi simboli ciò che deve essere
l'orgoglio dell'uomo lavoratore. Onesti simboli sono: Fede, Libertà,
Patria, Ordine, Operosità e Fratellanza. Questi affetti conservarono i
Caravana, che vi hanno preceduto; essi rappresentano il glorioso passato
della Compagnia; essi dicono che così debbono essere le aspirazioni
vostre nell’avvenire.
Con questo augurio la festa ebbe termine. Essa lasciò nell’animo di
quanti parteciparono alla stessa la più gradita impressione. Ma più di
tutti eran lieti i Caravana, erano liete le loro famiglie, comprese
com’erano di quella schietta gioia che nasce dalla soddisfazione di
contribuire con l’onestà della vita al bene comune, al vantaggio ed
all'onore della patria.
Nel pomeriggio della stessa Domenica , il Console G.B. Casareto,
Gerione, assieme ai Capi Squadra Aggiunti: Giovanni Guaguino
Avito — Giuseppe Venzano, Isidoro — Emanuele
Piano, Belfiore — Antonio Salvi, Rubens, ai
Capi Squadra Speciali: Michele Profumo, Pompeo — G.B.
Pozzo, Nerbuto — Antonio Vallebona, Camillo
— Antonio Bacigalupo, Eligio — Giuseppe Gatto,
Quarto — Gaetano Roncaglielo, Quitino — Angelo
Ceroni, Quirico — Giacomo Marabotto, Gregorio,
ed agli Esattori: Natale Bonzi, Zaffardi — Luigi Acerbis,
Aurelio — Giuseppe Conte, Claudio — Domenico
Bardi, Colombo — Domenico Cambiaso, Dolcedo
— Giacomo Facco, Epifanio; adunandosi a pranzo nel
Ristorante Righi, convitarono l'egregio Autore del Gonfalone Prof.
Clemente Perosio, il Prof. Giovanni Scanzi, gli Avv. Brusco e Vassallo,
L. A. Cervetto e i rappresentanti dei giornali genovesi. Il geniale
banchetto fu allietato sul finire da cordialissimi brindisi. Il primo fu
quello dell'Avv. Enrico Brusco. Intimo da lunghi anni del Console G. B.
Casareto, egli, non solo salutò nell'amico suo Gerione, l'attivo e
benemerito capo della Compagnia dei Caravana, ma il valoroso cittadino,
che portò il contributo del suo braccio all’unificazione della patria.
All'applaudito brindisi dell'Avv. Brusco altri ne seguirono e tra essi
quello del Prof. Negrini del Corriere Mercantile, il quale a nome
della stampa cittadina fece auguri fervidissimi per la Compagnia, e
l’altro del Caravana Belfiore, che a nome dei compagni
ebbe cordiali parole di ringraziamento.
La simpatica riunione, come notò il Caffaro, « ebbe questo di
speciale e di buono, che ogni convenzionalità ne fu bandita fino alla
fine, restandole il carattere unicamente famigliare che la rese bella,
indimenticabile per quanti ebbero la sorte di partecipare alla stessa ».
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L'INAUGURAZIONE DEL QUADRO
CONTENENTE
I RITRATTI DI FIGLI DI CARAVANA
CHE SI SEGNALARONO PER DIGNITÀ ED
INGEGNO
Questa Festa inaugurale effettuossi la Domenica 30 Settembre 1900.
Trattandosi di cerimonia che avea carattere quasi famigliare, venne
prescelta la sala destinata ad Ufficio dei Caravana e sita nello stesso
palazzo San Giorgio. Essa si compiè a mezzogiorno. Di fronte all’'
ingresso sorgeva il banco presidenziale al quale sedettero il Console
Casareto, i Professori Giovanni Scanzi ed Antonio Rota, il negoziante
Ghisalberti, L. A. Cervetto ed i rappresentanti della Stampa cittadina ,
tra i quali Luigi Arnaldo Vassallo (Gandolin), l'arguto Direttore
del Secolo XIX. Da un lato era il bellissimo labaro della Compagnia, e
di fronte a questo il quadro da inaugurarsi. Facevano corona
all’elegante tavola presidenziale i Caravana Capi Squadra Aggiunti:
Giovanni Guagnino, Avito — Giuseppe Venzano, Isidoro
— Emanuele Piano, Belfiore — Antonio Salvi, Rubens
— Domenico Bardi, Colombo — Giuseppe Bottaro,
Ludovico — Pietro Cambiaso, Dolcedo — Giuseppe
Conte, Claudio — Natale Bonzi, Zaffardi —
Acerbis Luigi, Aurelio — i Capi Squadra Speciali: Michele
Profumo, Pompeo — Antonio Vallebona, Camillo
— I.uigi Bacigalupo, Eligio — Giuseppe Gatto, Quarto
— G. B. Pozzo, Nerbuto — Giacomo Marabotto , Quirico
— Gaetano Roncagliolo, Quintino — Gli scritturali: Boero
Bartolomeo, Castore — Agostino Dagnino, Dorindo
— G. B. Dagnino, Gentile — Andrea Rondanina, Salvato
— Luigi Canepa, Visconti — Michele Badino, Pietro
— G. B. Parodi, Rapido — I cantinieri : Luigi Torre,
Enea — Giovanni Grigis, Sincero — G. B. Rizzo,
Fausto — il Caravana di servizio Giuseppe Carpi,
Giugurta.
Il quadro, di belle proporzioni, ebbe lodi unanimi. Tra un trionfo di
fiori disposti a ciuffi. ed a volute ghiribizzose e genialissime, ideate
e dipinte con straordinaria maestria da quel fine e delicato artista che
è il Prof, Cav. Edoardo Calderaia, il quale possiede il segreto di
riprodurre i fiori o presentarli come se fossero veri, si staccano
cinque riuscitissime fotografie eseguite dallo stabilimento Rossi, e
rappresentanti, quella nel mezzo, le sembianze del Cardinale Girolamo
Gotti, figlio del Caravana Canuto; le altre ai lati i
ritratti del Prof. Griovanni Scanzi, figlio dei Caravana Leonardo,
del prof. Antonio Rota, figlio del Caravana Abele,
dell'Avvocato Pietro Pignoni, figlio del Caravana Rotondo,
del negoziante Ghisalberti, figlio del Caravana Silvio.
Il Console G. B. Casareto iniziò la Festa con il seguente nobile
discorso, che fu ripetutamente applaudito :
SIGNORI,
Concedete che io vi rivolga a nome della Compagnia dei Caravana vivi
ringraziamenti per aver accettato con squisita cortesia l'invito di
intervenire, e, col vostro intervento, onorare questa nostra intima
cerimonia, modesta, ma non meno solenne, come quella che mira a
tributare onoranza a coloro che figli di Caravana seppero per virtù
propria elevarsi ai più eccelsi gradi sociali di modo che per atto loro
si riflette nella nostra Compagnia così luminoso raggio d'incontestata
rispettabilità.
