La COOPERATIVA DI CONSUMO "ANTONIO NEGRO"
I PRIMI VENTI ANNI  (1964 - 1984)
(Libro commemorativo curato da Dario Ottone)

La Compagnia Unica fra i Lavoratori delle Merci Varie del Porto di Genova.
Se si vuoi analizzare correttamente la vicenda storica, i 20 anni di vita della Cooperativa Antonio Negro, non si può prescindere da una valutazione complessiva sulla evoluzione caparbia ed eccezionale, nei modi e nei tempi, della mentalità dei lavoratori della Compagnia Unica Merci Varie che evidenzia come, nel corso degli anni, si sia modificata la coscienza critica dei "camalli" verso forme di aggregazione più alte e, culturalmente, più avanzate.
Negli anni '60, mutate radicalmente le condizioni generali della vita, dopo aver soddisfatto con successo le rivendicazioni primarie, essersi garantito un posto di lavoro e un salario certo e soddisfacente, è necessario rispondere alle esigenze di una nuova condizione storica nella fruizione dei beni non più solo in senso quantitativo ma anche qualitativo per una classe in forte trasformazione sul piano economico ma anche socio culturale.
Quando nel 1946 fu fondata la CULMV, gravosi ed impellenti erano certamente i problemi del lavoro e solo la lungimiranza, l'impegno, la voglia di riuscire ad ottenere positivi risultati a favore dei lavoratori da parte di una classe dirigente largamente composta da personale uscito dalla dura ma proficua esperienza della Resistenza, poterono avere la meglio sulle enormi difficoltà di coagulare tante situazioni diverse. Il terreno era certo favorevole: la grande tradizione dei portuali genovesi con 600 anni di esperienza alle spalle (la Compagnia Caravana del porto di Genova datata addirittura 1340 che, pur con le caratteristiche e i vincoli dell'epoca, si può considerare una organizzazione sociale e democratica con i suoi statuti in cui si evidenzia l'assistenza ai soci malati, alle vedove, anziani ed orfani, fondata sull'operosità, la moralità, la fratellanza, il patriottismo; seguirono le Corporazioni di arti e mestieri, primi esempi di democrazia popolare molto aperta all'interno anche se spesso chiusa verso il mondo circostante); l'enorme sviluppo dei traffici marittimi, che facevano del porto di Genova una via di comunicazione internazionale, non potevano più permettere una organizzazione del lavoro improvvisato e operativamente slegato, senza un supporto logistico e tecnico e senza una regolamentazione tariffaria sindacalmente rappresentata.
Tra i problemi più grossi c'era certamente la necessità di fondere in un unico ente tante realtà diverse, tanti gruppi ormai organizzati, ognuno dei quali con una propria fisionomia, una propria amministrazione, propri dirigenti e, non ultimo, una serie di prerogative ormai acquisite e, psicologicamente, difficili da dividere con altri. La forza e la capacità organizzativa della classe operaia uscita stremata dalla dittatura fascista ma entusiasta, piena di idee e di progetti in un futuro che si pensava radioso e pieno di soddisfazioni, ebbe la meglio sulle difficoltà, riuscendo a cambiare la mentalità delle masse portuali con un successo che va ben oltre la citata operazione di conglobare in una sola realtà le diverse amministrazioni.
Divenuta una splendida realtà la CULMV, un punto fermo sul panorama dell'industria genovese per la sua alta specializzazione e capacità operativa nel campo degli sbarchi ed imbarchi delle merci da e per tutto il mondo, all'inizio degli anni '60 pose il problema al Consiglio di Amministrazione di trovare soluzioni nel campo delle agevolazioni economiche per i Soci e anche di dare ordine, spazio, possibilità nel campo della cultura, dello sport, della ricreazione, con il semplice e eterno scopo di contribuire alla elevazione delle maestranze portuali, come 20 anni prima si era cercato una soluzione al problema del lavoro delle stesse masse.
Deve essere inquadrata in tale modo la decisione del Consiglio della Compagnia Unica Lavoratori Merci Varie di arrivare alla fondazione della Cooperativa "A. Negro".

Costituzione della Cooperativa "Antonio Negro"
Il 31 luglio 1964, nello studio del Notaio Pietro Barletti, in Via Malta 2/4 a Genova AGOSTI Giovanni, BORNETO Emanele, CRAVIN Emilio, DELLACASA Luigi, MAZZOLINI Otello, PORCILE Luigi, BALZANI Giorgio, CANESI Giobatta, CROCE Riccardo, FAETTI Franco e PIPPO Bruno, tutti lavoratori portuali della Compagnia Unica Merci Varie, soci fondatori, in rappresentanza delle sette sezioni, costituiscono la Cooperativa di Consumo Antonio Negro avente per scopo: "Di giovare all'economia domestica dei consumatori; di migliorare le condizioni morali e materiali dei soci, dei consumatori in genere, delle loro famiglie; di stimolare lo spirito di previdenza e di risparmio dei soci e dei consumatori in genere; di collaborare allo sviluppo e alla propaganda del movimento cooperativo e mutualistico".
A tal fine essa provvede:
A) all'acquisto, possibilmente presso le fonti di produzione, specie cooperativistiche, all'eventuale produzione, manipolazione e trasformazione e alla successiva distribuzione e vendita ai soci e consumatori di generi di consumo, merci, prodotti ed articoli di qualsiasi natura e tipo nonché all'eventuale organizzazione diretta di determinati servizi e alla fornitura ai soci delle relative prestazioni, mediante impianto e gestione di spacci di distribuzione e vendita, sia fissi che ambulanti, trattorie, mense e mescite, magazzini laboratori ed impianti per la diretta conservazione, produzione, manipolazione e trasformazione di generi di consumo, merci, prodotti ed articoli necessari all'approvvigionamento ed assortimento delle gestioni sociali ed eventualmente laboratori ed impianti per la fornitura diretta ai soci delle prestazioni di determinati servizi;
B) all'esercizio di attività culturali, ricreative e mutualistiche in genere, a favore dei soci e loro famiglie, eventualmente istituendo ambulatori, colonie di riposo, ricreatori, scuole e biblioteche popolari, borse di studio, ecc., sale di ritrovo, di divertimento e spettacolo, palestre e campi sportivi, organizzando attività turistiche a beneficio dei soci e loro familiari, ed anche partecipando, con fondi e quote adeguate, ad altri enti cooperativi e mutualistici che si propongono l'organizzazione e l'esercizio specifico delle predette attività.
