La "LANTERNA" del porto di Genova
(codefà)

La Lanterna di Genova. Quasi mille anni di storia.

La Lanterna, torre alta e massiccia, non è solo il simbolo di Genova nel mondo, ma è legata da quasi un millennio alle vicende, gloriose e tristi, della Repubblica.
Ha visto gli splendori e i lussi dei Dogi, i tempi in cui la flotta genovese dominava il Mediterraneo e i commerci erano ultrafiorenti ed ha assistito o preso parte a momenti di crisi. Fu semi distrutta nel 1512 durante la presa della Fortezza della Briglia; la sua cupola fu danneggiata nel 1684 durante il bombardamento navale francese e ancora, durante l'assedio e il blocco austriaco del 1800 ha visto Genova stremata dalla carestia e ridotta alla resa.



La Lanterna del Porto di Genova
dipinta dal pittore francese Joseph Vernet
(paesaggista incaricato dal Re di Francia di dipingere i porti francesi)

 

Dati essenziali:
FARO, costituito da una alta torre di due tronchi a pianta quadrata e decrescenti, i due piani sono separati da cornici a mensola e coronati da una piccola cupola a calotta sferica, contenente l’apparato illuminante.
Latitudine 44° 23' Nord - Longitudine 8° 54' Est.
Altezza sul livello del mare: 117 metri. Altezza della torre: 76 metri.
Portata luminosa: 33,3 miglia. Portata geografica del faro: 26,6 miglia.
Anno di costruzione (della torre moderna): 1543.

Premessa
Il Faro ha origini antichissime. I fari primordiali risalgono al V° secolo a.C., periodo in cui essi consistevano in grossi fuochi , accesi al calar della sera su delle alture in prossimità del lido. Successivamente i fuochi vennero accesi su colonne, poi su torri all'imboccatura dei porti.
Nell'antichità la torre-faro più famosa era quella eretta davanti al porto di Alessandria d'Egitto e consisteva in una torre alta 120 metri, dalla cui sommità si levava un'enorme fiamma. Tra i primi fari eretti in Italia vi è quello di Messina, rappresentato in una moneta di Sesto Pompeo (75-35 a.C.). In epoca romana altri fari si trovavano presso Ravenna, Brindisi, Gaeta, Pozzuoli, Capri e sul porto canale di Aquileia. Tra i fari medievali e moderni va ricordato quello di Genova, eretto sulla estrema punta di Promontorio (Prementon), poi Capo di Faro (Codefà) e infine colle di San Benigno.

La Lanterna.
Non si hanno notizie sulle origini della Torre di Capo di Faro, risalente forse al secolo XI. Abbastanza documentate sono invece le vicende della Lanterna attuale, che risale a 1543, anno in cui fu costruita ricalcando il modello della fabbrica precedente, distrutta durante l'assedio della fortezza della Briglia nel 1512.
Precedentemente alla costruzione della torre, sullo spazio roccioso su cui dovrà sorgere, già si bruciava la "brisca", cioè gli steli della ginestra raccolti in massima parte a Briscata, località della Val Bisagno. Falò analoghi venivano accesi di notte lungo l'arco delle riviere nei punti ritenuti più pericolosi per la navigazione. Falò che i briganti soffocavano di proposito in notti tempestose, per crearsi maggiori probabilità di godere del medievale "ius naufragii", grazie al quale apparteneva ai ritrovatori tutto ciò che in occasioni di sinistri era trascinato sulla costa.

Genova, fra tutte le città marittime del mondo ha il privilegio di avere il faro più antico, e non v'è dubbio che la Torre del Faro rimase nei secoli la più importante e famosa, e fu la sola torre a caratterizzare topograficamente una città.