Ad un alto ideale s’ispira la Compagnia nel porgere questo tributo
d'onoranza, che spero gradito a coloro cui è rivolto, sebbene chi lo
porge sia una semplice associazione di lavoratori; ma alla stessa
idealità ispirandosi essa crede riguardoso rivolgere un pensiero a quei
vecchi Caravana, la cui vita fu tutto un esempio di virtù, di sacrifici
incontrati per il bene delle loro famiglie.
È doveroso ricordare quelle figure di onesti lavoratori, che, dopo
trascorso il giorno in faticosi lavori, al rientrare nel seno delle loro
amate famiglie, anziché confortare il meritato riposo con oneste
soddisfazioni, seppero di queste privarsi, e coi sudati risparmi
procurare ai figli i mezzi di assurgere nel cammino della vita a mete
alte e gloriose.
Onoriamo dunque i figli, che, coll’'energia di fermi propositi, coll’assiduità
degli studi, si resero ben degni e nello stesso tempo ricordiamo a
titolo d’elogio i loro genitori e quindi all’atto d'onoranza ai primi,
associando un attestato di benemerenza pei secondi, plaudiamo ad
entrambi, poiché tutti, sebbene per ragioni diverse hanno meritato del
civil consorzio.
Invitato dal Console prese quindi la parola L. A. Corvetto e disse :
SIGNORI,
Fu nobile il pensiero che suggerì questa bella adunanza. Solo il cuore
educato ai famigliari affetti poteva suscitare nella mente l’idea
nobilissima di conservare in mezzo a voi, in grazia del magistero
dell'arte, le sembianze d’illustri ingegni, che sono e saranno sempre
una fulgida gloria della Caravana. Lo ha detto pocanzi il vostro
degnissimo Console, con questa festa famigliare la Compagnia vostra
vuole nei figli onorare l'onestà, la probità ed il lavoro di quegli
uomini, che furon vanto dell'associazione e si resero benemeriti della
patria.
Ah! io vedo col pensiero quelle maschie figure qui convenute da ogni
parte delle valli Brembana ed Imagna, dalla vecchia Brembilla, le vedo
cercar nella pace del lavoro l'oblio delle lotte, dei pericoli, dei
tumulti, sofferti tra i verdi recessi dei monti nativi, le vedo elevarsi
dalle difficoltà e dagli ostacoli naturali e trionfare. Una stessa
passione le agita, le possiede: la santa passione della famiglia. Alla
vita frugale e laboriosa non possono mancare le prospere condizioni: Qui
da noi, nel magno porto dell’ alma Regina del mare non manca lavoro e
pane all’'uomo di buona volontà. Questo intesero fin dal 1340 i Cara
vana; adrappellandosi, formando l'Associazione, diedero impulso a quel
sentimento di libertà e di eguaglianza civile, che s'innestò alle
tradizioni della Compagnia e rimase nei costumi degli ascritti per guisa
che ai tempi nostri, in mezzo alle utopie che agitano la classe operaia
pasciuta di folli speranze, noi possiamo mostrare con orgoglio, come
prodotto di quell’epoca memorabile, la Caravana, che resistendo a tutte
le vicende, mostrasi come l’unica soluzione pratica non imposta da
leggi, non escogitata da filosofi, ma escogitata dal buon senso di
quegli uomini laboriosi e pratici che aveano saputo risolvere l’eterna
questione del capitale e del lavoro.
Sfogliando i Capitoli, ossia Statuti della Compagnia io trovo il segreto
che diè luogo al benessere ed alla vita lunga, intemerata della stessa:
- Saranno puniti severamente et con multe li Caravani che
bestemieranno il nome di Dio, della Madonna et dei Santi.
11
- Così andranno incontro a punizioni coloro i quali senza giusta
scusa non interverranno alle funzioni della Compagnia nella chiesa del
Carmine.
Altri potrà sorridere all’idea di questi pensieri cristiani in uomini
volti ai lavori mercantili; ma io, ricordando come fossero credenti i
vostri antenati, seguo l’insegnamento della storia, la quale ben
registra, come conduca a rovina una sete di lucro, che non si temperi,
non si legittimi, non si purifichi nelle auree salubri della fede.
Altri esempi serbano gli Statuti: Saranno multati, dicono
essi, quei Caravana i quali insulteranno i negozianti. La
saggia norma era prescritta mediante, giuramento ad Evangelia
sancta Dei, ed a questo giuramento tenevano anche a prezzo di
sangue. Ecco perché tra quei legislatori, generali, capitani di flotte,
che in pari tempo erano navigatori, mercanti di pepe, di zucchero, di
noce moscata, si strinse con i Caravana quell’indissolubile colleganza,
che diede impulso alla potenza marinara di Genova celebrata per i suoi
marinai noti in tutto il mondo, di Genova al cui porto affluiscono navi
d’ogni maniera e d’ogni regione.
Altre norme ancora recano gli Statuti:
- Saranno puniti i Caravana i quali porteranno coreggie d’argento,
nasconderanno merci nelle saccocie degli scossali, faranno a pugni,
insulteranno compagni o giuocheranno a dadi od a carte.12
Paiono norme severe, ma a quella rude scuola si formavano i caratteri,
per cui la fortezza degli animi era sempre maggiore alle sventure.
Grande era in quegli uomini la virtù de! sopportare, per cui crescevano
nei figli i caratteri fermi, fieri, tenaci, vincitori d’ostacoli.
Anche l’igiene avea tra questi lavoratori, saggie norme. Preferivano
essi abitare le alture dove l’aria salubre ricordava a quegli
intraprendenti la bellezza , la pace , il benessere delle convalli
native. Dalle erte di Carbonara, dove i Caravana scelsero il primo
soggiorno, si diramarono per le altre pendici da cui Genova s’incorona;
e le località di Castelletto, di Sant’Anna, di San Bernardino, di San
Bartolomeo, di Multedo , fino allo Zerbino e poi a Montesano accolsero
le tranquille famiglie, nel cui seno i buoni lavoratori aveano il più
dolce compenso: la compagnia della moglie e dei figli.
Ahi pacifiche case che l’edilizia va trasformando, ed anche demolendo,
io vi ricordo ancora e non senza rimpianto. Come era serena la calma che
in voi regnava, come soavi scorrevano tra le pareti vostre le dolci
solennità religiose, patrie e famigliari! Ogni gioia, ogni sventura
aveva in voi una eco potente. Era la guerra che travagliava la patria?
Tra il focolare domestico si accendeva quell’amore che fruttava a Genova
la scacciata degli Austriaci, che fruttava all’Italia le vittorie della
patria indipendenza.