È decisamente rilevante notare come già dal primo statuto, cioè all'atto della fondazione, vengono posti con pari dignità i due capisaldi (quello economico e quello socio-culturale) che saranno una costante per tutta la vita della Cooperativa cioè il saper fondere in unica realtà due esigenze apparentemente così distanti tra di loro. COOPERATIVA O CRAL AZIENDALE ?
Compiuto l'atto legale, il 18 Settembre 1964 il Console della CULMV Mattia Rolla può comunicare ai membri del Consiglio stesso che tutti gli obblighi formali e legali per la costituzione della Cooperativa di Consumo Antonio Negro sono stati assolti e che, finalmente, si può iniziare l'opera di proselitismo per reperire gli associati, per cui viene concordemente deciso di farne carico a tutti i Capi Sezione nelle rispettive sale di chiamata.
È questo certamente un atto importante che pone fine ad interminabili discussioni, non certo sull'opportunità di creare questo nuovo e diverso strumento per le masse portuali, su cui l'accordo era pienamente raggiunto, quanto per determinare quale tipo di associazione deve prendere vita. Infatti, nei mesi precedenti, il Consiglio della CULMV più volte si era occupato della questione, prendendo in esame sia la possibilità di creare una Cooperativa sia un Circolo Ricreativo sul tipo ed esperienza di altri CRAL Aziendali.
La stragrande maggioranza dei Consiglieri fu dell'avviso di optare per la formula Cooperativa, largamente caldeggiata dal Consigliere Agosti che a lungo relazionò sull'argomento "ricordando il proficuo insegnamento degli esperimenti compiuti in Emilia". La discussione di quei mesi nasceva da una serie di esigenze che nel tempo si erano manifestate in modo palese nell'ambito portuale. La più semplice, creare posti di ristoro sulla calata del porto, "utili tanto quanto gli stipetti per il vestiario per il buon andamento del lavoro", non a conduzione diretta della Compagnia ma della Cooperativa, sua emanazione.
Si ricorda che tre volte al giorno (alle 7, alle 13, alle 18) i lavoratori si dovevano recare nelle rispettive sale di chiamata, cioè 8.000 persone con tutte le loro necessità fisiche e fisiologiche, esposte al sole cocente d'estate o al vento gelido d'inverno, alle quali si dovevano dare adeguate risposte in questo settore.
Le meno pressanti ma molto più impegnative, con scadenze più a lungo termine ma non meno importanti e cioè l'esigenza di dare risposte nel campo del tempo libero, come tempo di libertà autogestito, nei vari settori di interesse personale extra lavorativo.
Infine, come ultimo, non certo per importanza, la possibilità di difendere il potere di acquisto del proprio salario, sottraendolo alla speculazione dei privati. Per dar inizio al proprio programma sociale, il Consigliere Croce annuncia il raggiungimento di un accordo con un commerciante di carbone da riscaldamento, con pagamento in contanti alla consegna della merce, ad un prezzo interessante. Primo passo è il lancio della sottoscrizione di una quota sociale volontaria del valore nominale di 1000 lire per cui si decide il sistema della delega, con pagamento cioè trattenuto sulla busta paga. Uno degli artefici di questa fondazione, Gino Dellacasa così la ricorda: "Facevo parte del C.d.A. della CULMV in quanto rappresentante dei pesatori e ho quindi vissuto in prima persona tutta la vicenda. Il clima di quel periodo non era certo dei migliori in quanto c'era la necessità di superare le oggettive difficoltà create dalla fusione dei sette rami operanti nel porto in quella splendida realtà che fu poi la CULMV. Proprio da questa situazione scaturiva l'esigenza di creare luoghi o momenti di aggregazione tra i lavoratori portuali più che da una esigenza di tipo strettamente economico. Certo bisognava avere delle licenze commerciali per aprire lo spaccio o il locale bar e per questo la formula cooperativa era la più adeguata, ma nella nostra mente era preponderante l'idea di unire la gente sotto progetti comuni scaturiti dalle loro esigenze nel campo delle attività sociali.
All'interno del C.d.A. non ci furono mai contrari all'operazione, solo qualche riserva, singolare se volete ma adeguata ai tempi. C'erano cioè consiglieri che esprimevano perplessità all'idea di aprire i locali alle famiglie, alle mogli e ai figli ritenendo che il linguaggio, la parlata, gli atteggiamenti non sempre ortodossi dei lavoratori portuali potessero arrecare disturbo alla sensibilità specialmente femminile. Tutto ciò si dimostrò falso e mai si verificarono episodi di questo genere.
Fu creata quindi una commissione per gestire le varie fasi della nascita della cooperativa composta da tre membri della CULMV e cioè Faetti della S. Giorgio, Croce della S.Canzio ed il sottoscritto dei pesatori. Naturalmente poi entrammo nel C.d.A. della Cooperativa e fu Croce il primo Presidente ed io il vice Presidente. Nel Natale del '64 riuscimmo già a mettere in atto una grande vendita promozionale di articoli dolciari, anche grazie alle capacità organizzative di Mario Pedevilla, supervisore all'organizzazione della Compagnia, ma l'anno boom fu naturalmente il 1965 con la costituzione dei primi gruppi di attività, scegliendo uomini che, per competenze personali e passione, ne fecero il fiore all'occhiello della Cooperativa per molti anni".
