CARAVANA

Le feste inaugurali del GONFALONE e del QUADRO RICORDO
dei figli dei Caravana che si segnalarono per dignità e ingegno.

18 giugno 1899  e 30 settembre 1900

Realzione  di Luigi Augusto Cervetto
Tipografia della Gioventù - 1901 - Genova
Fonte Biblioteca Universitaria Genova - Biblioteca LAURA - Misc C. 4. 8.                                                                         


FESTA INAUGURALE
DEL
NUOVO STENDARDO DELLA COMPAGNIA
 

al 1340, epoca in cui la Compagnia dei Caravana comincia ad affermarsi, sino ai tempi nostri, non si ha memoria che essa possedesse un gonfalone suo proprio. Fu stabilita dunque l'esecuzione d'uno stendardo da adottarsi come emblema sociale e che nei simboli, nella varietà degli ornamenti, nell'insieme riuscisse degno delle storiche tradizioni del Sodalizio e della città che di esso è orgogliosa. Così fu.

La nobile idea ebbe un interprete fedele nel compianto professore Clemente Perosio, mente eletta d'artista, nel cui animo fiammeggiava il culto delle cose belle e sublimi. In grazia del suo genio, il Gonfalone riuscì, per dirla con il Secolo XIX, un lavoro pregevolissimo nel quale l'artista infuse « tutta la sua luminosa genialità e un gusto squisito, fine, accoppiato alla ricchezza della fantasia » 1

Questo stendardo attesta assieme all'eccellenza dell'artista, la rigogliosa vitalità, il buon gusto della Compagnia che seppe procurarselo.
Esso si impronta tutto a quelle eleganti, armoniche decorazioni che nel Rinascimento furono dette alla Raffaella, quando il Sanzio le fece diventare splendido ornamento alle logge vaticane. Allacciato ad una svelta asta sormontata da una testa alata di Mercurio simboleggiante, secondo l'antica consuetudine romana, il Commercio, e modellata da Giovanni Scanzi, il valente statuario che di lieto animo s’unì cosi nel lavoro al pittore amico suo del cuore, questo Gonfalone ha tutta l'imponenza e la grazia dei più bei tempi dell'arte. Lo sfondo dei due campi è stemperato in guisa da sembrar cuoio dipinto. Nel mezzo del campo anteriore spicca la figura di S. Giorgio, il vessillifero dell'antica Repubblica Genovese. Egli siede ardito a cavallo d’un bianco destriere, tiene la lancia in resta in atto di colpire il leggendario dragone, tal quale era espresso nei sigilli e negli Stemmi delle Compere e del Banco che dal Santo in discorso ebbero nome. Più in alto spiccano due mani che si stringono a simboleggiare la fratellanza esemplare che è forza della storica istituzione.
Un fregio, contesto di fiori e fogliami graziosamente alternati a simboli, gira tutto intorno, mentre al sommo tra delicatissimi ornati, staccasi la mitologica testa di Giano bifronte, insegna genovese dell'epoca romana.
Il Porto, da cui la Compagnia ebbe vita, e rappresentato da una limpida veduta sul cui sfondo staccasi il Molo e la turrita Lanterna, mentre da vicino l'ampia calata presentasi stipata di mercanzie. Lo scudo di Genova, attorniato dagli stemmi delle otto Compagne, ossia storie, rioni della città, presentasi nel bei mezzo del campo opposto, sull'alto del quale, dominata dall'arma di Bergamo, da cui l’Istituzione originossi, spicca la scritta:
Compagnia dei Caravana..
Nastri, fiocchi, bindelli e fiori completano con la varietà delle forme, con il lucicchio dell'oro, con i vivi colori, l'imponente stendardo su cui non mancano le due date ricordanti e l'anno in cui la Compagnia ebbe vita, 1340, e quello in cui lo Stendardo fu eseguito, 1898. 2
La festa inaugurale si effettuò l'anno seguente, cioè la domenica 18 Giugno 1899. Fu cosa ordinata, decorosissima, ebbe eco festosa nella cittadinanza e lodi spontanee, da parte di tutta la stampa cittadina, a cui si associarono pubblici fogli d'altre regioni. «Una festa simpaticissima, d'un vero sapore genovese, scriveva il Caffaro, è stata quella della Compagnia dei Caravana, che inaugurava ieri (18 giugno) il bellissimo gonfalone, il primo che la storica Compagnia dei facchini del Porto Franco abbia avuto nel lungo periodo secolare trascorso da che venne fondata.
Alle dodici il grande salone del palazzo San Giorgio era affollatissimo; vi si trovavano al completo tutti i Caravana e le loro famiglie, le quali venivano accolte affabilmente dal Console capo e dai capi squadra ». 3
La scelta del palazzo San Giorgio, per la simpatica solennità, non potea essere di più felice, di più conveniente. Questo edifizio, in cui la Compagnia da secoli tiene il suo uffizio consolare, è uno dei più cospicui che per grandi memorie, vanti non solo Genova, ma l'Italia.

In esso, auspice Guglielmo Boccanegra, nel 1262 s'insediò il libero governo del Comune di Genova. In esso i Capitani del popolo per lungo tempo ordinarono e ressero con sapienza civile lo Stato. E quando il potere politico si tramutò in altra sede, cioè nel palazzo che poi fu detto Ducale, qui s'insediò quel meraviglioso Istituto che fa il Banco di S. Giorgio, il più utile, il più fido coadiutore del Governo genovese, e che in grazia della sagace sua amministrazione diè vita ai traffici, anima e gloria alla navigazione, salendo in tanta potenza commerciale ed economica da non essere superato ai suoi tempi da nessun istituto del mondo.
Tra le statue marmoree di insigni cittadini che, cauti nello spendere per uso proprio, furono larghi delle loro ricchezze a benefizio del popolo, e delle quali sono tutto attorno adornate le vaste pareti del magno salone, erano trofei di bandiere nazionali, che, intrecciate alle genovesi, formavano con la poesia dei colori il più vago ornamento dell'ambiente, che nobilmente severo nella semplicità delle sue linee rispecchia la fiera indole genovese degli austeri tempi in cui tra le sue mura sedeva, imperava, la maestà del Comune.
Ampie tende seriche temperando la luce dei grandi finestroni, davano anima allo scialbo delle pareti, mentre ad accrescere la maschia bellezza della grand’aula, ergevasi di fronte al pubblico un vasto palco coperto di tappeto e su cui poggiavano un gran tavolo ed una serie di seggioloni, coperti l'uno egli altri di stoffa color cremisi.
A quei posti d'onore sedettero il Prefetto Com. Marchese Camillo Garroni, il Sindaco Comm. Francesco Pozzo, il Presidente della Camera di Commercio Commendatore Pietro Solari, il Comm. Ricchini, i Cav. Oliva, Sturlese, Federico Solari, mèmbri della Camera stessa, il Comm. Bottino Intendente di Finanza, l'Avv. Enrico Brusco, il Console Capo ed altre notabilità, compreso l'autore del Gonfalone Prof. Cav. Clemente Perosio.4

Cessato il suono dell'inno reale, eseguito dalla Civica Banda dei Pompieri, e con il quale al loro ingresso nel salone erano state salutate le autorità, s'alzò il Sig. G. B. Casareto, Console Capo della Compagnia, e data lettura dei telegrammi e delle lettere d'adesione, tra le quali quelle dell'On. Bettolo, allora ministro, dell'On. Cesare Imperiale dei Principi di S. Angelo, del Comm. Elia, Presidente della Deputazione Provinciale, ecc. pronunziò le seguenti applaudite parole :
ILLUSTRI SIGNORI,
Permettete che a nome della Compagnia dei Caravana io vi renda omaggio di sentiti ringraziamenti, della più viva riconoscenza per esservi compiaciuti di intervenire, onorandoci, a questo festeggiamento col quale la Compagnia inaugura oggi il proprio stendardo sociale, simbolo di lavoro, di concordia, di mutua assistenza.
SIGNORI,
La mente eletta del Sig. L. A. Corvetto che si arrese alle nostre preghiere e che ho l'onore di qui presentarvi, vi dirà dello svolgimento più che secolare della nostra Compagnia; a me basta manifestare a Voi, o Illustri Signori, il senso di viva esultanza e d'imperitura riconoscenza che anima tutti i caravana, pensionati, o in attività di servizio , e le loro famiglie, dal vedersi fatti oggetto di tanto riguardo, e considerazione da parte dell'Illustre Rappresentante del Governo, dall'Illustre Sindaco di Genova, dagli Illustri rappresentanti della Camera di Commercio, della Regia Intendenza di Finanza, di tutte le Amministrazioni alla dipendenza delle quali la Compagnia dei Caravana visse per lungo andare di secoli, prospera oggi, e cosi per l'indefinito avvenire.
Possano i sentimenti di riconoscenza e di plauso che noi, figli del lavoro, qui eleviamo spontanei dall'animo nostro, trovare eco gradita ed imperituro ricordo nell'animo Vostro, o Illustri Signori, alla cui protezione la Compagnia dei Caravana s’affida serena e riconoscente ».