Come tornò caro alle vostre famiglie quel giorno in cui il capo di casa
venne ed annunziò: Oggi la Compagnia nostra ha contribuito e largamente
alla sottoscrizione aperta per offrire in dono una corona a Vittorio
Emanuele II! Come giunse giulivo 1' annunzio che il Re galantuomo
ricevendo l’aurea corona disse: “ È la mia preferita perché fatta dall’
amore del popolo!”
Come fu bello quel giorno in cui il capo di famiglia giunse a casa
dicendo: Oggi la Carovana ha sottoscritto per l'impresa di Sicilia!
E chi delle famiglie vostre non si commosse all’udire dei soccorsi dalla
Compagnia distribuiti alle vittime del colera, alle vittime dei funesti
terremoti di Liguria, di Casamicciola, di Calabria? Si aprono Asili
infantili e la Compagnia concorre: si iniziano Missioni nell’Eritrea e
la Carovana contribuisce. E chi non si commuoverà al pietoso ricordo di
quel pensiero che anima la vostra associazione verso gl’infermi degli
Ospedali ? Antica e sempre nuova è per voi la consuetudine di offrire
ogni anno nelle solenni circostanze una somma ai poveri infermi
languenti nelle case del dolore perché vengano loro distribuiti dolci e
frutta e vino generoso!
Parlano dei vostri e di voi le opere di beneficenza! Parlano dei vostri
e di voi i Monumenti!
Non vi è chiesa, oratorio od ospizio nelle valli Brembana, Imagna e
Brembilla che non ricordi i nomi degli ascritti alla Compagnia dei
Carovana. Quei vecchi, quasi rondini dal desìo chiamate, ritornando a
vedere il paesello, cara sede degli avi, recavano da Genova in patria e
dipinti e scolture e danari per abbellire, mercé i risparmi del lungo
lavoro, i templi della divinità tutelare. Così per opera dei Rota o dei
Zignone sorgevano gli oratorii di Piazzolino e di Piazzo. Per opera dei
Sonzogno la chiesa di Fuipiano acquistava un pregevole quadro
dell'Annunziata, mentre per cura dei Carminati, nel 1600, la chiesa di
S. Giambattista di Brembilla si abbelliva d'un quadro della Madonna del
Rosario e di un altro esprimente San Carlo, dipinto il primo dal pittore
Bernardo Castello, il secondo da Luciano Borzone, nostri genovesi. Così
del genovese Paggi acquistava per opera dei vostri un quadro della
Visitazione la chiesa di Bracca su quel di Zogno.
Parlando di Ghisalba, uno scrittore I.ombardo non arrivava a comprendere
come in un piccolo villaggio scaduto, privo di case signorili si fosse
potuto edificare quel famoso tempio rotondo di 14 metri di diametro,
onore dell'architetto Gagnola e che costò un mezzo milione. « L'avrebbe
spiegato, osserva Cesare Cantù, dalla vita particolare dei facchini di
colà, che avendo privilegio nei Porti, e mandando le mogli sempre a
partorire in paese, fecero la gran ricchezza dello stesso ».
13
Parlan di voi i Monumenti, e sopratutto parla con eloquenza questo
storico edifizio, che oggi a lieta festa ci accoglie. Quando
minacciavasi la parziale distruzione di queste mura. voi, ottimi amici,
insorgeste e, facendo eco alla voce nostra, alla voce di quanti amano le
glorie genovesi votaste consci del dovere, che incombe ad ogni
ordine di cittadini d’intendere al decoro della patria. Votaste:
rammentando quanta gloria cittadina favelli dalle mura del palazzo, già
testimonio del patriottismo più ardente, d’intemerata probità ed
illuminata beneficenza.
I cittadini, dei cui simulacri si abbellano le mura del gran salone e
degli atrii, furon protettori ed amici degli antenati vostri. Essi
ammiravano nei Caravana del loro tempo le prerogative che il Boito
ammirò in voi:
« Bella gente, degna di qualche strofa dell’ode che il Carducci promise
intorno a San Giorgio: il collo grosso e la testa non grande, gli occhi
generalmente azzurri ed i cappelli ricciuti, le spalle formidabili e i
muscoli michelangioleschi ».
14
Io rammento d’aver letto con una certa compiacenza in una relazione
manoscritta concernente la venuta in Genova nel 1589 della Duchessa di
Lorena, sposa a Ferdinando De Medici Gran Duca di Toscana, un ricordo
della maschia bellezza dei vostri predecessori. Ordinarono i Serenissimi
una bellissima carrega a mano di velluto cremisi et damasco guarnito
similmente d' oro, e portata da quattro camalli della Compagnia dei
Caravana molto belli di faccia, molto grandi et di assai bella
proporzione, et vaghissimamente vestiti di velluto rosso et guarnimento
d'oro. 15
La consuetudine di chiamare i Caravani nelle solenni comparse si ripeté
in più circostanze; così furono i Caravani che trasportarono il
Pontefice Pio VII al solenne Pontificale dell’Annunciata nel Maggio del
1815.
Furono i Caravani che comparirono a testa nella celebre passeggiata
storica del giubileo Colombiano.
Ma perdonate se io vado perdendomi in digressioni; dovrei venire agli
esempi e dire che le belle piante han dato splendidi frutti. Non vi fu,
si può dire, ascritto alla Carovana che in famiglia non abbia avuto
delle glorie.
Riandando le carte del Magistrato dei Padri del Comune, alla cui
giurisdizione erano soggette le arti, trovo sovente i nomi dei vostri
antenati, dei vostri predecessori, ed è bello vedere come pel corso dei
secoli dal 1400 ai tempi nostri, di padre in figlio, d’avo in nipote ,
le maschie prosapie abbiano tenuto fede alla Carovana, con quell’affetto
che il cuor gentile suscita per la famiglia. Non per questo i buoni
lavoratori lasciarono di provvedere al miglioramento della prole; così
mentre per lo più curavasi che il primogenito fosse ascritto alla
Compagnia, lasciavasi agli altri figliuoli campo libero per esercitare
altre arti, altri mestieri. A questo modo non pochi figliuoli di
Caravana poterono elevarsi ad invidiabile posizione, specie nel
commercio, e divennero quindi negozianti del Portofranco: i Gervasoni, i
Conti, i Gamba, i Palazzi, i Carminati ecc.
Dei Carminati i figliuoli di Pantaleo: Pier Antonio, Giuseppe e Simone
fondarono una casa di commercio che nel 1600 divenne una delle
principali. Pier Antonio, fatto ricco, volle partecipi delle gioie della
sua casa gli uomini d’ingegno che allora fiorivano nella nostra città
nel campo delle arti e delle scienze. Ebbe, tra gli altri, amicissimo
Gabriello Chiabrera, che appunto lo ricorda nella prima parte delle sue
rime.