E nelle parole del 1° Presidente Riccardo Croce, troviamo la sottile giustificazione politica per la creazione della Cooperativa: "Attorno agli anni 50, in Italia ma anche nei paesi dove l'industrializzazione stava progredendo a grandi passi e la ricostruzione era un fatto acquisito, il fermento sociale si stava indirizzando verso la riduzione dell'orario di lavoro. Due teorie si contrapponevano: la settimana corta oppure la giornata corta. Io ero decisamente schierato verso la seconda soluzione cioè ritenevo migliore la scelta di lavorare meno nell'arco della giornata invece di pensare a concentrare il riposo solo a fine settimana. La mia posizione era però minoritaria poiché gli stessi industriali, che prima si erano opposti alle riduzioni di orario, improvvisamente propendevano per la settimana corta ma contemporaneamente stavano mettendo su l'industria del turismo, riuscendo perfettamente nell'operazione di riappropriarsi del maggior tempo libero a disposizione dei lavoratori (e dei loro soldi). Luigi Rum ed io andammo allora ad un corso proprio per gestori del tempo libero a Villa Osimo, sul Lago Maggiore. Tornati carichi di entusiasmo e di qualche idea, iniziammo a lavorare in porto per diffondere questi concetti e pensando a come autofìnanziarci; ci fu suggerito di dar vita ad una cooperativa di consumo i cui modesti utili dovevano servire proprio per finanziare il sociale.
La sottoscrizione iniziale, quella per farsi socio, portò ben 24 milioni e, nel momento migliore, ben 365 lavoratori portuali davano attività di volontariato in tutte le varie branchie in cui si era divisa la Cooperativa stessa. Un successo enorme per quegli anni che, purtroppo col tempo e con le mutate condizioni di vita in generale, è andato pian piano scemando anche perché altri soggetti hanno iniziato a fare, in modo più scientifico e remunerativo ciò che noi facevamo nel nostro piccolo, con grandi sforzi, qualche soddisfazione, rubando il nostro tempo libero per motivare quello degli altri".
Sono queste di Riccardo Croce poche ma pesanti parole che evidenziano alcuni concetti fondamentali. Prima di tutto il pericolo, neanche troppo latente, di veder mercificato il proprio tempo libero, apparentemente come momento di libertà ma in realtà massificato da un certo tipo di necessità non personali ma imposte dalla moda del tempo. Di qui la necessità di far emergere i reali bisogni delle singole persone e spingerli a trasformarsi da fruitori passivi in organizzatori perché solo così si poteva uscire da quella spirale per cui tutti i diversi in realtà erano tutti uguali, come la nascente pubblicità voleva che fossimo.

ANTONIO NEGRO: l'uomo, il sindacalista, il politico.
A rappresentare graficamente la cooperativa fu deciso il simbolo della Lanterna con sette raggi, tanti quante le sezioni componenti la Compagnia: San Giorgio, Stefano Canzio, Commessi di Bordo, Pesatori, Barilai Cassai, Imballatori, Porta Bagagli.
Sul nome non ci furono dubbi, Antonio Negro, l'uomo che aveva dedicato tutta la sua vita a combattere in difesa dei diritti della classe operaia e la cui morte, avvenuta un anno prima di queste vicende, era ancora molto presente nella mente dei lavoratori genovesi.
Era nato a Pietra Ligure il 19 marzo 1885, ma aveva passato l'infanzia a Sestri Ponente dove assistette e partecipò alle lotte che la popolazione della cittadina ligure intraprese contro il governo reazionario del gen. Pelloux e successivamente contro il governo dell'on. Saracco che nel 1900 tentò di sciogliere la Camera del Lavoro di Genova. Si impegnò nella federazione giovanile socialista e partecipò attivamente, nel 1904, ai grandi scioperi di Genova contro i provvedimenti repressivi del governo e in particolare assieme ai portuali, che lottavano contro il sistema detto della "libera scelta". Nello stesso anno durante un comizio a Sestri, sciolto dalla forza pubblica che sparò sulla folla inerme, venne arrestato e condannato a due mesi di reclusione. (Antonio Negro nella sua vita, per ragioni politiche venne arrestato 110 volte). Nel 1907 aderì alla corrente dei sindacalisti rivoluzionari e uscì dal partito socialista. Da quel momento in poi dedicò tutta la sua attività al campo sindacale partecipando attivamente alla vita della gloriosa Camera del Lavoro di Sestri Ponente sino a quando non venne chiusa, nel '22, dalla violenza fascista. Nel 1909 si era sposato, a Limite d'Arno, con la signorina Lavinia, figura esemplare di donna che lo sostenne sempre nelle durissime prove che avrebbero affrontato durante la loro vita comune. Dal matrimonio nacquero quattro figli: due maschi e due femmine. Nella primavera del 1912 divenne segretario della Camera del Lavoro di Sestri e redattore responsabile del giornale "LOTTA OPERAIA" e si impegnò alla vigilia del primo conflitto mondiale contro l'intervento dell'Italia. Nel 1919 e nel 1920 esplosero una serie di agitazioni operaie conseguenti alla crisi del dopoguerra che sfociarono in occupazioni di fabbriche e serrate da parte degli industriali. Il lavoro mancava e lo spettro della disoccupazione spaventava la classe operaia. Nel 1921 le squadre fasciste, con la connivenza delle forze dell'ordine, attaccarono la Camera del Lavoro di Sestri P. dove gli operai opposero una strenua resistenza ma alla fine, per mancanza di viveri e di munizioni, furono costretti a cedere. I fascisti costrinsero Antonio Negro all'esilio; prima in Germania, poi in Francia e nel 1924 rimpatriò a Limite dell'Arno, ma successivamente fu costretto a emigrare con la famiglia in Egitto da dove, nel 1926 venne espulso e rientrò clandestino in Italia. Fu arrestato e condannato a due anni di confino a Lipari. Per lunghi undici anni fu disoccupato e visse un'esistenza di stenti e di affanni notevoli, sempre sorvegliato dai fascisti e in qualche occasione sottoposto a pestaggi. Dopo l'otto settembre 1943 partecipò alla resistenza e a Napoli, nel 1944, al 1° congresso della CGIL, fu eletto segretario responsabile della Camera del Lavoro di Genova. Nel capoluogo ligure, dopo la Liberazione, ricostruì la Camera del Lavoro e divenne il dirigente più amato della classe operaia. Da quel momento la sua esistenza e quelle del movimento sindacale genovese e italiano viaggiarono in sincronia. Fu deputato alla Costituente, consigliere comunale di Genova e Senatore della Repubblica.