Dopo queste belle parole che suscitarono il plauso unanime, L. A. Corvetto pronunziò il discorso seguente:
SIGNORI !
La storia della Caravana non è ignota ; ad ogni modo è sempre curioso il ricordarla. Questa Compagnia non aspettò la sua fortuna come limosina del caso, ma l' acquistò con l' accorgimento. La sua origine è illuminata dalla luce poetica della leggenda che in antico sempre accompagna gli inizi delle forti e mirabili istituzioni. Soventi queste, alle nozioni storiche , sinceramente esplorate , preferiscono quel vago indefinito che ritrova anche nei primi albori della vita la grandezza.
La tradizione infatti rammenta come, scoppiata in Genova pestilenziale epidemia, i soli facchini Bergamaschi prestarono la loro opera seppellendo i cadaveri abbandonati nelle vie; atto pietoso, che suscitando ammirazione, fruttava ai degni uomini il privilegio singolare concesso nel secolo XIV dal Capitolo delle Compere di S. Giorgio, da cui il movimento commerciale del Porto dipendeva , di veder riserbato alla loro gente il facchinaggio pressoché in tutti gli scali.
Altri, indagando nelle storie patrie, afferma che il privilegio acquisibile dai soli uomini di Bergamo e circondario, sia stato originato dall'idea di evitare che un gruppo di gente robustissima organizzata e coraggiosa come i Caravana potesse, parteggiando per l'una o l'altra fazione da cui Genova era desolata, far prevalere in certi momenti un partito a danno d' un altro , e rimanere in tal guisa padrone della città , con grave danno dell' aristocrazia dominante sempre e con grave scapito anche del traffico. 5
Comunque sia, è un fatto che la Caravana sorse in quel grande periodo di fermento popolare dal quale la città, ripeté l'elezione del primo suo doge Simon Boccanegra.
In quel tempo appunto la vita popolana ardente di fiere passioni e di alti sentimenti, tutta si svolge a benefizio della patria ad assicurarne la libertà degli ordinamenti , e trova modo di spiegare le maggiori sue forze complesse nella socievolezza delle corporazioni.
L'esempio è imitato dai Caravani Bergamaschi; essi sentono potente il bisogno di stringersi in fratellanza nella quale trovavano con l'attività la soddisfazione d' attendere ai bisogni propri e sociali. E poiché la fede anima in Genova il pratico ed operoso popolo d'artieri navigatori e mercanti, così l'inizio della fratellanza ha luogo nel tempio maggiore della Repubblica, il nostro bel San Lorenzo.
Difatti gli Statuti sociali, contenuti nel Codice in pergamena, tuttora custodito dalla Caravana, così esordiscono : .
Questi son li statuti e le ordination facte per tuti li lavoratori de banchi e dello ponte dello peagio, et de lo ponte della calcina e in tutti li altri logi, ponti, facta et ordenà per lo prior , in lo dì de la festa de messer Sancto Barnaba, in la gesua de messer sancto Lorenzo de Genua in l'ano che correa alloa 1340 in die 11 de zugno. 6
In questi Statuti si contengono norme rigorose e saggie che , fedelmente seguite, fruttarono alla corporazione quel credito, che punto scemato a traverso i secoli, dura a tal segno, che i Facchini di Carovana godono tuttora, col privilegio antico, la rinomanza di gente leale, costumata, onesta, esempio bellissimo ai lavoratori italiani.
La Carovana aveva il suo Priore, (poscia i Consoli) assistito da Scrivani, Massari e Sindaci. Gli ascritti, il numero dei quali sull'esordire era di solo otto, ed aumentò quindi in progresso di tempo fino al novero di trecento , si raccoglievano a brevi intervalli per deliberare; e poiché era stabilito che i componenti la compagnia fossero esclusivamente di Bergamo, cosa che negli ultimi secoli dovevasi anche comprovare con la presentazione della fede di battesimo, così i Caravana mandavano la moglie a partorire a Bergamo, acciocché i figli potessero a suo tempo rimpiazzarli nel loro mestiere. A questo modo nella Compagnia al padre si succedeva il figlio, all'avo il nipote e per generazione in generazione si conservava nella consorzia il tipo di quegli uomini ben fatti, grandi, robusti, massicci, che giustamente furono paragonati agli antichi gladiatori romani. quando, nella febbre del lavoro , popolavano e popolano le calate, ed a senatori antichi, quando, rivestiti di toghe in raso serico a smaglianti colori, incedono nello patrie processioni. Da tanta gagliardia e virile bellezza, quando si presenta allo sguardo un uomo dall'aspetto alto, tarchiato e fiorente di salute in Genova si ripete il detto già antico: “Sembra un Caravana”.


L’età fissata per l'ingresso nella Consorzia era di diciannove anni.
Niuno presumi (dicono gli Statuti) di venir ammesso nella Caravana, se non sia di Bergamo. Non abbia sofferto condanna, poco montando le imputazioni, se state prosciolte dal giudice. 7
E difatti i Magistrati poco potevano contro queste leggi severe , ma giuste della Compagnia. Esempio il fatto accaduto nel 1389 mentre Genova era sotto il governo del Duca di Milano. Due Caravana espulsi dalla corporazione per debiti contratti con negozianti , ricorsero al Duca Gian Galeazzo ed ottennero la riammissione. Ma il Consiglio degli Anziani vindice dei diritti genovesi, recisamente deliberò non esser luogo alla riamissione di quei facchini, favoriti dal loro potente Duce e Signore, poiché non sia lecito al potere politico di immischiarsi nei privilegi della Caravana, che in regolare congrega espulsi li avea.
Saggie norme proseguono a regolare le funzioni della Congregazione nella cappella che la Caravana possiede a S. M. del Carmine, nella distribuzione delle cere alla festa di Febbraio, a riguardo dell'accensione d'un pubblico fanale in tempo di notte davanti alla effigie della Madonna in piazza di Banchi tanto per l'amor divino, quanto per la salvaguardia dei Banchi contro i ladri, poiché è da sapersi, che a quei tempi, di notte, la città restava al buio completo.
Proibite erano ai Caravana le spese superflue, come quella di portare una cintura d'argento nei giorni festivi; proibito era il giuoco dei dadi per il quale due eccezioni soltanto si facevano, cioè per le feste di Natale e di Pasqua. Negli altri giorni festivi era permesso il giuoco delle carte, ma nei debiti limiti; chi avesse giuocato poi
nei giorni di lavoro dovea assoggettarsi al pagamento d'un bicchiere di vino ai compagni.
Pene e multe severe colpivano coloro i quali avessero bestemmiato, insultato i negozianti e fatto a pugni, portato coltelli ed altre armi o trasgredito ai doveri imposti dagli Statuti, nei quali non mancava il seguente capitolo: Quelli che percuoteranno i Consoli per motivi di condanne sieno sospesi per un mese colla pena di soldi 30, ove poi avessero usato armi, sassi, legni la suspensione sia di 6 mesi oltre la punizione pecuniaria. Era inoltre severamente proibito portar saccoccie negli scossali durante i giorni di lavoro e vietato in qualsiasi modo appropriarsi merce e robba altrui. 8
Seguendo queste norme nella Compagnia trionfava la moralità, per cui alla stessa veniva assicurata l'esistenza. Era una istituzione soda, vigorosa, atta a svolgere le modeste, ma austere virtù popolari. I soci fatti per tempo famigliari alle idee gravi, esercitavano fortemente l'anima e il corpo e mantenendosi incorrotti nella prosperità si rendevano capaci a resistere ad ogni infortunio.
II socio era aiutato nella vecchiaia e nelle malattie, e quando moriva, veniva accompagnato alla sepoltura dalla Caravana, la quale tutelava le vedove e gli orfani. Sin dalle origini la Consorzia avea a sua disposizione l'ospedale sito nella via della Maddalena, e per far fronte alle spese i Caravana erano obbligati a rilasciare un lieve tributo. A questo modo la Consorteria concretava il santo principio della previdenza e del mutuo soccorso.
Leggendo la storia della Compagnia, s'affaccia al pensiero delineato come in un quadro bellissimo il nostro Porto.
Sullo specchio acqueo, squadre di navigli che toccati i Porti dell' Asia e dell' Africa, percorsi i mari del Nord, sbarcano sui ponti le ricche merci dell' Oriente , della Spagna, dell'Inghilterra. Sulle tolde gruppi di marinai intrepidi vincitori degli ostacoli della natura e vincitori degli ostacoli perversi degli uomini.
Più innanzi, tra il martellar dei colpi delle picche, squadre di robusti lavoratori che dallo spuntar del giorno al tramonto del sole, sono intenti ad uno scopo comune: lavorare, lavorare sempre, sfidando le intemperie pur di vincere e giovare il meraviglioso espandersi della ligure navigazione dei genovesi commerci. Oh, Caravani, la patria vi saluta, vi saluta quali intrepide avanguardie del progresso umano, della civiltà moderna , della moderna gloria italiana! Ben vi compresero gli Anziani, i Padri del Comune, i Magistrati della Serenissima, quando agli antichi privilegi per voi ne aggiunsero dei nuovi, nel 1560-69-83-84. Ben vi compresero nel 1630, quando a vostra tutela minacciarono per pubblico bando, a suon di corno, tratti di corda a chi avesse, osato subentrare a voi nel lavoro assiduo e tanto apprezzato, a chi avesse osato entrare nel Portofranco, per arrogarsi ciò che a voi solo meritamente competeva.                      
L'operosità della Caravana vinse la rivoluzione, vinse l'audacia Napoleonica, ebbe attestato di simpatia da Carlo Felice, ebbe la benedizione ed il plauso da Pio VII, la considerazione di Cavour, l'approvazione del Parlamento, che per essa sanzionò conservazione, statuti ed immunità. Premio adeguato a chi, oltre alle benemerenze verso il lavoro, altre benemerenze acquistossi e nei momenti difficili per la patria comune, quando ad esempio nel 1746 l'invasione austriaca minacciava la ligure libertà, per la quale i Caravani trascinando i cannoni sull' erta di Pietra Minuta, cooperarono validamente a scacciare il nemico; quando nel 1848 custodirono il tesoro della Banca Nazionale.
Sia di lieto auspicio alla vostra bandiera l' inaugurazione in questo edifizio , creato da quel Banco famoso, da cui la Carovana ebbe vita. Sia di lieto auspicio questo monumento le cui mura ripetono la storia della beneficenza pubblica, testimoniata da questa popolazione di statue, dei trovati economici dei Genovesi e di quella politica coloniale, che stupì il Macchiavelli.
Voi, o Console, certo non avrete dimenticato, cortese come siete, quel mattino del Settembre 1892, quando durante il giubileo colombiano, Margherita di Savoia, Regina d'Italia, nella sua augusta visita a queste mura, stringendovi la destra bene augurò della Carovana di cui siete Capo degnissimo.
[Applausi]