La prima fonte certa che parla della Lanterna è del 1128: un decreto dei Padri del Comune ripartiva tra gli uomini dei sobborghi della città i compiti relativi alla torre: difesa ed approvvigionamento della legna per l'alimentazione del fuoco. Un "breve consolare" del 1161, accanto alle più diverse proibizioni, tra una tassa "pro igne faciendo in capite fari", per contribuire alle spese di manutenzione.
La torre non serviva tuttavia alla semplice segnalazione notturna per il porto: i suoi addetti annunciavano anche il "netto" e il "brutto", intendendo con quest'ultima espressione l'avvistamento di navi sospette, pirate o corsare. Il "netto" era indicato con un fuoco con luce chiara, e il "brutto" con altre luminosità e, a seconda del numero dei falò accesi, si indicava il numero dei vascelli. Di giorno questa segnalazione veniva fatta con un sistema di vele e bandiere issati sulla torre stessa. Attorno al 1320 la Lanterna divenne davvero tale con la sistemazione sulla sommità della torre di lampade ad olio.

Secondo l'annalista Giorgio Stella, nel 1318, Guelfi e Ghibellini (o "Rampini e Mascherati" per indicarli con l'espressione genovese dell'epoca), si batterono attorno ad essa. Più precisamente i Rampini vi si rinchiusero e gli avversari li sottoposero ad assedio ed a bombardamento di pietre per due interi mesi. I Rampini non avevano problemi di resistere in quanto erano riusciti a collegarsi, con una fune, ad una loro galea all'ancora oltre il cerchio degli assedianti. Ogni giorno, intrepidamente, un uomo saliva e scendeva per tale fune entro un capiente tinozza, assicurando i vettovagliamenti. Per la conquista del faro i rampini dovettero ricorrere allo smantellamento delle mura di protezione della torre.

Agli inizi del Cinquecento, Luigi XII re di Francia conquista Genova e vuole costruire una fortezza a Capo di Faro. Tale fortezza sarà denominata "Briglia" con l'intento di frenare le rivolte dei cittadini. Nonostante ciò i genovesi riuscirono egualmente ad espugnarla, dopo reiterati combattimenti, nel 1514.

Nel 1543 il Comune restaurava la vecchia costruzione rovinata dalle battaglie precedenti ed innalzava l'attuale Lanterna.
Nel 1544 furono iniziati i primi esperimenti sulla portata della luce. Da documenti del 1573 risulta che in inverno si accendevano 18 stoppini, mentre in estate se ne accendevano 12. Successivamente gli stoppini furono portati sino a 30, con un consumo annuo di 12 barili d'olio di oliva. Successivamente, per risparmiare prezioso combustibile, gli stoppini furono ridotti a 8, e per garantirsi da frodi instaurarono l'uso di far giurare i custodi sul numero degli stoppini accesi. Fu deliberato anche di non accendere il faro durante le notti di luna piena, ma la cosa non durò molto.
Nel 1640 si provarono vetri più limpidi, fatti costruire a Venezia, e si rinnovarono gli esperimenti sulla portata del faro.

In seguito a ripetute scariche di fulmini che produssero danni alla Lanterna e ferirono i custodi, nel 1602, su ciascun lato della torre superiore, fu montata una lastra di marmo con il seguente motto "Jesus Christus rex venit in pace e Deus homo factus est". Il fulmine colpisce ancora la Lanterna ne 1675: viene allora dipinta sulla torre l'effigie di San Cristoforo. Nel 1778 il fulmine fa un'altra vittima sulla Lanterna nonostante le immagini sacre e le scritte religiose per ingraziarsi il Divino. Fortuna vuole che il Padre Glicerio Sansais, fisico dell'università di Genova, ricorre al parafulmini, inventato una ventina d'anni prima da Franklin.

Nel 1841 l'antico sistema di lampade ad olio viene sostituito dal lume girevole a petrolio, tipo Fresnel. Nel 1913 il meccanismo viene sostituito con una lampada a vapori di petrolio. Del 1936 è la sostituzione della lampada a gas di petrolio con una lampada ad incandescenza da 3000 watt.

Durante l'ultimo periodo bellico (1940-45) la Lanterna non prestò servizio. In azioni di bombardamento fu seriamente danneggiata e vennero scheggiati alcuni prismi del fanale.

La Lanterna fu anche prigione per ospiti d'eccezione. Il re di Cipro, Giacomo di Lusignano, vi fu trattenuto come ostaggio per cinque anni, durante i quali nacque il figlio Giano.