Morì il 28 marzo 1963 nell'ospedale di San Martino, dove era stato ricoverato per l'aggravarsi delle sue condizioni di salute.
"L'uomo che non cambia " lo definivano i sestresi perché coerente, fierissimo simbolo della resistenza contro la sopraffazione, esemplare figura di rigore morale.
(lettera di Giuseppe Di Vittorio in occasione del compimento del 70° anno di età - 1955)

La prima Sede. L'ampliamento della base sociale.
Nei 20 anni di vita della Cooperativa una vicenda certamente travagliata è sempre stata quella di reperire locali idonei per lo svolgimento delle proprie attività e già prima della sua fondazione il Consiglio della CULMV si occupa giustamente del problema.
Nel passato la Compagnia aveva già lottato per dotarsi di una sede idonea a consentire l'accentramento di tutti i servizi, sparsi un po' ovunque su tutto l'arco portuale e rispondere alle esigenze di un lavoro che, nel corso degli anni, richiedeva una maggiore specializzazione, una sede amministrativa e direzionale: quello che sarà infatti la sede di S. Benigno, inaugurata nel 1964.
Anche la prima sede operativa della neo costituita Cooperativa A. Negro (1965) fu collocata in parte del piano terra della palazzina Uffici della CULMV. Ad essa erano stati destinati 3 locali: uno fu adibito a spaccio secondo il metodo tradizionale della bottega con bancone e scaffalatura retrostante per cui i clienti chiedevano il prodotto e le commesse lo servivano; un locale era adibito ad ufficio commerciale ed amministrativo dove si svolgevano le trattative con i fornitori, si controllava le fatture e si teneva la contabilità; il terzo era invece adibito al reclutamento dei soci ed era ubicato al piano adiacente la strada di accesso alle "chiamate". Dalla finestra del locale si accettavano le richieste di ammissione a socio della Cooperativa. In alcune circostanze, nell'accettare le domande di ammissione a socio, si vendevano anche prodotti a prezzi particolarmente vantaggiosi.
In quel periodo la Cooperativa assunse due persone: una molto esperta, l'altra una casalinga vedova di un socio CULMV deceduto sul lavoro con due figli a carico e quindi seza esperienza lavorativa. Quando si formavano le code spesso, presa dal panico, si metteva a piangere. Ma tutti la aiutavano perché questo era lo spirito che animava coloro che dedicavano buona parte del tempo libero alla Cooperativa. Il bancone e la scaffalatura in legno erano stati acquistati a poco prezzo di seconda mano. Il negozio successivamente fu allocato sotto le Sale chiamata occupando un'area più vasta di circa duecento metri quadrati e trasformato in self-service.
Il retronegozio era costituito da una scala di marmo dove ogni gradino costituiva lo stoccaggio di un prodotto esposto in vendita, mentre il magazzino di rifornimento era stato affittato in locali esterni a S. Benigno. In quel periodo ovviamente era aumentato il personale dipendente ed anche la struttura commerciale ed amministrativa si avvaleva di altri collaboratori. Per dare un'idea dei valori di vendita e fare i giusti paragoni nel 1965 si incassarono 90 milioni che diventarono 339 nel 1966, 583 nel 1967, 872 nel 1968 e nel 1969 si superò il miliardo, esattamente 1.162.193.000. Nel 1977, primo anno intero nella nuova sede sotto la sopraelevata portuale, l'incasso fu di 7.872.000.000. La Coop Liguria, in quel periodo, con i suoi 33 negozi, fatturava circa 26 miliardi. E' evidente che fu un enorme successo, le adesioni del primo anno portarono circa 4.000 lavoratori della CULMV a farsi soci. E in soli dieci anni il punto vendita, grazie all'impegno degli Amministratori, allo slancio con cui decine e decine di lavoratori si impegnarono mettendo a disposizione gratuitamente molte ore al di fuori del proprio orario di lavoro, alla bravura del personale addetto alle vendite e della gestione del magazzino, poteva contare su più di 1.000 referenze a banco, con incassi che si aggiravano su una media di 2 milioni al giorno.
Ricorda Sergio Pedevilla, ultimo Presidente della Cooperativa: "Nonostante potessimo offrire solo prodotti di largo consumo: pane, pasta, olio, eccetera di buona qualità, le code erano interminabili. A volte erano necessario due ore di coda per poter fare la spesa ma la gente attendeva, più o meno pazientemente" e ancora "II grande successo dello spaccio alimentari ci indusse a tentare l'esperimento di vendita di prodotti non alimentari, nel campo dell'abbigliamento. Pochi articoli a prezzi assai competitivi. Quante persone comperarono qui il loro "cagnaro", il giaccone da lavoro dei portuali divenuto poi di moda dopo il '68".
E a proposito del bar Pedevilla ricorda "È incredibile ancora oggi pensare come si riuscissero a servire migliaia di consumazioni, tutte le mattine, in una sola ora, prima che i lavoratori venissero avviati ai rispettivi luoghi di lavoro. Certo si riusciva a dare un buon servizio, senza fini speculativi, basandoci sul personale dipendente ma anche sul volontariato. Ricordo che si lavorava in molti, giorno e notte, per preparare i pacchi di Natale da mettere in vendita a prezzo contenutissimo, ricco di generi alimentari, prodotti tipici, vini, liquori".
Nel 1968 si registra una prima svolta nell'ampliamento della base sociale, un'apertura nei confronti di tutte le maestranze che operavano nell'ambito portuale e non solo i soci della CULMV che, preso atto di una situazione di fatto, con una modifica delle norme contenute nel primo statuto, deliberano la possibilità di divenire soci effettivi della Negro e quindi partecipare, essere protagonisti a pieno titolo della vita associativa in tutti i suoi aspetti, anche coloro che in qualche modo erano legati al lavoro portuale (dipendenti di altre Ditte operanti nel porto).
Un ampliamento della base sociale, di qualche altro migliaio di famiglie che fanno divenire sempre più pressante il problema di reperire nuovi spazi, una crisi di crescita che porta ad affermare: "O troviamo una sede adeguata alle nuove esigenze o chiudiamo la Negro".