E l'augurio regale torni sovente alla memoria, e come il sorriso della Sovrana, allieti le anime di tutti i lavoratori. Sia sorriso di speranza nello avvenire, il quale certo sarà splendido più ancora del passato, perché grandi destini si preparano alla Capitale commerciale d'Italia. Alteri delle antiche norme tuttora serbate con affetto di figli amorosi, fedeli alle famigliari tradizioni , non dimenticate la scuola di quei venerandi Caravani che vi hanno preceduto nel lavoro e le cui aperte fisionomie si presentano al mio pensiero come cara visione di tempi dell'adolescenza. Essi educarono una forte generazione di cui è gloria un Principe della Chiesa; essi educarono all'arte gentili artisti, la cui fama resterà quale vanto della scultura genovese: Scanzi e Rota. Essi educarono probi ed intraprendenti negozianti; essi ebbero il cuore aperto ai nobili ideali di Religione, Famiglia e Patria. Sieno questi il motto della vostra bandiera.
Avanti il commercio genovese! Avanti S. Giorgio!

Dopo il discorso, interrotto spesso da calorosi battimani, prese la parola il Sindaco. Ecco ciò che egli disse:
SIGNORI!
Una istituzione che attraversa i secoli mantenendosi ferma nell’osservanza delle norme dettate da chi la fondava, merita tutta l'ammirazione e l'incoraggiamento, perché ciò significa chiaramente che essa risponde allo scopo per cui venne istituita.
La storia della Compagnia dei Caravana è una bella pagina della gloria genovese e venne bellamente tratteggiata dall'egregio oratore e storico Luigi Augusto Cervetto.
Evocandola, si affaccia al pensiero la potenza di Genova in tutto il suo splendore e sfilano dinanzi alla fantasia i marinai della Superba celebri in tutto il mondo, le navi reduci dai porti della Sicilia, dell'Arabia, della Libia, dell'Africa, dell'Oriente, della Spagna, onuste di quelle merci dal cui movimento sulle calate del porto traggono energia quegli uomini che, affratellati nella mutua assistenza, sono riscaldati da una grande passione: il lavoro.
La libertà ed il vero spirito dell' antica Roma, continuando in tutto il loro vigore nella Regina del Mediterraneo, danno forza all'Associazione che pervenne a noi esempio bellissimo di quei tempi in cui i Grandi Comuni Italiani, sancendo la libertà personale, emanciparono pure il lavoro, seguendo in ciò un altissimo sentimento civile e morale, sul quale s’imperna ogni umano progresso.
Caduto il Banco famoso per la cui opera il Portofranco ebbe vita, con i suoi quartieri, con i suoi regolamenti a cui in seguito s’inspirarono gli Inglesi e gli Olandesi, restò la Corporazione, le cui tradizioni di esemplare fidatezza, d’onorata rinomanza parvero così buone alla mente di Camillo Cavour che Egli, presentando nel 1857 la legge per l’abolizione delle corporazioni privilegiate, si compiacque far eccezione per la Caravana.
La moralità della Compagnia, la disciplina rispondente a pieno alle esigenze del commercio s’imposero al Legislatore, al Parlamento, al Governo, cosicché essa, sapientemente adattata ai tempi nuovi, regolarmente retta su norme pressoché eguali agli Statuti del 1340, continua a fiorire di rigogliosa vita.
Operosità, Fratellanza, Patriottismo: ecco gli ideali della Caravana: ideali sublimi pei quali si avvantaggia il commercio, che è tanta parte della prosperità nazionale, si forma la prosperità economica della famiglia, ha sollievo la sventura.
Durante le guerre dell’Indipendenza, in luttuose evenienze di sventure nazionali si ebbero splendide prove come la Caravana abbia sempre con islancio risposto alla voce del dovere, all’appello della carità.
Ai sussidi offerti nelle contingenze della guerra del 1850 seguirono nel 1860, nel 1866 i sussidi ai feriti ed alle famiglie povere dei caduti per la causa italiana , e vennero poscia i soccorsi ai danneggiati delle inondazioni di Roma nel 1871, del Veneto nel 1882, ai danneggiati dai Terremoti di Casamicciola nel 1883, di Liguria nel 1887. Non vi è, può dirsi, in Genova Istituto pio il quale non abbia ottenuto oblazioni e soccorsi dalla Caravana degna in tutto di questa Città esemplarmente operosa.
Il glorioso passato di questa benemerita Corporazione è arra del suo brillante avvenire e dal Vessillo di San Giorgio che oggi la Compagnia inaugura in questa sede gloriosa dei nostri padri mi sia lecito trarre l’augurio sincero della cittadinanza genovese, della civica Magistratura, di prospere sorti per tale Compagnia, perché colla moralità e colla disciplina che la informa, diretta come fu sempre da uomini onesti ed imparziali, possa rispondere agli alti ideali di operosità, di fratellanza , di patriottismo che per tanti secoli la resero onorata e rispettata.

Dopo il Sindaco, che fu sua volta vivamente applaudito, parlò il Prefetto. Fu breve, semplice e nello stesso tempo eloquente. Egli compendiò il suo applaudito pensiero, esortando i Caravana ad amare sempre, ad esser sempre fedeli alla loro bandiera. Beneditela, egli disse, perché essa riunisce nei suoi simboli ciò che deve essere l'orgoglio dell'uomo lavoratore. Onesti simboli sono: Fede, Libertà, Patria, Ordine, Operosità e Fratellanza. Questi affetti conservarono i Caravana, che vi hanno preceduto; essi rappresentano il glorioso passato della Compagnia; essi dicono che così debbono essere le aspirazioni vostre nell’avvenire.
Con questo augurio la festa ebbe termine. Essa lasciò nell’animo di quanti parteciparono alla stessa la più gradita impressione. Ma più di tutti eran lieti i Caravana, erano liete le loro famiglie, comprese com’erano di quella schietta gioia che nasce dalla soddisfazione di contribuire con l’onestà della vita al bene comune, al vantaggio ed all'onore della patria.

Nel pomeriggio della stessa Domenica , il Console G.B. Casareto, Gerione, assieme ai Capi Squadra Aggiunti: Giovanni Guaguino Avito — Giuseppe Venzano, Isidoro — Emanuele Piano, Belfiore — Antonio Salvi, Rubens, ai Capi Squadra Speciali: Michele Profumo, Pompeo — G.B. Pozzo, Nerbuto — Antonio Vallebona, Camillo — Antonio Bacigalupo, Eligio — Giuseppe Gatto, Quarto — Gaetano Roncaglielo, Quitino — Angelo Ceroni, Quirico — Giacomo Marabotto, Gregorio, ed agli Esattori: Natale Bonzi, Zaffardi — Luigi Acerbis, Aurelio — Giuseppe Conte, Claudio — Domenico Bardi, Colombo — Domenico Cambiaso, Dolcedo — Giacomo Facco, Epifanio; adunandosi a pranzo nel Ristorante Righi, convitarono l'egregio Autore del Gonfalone Prof. Clemente Perosio, il Prof. Giovanni Scanzi, gli Avv. Brusco e Vassallo, L. A. Cervetto e i rappresentanti dei giornali genovesi. Il geniale banchetto fu allietato sul finire da cordialissimi brindisi. Il primo fu quello dell'Avv. Enrico Brusco. Intimo da lunghi anni del Console G. B. Casareto, egli, non solo salutò nell'amico suo Gerione, l'attivo e benemerito capo della Compagnia dei Caravana, ma il valoroso cittadino, che portò il contributo del suo braccio all’unificazione della patria.
All'applaudito brindisi dell'Avv. Brusco altri ne seguirono e tra essi quello del Prof. Negrini del Corriere Mercantile, il quale a nome della stampa cittadina fece auguri fervidissimi per la Compagnia, e l’altro del Caravana Belfiore, che a nome dei compagni ebbe cordiali parole di ringraziamento.
La simpatica riunione, come notò il Caffaro, « ebbe questo di speciale e di buono, che ogni convenzionalità ne fu bandita fino alla fine, restandole il carattere unicamente famigliare che la rese bella, indimenticabile per quanti ebbero la sorte di partecipare alla stessa ». 10
 


L'INAUGURAZIONE DEL QUADRO
CONTENENTE I RITRATTI  DI FIGLI DI CARAVANA
CHE SI SEGNALARONO PER DIGNITÀ ED INGEGNO

Questa Festa inaugurale effettuossi la Domenica 30 Settembre 1900. Trattandosi di cerimonia che avea carattere quasi famigliare, venne prescelta la sala destinata ad Ufficio dei Caravana e sita nello stesso palazzo San Giorgio. Essa si compiè a mezzogiorno. Di fronte all’' ingresso sorgeva il banco presidenziale al quale sedettero il Console Casareto, i Professori Giovanni Scanzi ed Antonio Rota, il negoziante Ghisalberti, L. A. Cervetto ed i rappresentanti della Stampa cittadina , tra i quali Luigi Arnaldo Vassallo (Gandolin), l'arguto Direttore del Secolo XIX. Da un lato era il bellissimo labaro della Compagnia, e di fronte a questo il quadro da inaugurarsi. Facevano corona all’elegante tavola presidenziale i Caravana Capi Squadra Aggiunti: Giovanni Guagnino, Avito — Giuseppe Venzano, Isidoro — Emanuele Piano, Belfiore — Antonio Salvi, Rubens — Domenico Bardi, Colombo — Giuseppe Bottaro, Ludovico — Pietro Cambiaso, Dolcedo — Giuseppe Conte, Claudio — Natale Bonzi, Zaffardi — Acerbis Luigi, Aurelio — i Capi Squadra Speciali: Michele Profumo, Pompeo — Antonio Vallebona, Camillo — I.uigi Bacigalupo, Eligio — Giuseppe Gatto, Quarto — G. B. Pozzo, Nerbuto — Giacomo Marabotto , Quirico — Gaetano Roncagliolo, Quintino — Gli scritturali: Boero Bartolomeo, Castore — Agostino Dagnino, Dorindo — G. B. Dagnino, Gentile — Andrea Rondanina, Salvato — Luigi Canepa, Visconti — Michele Badino, Pietro — G. B. Parodi, Rapido — I cantinieri : Luigi Torre, Enea — Giovanni Grigis, Sincero — G. B. Rizzo, Fausto — il Caravana di servizio Giuseppe Carpi, Giugurta.