Ma di questi esempi basti per ora; il dovere impone vengano ricordati
quelli che il presente onora.
M’inchino dunque alla figura di quell’insigne che la Chiesa novera tra i
suoi Principi, al Cardinale Gotti.
Non lieta fu la sorte che spinse in Genova da valle Brembilla gli
antenati suoi, che già nel 1656 figuravano nella Matricola della
Compagnia. 16
Dipendeva quella valle, figliale della Brembana, dalla Repubblica
Veneta, e mostrandosi quegli abitanti riottosi alla dominazione del
Leone di S. Marco, il Senato, chiamati con un pretesto i capi a Venezia
ed avutili nelle mani, impose che tutta la popolazione sgombrasse fra
tre giorni colla robba, pena la vita. Ciò ottenuto, fece incendiare
tutte le case, diroccare i luoghi fortificati e disperse gli abitanti,
che ripararono nel Bergamasco ed altrove. I venuti tra noi tornarono in
seguito ad Ubiale per goder del diritto concesso ai Caravana di servire
nel Porto di Genova a condizione fossero nativi delle valli bergamasche
e fu precisamente ad Ubiale che nel 1804 nacque Filippo Grotti ascritto
alla Compagnia nel 1828 ricevendo il nome di guerra Canuto. (Egli avea
scelto abitazione in salita San Girolamo, e là, in modesta casa sorgente
in quel tratto d'ascesa che fiancheghia Via Caffaro, venne alla luce
Gerolamo, che la Chiesa dovea ascrivere tra i Cardinali.) Pronto
d'ingegno, entrato nell'Ordine Carmelitano, assunte dignità, amò
alternare alla vita ritirata del Cenobio, quella utile d'insegnante e,
matematico di vaglia, divenne nella scuola di marina professore d’una
falange d’uomini arditi e fieri, che nella Marina Regia e Mercantile
onorano la patria italiana.
La Chiesa volgeva sull'uomo eminente i suoi sguardi e scioglievalo quale
suo Internunzio al Brasile, dove l’opera sua, riuscendo confacente ai
desiderii della Santa Sede, fruttavagli quegli onori che tornarono a
gloria di Genova. Lo spirito umile, franco e mite, restò sereno
nell'animo dell'uomo elevato a tanto onore; e piacevole mi parve il
racconto di capitan Morteo, che recando in patria dall’America, sul
piroscafo di cui era comandante, il Prelato illustre, del quale alla
scuola di Marina era stato discepolo, chiesto dallo stesso quale ricordo
desiderava, rispose : Maestro, quando sarete a capo della barca di San
Pietro, come marinaio mi chiamerete in Vaticano. Il Gotti rispose con un
bacio e con un abbraccio al complimento: “Sangue di Caravana non
mentisce”.
No, non smentì egli la condizione dei suoi vecchi, che. ricevendo
l’omaggio d'una deputazione della Compagnia. disse giubilante: “Oh, i
compagni di mio padre! quanto godo di poterli salutare e benedire in
essi la Carovana benemerita del lavoro che nobilita l’uomo”. “Sangue di
Caravana non mentisce”.
Oh, non mentisce! Non mentì in voi, amici carissimi, figli
dell’Accademia Ligustica , professori illustri, decoro dell'arte e della
patria , Scanzi17 e Rota.
Quella poesia soave che quei venerandi Caravani, quali furono e Leonardo
ed Abele, suscitarono in voi tra la pace delle pareti domestiche rifulse
in voi, nelle opere vostre. Nelle opere vostre, in cui c’è quel
sentimento nobile ed elevato, che fu nei loro cuori. Voi nelle forme
delle opere scultorie serbaste bella la significazione alta e nobile,
come un'anima che alla loro anima si accordi ; accordo di soavità, di
meditazione, d’energia, di trionfo. Altri artefici obbediranno alle
lusinghe dell’arte e cadranno tra ridicoli artifizi, voi assurgeste a quell’arte bella che lascia nell' anima una impressione nobile, sincera,
profonda.
Il ricordo dei Carminati non suoni invano oggi dinanzi al vostro
ritratto, o benemerito negoziante Luigi Ghisalberti. Il Caravana Silvio
ha dato al commercio un negoziante degno erede di quelli, i quali
traendo dalla
Sicilia, dall’America, dal Marocco, da Cipro, Damasco zucchero, pepe,
canella , galenga, davano luogo al sorgere del Deposito Franco. I vostri
antenati con i modesti risparmi han dato lustro al paese dove avean
tolto e nascita e nome.
All'amico Zignoni sia gloria il nome paterno. Amico del buon Rotondo, e
quindi amico del padre e del figlio, saluto nel giovane legale un
continuatore di quei begli esempi, che diede la sua casata. Basti
ricordare quel Vitale Zignoni, che, lasciato giovanetto il natìo paese
ed entrato tra i valorosi scelti da Francesco Gonzaga, combattendo
contro Carlo VIII di Francia, riportò in patria qual trofeo una spina
della corona di Cristo, e ottenendo in premio dalla Repubblica Veneta,
pel suo valore, una pensione annua, volse questa a benefizio della terra
nativa.
Dopo questo lasciate che altri gridi agli spostati. Se tra i figli
vostri scorgete inclinazioni nobili, che possano condurre ai trionfi
delle lettere, della religione, dell'arte, della scienza, del commercio,
della navigazione, glorie nostre, secondatele perché : Sangue di
Caravana non mentisce.
Dopo questo discorso, il prof. Giovanni Scanzi, anche a nome degli altri
onorati, ringrazia degli onori ricevuti. Egli si dice ben lieto che
venga ricordato il nome del suo ottimo padre, il Caravana Leonardo.
Rievoca con parole semplici e schiette i giorni della sua fanciullezza,
quando di ritorno dalle lezioni alle Scuole Pie , andava a salutare il
genitore nel Camerotto del palazzo San Giorgio e questi lo ammoniva, lo
esortava a tornare a casa. Questi famigliari accenni al padre, al quale
l’illustre scultore aggiungeva dover tutto quello che ha fatto per
l'arte, commovevano tutti i presenti e suscitavano il plauso generale.
A questa adunanza seguì, alla sera, un banchetto al Righi, al quale
parteciparono con il Console , i Caravana sopra nominati, il procuratore
Vassallo, il prof. Antonio Rota. il sig. Ghisalberti, L. A. Cervetto e i
rappresentanti della stampa. Questo pranzo riuscì un epilogo degno e
geniale della semplice ed indimenticabile festa, e come disse il Caffaro:
“Fu un paio d’ore trascorse nella più espansiva e fraterna cordialità.
Lo spirito sempre alto ed ammirabile di cameratismo che accomuna da
tanti secoli i Caravana ebbe nella riunione d’ieri la significazione più
eloquente. L’espressione più sincera ed intima”.