"Il Cooperatore Portuale": la voce dei lavoratori. Il C.AP., Via Albertazzi, la sopraelevata.
Ad Aprile del 1970 viene intanto pubblicato il primo numero del giornale "II Cooperatore Portuale", bollettino di informazione della Cooperativa "A.Negro" a cadenza bimestrale, una fonte importante di notizie per questa ricerca. Si legge nella prima pagina del primo numero: "...un giornale non corporativo, ma immerso nella realtà, nei fatti, capace di collegare le specifiche questioni della Cooperazione alle rivendicazioni più generali dei lavoratori e dei cittadini, al movimento di massa e alle altre componenti democraticamente organizzate nella società".
Un'esperienza che, meglio di tutti, ci può essere raccontata da Andrea Moscardi, l'anima del giornale stesso, appartenente al ramo dei Commessi di Bordo: "Certamente come CodiBor avevamo anticipato l'idea della Cooperativa ed alcune esperienze interessanti come il veglione nella sala Chiamata o l'affitto del Circo Togni per uno spettacolo per i figli dei soci, stavano alla base della nostra idea di socialità. Io ne ero l'organizzatore e l'addetto alle pubbliche relazioni. Oltre a ciò avevo seguito dei corsi nel campo della grafica e ciò mi fua molto utile. Con l'allora Presidente della Negro, Oprandi, discutemmo l'idea che aveva come base il fornire informazione ai soci. Dopo aver partecipato ad un corso formativo di giornali aziendali organizzato dall'ANCC a Firenze, decidemmo di tentare l'esperienza. Il giornale doveva rappresentare la voglia di esserci e di esprimerci anche nei confronti della città e sostanzialmente doveva contenere: Comunicazioni commerciali e l'andamento della Cooperativa. Le attività sociali come esempio di creatività II rapporto diretto con la base attraverso le lettere al giornale Una ricerca continua di dialogo con i soci attraverso interviste e risposte qualificate Una pagina esterna su sindacato, cooperative, eventi politici rilevanti. Una delle cose più difficili era il continuo rincorrere i Presidenti, a cui era riservata la prima pagina, per farsi consegnare in tempo l'articolo da pubblicare.
In questa mia posizione di giornalista, redattore, editore, ecc., dovevo partecipare alle riunioni del C.d.A. come ascoltatore per poi riportare le decisioni sul giornale per cui avevo imparato a conoscere la vita della Cooperativa in modo approfondito e, quando anch'io entrai a far parte del Consiglio di Amministrazione, mi trovai certamente a mio agio e con un arricchimento individuale molto importante".
Nel 1° numero del giornale viene dato spazio a quella che, senza ombra di dubbio, possiamo definire la strategia politica della Negro: assieme al bilancio dell'anno 1969, decisamente positivo, con un giro d'affari di oltre un miliardo e un utile di 43 milioni, esso ridefinisce l'attività della cooperativa, nel quadro generale del Paese, in un panorama di fermenti e di spinte per dimostrare il grado di maturità raggiunto dai lavoratori, dai Sindacati e dalle forze politiche che li rappresentavano.
Denuncia in modo categorico "la viva apprensione per le insidie alla pace che ancora si registrano nel mondo sia dal perdurare e dall'estendersi dello stato di guerra nel Vietnam e nel Laos, sia dall'inasprirsi delle ostilità nel Medio Oriente. I popoli hanno il diritto di operare serenamente per il loro progresso in una atmosfera di coesistenza pacifica e di autodeterminazione in cui siano messi al bando i colonialisti, le aggressioni imperialiste, le dittature e le violazioni delle convenzioni deliberate dalla comunità internazionale".
Dopo queste dichiarazioni di solidarietà internazionale, proprie dei lavoratori portuali genovesi e i rendiconti che dimostrano una notevole capacità commerciale amministrativa degli stessi, ritorna pressante e improrogabile il discorso degli spazi: "La nostra Cooperativa deve prepararsi ad effettuare un balzo in avanti, per realizzare in modo completo i compiti che si è prefissa.... Il principale problema è quello di una sede sociale che ci permetta di uscire dalla strettoia dell'attuale spaccio, che tanti disagi comporta oggi a tutti i soci..... Proprio in questi giorni è scaturita una proposta dell'Autorità Marittima per una soluzione, sotto verifica per quanto riguarda sia la funzionalità che l'eventuale costo".
Evidentemente le cose non girano nel modo giusto e tale soluzione non è perseguibile se solo pochi mesi dopo , nel mese di agosto, esce un comunicato a tutti i lavoratori portuali nel quale si denuncia: ....."Constatato che tutte le iniziative prese dalla Presidenza congiuntamente agli organismi rappresentativi dei lavoratori portuali non hanno sortito alcun risultato concreto per quanto riguarda la definizione del problema inerente la Sede Sociale, nella consapevolezza che il perdurare di questa situazione porterebbe questo organismo ad un rapido dissolvimento con tutto il danno che da questo ne deriverebbe ai lavoratori portuali tutti, denunciando la passività del CAP su questi problemi e ad esso attribuendone la responsabilità, invita tutti ..... a ribadire con fermezza la loro posizione in difesa della Cooperativa, per assicurarne lo sviluppo, nell'interesse delle Categorie rappresentate, ....."
Se ne deduce che la "Negro" è in grave crisi, paradossalmente una crisi di crescita di tali dimensioni che o trova soluzioni di spazio a breve termine o rischia la chiusura, non essendo più in grado di soddisfare le richieste delle famiglie dei quasi 8000 soci che si contano in quel 1970.
L'appello alla mobilitazione ha certamente sortito un effetto positivo e nel gennaio del 1971 il Consiglio può portare a conoscenza di tutti i Soci che l'Autorità Marittima ha messo a disposizione un'area di mq. 1.260 in via Albertazzi a fianco all'Enal C.A.P. L'euforia della notizia viene ben presto smorzata dalla realtà dei conti economici: di fronte a una spesa stimata attorno agli 800 milioni, con un mutuo ventennale che ne raddoppia la cifra finale, la Negro ritiene di poterne sopportare con le proprie sole forze circa un terzo e cioè 30 milioni annui per 20 anni anche perché è un contributo notevole che i lavoratori sono disposti a sopportare per realizzare un'opera che comunque resterà sempre patrimonio del C.A.P.