Il quadro, di belle proporzioni, ebbe lodi unanimi. Tra un trionfo di fiori disposti a ciuffi. ed a volute ghiribizzose e genialissime, ideate e dipinte con straordinaria maestria da quel fine e delicato artista che è il Prof, Cav. Edoardo Calderaia, il quale possiede il segreto di riprodurre i fiori o presentarli come se fossero veri, si staccano cinque riuscitissime fotografie eseguite dallo stabilimento Rossi, e rappresentanti, quella nel mezzo, le sembianze del Cardinale Girolamo Gotti, figlio del Caravana Canuto; le altre ai lati i ritratti del Prof. Griovanni Scanzi, figlio dei Caravana Leonardo, del prof. Antonio Rota, figlio del Caravana Abele, dell'Avvocato Pietro Pignoni, figlio del Caravana Rotondo, del negoziante Ghisalberti, figlio del Caravana Silvio.

Il Console G. B. Casareto iniziò la Festa con il seguente nobile discorso, che fu ripetutamente applaudito :
SIGNORI,
Concedete che io vi rivolga a nome della Compagnia dei Caravana vivi ringraziamenti per aver accettato con squisita cortesia l'invito di intervenire, e, col vostro intervento, onorare questa nostra intima cerimonia, modesta, ma non meno solenne, come quella che mira a tributare onoranza a coloro che figli di Caravana seppero per virtù propria elevarsi ai più eccelsi gradi sociali di modo che per atto loro si riflette nella nostra Compagnia così luminoso raggio d'incontestata rispettabilità.
Ad un alto ideale s’ispira la Compagnia nel porgere questo tributo d'onoranza, che spero gradito a coloro cui è rivolto, sebbene chi lo porge sia una semplice associazione di lavoratori; ma alla stessa idealità ispirandosi essa crede riguardoso rivolgere un pensiero a quei vecchi Caravana, la cui vita fu tutto un esempio di virtù, di sacrifici incontrati per il bene delle loro famiglie.

È doveroso ricordare quelle figure di onesti lavoratori, che, dopo trascorso il giorno in faticosi lavori, al rientrare nel seno delle loro amate famiglie, anziché confortare il meritato riposo con oneste soddisfazioni, seppero di queste privarsi, e coi sudati risparmi procurare ai figli i mezzi di assurgere nel cammino della vita a mete alte e gloriose.
Onoriamo dunque i figli, che, coll’'energia di fermi propositi, coll’assiduità degli studi, si resero ben degni e nello stesso tempo ricordiamo a titolo d’elogio i loro genitori e quindi all’atto d'onoranza ai primi, associando un attestato di benemerenza pei secondi, plaudiamo ad entrambi, poiché tutti, sebbene per ragioni diverse hanno meritato del civil consorzio.

Invitato dal Console prese quindi la parola L. A. Corvetto e disse :
SIGNORI,
Fu nobile il pensiero che suggerì questa bella adunanza. Solo il cuore educato ai famigliari affetti poteva suscitare nella mente l’idea nobilissima di conservare in mezzo a voi, in grazia del magistero dell'arte, le sembianze d’illustri ingegni, che sono e saranno sempre una fulgida gloria della Caravana. Lo ha detto pocanzi il vostro degnissimo Console, con questa festa famigliare la Compagnia vostra vuole nei figli onorare l'onestà, la probità ed il lavoro di quegli uomini, che furon vanto dell'associazione e si resero benemeriti della patria.
Ah! io vedo col pensiero quelle maschie figure qui convenute da ogni parte delle valli Brembana ed Imagna, dalla vecchia Brembilla, le vedo cercar nella pace del lavoro l'oblio delle lotte, dei pericoli, dei tumulti, sofferti tra i verdi recessi dei monti nativi, le vedo elevarsi dalle difficoltà e dagli ostacoli naturali e trionfare. Una stessa passione le agita, le possiede: la santa passione della famiglia. Alla vita frugale e laboriosa non possono mancare le prospere condizioni: Qui da noi, nel magno porto dell’ alma Regina del mare non manca lavoro e pane all’'uomo di buona volontà. Questo intesero fin dal 1340 i Cara vana; adrappellandosi, formando l'Associazione, diedero impulso a quel sentimento di libertà e di eguaglianza civile, che s'innestò alle tradizioni della Compagnia e rimase nei costumi degli ascritti per guisa che ai tempi nostri, in mezzo alle utopie che agitano la classe operaia pasciuta di folli speranze, noi possiamo mostrare con orgoglio, come prodotto di quell’epoca memorabile, la Caravana, che resistendo a tutte le vicende, mostrasi come l’unica soluzione pratica non imposta da leggi, non escogitata da filosofi, ma escogitata dal buon senso di quegli uomini laboriosi e pratici che aveano saputo risolvere l’eterna questione del capitale e del lavoro.

Sfogliando i Capitoli, ossia Statuti della Compagnia io trovo il segreto che diè luogo al benessere ed alla vita lunga, intemerata della stessa:
- Saranno puniti severamente et con multe li Caravani che bestemieranno il nome di Dio, della Madonna et dei Santi. 11
- Così andranno incontro a punizioni coloro i quali senza giusta scusa non interverranno alle funzioni della Compagnia nella chiesa del Carmine.

Altri potrà sorridere all’idea di questi pensieri cristiani in uomini volti ai lavori mercantili; ma io, ricordando come fossero credenti i vostri antenati, seguo l’insegnamento della storia, la quale ben registra, come conduca a rovina una sete di lucro, che non si temperi, non si legittimi, non si purifichi nelle auree salubri della fede.
Altri esempi serbano gli Statuti: Saranno multati, dicono essi, quei Caravana i quali insulteranno i negozianti. La saggia norma era prescritta mediante, giuramento ad Evangelia sancta Dei, ed a questo giuramento tenevano anche a prezzo di sangue. Ecco perché tra quei legislatori, generali, capitani di flotte, che in pari tempo erano navigatori, mercanti di pepe, di zucchero, di noce moscata, si strinse con i Caravana quell’indissolubile colleganza, che diede impulso alla potenza marinara di Genova celebrata per i suoi marinai noti in tutto il mondo, di Genova al cui porto affluiscono navi d’ogni maniera e d’ogni regione.

Altre norme ancora recano gli Statuti:
- Saranno puniti i Caravana i quali porteranno coreggie d’argento, nasconderanno merci nelle saccocie degli scossali, faranno a pugni, insulteranno compagni o giuocheranno a dadi od a carte.12

Paiono norme severe, ma a quella rude scuola si formavano i caratteri, per cui la fortezza degli animi era sempre maggiore alle sventure. Grande era in quegli uomini la virtù de! sopportare, per cui crescevano nei figli i caratteri fermi, fieri, tenaci, vincitori d’ostacoli.

Anche l’igiene avea tra questi lavoratori, saggie norme. Preferivano essi abitare le alture dove l’aria salubre ricordava a quegli intraprendenti la bellezza , la pace , il benessere delle convalli native. Dalle erte di Carbonara, dove i Caravana scelsero il primo soggiorno, si diramarono per le altre pendici da cui Genova s’incorona; e le località di Castelletto, di Sant’Anna, di San Bernardino, di San Bartolomeo, di Multedo , fino allo Zerbino e poi a Montesano accolsero le tranquille famiglie, nel cui seno i buoni lavoratori aveano il più dolce compenso: la compagnia della moglie e dei figli.
Ahi pacifiche case che l’edilizia va trasformando, ed anche demolendo, io vi ricordo ancora e non senza rimpianto. Come era serena la calma che in voi regnava, come soavi scorrevano tra le pareti vostre le dolci solennità religiose, patrie e famigliari! Ogni gioia, ogni sventura aveva in voi una eco potente. Era la guerra che travagliava la patria? Tra il focolare domestico si accendeva quell’amore che fruttava a Genova la scacciata degli Austriaci, che fruttava all’Italia le vittorie della patria indipendenza.

Come tornò caro alle vostre famiglie quel giorno in cui il capo di casa venne ed annunziò: Oggi la Compagnia nostra ha contribuito e largamente alla sottoscrizione aperta per offrire in dono una corona a Vittorio Emanuele II! Come giunse giulivo 1' annunzio che il Re galantuomo ricevendo l’aurea corona disse: “ È la mia preferita perché fatta dall’ amore del popolo!”
Come fu bello quel giorno in cui il capo di famiglia giunse a casa dicendo: Oggi la Carovana ha sottoscritto per l'impresa di Sicilia!