18
Brindarono con serena spontaneità il Console Gerione, il prof. Antonio
Rota, L. A. Cervetto, il Caravana Benevolo ed a nome dei pubblicisti il
prof. Negrini che, con fiorita eloquenza, ebbe felicissime espressioni
verso la Compagnia.
Avendo al mattino la Compagnia, dietro proposta del Console G. B.
Casareto, deliberato d’inviare a Roma un telegramma d’omaggio a Sua Em.
il Cardinale Gotti, questi fece pervenire il giorno dopo al Console il
telegramma seguente:
Sig. GERIONE - Palazzo S. Giorgio.
Perché assente da casa, ricevo suo telegramma in ritardo. Ringrazio Lei
ed onorata Compagnia Caravana, gradite espressioni, auguro ogni
prosperità a Lei e a tutti i Soci.
Cardinale GOTTI
NOTE STORICHE
L' ISTITUZIONE DELLA COMPAGNIA.
In qual modo sorse in Genova la Compagnia dei Carovana non è detto da
alcun documento; ma se si riflette alla data della sua istituzione, che,
come ricordano gli Statuti della Compagnia, fu il 1340, se ne arguisce
la ragione. Ed ecco come.
Fin dall'anno precedente (1339) si era compiuta nella nostra città una
profonda mutazione di governo. Abolita quella specie di carica
tribunizia, che si disse dello Abate del Popolo, scacciati i nobili, che
erano allora anche mercanti ed armatori, dai pubblici uffizi, dalle
cariche di Stato, era stato eletto tumultuariamente dal popolo Doge e
Signore della Repubblica genovese Simon Boccanegra.
« Noi vogliamo che tu sii solo in cima a tutti e governi! » Così a
sazietà gli avea detto, gli avea gridato la plebe; e un regolare
Parlamento confermandolo con autorità principesca a vita, decretava che
lo stato dovesse reggersi a popolo.
Questo fatto, che ha qualche analogia con altri che si stanno
presentemente svolgendo nella città e nel porto, avea recato vivo
fermento; Genova, per dirla con le frasi dell'Annalista Giustiniani, si
manifestava a più indizii « languida e ammalata »19
I cittadini rumoreggiavano; il popolo, fatto ardito della vittoria,
mostravasi insofferente di freno, e gli artigiani, la classe lavoratrice
per quanto non proclamasse lo sciopero generale, perché allora il
vocabolo non era ancora di moda, abbandonava il lavoro per far dispetto
ai magnati, ai patrizii venuti in uggia alla plebe come sfruttatori.
Davanti all'atteggiamento ostile, ecco sorgere la Compagnia dei
Caravana, formata non già dei facchini nativi di Genova, del contado e
delle riviere, ma, composta di robusti lavoratori spettanti alla
Lombardia. Chi non vede nel sorgere di questa aggregazione d’uomini
associati in un intento comune: il lavoro sulle calate del porto; una
specie di lega organizzata con tutta probabilità dalla classe dei nobili
mercanti, i quali vogliono rimaner liberi, non vogliono piegare alle
imposizioni altrui ?
A questo modo la Compagnia prende piede, mette salde radici e quando la
volubilità del popolo abbandona il Boccanegra, che cerca riparo in
Toscana, ed accoglie in sua vece Giovanni di Murta, uomo grave, modesto,
savio, di buonissimo nome, vero amatore della Repubblica.
20
Essa, fedele ai suoi statuti. al suo ben ordinato programma, va
affermando quella vitalità che attraversa i secoli o tuttora vigoreggia
o trionfa.
IL NOME DI CARAVANA.
Il nome di Caravana dato alla Compagnia , è, può dirsi, antico quanto la
Compagnia stessa. Esso, in quel
tesoro di rarità, che sono le pergamene del secolo XIV o XV, contenenti
gli statuti e le notizie del Sodalizio,
riscontrasi sotto la data del 14 settembre 1381 in un inventario di
letti posseduti dai Caravana nell'Ospedale
di Santa Maria Maddalena.
21
E perché questo nome?
La risposta è semplice: Esso non è altro che il vocabolo italiano
Carovana derivato dalla parola (carwan) d’origine persiana e che vuol
dire società, sia di mercanti, che di facchini o di
pellegrini ecc. Esso
è ricordato nel più antico ed autorevole libro del mondo, cioè dalla
Bibbia, precisamente là dove si racconta che il giovane Giuseppe figlio
di Giacobbe, fu venduto dai fratelli alla carovana dei viaggiatori
Israeliti venienti con i camelli carichi d’aromi, di droghe ecc. dalla
Siria e diretti all’Egitto.
22
Questa voce i nostri impararon ad usarla nell’Oriente, dove pure la
desunsero i Cavalieri di Malta nella cui storia trovasi continuamente
usata per il corpo dei cavalieri e per gli equipaggi e la crociera delle
loro galere contro i Turchi e, dall'essere tali crociere chiamate
carovane, dicevasi che ogni cavaliere era tenuto, per legge dell’Ordine,
di fare un dato numero di carovane, ovvero, in altri termini, un certo
numero di viaggi.
E può darsi benissimo che questo nome fosse derivato alla compagnia dei
facchini lombardi dai viaggi che prima del loro stabilimento in Genova
potevano benissimo aver fatto tra Genova, Milano, Bergamo ed altre città
e terre di quella provincia, e questo per ragioni di commercio, essendo
a quei tempi estesissimo il traffico tra i due stati.
Ciò risulta da copiosi documenti, dagli storici nostrani e lombardi, ad
esempio dal Fiamma, il quale attesta che in Lombardia eranvi ai suoi
tempi (1300) delle manifatture assai stimate e perfette, fra le quali
quelle delle tele di lino e di cotone e degli elmi e delle corazze e di
tutte le armature di ferro che si somministravano non solo a tutta
l’Italia, ma si trasportavano persino ai Tartari ed ai Saraceni.
23
Per la ragione di questo reciproco commercio tra i Genovesi ed i
Lombardi, già nel secolo XIII si era stabilita in Genova una colonia,
ossia società lombarda, alla quale presiedeva un consolato,
rappresentato nel 1266 da Giovanni de' Gargani di Bergamo24 ed in seguito
da altri, tra cui Agostino Calvo, confermato ad una tal carica in data 5
dicembre 1502. 25
GLI ANTICHI ASCRITTI.
All'epoca della istituzione della Compagnia, il servizio dei Caravana,
veniva assegnato alla località di Banchi, al Ponte Reale26 e della
Mercanzia, al ponte del Pedaggio, ora detto
Ponte Morosini, ed al Ponte
della Calcina, altrimenti detto dei Calvi, e quantunque tra i soci
venissero preferiti quelli provenienti da Bergamo e dalle sue valli,
pure non erano esclusi gli altri delle regioni lombarde, come le rive
del lago di Como, del lago Maggiore e del lago di Lugano da cui
discendevano pure i maestri d'Antelamo, ossia massacani,27 o
muratori, e
buona parte degli scultori che lavorarono in Genova dal secolo XIV al
secolo XVIII.