Questa volta però qualche cosa si sta muovendo veramente: la costruzione della rampa della sopraelevata che conduce al varco doganale aveva creato una grossa cubatura di spazio libero, occupato dai piloni in cemento armato che sorreggono la strada, ovviamente di proprietà del Demanio.
La mobilitazione dei lavoratori, l'impegno delle Organizzazioni sindacali, della Compagnia e la sensibilità dell'Ente Pubblico (C.A.P.) hanno consentito la realizzazione dell'obiettivo che da parecchi anni si stava inseguendo. Nel darne la notizia, il Consiglio di Amministrazione, oltre alla logica soddisfazione, comunica che sono riaperte le iscrizioni alla Cooperativa specialmente a favore dei 4000 pensionati che, a causa della inadeguatezza ed insufficienza delle strutture, non avevano potuto esercitare il diritto di farsi soci. Un rammarico viene espresso dagli organismi dirigenti e cioè di non essere riusciti a portare a termine la progettata soluzione di via Albertazzi: costruzione su quattro piani con ampi spazi sia per le attività commerciali che, in modo definitivo, per quelle culturali e ricreative, ma soddisfazione per una soluzione che presenta il vantaggio di costi relativamente inferiori per la realizzazione e tempi assai rapidi per la costruzione. Il locale qui ricavato su due piani, raggiunge i 4400 mq. Al piano superiore il settore extra alimentare ed abbigliamento, al piano terra il settore alimentare con nove casse in uscita e, ovviamente, una arricchita gamma merceologica in particolare nel settore dei deperibili, carne fresca e ortofrutta; il grande piazzale di S. Benigno come corollario per il posteggio delle auto e per i carrelli che finalmente consentono di portare la merce comodamente all'autovettura. Il giorno dell'inaugurazione, ricorda sempre Sergio Pedevilla:
".... successe il finimondo. I soci arrivavano con tutta la famiglia, con l'orgoglio di far vedere anche ai parenti la loro creatura, per qualche cosa che sentivano come proprio e di cui si potevano giustamente vantare". Questa nuova grande e moderna struttura ovviamente creava nuovi e diversi problemi ma anche in questo caso la solidarietà tra Cooperative portò la giusta soluzione. Difficile sarebbe stato solo pensare di poter gestire una tale struttura che si prefiggeva un giro di affari annuo di circa 6 miliardi senza una solida struttura a monte, capace di assicurare i servizi amministrativi necessari e un regolare rifornimento di prodotti al punto vendita, anche per evitare costose giacenze di merce. Infatti i rapporti col movimento Cooperativo si fanno sempre più stretti.
Oltre a partecipare attivamente alle decisioni della linea politica della Lega delle Cooperative, in concreto viene messa in atto la fedeltà ai prodotti a marchio Coop, considerati non come atto di fede verso una azienda nazionale in forte sviluppo, ma come garanzia di genuinità dei prodotti a giusto prezzo per tutti i consumi dei Soci. Ma si va oltre, assieme a Coop Italia, Coop Liguria e Cooperativa Aziendale Italsider viene finalmente affrontato il problema del Magazzino Autogestito della Liguria "una struttura ormai indispensabile per lo sviluppo delle Cooperative Liguri e per il contenimento dei costi per l'approvvigionamento. Se vogliamo veramente incidere sulla speculazione, non possiamo limitarci ad essere presenti solo nella fase finale della distribuzione, ma dobbiamo risalire alla fonte di produzione, superando l'intermediazione parassitarla, componente importante dell'aumento del costo della vita".
Ed ecco che la Negro entra come partner nel magazzino autogestito della Coop Liguria di Arenzano non come semplice cliente ma come protagonista attivo nella gestione della struttura. Nel Maggio del 1974, di fronte alla espansione del numero dei soci dopo la riapertura delle iscrizioni, viene deliberata una modifica statutaria che prevede la costituzione di "Sezioni Soci" per facilitare la convocazione e lo svolgimento delle Assemblee. Ogni Sezione diventava rappresentativa di quei Soci che per ubicazione del posto di lavoro o per affinità di funzioni potevano più facilmente radunarsi per discutere i problemi posti alla loro attenzione. Assemblee parziali che, convocate in momenti diversi della giornata più congeniali alle diverse categorie, attraverso l'elezione dei delegati, portavano a una maggiore diffusione dei problemi e delle soluzioni. Democraticamente, un ventaglio più ampio di opinioni.
L'assemblea generale dei soci diveniva, così, assemblea generale dei delegati dei soci.
Nel frattempo la Cooperativa aveva aperto altri tre punti di ristoro in porto: al Terminal Nino Ronco, al Ponte Somalia e il bar della Compagnia dei Carboni Minerali "Pietro Chiesa" (1 gennaio 1976).

La svolta: tutti i cittadini possono farsi soci.
Ma la grande novità, riportata dai giornali nel settembre '79 (l'Unità, II Lavoro, II Corriere Mercantile, II Secolo XIX) è che l'Assemblea dei Soci decide di aprire a tutti i cittadini (non solo ai lavoratori portuali) la possibilità di divenire Soci. : "La nostra organizzazione, nata come Cooperativa dei lavoratori della CULMV si è aperta gradualmente, non appena se ne sono verificate le possibilità, ad altre categorie di lavoratori di aziende operanti nel porto di Genova mettendo loro a disposizione servizi commerciali, attività culturali e del tempo libero, contribuendo così a dare una nuova immagine dei lavoratori portuali nei confronti della città, riuscendo anche a diminuire quel distacco che in qualche modo esisteva. Questa linea di comportamento dimostra chiaramente come, da sempre, si sia perseguita una coerente evoluzione, consapevoli di dover far svolgere alla Negro un ruolo di organismo democratico sensibile e attento alle proposte di rinnovamento generali, al fine di raggiungere una visione di interesse collegiale e non quello meramente settoriale. E' a questa ottica quindi, che necessita oggi approfondire il dibattito in merito alle prospettive della nostra Cooperativa in quanto struttura commerciale di notevoli dimensioni collocata nel contesto più generale di un processo di rinnovamento e ristrutturazione della rete commerciale al dettaglio della nostra città. Pertanto proponiamo la modifica dell'ari. 4 dello Statuto riguardante la estensione a tutti i cittadini che ne abbiano i requisiti della possibilità di diventare Soci della Cooperativa". Il notevole aumento di utenti previsto da tale decisione porta il Consiglio a presentare domanda al Comune per una nuova licenza edilizia per costruire una nuova ala da aggiungere alla struttura esistente, sempre sotto la sopraelevata. Una nuova cubatura per gli uffici amministrativi, per i gruppi di atti vita sociale e un salone per riunioni e dibattiti riuscendo a liberare 400 mq. per ampliare l'area di vendita di extra alimentare del secondo piano.