E chi delle famiglie vostre non si commosse all’udire dei soccorsi dalla Compagnia distribuiti alle vittime del colera, alle vittime dei funesti terremoti di Liguria, di Casamicciola, di Calabria? Si aprono Asili infantili e la Compagnia concorre: si iniziano Missioni nell’Eritrea e la Carovana contribuisce. E chi non si commuoverà al pietoso ricordo di quel pensiero che anima la vostra associazione verso gl’infermi degli Ospedali ? Antica e sempre nuova è per voi la consuetudine di offrire ogni anno nelle solenni circostanze una somma ai poveri infermi languenti nelle case del dolore perché vengano loro distribuiti dolci e frutta e vino generoso!

Parlano dei vostri e di voi le opere di beneficenza! Parlano dei vostri e di voi i Monumenti!
Non vi è chiesa, oratorio od ospizio nelle valli Brembana, Imagna e Brembilla che non ricordi i nomi degli ascritti alla Compagnia dei Carovana. Quei vecchi, quasi rondini dal desìo chiamate, ritornando a vedere il paesello, cara sede degli avi, recavano da Genova in patria e dipinti e scolture e danari per abbellire, mercé i risparmi del lungo lavoro, i templi della divinità tutelare. Così per opera dei Rota o dei Zignone sorgevano gli oratorii di Piazzolino e di Piazzo. Per opera dei Sonzogno la chiesa di Fuipiano acquistava un pregevole quadro dell'Annunziata, mentre per cura dei Carminati, nel 1600, la chiesa di S. Giambattista di Brembilla si abbelliva d'un quadro della Madonna del Rosario e di un altro esprimente San Carlo, dipinto il primo dal pittore Bernardo Castello, il secondo da Luciano Borzone, nostri genovesi. Così del genovese Paggi acquistava per opera dei vostri un quadro della Visitazione la chiesa di Bracca su quel di Zogno.

Parlando di Ghisalba, uno scrittore I.ombardo non arrivava a comprendere come in un piccolo villaggio scaduto, privo di case signorili si fosse potuto edificare quel famoso tempio rotondo di 14 metri di diametro,
onore dell'architetto Gagnola e che costò un mezzo milione. « L'avrebbe spiegato, osserva Cesare Cantù, dalla vita particolare dei facchini di colà, che avendo privilegio nei Porti, e mandando le mogli sempre a partorire in paese, fecero la gran ricchezza dello stesso ». 13

Parlan di voi i Monumenti, e sopratutto parla con eloquenza questo storico edifizio, che oggi a lieta festa ci accoglie. Quando minacciavasi la parziale distruzione di queste mura. voi, ottimi amici, insorgeste e, facendo eco alla voce nostra, alla voce di quanti amano le glorie genovesi votaste consci del dovere, che incombe ad ogni ordine di cittadini d’intendere al decoro della patria. Votaste: rammentando quanta gloria cittadina favelli dalle mura del palazzo, già testimonio del patriottismo più ardente, d’intemerata probità ed illuminata beneficenza.
I cittadini, dei cui simulacri si abbellano le mura del gran salone e degli atrii, furon protettori ed amici degli antenati vostri. Essi ammiravano nei Caravana del loro tempo le prerogative che il Boito ammirò in voi:
« Bella gente, degna di qualche strofa dell’ode che il Carducci promise intorno a San Giorgio: il collo grosso e la testa non grande, gli occhi generalmente azzurri ed i cappelli ricciuti, le spalle formidabili e i muscoli michelangioleschi ». 14

Io rammento d’aver letto con una certa compiacenza in una relazione manoscritta concernente la venuta in Genova nel 1589 della Duchessa di Lorena, sposa a Ferdinando De Medici Gran Duca di Toscana, un ricordo della maschia bellezza dei vostri predecessori. Ordinarono i Serenissimi una bellissima carrega a mano di velluto cremisi et damasco guarnito similmente d' oro, e portata da quattro camalli della Compagnia dei Caravana molto belli di faccia, molto grandi et di assai bella proporzione, et vaghissimamente vestiti di velluto rosso et guarnimento d'oro. 15

La consuetudine di chiamare i Caravani nelle solenni comparse si ripeté in più circostanze; così furono i Caravani che trasportarono il Pontefice Pio VII al solenne Pontificale dell’Annunciata nel Maggio del 1815.
Furono i Caravani che comparirono a testa nella celebre passeggiata storica del giubileo Colombiano.

Ma perdonate se io vado perdendomi in digressioni; dovrei venire agli esempi e dire che le belle piante han dato splendidi frutti. Non vi fu, si può dire, ascritto alla Carovana che in famiglia non abbia avuto delle glorie.
Riandando le carte del Magistrato dei Padri del Comune, alla cui giurisdizione erano soggette le arti, trovo sovente i nomi dei vostri antenati, dei vostri predecessori, ed è bello vedere come pel corso dei secoli dal 1400 ai tempi nostri, di padre in figlio, d’avo in nipote , le maschie prosapie abbiano tenuto fede alla Carovana, con quell’affetto che il cuor gentile suscita per la famiglia. Non per questo i buoni lavoratori lasciarono di provvedere al miglioramento della prole; così mentre per lo più curavasi che il primogenito fosse ascritto alla Compagnia, lasciavasi agli altri figliuoli campo libero per esercitare altre arti, altri mestieri. A questo modo non pochi figliuoli di Caravana poterono elevarsi ad invidiabile posizione, specie nel commercio, e divennero quindi negozianti del Portofranco: i Gervasoni, i Conti, i Gamba, i Palazzi, i Carminati ecc.
Dei Carminati i figliuoli di Pantaleo: Pier Antonio, Giuseppe e Simone fondarono una casa di commercio che nel 1600 divenne una delle principali. Pier Antonio, fatto ricco, volle partecipi delle gioie della sua casa gli uomini d’ingegno che allora fiorivano nella nostra città nel campo delle arti e delle scienze. Ebbe, tra gli altri, amicissimo Gabriello Chiabrera, che appunto lo ricorda nella prima parte delle sue rime.

Ma di questi esempi basti per ora; il dovere impone vengano ricordati quelli che il presente onora.
M’inchino dunque alla figura di quell’insigne che la Chiesa novera tra i suoi Principi, al Cardinale Gotti.
Non lieta fu la sorte che spinse in Genova da valle Brembilla gli antenati suoi, che già nel 1656 figuravano nella Matricola della Compagnia. 16
Dipendeva quella valle, figliale della Brembana, dalla Repubblica Veneta, e mostrandosi quegli abitanti riottosi alla dominazione del Leone di S. Marco, il Senato, chiamati con un pretesto i capi a Venezia ed avutili nelle mani, impose che tutta la popolazione sgombrasse fra tre giorni colla robba, pena la vita. Ciò ottenuto, fece incendiare tutte le case, diroccare i luoghi fortificati e disperse gli abitanti, che ripararono nel Bergamasco ed altrove. I venuti tra noi tornarono in seguito ad Ubiale per goder del diritto concesso ai Caravana di servire nel Porto di Genova a condizione fossero nativi delle valli bergamasche e fu precisamente ad Ubiale che nel 1804 nacque Filippo Grotti ascritto alla Compagnia nel 1828 ricevendo il nome di guerra Canuto. (Egli avea scelto abitazione in salita San Girolamo, e là, in modesta casa sorgente in quel tratto d'ascesa che fiancheghia Via Caffaro, venne alla luce Gerolamo, che la Chiesa dovea ascrivere tra i Cardinali.) Pronto d'ingegno, entrato nell'Ordine Carmelitano, assunte dignità, amò alternare alla vita ritirata del Cenobio, quella utile d'insegnante e, matematico di vaglia, divenne nella scuola di marina professore d’una falange d’uomini arditi e fieri, che nella Marina Regia e Mercantile onorano la patria italiana.

La Chiesa volgeva sull'uomo eminente i suoi sguardi e scioglievalo quale suo Internunzio al Brasile, dove l’opera sua, riuscendo confacente ai desiderii della Santa Sede, fruttavagli quegli onori che tornarono a gloria di Genova. Lo spirito umile, franco e mite, restò sereno nell'animo dell'uomo elevato a tanto onore; e piacevole mi parve il racconto di capitan Morteo, che recando in patria dall’America, sul piroscafo di cui era comandante, il Prelato illustre, del quale alla scuola di Marina era stato discepolo, chiesto dallo stesso quale ricordo desiderava, rispose : Maestro, quando sarete a capo della barca di San Pietro, come marinaio mi chiamerete in Vaticano. Il Gotti rispose con un bacio e con un abbraccio al complimento: “Sangue di Caravana non mentisce”.
No, non smentì egli la condizione dei suoi vecchi, che. ricevendo l’omaggio d'una deputazione della Compagnia. disse giubilante: “Oh, i compagni di mio padre! quanto godo di poterli salutare e benedire in essi la Carovana benemerita del lavoro che nobilita l’uomo”. “Sangue di Caravana non mentisce”.
Oh, non mentisce! Non mentì in voi, amici carissimi, figli dell’Accademia Ligustica , professori illustri, decoro dell'arte e della patria , Scanzi17 e Rota.
Quella poesia soave che quei venerandi Caravani, quali furono e Leonardo ed Abele, suscitarono in voi tra la pace delle pareti domestiche rifulse in voi, nelle opere vostre. Nelle opere vostre, in cui c’è quel sentimento nobile ed elevato, che fu nei loro cuori. Voi nelle forme delle opere scultorie serbaste bella la significazione alta e nobile, come un'anima che alla loro anima si accordi ; accordo di soavità, di meditazione, d’energia, di trionfo. Altri artefici obbediranno alle lusinghe dell’arte e cadranno tra ridicoli artifizi, voi assurgeste a quell’arte bella che lascia nell' anima una impressione nobile, sincera, profonda.