Fortunatamente fu anche luogo di spettacoli: tra i vari trattenimenti che durante i secoli si svolsero nel perimetro del porto, rimasero a lungo celebri i cosiddetti "Voli della Lanterna". Il primo ebbe luogo nel 1643, come narrato nei "Novellari" stampati a Genova in quell'anno: un funambolo scese dalla sommità della torre per mezzo di un cavo teso sino ad un barcone ormeggiato nel centro del porto. "Un minuti di rarissimo spettaculo per oltre 50.000 spettatori accalcati nelle galere, navi circa trecento, feluche, barchetti in ambi i moli e altrove". L'ultima simile esibizione si tenne, a quanto è dato sapere, nel 1749, con la discesa notturna di due ballerini del teatro di S. Agostino.

Nel 1985, unica volta nella sua millenaria storia, la Lanterna è stata illuminata dai fuochi artificiali, grazie all'impegno dei Circoli Portuali : "Luigi Rum" fra i lavoratori portuali della Compagnia Unica e "C.A.P. fra i lavoratori del Consorzio Autonomo del Porto di Genova. Con un grosso lavoro organizzativo ed un impegno senza pari sono riusciti a superare ostacoli che parevano insuperabili, quali: Marina Militare, Protezione Civile, Marina Mercantile e Aeronautica. Se vi pare poco. Non appena è transitato l’ultimo aereo diretto a Sestri Ponente, una cascata di luci e colori scoppiettanti ha illuminato la Lanterna per la gioia delle migliaia di spettatori assiepati in piazzale San Benigno, i quali, dopo un intenso ed emozionante periodo di silenzio, hanno applaudito lo spettacolo veramente impareggiabile. Piccola annotazione: l’anno successivo, la Lanterna, come altri monumenti cittadini, è stata dotata di un impianto di illuminazione serale; che anche questo sia una conseguenza dell’impegno dei Circoli portuali?

I suoi guardiani, tra i quali Antonio Colombo, zio di Cristoforo, videro nel corso dei secoli entrare le navi cariche di prede e di merci, ed ai suoi piedi si svolse tutta la storia della Repubblica, sino all'epilogo: fu infatti alla porta della Lanterna che l'ex Doge Michelangelo Cambiaso, divenuto semplicemente sindaco, consegnò le chiavi della città a Napoleone.

Dall’antica “brisca” all’olio, alla pece, al catrame, al petrolio, alla luce elettrica attuale, essa è rimasta ferma al suo posto a prendersi il saluto del viaggiatore. Essa è sempre stata il simbolo della nostra città, ed è una delle cose più care che i marittimi e gli emigranti ricordano: ultimo lembo di Patria che ti accompagna nel mare fino a scomparire, e primo segnale al ritorno. Sui testi della canzone che Mario Cappello ha portato per anni in giro per il mondo, specialmente Nord e Sud America, “Ma se ghe penso”, era sempre disegnata la Lanterna con la sua luce, l’antica luce di “Codefà”.

Impassibile di giorno, in mezzo al trambusto operoso del porto e della città, viva di notte, con la sua luce che vince l’oscurità del mare.

Ci è stato richiesto di riproporre questa breve storia della Lanterna di Genova perché parecchi soci hanno perso quanto precedentemente pubblicato.
Lo facciamo volentieri anche perché pensiamo che possa essere uno strumento utile durante la passeggiata che, partendo dal Terminal Traghetti, porta i visitatori alla Lanterna attraverso un itinerario insolito e affascinante che fa apprezzare, a chi lo percorre, una parte di Genova e tutto il suo porto visto da un punto di osservazione nuovo e insolito. Una piccola chicca che rende la nostra città ancora più interessante.


La Lanterna del Porto di Genova
in un collage eseguito da alunni e insegnanti
di una Scuola Elementare di Firenze
dopo una visita al Porto nell'anno 1973.