Nel bellissimo articolo de "II Cooperatore Portuale" del 1980 titolato "Le ragioni di una scelta" si chiarisce ulteriormente la validità delle decisioni assunte dalla classe dirigente di quegli anni. "..... Erano altri tempi, altra la situazione del nostro Porto e molto diverso era il rapporto esistente tra il Porto e la Città. I Portuali, sempre in prima linea nelle lotte operaie erano tuttavia molto più di adesso portati a difendere la loro posizione categoriale. Tuttavia già allora prevalse la tesi di costituire una Cooperativa e non uno spaccio aziendale o un Circolo, strutture che in quel periodo nascevano in modo copioso soprattutto nei grandi complessi ....."
La scelta di aprire questo organismo ad altre categorie, dapprima nell'ambito portuale e successivamente a tutti i cittadini di Genova non è stata immune da discussioni anche animate tra chi, conscio dei privilegi di altre categorie di lavoratori, intendeva difendere i propri e chi riteneva che dei risultati ottenuti potessero usufruire altri lavoratori con meno possibilità o capacità di aggregazione. Questa scelta e i buoni risultati ottenuti, che avevano messo in evidenza come dei lavoratori potessero gestire un'azienda capace di creare posti di lavoro, di dare servizi sia in campo commerciale che culturale, contribuirono a far maturare la decisione che la Negro potesse essere messa a disposizione della città sia per agevolare la riforma del suo sistema distributivo sia per fornire ai cittadini un punto di incontro per attività sociali, turistiche e culturali capaci di promuovere dibattiti, spettacoli e rappresentazioni in grado di ampliare la loro base conoscitiva e stimolati a non ricercare nel privato la soluzione dei propri problemi....."

Il ristorno
Ogni anno la Cooperativa ipotizza una previsione delle vendite che ritiene di poter realizzare ma anche dei costi che si dovranno sopportare (personale, luce, gas, telefono, affitti, ecc.). In base a tali costi si viene a stabilire quale deve essere l'utile che la Cooperativa deve ricavare dalle vendite per arrivare a pareggio, cioè il ricarico da effettuare per ritrovarsi alla pari alla fine dell'esercizio.
Non sempre tali conti previsionali, per diversi motivi (vendite superiori al previsto o minori costi di gestione) possono essere indovinati per cui, alla fine dell'anno, è possibile ritrovarsi con un bilancio più positivo del previsto.
Come accadde nel 1980 per cui il C.d.A. decise di ritornare ai soci una buona parte del residuo di cassa e quindi diede vita a una grande iniziativa, una sorta di ristorno, che si concretizzò in uno sconto del 10% su tutti gli articoli venduti nel settore extralimentare dal 6 al 31 gennaio 1981.
A dire il vero una nota dolente nel bilancio era costituita dal rendiconto economico della gestione bar, le cui motivazioni vanno ricercate in alcuni fattori fondamentali: la vendita a prezzo "politico" delle consumazioni, una vistosa diminuzione della presenza dei lavoratori portuali alle sale chiamate dovuta principalmente ai traghetti che sostituivano le navi per il cabottaggio verso i piccoli scali del Mediterraneo e le prime porta-contenitori; all'introduzione del famoso "salario garantito", senza l'obbligo quindi della presenza, considerato anche che le spese generali di gestione, specialmente del personale addetto a tali mansioni, rimanevano inalterate.

Le Attività Sociali-Culturali-Ricreative: l'altra splendida faccia della medaglia.
Se sino ad ora abbiamo trattato la vicenda storica dei 20 anni della Coop Negro, fondamentalmente come soggetto commerciale, un ampio capitolo deve essere riservato all'impegno solidale e alle attività del tempo libero; anche perché furono tali attività che offrirono la possibilità di amalgamare in modo duraturo i lavoratori, offrendo loro un serio diversivo ai problemi quotidiani in campi dove ognuno poteva liberamente dar sfogo alla propria passionalità o creatività. Non più lavoratori divisi in categorie a seconda della mansione svolta nel porto ma, abbattendo barriere e pregiudizi, uniti nella stessa passione politica o culturalricreativa. Quando nel 1970 "II Cooperatore Portuale" definiva il progetto socio-politico della Cooperativa stessa, grande risalto veniva dato al problema della pace nel mondo, alla battaglia per la libertà e l'autodeterminazione dei popoli. E già nel 1965, in occasione del XX anniversario della Liberazione una grande massa di lavoratori portuali, organizzati dalla Cooperativa si recarono in visita al paese di Boves, triste ricordo della barbarie nazi-fascista e donarono a quel Comune un quadro sull'Olocausto opera del Socio, Dirigente, Pittore Gimmy Casa. Ma ricco di significato fu l'episodio degli aiuti al Vietnam. E' infatti ancora negli occhi di migliata di cittadini la storica partenza della nave "Australe" dal porto di Genova il 17 novembre 1973, con a bordo 3000 tonnellate di aiuti destinati alle popolazioni del Vietnam impegnate nella dura ricostruzione, dopo la fine della guerra in quel paese. Una iniziativa partita dai portuali per dar vita alla "Nave dell'Amicizia" a cui entusiasta fu l'adesione di tutta l'Italia democratica come prova di solidarietà militante verso un paese che per anni era stato visto come il simbolo della difesa della libertà e dell'indipendenza nazionale contro gli attacchi dell'imperialismo. Testimone del tempo, Luciano Sossai, così ricorda la sua vicenda storica: "L'impegno nel sociale, prima della CULMV e poi della Cooperativa da essa nata, non è certo da mettere in discussione, sembrano frasi retoriche ma la solidarietà tra i lavoratori è