Tra i caravana che non appartenevano alla provincia di Bergamo, nei
Decreti dei PP. del Comune, da cui dipendevano in generale tutte le
arti, nel 1543 trovansi menzionati in Domenico Gallo della Valle di
Lugano, Domenico di Brissago del Lago Maggiore, e Matteo di
Brissago
pure del Lago Maggiore.
28
Dopo la riforma degli Statuti della Compagnia fatta nel 1576, a quanto
consta, non furono ammessi nella Caravana, se non i provenienti dalle
Valli Brambilla, Brembana e Imagna esistenti nel distretto di Bergamo.
29
Infatti nella Matricola concernente la Compagnia, e che trovasi tra i
manoscritti dell'Archivio municipale, gli arruolati appaiono tutti del
distretto bergamasco giusta quanto prescriveva l'articolo II° degli
Statuti. Questo articolo relativo alla provenienza dal distretto di
Bergamo era cosi essenziale per l’ ammissione nella Compagnia, che i
caravana mandavano la moglie incinta a partorire nella provincia
bergamasca, acciocché il figlio potesse a suo tempo avere il diritto
d'essere arruolato alla Compagnia stessa. E poiché, con l'andare del
tempo, questo obbligo minacciava d’essere trasgredito, così i Padri del
Comune, con speciali decreti del 1695 ordinavano che la cittadinanza
della giurisdizione bergamasca dovesse comprovarsi con l'autentica fede
di battesimo. 30
Le terre, o Comunità Bergamasche che diedero il più largo contingente
d'uomini alla Compagnia dei Caravana, furono: Brembilla, Comune che fa
parte del mandamento di Zogno, fornito di boschi, di verdi prati e di
bei caseggiati; Dossena, posta in una delle migliori posizioni della
valle Brembana, Almeno, Endenna,
Zogno, San Pietro d’Orzio, posto sulla
sponda sinistra del Brembo, come si ha dalle memorie raccolte intorno
alla Valle Brembana dal Prof. Bartolomeo Villa, il quale appunto afferma
che gran parte della popolazione di quest’ultimo Comune emigrava a
Genova occupandosi quali facchini del porto franco.
31
Da Brembilla venivano i Carminati, che già nel 1500 trovansi ascritti
alla Compagnia, della quale rivestirono più volte l'ufficio di Console.
Di questa famiglia era stato Papa Giovanni XVIII (1006) e di essa si
distinsero parecchi individui sia nella milizia che nel sacerdozio. Come
gli altri ascritti alla Compagnia dei Caravana i Carminati aveano in
Genova tombe nella chiesa di Santa Maria del Carmine. Ivi, secondo
svelano gli atti di Bartolomeo Borsetto, Angela Carminati del q.m
Antonio con sue disposizioni testamentarie del 3 dicembre 1637
dichiarava di voler essere seppellita, e lasciava erede Giacomo Antonio
Sonsonio, suo figlio, avuto dalle
nozze con il primo suo marito Domenico Sonsonio, cognome assai frequente
nella matricola dei Caravana. Da San Pietro d’Orzio venivano i
Bonzi, i Cortinois, da Bracca i
Noris, tra i quali Francesco detto Marello, da
cui nel secolo ora scorso nacque il Rev. Giovanni Noris, esemplare
sacerdote, autore d'una bella monografia intorno alla chiesa di Borgo
Incrociati, di cui fu degnissimo parroco.
Da Serina vennero i Carrara ed i Ceroni, due antiche famiglie che ebbero
origine comune, cioè da due fratelli, chiamato uno Carrerio, l’altro
Ceronio. Essi erano originarii di Inspruk , si recarono in valle Serina
dove acquistarono terreni, formarono la ricchezza del loro paese ed
ebbero discendenti che diedero gloria alla patria. Antonio Ceroni fu
infatti prode capitano, combatté contro i Torriani, e liberò la valle
nativa dagli invasori.
Da Endenna discesero i Rota, i quali avevano tolto il nome da una
località della Valle Imagna. Essi aveano prodotto a gloria della patria
personaggi di grande ingegno nelle lettere, nelle scienze, nelle dignità
ecclesiastiche.
Da Rìgosa venivano gli Acerbis, tra i quali ebbe nome quel Gio Maria di
Filippo, che , ordinatosi sacerdote in Genova, dove avea due fratelli
tra i Caravana, tornato in patria, ebbe cariche, uffizi onorifici e
segnalossi quale buon scrittore.
Il grembiale, che i Caravana durante le ore di servizio portano tuttora
stretto intorno ai lombi a modo di faldino è per essi consuetudine
antica, poiché lo si trova già menzionato nelle loro memorie del
millequattrocento, e precisamente nelle prescrizioni nelle quali si
vieta agli ascritti alla Compagnia di “nascondere robba nelle tasche
degli scossali”.
Questa specie d’indumento, che in altri tempi fu distintivo anche
d’altre corporazioni di facchini del porto, come i camalli da vino, non
ha riscontro se non nei costumi degli Scozzesi e degli Scandinavi, dai
quali era già adottato fin dal Medio Evo, come rilevasi dall’opera del
prof. Hotteuroh intorno ai costumi ed agli utensili di tutti i popoli
antichi e moderni. 32
LA CAPPELLA DEL CARMINE.
La cappella, che la Compagnia possiede tuttora nella chiesa di Santa Maria del Carmine, spettava alla stessa fin
dalla fondazione, e cioè di data antica quanto la Caravana. Essa era
intitolata alla Santa Croce e gli Statuti parlano dell'obbligo che
gli
ascritti alla Compagnia aveano di recarsi ad ascoltare la messa a quell'altare, nel giorno della Purificazione della Madonna, e nelle feste
dell'Assunta e della Croce.
In questa cappella i Caravana aveano pure le loro sepolture fatte nel
1464, riattate nel 1691 come rilevasi dall’iscrizione seguente: Domus
istae evi . . . terno in quibus Caravanæ Socii Bergomenses diem extremum
expectant fundatæ fuerunt anno MCCCCLXIIII — restauratæ vero anno MDCXCI.
Oltre alle tombe nel 1683 e nel 1688 ebbe restauri la cappella ricordata
in altra iscrizione latina di questo tenore: D.O.M. Hacc Capella S.
Crucis Consortiæ laboratorum Caravanæ Januæ ob ejus antiquitatem una cum
Altare sub ab eadem Consortia reformata — anno MDCLXXXIII — Iterum ab
eodem Consortio Nationis Bergomensis — restaurata anno MDCLXXXVIII.