Il ricordo dei Carminati non suoni invano oggi dinanzi al vostro ritratto, o benemerito negoziante Luigi Ghisalberti. Il Caravana Silvio ha dato al commercio un negoziante degno erede di quelli, i quali traendo dalla
Sicilia, dall’America, dal Marocco, da Cipro, Damasco zucchero, pepe, canella , galenga, davano luogo al sorgere del Deposito Franco. I vostri antenati con i modesti risparmi han dato lustro al paese dove avean tolto e nascita e nome.

All'amico Zignoni sia gloria il nome paterno. Amico del buon Rotondo, e quindi amico del padre e del figlio, saluto nel giovane legale un continuatore di quei begli esempi, che diede la sua casata. Basti ricordare quel Vitale Zignoni, che, lasciato giovanetto il natìo paese ed entrato tra i valorosi scelti da Francesco Gonzaga, combattendo contro Carlo VIII di Francia, riportò in patria qual trofeo una spina della corona di Cristo, e ottenendo in premio dalla Repubblica Veneta, pel suo valore, una pensione annua, volse questa a benefizio della terra nativa.

Dopo questo lasciate che altri gridi agli spostati. Se tra i figli vostri scorgete inclinazioni nobili, che possano condurre ai trionfi delle lettere, della religione, dell'arte, della scienza, del commercio, della navigazione, glorie nostre, secondatele perché : Sangue di Caravana non mentisce.

Dopo questo discorso, il prof. Giovanni Scanzi, anche a nome degli altri onorati, ringrazia degli onori ricevuti. Egli si dice ben lieto che venga ricordato il nome del suo ottimo padre, il Caravana Leonardo. Rievoca con parole semplici e schiette i giorni della sua fanciullezza, quando di ritorno dalle lezioni alle Scuole Pie , andava a salutare il genitore nel Camerotto del palazzo San Giorgio e questi lo ammoniva, lo esortava a tornare a casa. Questi famigliari accenni al padre, al quale l’illustre scultore aggiungeva dover tutto quello che ha fatto per l'arte, commovevano tutti i presenti e suscitavano il plauso generale.

A questa adunanza seguì, alla sera, un banchetto al Righi, al quale parteciparono con il Console , i Caravana sopra nominati, il procuratore Vassallo, il prof. Antonio Rota. il sig. Ghisalberti, L. A. Cervetto e i rappresentanti della stampa. Questo pranzo riuscì un epilogo degno e geniale della semplice ed indimenticabile festa, e come disse il Caffaro: “Fu un paio d’ore trascorse nella più espansiva e fraterna cordialità. Lo spirito sempre alto ed ammirabile di cameratismo che accomuna da tanti secoli i Caravana ebbe nella riunione d’ieri la significazione più eloquente. L’espressione più sincera ed intima”. 18

Brindarono con serena spontaneità il Console Gerione, il prof. Antonio Rota, L. A. Cervetto, il Caravana Benevolo ed a nome dei pubblicisti il prof. Negrini che, con fiorita eloquenza, ebbe felicissime espressioni verso la Compagnia.

Avendo al mattino la Compagnia, dietro proposta del Console G. B. Casareto, deliberato d’inviare a Roma un telegramma d’omaggio a Sua Em. il Cardinale Gotti, questi fece pervenire il giorno dopo al Console il telegramma seguente:

Sig. GERIONE - Palazzo S. Giorgio.
Perché assente da casa, ricevo suo telegramma in ritardo. Ringrazio Lei ed onorata Compagnia Caravana, gradite espressioni, auguro ogni prosperità a Lei e a tutti i Soci.
Cardinale GOTTI
 

NOTE   STORICHE

L' ISTITUZIONE  DELLA   COMPAGNIA.

In qual modo sorse in Genova la Compagnia dei Carovana non è detto da alcun documento; ma se si riflette alla data della sua istituzione, che, come ricordano gli Statuti della Compagnia, fu il 1340, se ne arguisce la ragione. Ed ecco come.
Fin dall'anno precedente (1339) si era compiuta nella nostra città una profonda mutazione di governo. Abolita quella specie di carica tribunizia, che si disse dello Abate del Popolo, scacciati i nobili, che erano allora anche mercanti ed armatori, dai pubblici uffizi, dalle cariche di Stato, era stato eletto tumultuariamente dal popolo Doge e Signore della Repubblica genovese Simon Boccanegra.
« Noi vogliamo che tu sii solo in cima a tutti e governi! » Così a sazietà gli avea detto, gli avea gridato la plebe; e un regolare Parlamento confermandolo con autorità principesca a vita, decretava che lo stato dovesse reggersi a popolo.
Questo fatto, che ha qualche analogia con altri che si stanno presentemente svolgendo nella città e nel porto, avea recato vivo fermento; Genova, per dirla con le frasi dell'Annalista Giustiniani, si manifestava a più indizii « languida e ammalata »19
I cittadini rumoreggiavano; il popolo, fatto ardito della vittoria, mostravasi insofferente di freno, e gli artigiani, la classe lavoratrice per quanto non proclamasse lo sciopero generale, perché allora il vocabolo non era ancora di moda, abbandonava il lavoro per far dispetto ai magnati, ai patrizii venuti in uggia alla plebe come sfruttatori.
Davanti all'atteggiamento ostile, ecco sorgere la Compagnia dei Caravana, formata non già dei facchini nativi di Genova, del contado e delle riviere, ma, composta di robusti lavoratori spettanti alla Lombardia. Chi non vede nel sorgere di questa aggregazione d’uomini associati in un intento comune: il lavoro sulle calate del porto; una specie di lega organizzata con tutta probabilità dalla classe dei nobili mercanti, i quali vogliono rimaner liberi, non vogliono piegare alle imposizioni altrui ?

A questo modo la Compagnia prende piede, mette salde radici e quando la volubilità del popolo abbandona il Boccanegra, che cerca riparo in Toscana, ed accoglie in sua vece Giovanni di Murta, uomo grave, modesto, savio, di buonissimo nome, vero amatore della Repubblica. 20
Essa, fedele ai suoi statuti. al suo ben ordinato programma, va affermando quella vitalità che attraversa i secoli o tuttora vigoreggia o trionfa.
 

IL  NOME  DI  CARAVANA.

Il nome di Caravana dato alla Compagnia , è, può dirsi, antico quanto la Compagnia stessa. Esso, in quel tesoro di rarità, che sono le pergamene del secolo XIV o XV, contenenti gli statuti e le notizie del Sodalizio, riscontrasi sotto la data del 14 settembre 1381 in un inventario di letti posseduti dai Caravana nell'Ospedale di Santa Maria Maddalena. 21

E perché questo nome?
La risposta è semplice: Esso non è altro che il vocabolo italiano Carovana derivato dalla parola (carwan) d’origine persiana e che vuol dire società, sia di mercanti, che di facchini o di pellegrini ecc. Esso è ricordato nel più antico ed autorevole libro del mondo, cioè dalla Bibbia, precisamente là dove si racconta che il giovane Giuseppe figlio di Giacobbe, fu venduto dai fratelli alla carovana dei viaggiatori Israeliti venienti con i camelli carichi d’aromi, di droghe ecc. dalla Siria e diretti all’Egitto. 22
Questa voce i nostri impararon ad usarla nell’Oriente, dove pure la desunsero i Cavalieri di Malta nella cui storia trovasi continuamente usata per il corpo dei cavalieri e per gli equipaggi e la crociera delle loro galere contro i Turchi e, dall'essere tali crociere chiamate carovane, dicevasi che ogni cavaliere era tenuto, per legge dell’Ordine, di fare un dato numero di carovane, ovvero, in altri termini, un certo numero di viaggi.
E può darsi benissimo che questo nome fosse derivato alla compagnia dei facchini lombardi dai viaggi che prima del loro stabilimento in Genova potevano benissimo aver fatto tra Genova, Milano, Bergamo ed altre città e terre di quella provincia, e questo per ragioni di commercio, essendo a quei tempi estesissimo il traffico tra i due stati.
Ciò risulta da copiosi documenti, dagli storici nostrani e lombardi, ad esempio dal Fiamma, il quale attesta che in Lombardia eranvi ai suoi tempi (1300) delle manifatture assai stimate e perfette, fra le quali quelle delle tele di lino e di cotone e degli elmi e delle corazze e di tutte le armature di ferro che si somministravano non solo a tutta l’Italia, ma si trasportavano persino ai Tartari ed ai Saraceni. 23
Per la ragione di questo reciproco commercio tra i Genovesi ed i Lombardi, già nel secolo XIII si era stabilita in Genova una colonia, ossia società lombarda, alla quale presiedeva un consolato, rappresentato nel 1266 da Giovanni de' Gargani di Bergamo24 ed in seguito da altri, tra cui Agostino Calvo, confermato ad una tal carica in data 5 dicembre 1502. 25
 

GLI  ANTICHI  ASCRITTI.

All'epoca della istituzione della Compagnia, il servizio dei Caravana, veniva assegnato alla località di Banchi, al Ponte Reale26 e della Mercanzia, al ponte del Pedaggio, ora detto Ponte Morosini, ed al Ponte della Calcina, altrimenti detto dei Calvi, e quantunque tra i soci venissero preferiti quelli provenienti da Bergamo e dalle sue valli, pure non erano esclusi gli altri delle regioni lombarde, come le rive del lago di Como, del lago Maggiore e del lago di Lugano da cui discendevano pure i maestri d'Antelamo, ossia massacani,27 o muratori, e buona parte degli scultori che lavorarono in Genova dal secolo XIV al secolo XVIII.