Antichi Fuochi  -  La Lanterna del Porto di Genova
(ricerca di OSVALDO MAGNELLI (MARIO)

Le origini di Genova si perdono in tempi lontani. Il territorio della Liguria era abitato fin dal paleolitico, come dimostrano numerosi reperti archeologici. Dal V millennio a.C. popolazioni neolitiche si insediarono nelle zone collinari e montane e, dal III millennio (durante l'età dei metalli), si sviluppò collegata a quelle coeve del basso Piemonte e della bassa Lombardia.
Le antiche leggende attribuiscono la fondazione della città a Giano: il dio bifronte delle navi e delle monete, "custode della porta", che sarebbe giunto nell'antica Liguria profugo da Troia.
Giano, comunemente rappresentato con due facce, simboleggerebbe sia i due specchi di mare che fronteggiavano il promontorio dove nacque il primo porto, sia la funzione di doppia apertura, di porta di transito da e verso il mare e l'interno che la città avrebbe poi assunto.
Anche Janua, termine al quale si fa risalire il nome di Genua, poi divenuto Genova, significa porta, sbocco.
La fondazione di Genova potrebbe risale al al VI-V secolo a.C. ad opera di mercanti greci ed etruschi che nell'ampio golfo dalla caratteristica forma di gomito, costituirono un ampio nucleo abitativo: un punto di approdo e, al tempo stesso, di contatto con la popolazione per i traffici commerciali. Strette vie di transito si sviluppavano infatti lungo i vicini corsi d'acqua, il Bisagno e il Polcevera, e attraversavano i monti per arrivare nelle valli dell'oltrepo, fino alla Pianura Padana e oltre.
Alcuni ritengono invece che il primo nucleo abitativo venisse costituito dai primi abitatori dei monti vicini che si sarebbero insediati sotto la collina del Castello per rendere sicuri gli scambi commerciali con i mercanti che arrivavano dal mare.
Secondo il poeta latino Festo Avieno gli antichi Liguri sarebbero discesi dalle paludose pianure del nord (liga avrebbe il significato di fango, palude), per cominciare, sulla strada dell'ambra,o per sfuggire all'attacco delle aggressive popolazioni celtiche. Ben presto i Liguri si radicarono nel nord Italia e in tutta l'aria costiera,dall'attuale Francia fino alla Toscana.

Qualunque fosse l'origine della città, fin dal tempo più antico Genova dimostrò la sua vocazione mercantile e marinaresca: già dal quinto secolo a.C. fiorì infatti un ricco Commercio, lungo le strette mulattiere che dal mare si inerpicavano verso i monti. E la città si allargò alle spalle di quell'approdo naturale.
La sua posizione strategica la favoriva nei commerci e nei traffici. Etruschi, Greci e poi Cartaginesi ebbero infatti con Genova solidi rapporti commerciali. Nessuno di questi popoli dominò mai la città.
Anche con i Romani Genova sviluppò e mantenne uno stretto rapporto commerciale, da un patto di alleanza.
Secondo alcuni storici, quando, nel corso della seconda guerra punica, Annibale espugnò Taurini, l'attuale Torino, Publio Cornelio Scipione trasferì le sue truppe a Genova con 60 navi per reclutare ancora navi ed equipaggi e fronteggiare Annibale. Sessanta navi che affollarono l'ampio specchio di mare su cui l'antica città si affacciava. Proprio questa alleanza con Roma costò a Genova l'assalto da parte di Magone, fratello minore di Annibale, che nel 205 a.C. distrusse quasi totalmente la città.