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Questo ricordo al consorzio dei Bergamaschi, conferma appunto quanto
venne detto più sopra, che cioè negli ultimi secoli i Caravana
appartenevano tutti al distretto di Bergamo.
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Sovra l’altare, sino ai primordi del secolo XIX rimase inalberato un
vecchio crocifisso il quale, secondo lo stile del milletrecento, a cui
certo appartiene, la figura del Redentore è espressa stecchita e
distrutta dalle sofferenze in modo d’aver non solo perdute le divine
sembianze, ma anche l’aspetto umano, per cui l'Arcivescovo Taddini, ben
considerando che se quella vetusta immagine poteva in altri tempi
destare sentimenti di pietà nei riguardanti, non era più tale da potersi
tenere in venerazione ai tempi nostri, per cui ordinò che quel
crocifisso fosse tolto e sostituito da uno più confacente all'immagine
del Salvatore ed alle prescrizioni della Chiesa. L’ordine fu eseguito, e
la Compagnia, avuto rispetto all'antichità del vecchio crocifisso, lo
conservò e lo conserva tuttora nel suo uffizio dove è considerato come
opera d’interesse archeologico.
A proposito di questa cappella, è da ricordarsi che avendo avuto un
scelto drappello di Caravana l’onore di trasportare in sedia gestatoria
il Pontefice Pio VII, quando questi di passaggio per Genova, il 4 Maggio
1815, tenne il solenne pontificale nella chiesa dell’Annnnziato al
Vastato, dove s’era trasferito, partendo dal palazzo Negrotto, Sua
Santità degnossi accordare alla Compagnia un’indulgenza plenaria in
forma di giubileo da lucrarsi in quattro feste autunnali. Ciò venne
accordato con breve del 10 Maggio 1815.
I SOPRANNOMI
Un costume, che tuttavia è vigente presso la Compagnia dei Caravana, è
quello del soprannome che all'ingresso nella Compagnia viene dato ad
ogni ascritto.
Quest’uso è antico e nulla di più facile risalga ai tempi in cui la
Compagnia venne formata. Esso ha qualche cosa di consimile alla
costumanza che hanno parecchi Ordini religiosi, di mutare il nome a
quelli che vengono ricevuti nell'Ordine stesso.
Questi soprannomi si trovano nella Matricola dei Caravana già accennati
nel 1600, ed è cosa curiosa e degna d' essere qui ricordata, che non
pochi di questi soprannomi furono di Caravana in Caravana tramandati
fino ai tempi nostri. Così i nomi di Liberale, di Avito, di
Isidoro, di
Belfiore, di Zaffardi, di Rubens ecc. recati attualmente da parecchi
capisquadra, furono altre volte portati da vecchi Caravani. Così col
nome di Zaffardi, ora portato dal Caravana Natale Bonzi, fu già
contraddistinto il Caravana Pesenti Domenico ascritto il 27 luglio 1819;
con il nome di Avito, ora portato dal Caravana Giovanni Guagnino, fu
distinto il Caravana Orazio Bonzi ascritto nel 1824. Il nome d’Isidoro
portato dal bravo Venzano, fu già distintivo del Caravana Lorenzo
Pesenti. 35
Parecchi di questi soprannomi divennero popolari, specie quando alcuni
ascritti alla Compagnia aprirono in città e dintorni, spacci da vino e
trattorie. Per questo divennero popolarissime, massime tra i giuocatori
di boccie ed i cacciatori, la trattoria del Giobbe sui terrapieni fuori
Porta San Bernardino, e quella del Caporale sovra Piazza Manin allo
Zerbino. Il Giobbe (Giambattista Pesenti) era stato ascritto alla
Compagnia nel 1827.
Parecchi di questi soprannomi erano anche tolti dalle località dove i
Caravana provenivano. Così Belfiore, recato dal bravo caposquadra
Emanuele Piano, è nome di un paese in valle Brembana. Altri soprannomi
invece venivano presi da divinità mitologiche o da eroi dell’antichità,
altri da celebri artisti come ad esempio Rubens.
Il soprannome di Gerione ora portato dal console Casareto, la cui
ascrizione alla Compagnia risale al 1° Settembre 1856, venne derivato
dal mitologico Gerione figlio di Nettuno, il quale da quanto riferisce
Esiodo, era il più forte di tutti gli uomini. Era gigante ed avea per
custode delle sue mandre un cane a due teste che si chiamava Orto e un
dragone con sette. Sostenne combattimenti contro Ercole.
IL PORTOFRANCO
Il Portofranco, al cui servizio i Caravana furono destinati, è di antica
data. La sua istituzione e la successiva erezione dei magazzini di
deposito delle merci fu un encomiabile atto d’economia politica, che
rese di sommo profitto l'afflusso e lo scambio delle merci. In tempi
antichissimi, l’emporio delle merci era costituito dai Fondachi, ossia magazzeni posti vicino al mare nei pressi della Dogana e di Banchi.
Per facilitare la libertà del commercio, il Governo della Repubblica di
Genova nel 1595 accordò il Portofranco alla vettovaglie soggette alla
cabella del grano a quei bastimenti d’una portata superiore alle
trecento mine, l'esperimento avendo dato ottimi risultati, fu stabilito
in seguito, specie nel 1623 d’accordare il portofranco a tutte le merci.
Allora il portotranco prese uno sviluppo grandissimo; mancando i
magazzeni in prossimità della riva del mare ed ai punti di sbarco, si
dovette crearli e fu a questo modo, per queste necessità, che si
dovettero dimezzare le volte dei portici di .Sottoripa, formare dei
tramezzi ed aprire in quegli edifici trasformati, anzi deformati, i
depositi, come ben si può arguire da una preposizione del 1646 la quale
dice: che è bisognato molte volte dar comodità ai mercadanti di stanze
particolari, benché con stimolo di tali concessioni potessero portare
pregiudicii alla gabella e introiti di essa ».
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Nonostante questi inconvenienti, non si poterono avere i locali
necessari , se non dopo il 1656. In quell’anno i protettori delle
Compere di San Giorgio il 5 gennaio rassegnarono ai Serenissimi Collegi
un memoriale in cui tra l'altro dicevasi: “ ........ Il nostro desiderio
è che possiamo occupare il ponte dei Chiavari e palmi 70 al più in mare
in distanza da questo cortino di questa Città, che forma il piazzale del
Portofranco ed è situato fra li ponti della Mercanzia e in fabbricare
due suoli di magazzini all’uso sudetto”.