Tra i caravana che non appartenevano alla provincia di Bergamo, nei Decreti dei PP. del Comune, da cui dipendevano in generale tutte le arti, nel 1543 trovansi menzionati in Domenico Gallo della Valle di Lugano, Domenico di Brissago del Lago Maggiore, e Matteo di Brissago pure del Lago Maggiore. 28

Dopo la riforma degli Statuti della Compagnia fatta nel 1576, a quanto consta, non furono ammessi nella Caravana, se non i provenienti dalle Valli Brambilla, Brembana e Imagna esistenti nel distretto di Bergamo. 29
Infatti nella Matricola concernente la Compagnia, e che trovasi tra i manoscritti dell'Archivio municipale, gli arruolati appaiono tutti del distretto bergamasco giusta quanto prescriveva l'articolo II° degli Statuti. Questo articolo relativo alla provenienza dal distretto di Bergamo era cosi essenziale per l’ ammissione nella Compagnia, che i caravana mandavano la moglie incinta a partorire nella provincia bergamasca, acciocché il figlio potesse a suo tempo avere il diritto d'essere arruolato alla Compagnia stessa. E poiché, con l'andare del tempo, questo obbligo minacciava d’essere trasgredito, così i Padri del Comune, con speciali decreti del 1695 ordinavano che la cittadinanza della giurisdizione bergamasca dovesse comprovarsi con l'autentica fede di battesimo. 30
Le terre, o Comunità Bergamasche che diedero il più largo contingente d'uomini alla Compagnia dei Caravana, furono: Brembilla, Comune che fa parte del mandamento di Zogno, fornito di boschi, di verdi prati e di bei caseggiati; Dossena, posta in una delle migliori posizioni della valle Brembana, Almeno, Endenna, Zogno, San Pietro d’Orzio, posto sulla sponda sinistra del Brembo, come si ha dalle memorie raccolte intorno alla Valle Brembana dal Prof. Bartolomeo Villa, il quale appunto afferma che gran parte della popolazione di quest’ultimo Comune emigrava a Genova occupandosi quali facchini del porto franco. 31

Da Brembilla venivano i Carminati, che già nel 1500 trovansi ascritti alla Compagnia, della quale rivestirono più volte l'ufficio di Console. Di questa famiglia era stato Papa Giovanni XVIII (1006) e di essa si distinsero parecchi individui sia nella milizia che nel sacerdozio. Come gli altri ascritti alla Compagnia dei Caravana i Carminati aveano in Genova tombe nella chiesa di Santa Maria del Carmine. Ivi, secondo svelano gli atti di Bartolomeo Borsetto, Angela Carminati del q.m Antonio con sue disposizioni testamentarie del 3 dicembre 1637 dichiarava di voler essere seppellita, e lasciava erede Giacomo Antonio Sonsonio, suo figlio, avuto dalle
nozze con il primo suo marito Domenico Sonsonio, cognome assai frequente nella matricola dei Caravana. Da San Pietro d’Orzio venivano i Bonzi, i Cortinois, da Bracca i Noris, tra i quali Francesco detto Marello, da cui nel secolo ora scorso nacque il Rev. Giovanni Noris, esemplare sacerdote, autore d'una bella monografia intorno alla chiesa di Borgo Incrociati, di cui fu degnissimo parroco.
Da Serina vennero i Carrara ed i Ceroni, due antiche famiglie che ebbero origine comune, cioè da due fratelli, chiamato uno Carrerio, l’altro Ceronio. Essi erano originarii di Inspruk , si recarono in valle Serina dove acquistarono terreni, formarono la ricchezza del loro paese ed ebbero discendenti che diedero gloria alla patria. Antonio Ceroni fu infatti prode capitano, combatté contro i Torriani, e liberò la valle nativa dagli invasori.
Da Endenna discesero i Rota, i quali avevano tolto il nome da una località della Valle Imagna. Essi aveano prodotto a gloria della patria personaggi di grande ingegno nelle lettere, nelle scienze, nelle dignità ecclesiastiche.
Da Rìgosa venivano gli Acerbis, tra i quali ebbe nome quel Gio Maria di Filippo, che , ordinatosi sacerdote in Genova, dove avea due fratelli tra i Caravana, tornato in patria, ebbe cariche, uffizi onorifici e segnalossi quale buon scrittore.

Il grembiale, che i Caravana durante le ore di servizio portano tuttora stretto intorno ai lombi a modo di faldino è per essi consuetudine antica, poiché lo si trova già menzionato nelle loro memorie del millequattrocento, e precisamente nelle prescrizioni nelle quali si vieta agli ascritti alla Compagnia di “nascondere robba nelle tasche degli scossali”.
Questa specie d’indumento, che in altri tempi fu distintivo anche d’altre corporazioni di facchini del porto, come i camalli da vino, non ha riscontro se non nei costumi degli Scozzesi e degli Scandinavi, dai quali era già adottato fin dal Medio Evo, come rilevasi dall’opera del prof. Hotteuroh intorno ai costumi ed agli utensili di tutti i popoli antichi e moderni. 32
 

LA  CAPPELLA  DEL  CARMINE.

La cappella, che la Compagnia possiede tuttora nella chiesa di Santa Maria del Carmine, spettava alla stessa fin dalla fondazione, e cioè di data antica quanto la Caravana. Essa era intitolata alla Santa Croce e gli Statuti parlano dell'obbligo che gli ascritti alla Compagnia aveano di recarsi ad ascoltare la messa a quell'altare, nel giorno della Purificazione della Madonna, e nelle feste dell'Assunta e della Croce.

In questa cappella i Caravana aveano pure le loro sepolture fatte nel 1464, riattate nel 1691 come rilevasi dall’iscrizione seguente: Domus istae evi . . . terno in quibus Caravanæ Socii Bergomenses diem extremum expectant fundatæ fuerunt anno MCCCCLXIIII — restauratæ vero anno MDCXCI.
Oltre alle tombe nel 1683 e nel 1688 ebbe restauri la cappella ricordata in altra iscrizione latina di questo tenore: D.O.M. Hacc Capella S. Crucis Consortiæ laboratorum Caravanæ Januæ ob ejus antiquitatem una cum Altare sub ab eadem Consortia reformata — anno MDCLXXXIII — Iterum ab eodem Consortio Nationis Bergomensis — restaurata anno MDCLXXXVIII. 33

Questo ricordo al consorzio dei Bergamaschi, conferma appunto quanto venne detto più sopra, che cioè negli ultimi secoli i Caravana appartenevano tutti al distretto di Bergamo. 34

Sovra l’altare, sino ai primordi del secolo XIX rimase inalberato un vecchio crocifisso il quale, secondo lo stile del milletrecento, a cui certo appartiene, la figura del Redentore è espressa stecchita e distrutta dalle sofferenze in modo d’aver non solo perdute le divine sembianze, ma anche l’aspetto umano, per cui l'Arcivescovo Taddini, ben considerando che se quella vetusta immagine poteva in altri tempi destare sentimenti di pietà nei riguardanti, non era più tale da potersi tenere in venerazione ai tempi nostri, per cui ordinò che quel crocifisso fosse tolto e sostituito da uno più confacente all'immagine del Salvatore ed alle prescrizioni della Chiesa. L’ordine fu eseguito, e la Compagnia, avuto rispetto all'antichità del vecchio crocifisso, lo conservò e lo conserva tuttora nel suo uffizio dove è considerato come opera d’interesse archeologico.

A proposito di questa cappella, è da ricordarsi che avendo avuto un scelto drappello di Caravana l’onore di trasportare in sedia gestatoria il Pontefice Pio VII, quando questi di passaggio per Genova, il 4 Maggio 1815, tenne il solenne pontificale nella chiesa dell’Annnnziato al Vastato, dove s’era trasferito, partendo dal palazzo Negrotto, Sua Santità degnossi accordare alla Compagnia un’indulgenza plenaria in forma di giubileo da lucrarsi in quattro feste autunnali. Ciò venne accordato con breve del 10 Maggio 1815.
 

 

I   SOPRANNOMI

Un costume, che tuttavia è vigente presso la Compagnia dei Caravana, è quello del soprannome che all'ingresso nella Compagnia viene dato ad ogni ascritto.
Quest’uso è antico e nulla di più facile risalga ai tempi in cui la Compagnia venne formata. Esso ha qualche cosa di consimile alla costumanza che hanno parecchi Ordini religiosi, di mutare il nome a quelli che vengono ricevuti nell'Ordine stesso.
Questi soprannomi si trovano nella Matricola dei Caravana già accennati nel 1600, ed è cosa curiosa e degna d' essere qui ricordata, che non pochi di questi soprannomi furono di Caravana in Caravana tramandati fino ai tempi nostri. Così i nomi di Liberale, di Avito, di Isidoro, di Belfiore, di Zaffardi, di Rubens ecc. recati attualmente da parecchi capisquadra, furono altre volte portati da vecchi Caravani. Così col nome di Zaffardi, ora portato dal Caravana Natale Bonzi, fu già contraddistinto il Caravana Pesenti Domenico ascritto il 27 luglio 1819; con il nome di Avito, ora portato dal Caravana Giovanni Guagnino, fu distinto il Caravana Orazio Bonzi ascritto nel 1824. Il nome d’Isidoro portato dal bravo Venzano, fu già distintivo del Caravana Lorenzo Pesenti. 35

Parecchi di questi soprannomi divennero popolari, specie quando alcuni ascritti alla Compagnia aprirono in città e dintorni, spacci da vino e trattorie. Per questo divennero popolarissime, massime tra i giuocatori di boccie ed i cacciatori, la trattoria del Giobbe sui terrapieni fuori Porta San Bernardino, e quella del Caporale sovra Piazza Manin allo Zerbino. Il Giobbe (Giambattista Pesenti) era stato ascritto alla Compagnia nel 1827.