Racconta lo storico Livio che Magone, con trecento navi,Dodicimila fanti e duemila, cavalieri,non essendovi alcun presidio a tutela della costa,con una improvvisa aggressione prese Genova.
Roma provvide immediatamente alla ricostruzione della città,ma in breve tempo dal patto d'alleanza in atto (foedus aequum) passò ad un'assidua azione militare per sottomettere i Liguri. Fu una lotta lunga 80 anni, quasi un secolo.I Liguri erano, secondo Livio, veloci,capaci,veloci, capaci di attacchi repentini, arroccati in una regione inespugnabile e che lasciava al vincitore ben poco bottino. Florio, commentando Livio, sintetizza così: i Liguri era più difficile scovarli che vincerli.
Risale probabilmente ai Romani, e a questo periodo storico,la consuetudine di accendere fuochi di sterpaglie sul promontorio,così come sulle colline attorno, per segnalare l'approdo alle navi in arrivo. Da allora la tradizione di utilizzare fuochi per segnalare ai naviganti eventuali pericoli, ad esempio scogliere o secche, si è radicata nella gente di mare; così profondamente che, nelle convenzioni internazionali, si è continuato a parlare di fuochi di segnalazione anche dopo che l'alimentazione divenne chimica o elettrica.
In seguito vennero probabilmente utilizzati bracieri, secondo la consuetudine romana; il fuoco veniva acceso su di una colonna, eretta all'imboccatura di quel porto naturale; é possibile che i Romani costruissero un piccolo fortilizio e innalzassero una prima torre, al contempo di segnalazione e di avvistamento, già dal 281 - 278 a.C.

Scrive in un piccolo volume dagli esuberanti toni espressivi Paolo Murru: "FIAMMA FUMOSA AGITATA DAL VENTO SUL PROMONTORIO CHE FU L'ORIGINE DI UN INCIPIENTE NELLA NOTTURNA OSCURITÀ DEI SECOLI, FIAMMA CHE DIVAMPÒ SEMPRE PIÙ VIVA E SICURA CON L'AFFERMARSI DEI LIGURI VOTATI ALLE IMPRESE PIÙ ARDUE SU TUTTI I MARI CHE AFFRONTÒ DENSE FOSCHIE E SIBILANTI TEMPESTE, CHE, AI BARCHI AMICI, FACILITÒ LA ROTTA DELLE TENEBRE E CHE DIEDE L'ALLARME CONTRO GUATANTI FREGATE PROTESE ALL'ASSALTO DELL'IMPONENTE BARRIERA DI VERDE, DI OPERE E APPRODI".

Un omaggio un po' ridondante ma certamente appassionato.
L'alimentazione del fuoco notturno come di riferimento divenne comunque costante e si mantenne nei secoli; non solo sui promontori ma anche sulle colline attorno alla città.

In un piccolo ma piacevole e completo opuscolo sulla Lanterna, Faro di Genova, Corinna Praga descrive con vivace realismo questi sistemi di comunicazione visivi, basati sopratutto sul fuoco:
"Fuochi sui monti, da tempi immemorabili, si facevano un po'su tutte le cime del genovesato: i piccoli presidi d'altura, detti "guardie", oltre a questo servizio, fungevano anche da punti di collegamento e, con bandiere di giorno e fuochi di notte, trasmettevano velocemente messaggi ai paesi delle Riviere e fino alle soglie di Milano. Come per terra le notizie dei pericoli imminenti,giungendo con un certo anticipo mettevano all'erta le difese militari, così,sull'alto spiazzo di Promontorio,l'avvistamento di navi faceva scattare i meccanismi di difesa. I segnali notturni erano molto articolati e specifici per ogni occasione: nei fuochi accesi dentro a "coffe di ferro" (la coffa o corba è una tipica cesta ligure, molto usata dai "camalli", gli scaricatori del porto) si bruciavano la "brisca" (ginestra secca) e il "brugo" (erica secca) e, con il gioco di acqua e fumo, si diversificavano gli avvertimenti".

Secondo alcune fonti,l'abitudine alle segnalazioni cessò per tutto il lungo periodo in cui Genova subì le incursioni e il dominio barbari, per riprendere, sulle torre di origine romana del Promontorio,solo attorno al VI secolo d.C.
Dopo il dominio barbaro e le vittorie conseguite sui saraceni,Genova riprese infatti il suo ruolo di predominio sul mare e subito le basi per l'allestimento della città portuale.
Il faro di Genova sarebbe stato innalzato proprio sull'strema punta della collina di San Benigno; e il Capo di Promontorio avrebbe assunto il nome di Capo di Faro o, nella versione dialettale,Co de Fà.