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Trasmessa dal Senato ai Padri del Comune l’istanza, ed avuto il parere
favorevole di quest’ultimi, i Protettori del Banco ordinavano
all’architetto Pietro Antonio Corradi, l’effettuazione del progetto da
lui presentato e prescelto tra altri concorrenti. L’opera era da poco
compiuta, quando già si faceva sentire il bisogno di di nuove
ampliazioni, per cui il Consiglio delle Compere considerando « che i
magazzini sono talmente pieni che si è costretti a lasciar portare le
mercanzie a casa dei negozianti per non saper dove metterle»,38
deliberava di ricorrere al Governo il quale accordava al Banco il
Palazzo dei forni pubblici, nobile edifizio che sorgeva vicino alla
Raibetta, a condizione ne fabbricasse un altro in luogo più conveniente,
cioè alle falde del colle di Castelletto.
In grazia delle avute concessioni, tra la fine del 1600 e il principio
del 1700, potevasi effettuare la completa sistemazione del Portofranco,
il quale con i suoi edifizi portati pressoché ad uguale altezza ed
ornati all’esterno di semplice facciata, divenne può dirsi, come una
piccola città entro una città grande. Dieci furono allora le isole,
ossia i quartieri, sei a sinistra sulla strada principale, cioè: San
Giuseppe, San Bernardo, San Giorgio, Santa Caterina, Sant’Antonio e San
Francesco; quattro a destra cioè: Santa Maria, San Giambattista, S.
Lorenzo e San Desiderio. Essi contenevano allora 355 magazzini che erano
di proprietà del Banco di San Giorgio ed allo stesso appartennero fino
alla sua liquidazione.
Allora furono venduti a privati. A questi edifizii, nel secolo or ora
scorso, la Camera di Commercio subentrata al Banco di San Giorgio nella
amministrazione del Portofranco, aggiunse un grande edificio alla
moderna, capace di ventimila tonnellate di merci.

Tralascio le vicende a cui il Portofranco andò soggetto e prima della
soppressione del Banco e dopo e negli ultimi tempi, poiché di queste è
ricordo in una monografia estesa espressamente dal fu Archivista Civico
Giuseppe Gambaro,39 riferirò invece per esteso, perché attinente a questo
lavoro, il capitolo che nel regolamento compilato nel 1763 concerneva i
Caravana. E un documento che è bene conoscere :
N. 61. — Facchini da Caravana:
Gli facchini da Caravana non potranno portare marcanzia alcuna fuori di
Portofranco a risalva di quelle che devono trasportarsi nello scagno del
magnifico Governatore per la ricognizione e bollo, se ciò non verrà loro
comandato dal proprio Console pro tempore.
Non potrà però lo stesso console ordinare trasporto alcuno di merci
spedite, se prima dall’Espediente non gli sarà consegnato il
controspaccio della spedizione in vista del quale e della quantità delle
merci in esso contenute. dovrà subito provvedere il numero necessario di
detti facchini, acciocché di tutte in ogni stesso tempo ne segua
l'uscita o dal detto scagno o dal Portofranco, il che dovrà praticare in
tutti gli controspacci che li saranno consegnati, onde il trasporto di
ogni spedizione di merci venghi eseguito tutto in un tempo continuato
sino a che resti estinto lo spaccio.
Dovranno i detti Caravana, mediante la loro mercede di cui in appresso,
servire tutti indistintamente, e senza parzialità o riguardi, con far
precedere cosi negli sbarchi ed introduzione delle merci, come nelle
spedizioni di esse quello o quelli che avranno prima allo scalo, o che
loro avranno per i primi consegnati i controspacci, e ciò sotto pena
tanto a detto Console che a detti facchini, in caso di contravvenzione,
di essere cancellati o sospesi a giudizio dell’Illustrissimo Presidente
del Portofranco o del prestantissimo Deputato di giornata di Dogana.
Il numero di detti facchini dovrà essere sempre completo in 90 secondo
gli ordini che già vi sono, e le loro elezioni, siccome le sorroghe per
gli ammalati o assenti, si faranno dall'Illustrissimo Presidente del
Portofranco, senza che gli eletti o surroghi possano essere obbligati
dagli altri Caravana o da qualsivoglia altra
persona ad alcuna contribuzione.
Non potrà essere eletto o sorrogato in Caravana chi non avrà compito
l’età di anni venti e nemmeno chi eccederà quella di anni quaranta, e
perciò gli aspiranti dovranno presentare la fede del loro rispettivo
battesimo. Fra giorni quindici dalla pubblicazione del presente
regolamento dovrà formarsi il ruolo de' medesimi, il quale si registrerà
in due libri da conservarsi uno cioè nelle nostre Cancellerie e l'altro
in quella di Dogana, e in essi libri si scriveranno tutti i detti
Caravana, col loro nome, cognome ed anche soprannome se ne avessero, ed
in caso di nuova elezione o sorroga di alcuno di essi, dovrà farsene
nota in detti libri.
Nessuno di detti Caravana potrà partire dalla Città senza licenza in
scritto dell’Ill.mo Presidente, quale ottenuta dovrà presentarla al
Cancelliere di dogana per essere ivi conservata e farsi presente
nell’atto della mensuale revista, e non ritornando nel termine prefisso
in detta licenza, s’intenderà licenziato e si verrà all’elezione d’altro
in di lui luogo.
In ogni mese dovranno i detti Caravana passare la revista nanti quello
de' prestantissimi Deputati di giornata, cui a tale effetto ne sarà
appoggiata l’incombenza del prestantissimo Magistrato dell’anno
precedente
e sarà dal zelo di detto prestantissimo Deputato di riconoscerne il vero
numero, ed anche la rispettiva idoneità, con dare quelli ordini che
stimerà per la distribuzione di detta Caravana, da farsi in quei modi e
forme che giudicherà più a proposito, e di migliore servigio de'
commercianti del Portofranco, ed in contravvenzione agli ordini loro
prescritti nel presente regolamento, avrà il detto prestantissimo
Deputato autorità di sospenderli cumulativamente coll’Ill.mo Presidente.
Dovranno in tale revista comparire tutti personalmente a risalva di
quelli destinati al Varignano ed al Portofranco di San Lazzaro e degli
ammalati per i quali saranno tenuti i consoli di presentarne le fedi
ossia giustificazioni.
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A questi obblighi i Caravana tennero fede per cui nelle mutazioni
politiche, nelle trasformazioni che si succedettero, essi furono
rispettati, conservati al loro posto.
Camillo Cavour presentando la legge per l'abolizione delle corporazioni
privilegiate, fece eccezione per la Caravana « considerando le sue
funzioni e la specialissima natura del Portofranco di Genova ».
Fu precisamente dopo il 1848, quando furono abolite le corporazioni
privilegiate, che cessò il privilegio accordante ai soli uomini del
bergamasco il diritto di far parte della Caravana. D’allora in poi,
cominciarono ad essere ammessi nella Compagnia i nativi di Genova, delle
valli di Bisagno e di Polcevera ed altre regioni.
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