Parecchi di questi soprannomi erano anche tolti dalle località dove i Caravana provenivano. Così Belfiore, recato dal bravo caposquadra Emanuele Piano, è nome di un paese in valle Brembana. Altri soprannomi invece venivano presi da divinità mitologiche o da eroi dell’antichità, altri da celebri artisti come ad esempio Rubens.
Il soprannome di Gerione ora portato dal console Casareto, la cui ascrizione alla Compagnia risale al 1° Settembre 1856, venne derivato dal mitologico Gerione figlio di Nettuno, il quale da quanto riferisce Esiodo, era il più forte di tutti gli uomini. Era gigante ed avea per custode delle sue mandre un cane a due teste che si chiamava Orto e un dragone con sette. Sostenne combattimenti contro Ercole.
 


IL   PORTOFRANCO

Il Portofranco, al cui servizio i Caravana furono destinati, è di antica data. La sua istituzione e la successiva erezione dei magazzini di deposito delle merci fu un encomiabile atto d’economia politica, che rese di sommo profitto l'afflusso e lo scambio delle merci. In tempi antichissimi, l’emporio delle merci era costituito dai Fondachi, ossia magazzeni posti vicino al mare nei pressi della Dogana e di Banchi.
Per facilitare la libertà del commercio, il Governo della Repubblica di Genova nel 1595 accordò il Portofranco alla vettovaglie soggette alla cabella del grano a quei bastimenti d’una portata superiore alle trecento mine, l'esperimento avendo dato ottimi risultati, fu stabilito in seguito, specie nel 1623 d’accordare il portofranco a tutte le merci.

Allora il portotranco prese uno sviluppo grandissimo; mancando i magazzeni in prossimità della riva del mare ed ai punti di sbarco, si dovette crearli e fu a questo modo, per queste necessità, che si dovettero dimezzare le volte dei portici di .Sottoripa, formare dei tramezzi ed aprire in quegli edifici trasformati, anzi deformati, i depositi, come ben si può arguire da una preposizione del 1646 la quale dice: che è bisognato molte volte dar comodità ai mercadanti di stanze particolari, benché con stimolo di tali concessioni potessero portare pregiudicii alla gabella e introiti di essa ». 36

Nonostante questi inconvenienti, non si poterono avere i locali necessari , se non dopo il 1656. In quell’anno i protettori delle Compere di San Giorgio il 5 gennaio rassegnarono ai Serenissimi Collegi un memoriale in cui tra l'altro dicevasi: “ ........ Il nostro desiderio è che possiamo occupare il ponte dei Chiavari e palmi 70 al più in mare in distanza da questo cortino di questa Città, che forma il piazzale del Portofranco ed è situato fra li ponti della Mercanzia e in fabbricare due suoli di magazzini all’uso sudetto”. 37

Trasmessa dal Senato ai Padri del Comune l’istanza, ed avuto il parere favorevole di quest’ultimi, i Protettori del Banco ordinavano all’architetto Pietro Antonio Corradi, l’effettuazione del progetto da lui presentato e prescelto tra altri concorrenti. L’opera era da poco compiuta, quando già si faceva sentire il bisogno di di nuove ampliazioni, per cui il Consiglio delle Compere considerando « che i magazzini sono talmente pieni che si è costretti a lasciar portare le mercanzie a casa dei negozianti per non saper dove metterle»,38 deliberava di ricorrere al Governo il quale accordava al Banco il Palazzo dei forni pubblici, nobile edifizio che sorgeva vicino alla Raibetta, a condizione ne fabbricasse un altro in luogo più conveniente, cioè alle falde del colle di Castelletto.

In grazia delle avute concessioni, tra la fine del 1600 e il principio del 1700, potevasi effettuare la completa sistemazione del Portofranco, il quale con i suoi edifizi portati pressoché ad uguale altezza ed ornati all’esterno di semplice facciata, divenne può dirsi, come una piccola città entro una città grande. Dieci furono allora le isole, ossia i quartieri, sei a sinistra sulla strada principale, cioè: San Giuseppe, San Bernardo, San Giorgio, Santa Caterina, Sant’Antonio e San Francesco; quattro a destra cioè: Santa Maria, San Giambattista, S. Lorenzo e San Desiderio. Essi contenevano allora 355 magazzini che erano di proprietà del Banco di San Giorgio ed allo stesso appartennero fino alla sua liquidazione.
Allora furono venduti a privati. A questi edifizii, nel secolo or ora scorso, la Camera di Commercio subentrata al Banco di San Giorgio nella amministrazione del Portofranco, aggiunse un grande edificio alla moderna, capace di ventimila tonnellate di merci.



Tralascio le vicende a cui il Portofranco andò soggetto e prima della soppressione del Banco e dopo e negli ultimi tempi, poiché di queste è ricordo in una monografia estesa espressamente dal fu Archivista Civico Giuseppe Gambaro,39 riferirò invece per esteso, perché attinente a questo lavoro, il capitolo che nel regolamento compilato nel 1763 concerneva i Caravana. E un documento che è bene conoscere :

 

N. 61.  —  Facchini   da   Caravana:

Gli facchini da Caravana non potranno portare marcanzia alcuna fuori di Portofranco a risalva di quelle che devono trasportarsi nello scagno del magnifico Governatore per la ricognizione e bollo, se ciò non verrà loro comandato dal proprio Console pro tempore.

Non potrà però lo stesso console ordinare trasporto alcuno di merci spedite, se prima dall’Espediente non gli sarà consegnato il controspaccio della spedizione in vista del quale e della quantità delle merci in esso contenute. dovrà subito provvedere il numero necessario di detti facchini, acciocché di tutte in ogni stesso tempo ne segua l'uscita o dal detto scagno o dal Portofranco, il che dovrà praticare in tutti gli controspacci che li saranno consegnati, onde il trasporto di ogni spedizione di merci venghi eseguito tutto in un tempo continuato sino a che resti estinto lo spaccio.

Dovranno i detti Caravana, mediante la loro mercede di cui in appresso, servire tutti indistintamente, e senza parzialità o riguardi, con far precedere cosi negli sbarchi ed introduzione delle merci, come nelle spedizioni di esse quello o quelli che avranno prima allo scalo, o che loro avranno per i primi consegnati i controspacci, e ciò sotto pena tanto a detto Console che a detti facchini, in caso di contravvenzione, di essere cancellati o sospesi a giudizio dell’Illustrissimo Presidente del Portofranco o del prestantissimo Deputato di giornata di Dogana.

Il numero di detti facchini dovrà essere sempre completo in 90 secondo gli ordini che già vi sono, e le loro elezioni, siccome le sorroghe per gli ammalati o assenti, si faranno dall'Illustrissimo Presidente del Portofranco, senza che gli eletti o surroghi possano essere obbligati dagli altri Caravana o da qualsivoglia altra
persona ad alcuna contribuzione.

Non potrà essere eletto o sorrogato in Caravana chi non avrà compito l’età di anni venti e nemmeno chi eccederà quella di anni quaranta, e perciò gli aspiranti dovranno presentare la fede del loro rispettivo battesimo. Fra giorni quindici dalla pubblicazione del presente regolamento dovrà formarsi il ruolo de' medesimi, il quale si registrerà in due libri da conservarsi uno cioè nelle nostre Cancellerie e l'altro in quella di Dogana, e in essi libri si scriveranno tutti i detti Caravana, col loro nome, cognome ed anche soprannome se ne avessero, ed in caso di nuova elezione o sorroga di alcuno di essi, dovrà farsene nota in detti libri.

Nessuno di detti Caravana potrà partire dalla Città senza licenza in scritto dell’Ill.mo Presidente, quale ottenuta dovrà presentarla al Cancelliere di dogana per essere ivi conservata e farsi presente nell’atto della mensuale revista, e non ritornando nel termine prefisso in detta licenza, s’intenderà licenziato e si verrà all’elezione d’altro in di lui luogo.

In ogni mese dovranno i detti Caravana passare la revista nanti quello de' prestantissimi Deputati di giornata, cui a tale effetto ne sarà appoggiata l’incombenza del prestantissimo Magistrato dell’anno precedente
e sarà dal zelo di detto prestantissimo Deputato di riconoscerne il vero numero, ed anche la rispettiva idoneità, con dare quelli ordini che stimerà per la distribuzione di detta Caravana, da farsi in quei modi e forme che giudicherà più a proposito, e di migliore servigio de' commercianti del Portofranco, ed in contravvenzione agli ordini loro prescritti nel presente regolamento, avrà il detto prestantissimo Deputato autorità di sospenderli cumulativamente coll’Ill.mo Presidente.

Dovranno in tale revista comparire tutti personalmente a risalva di quelli destinati al Varignano ed al Portofranco di San Lazzaro e degli ammalati per i quali saranno tenuti i consoli di presentarne le fedi ossia giustificazioni. 40

A questi obblighi i Caravana tennero fede per cui nelle mutazioni politiche, nelle trasformazioni che si succedettero, essi furono rispettati, conservati al loro posto.

Camillo Cavour presentando la legge per l'abolizione delle corporazioni privilegiate, fece eccezione per la Caravana « considerando le sue funzioni e la specialissima natura del Portofranco di Genova ».

Fu precisamente dopo il 1848, quando furono abolite le corporazioni privilegiate, che cessò il privilegio accordante ai soli uomini del bergamasco il diritto di far parte della Caravana. D’allora in poi, cominciarono ad essere ammessi nella Compagnia i nativi di Genova, delle valli di Bisagno e di Polcevera ed altre regioni.