sempre stata una realtà e un patrimonio inestinguibile. Già nel 1921 imbarcammo una nave di prodotti di prima necessità, la "Amilcare Cipriani", per il porto di Odessa, poiché il blocco imposto dal capitalismo alle popolazioni dell'Unione Sovietica aveva portato quel paese ad una spaventosa carestia. Tra le grandi iniziative potrei ricordare i due traghetti partiti per alleviare le sofferenze ed aiutare l'emergenza subito dopo il terremoto in Irpinia, oppure il nostro contributo per quello del Friuli, oltre ad altre mille iniziative, specialmente sottoscrizioni per permettere a gente gravemente ammalata, soprattutto bambini, di potersi curare. Certo, la storia del viaggio della "Australe" per me è altra cosa essendone stato io l'accompagnatore ufficiale. Da tutta Italia, specialmente dalle cooperative Emiliane, confluirono a Genova case prefabbricate, motocoltivatori, pasta, riso, ed altri generi di prima necessità e i portuali eseguirono tutte le operazioni di carico gratuitamente. Finalmente la nave, affittata dalla Cooperativa Garibaldi, partì e in lunghissimi 53 giorni di navigazione con mare terribile e un equipaggio poco affidabile (poiché molti marinai avevano rifiutato l'imbarco sapendo che si dovevano recare in zona di guerra) ci portò nella baia di Haiphong. Festeggiammo il Natale in mare, con tanta tristezza, stappando spumante e panettone che la Coop Negro mi aveva donato. Il viaggio fu ancora più difficoltoso poiché a Città del Capo non ci permisero di entrare in porto, a Durban ci portarono generi alimentari ma non ci fecero sbarcare a terra; finalmente a Singapore ottenemmo tutto quello di cui avevamo bisogno, e anche di più. La baia di Haiphong, dove arrivammo, era disseminata di 10.000 mine e solo con un pilota a bordo che ci guidava attraverso il percorso minato, siamo riusciti a risalire il fiume. Lo spettacolo davanti ai nostri occhi era terrificante, ovunque distruzione, macerie, scafi di navi affondate, risultato dei massicci bombardamenti degli anni precedenti. I portuali ci accolsero trionfalmente, erano tutte donne, gli uomini erano ancora sotto le armi. Il sindaco di Haiphong mi accompagnò ad Hanoi, dove finalmente conobbi il Generale Giap, l'eroe della Guerra vietnamita. Vorrei concludere dicendo che ancora oggi sono nell'associazione Italia-Vietnam e sono tornato in quel paese più volte". Dopo ventinove anni, mentre Luciano racconta, ti trovi di fronte ad un uomo che sta rivivendo la sua avventura e ti contagia, ti senti trasportato in quel mare, in mezzo alle mine o alle case distrutte. Lo stai ad ascoltare, in silenzio, e lui, quasi a giustificarsi, ti porta immediatamente su un altro discorso, volendo farti partecipe delle tante altre iniziative di solidarietà della Coop Negro.

IL Gruppo Culturale
Il 18 ottobre 1965 il responsabile del gruppo Gimmy Casa ottiene dal Consi glio della Coop Negro la somma di lire 30.000 come anticipo per le spese iniziali al fine di dar vita a tale settore. Nella stessa riunione vengono stabiliti i criteri fondamentali per le attività del gruppo stesso così riassunte: "Stimolare l'interesse per le attività culturali, spesso trascurate e causa di confusione di idee e opinioni altrettanto dannose per una giusta interpretazione di fatti o di cose che tanta importanza rivestono nella vita e nella società non già per farsi maestro di chiarezza presso gli altri, ma per contribuire ad allargare la conoscenza dello scibile umano fra i lavoratori.
Certamente le esperienze personali generano opinioni diverse, per la limitatezza della mente umana ma la discussione con le diverse opinioni ed interpretazioni e l'ascolto del parere di uomini illustri, la lettura di opere che portano in sé il germe dell'esperienza umana e spirituale, fanno sì che l'uomo si liberi dai preconcetti e pregiudizi e gli danno una nuova e consapevole dimensione di sé stesso e della Società che lo circonda". Pertanto il Gruppo Culturale si dividerà in varie branchie:
1°) Mostre retrospettive cinematografiche affidate alla cura e all'esperienza di Giorgio Garrè;
2°) Mostre d'arte figurative affidate a Gimmy Casa;
3°) Manifestazioni teatrali e poesia affidate a Gigi Boero;
4°) Settore della fotografia a Franco Terrile.
A Gigi Boero viene anche affidata la responsabilità della biblioteca che, progettata all'inizio del 1967, è passata in pochi anni dai 424 volumi iniziali a ben 2000 volumi del periodo di maggiore espansione, volumi a disposizione di tutti i soci interessati ad approfondire la propria cultura personale. Il Teatro. Dario Fo e Franca Rame. Esaminando in modo più approfondito le attività del tempo libero, certamente la più spettacolare e coinvolgente è stata la programmazione di spettacoli nella Sala Chiamate della Compagnia. Un lungo elenco che ha destato interesse non solo a Genova ma in campo nazionale. Come le proposte teatrali dell'Associazione Nuova Scena, con testi di Darlo Fo e del Collettivo dell'associazione stessa "che hanno portato ad un incontro dei lavoratori portuali con un teatro di ricerca politica come strumento di coscienza culturale collettiva realizzata da e per la classe proletaria" e poi confluite nella presenza dello stesso Fo e Franca Rame come interpreti del loro più celebre pezzo teatrale "II mistero buffo", una stupenda opera tratta dalla tradizione popolare nel riscrivere o, per meglio dire, nel tramandare gli episodi del Vangelo.

Cinque giorni al porto
Di grande successo poi l'anteprima assoluta alla Sala Chiamata San Giorgio di "Cinque giorni al porto" di V Faggi e L. Squarzina nella realizzazione del Teatro Stabile di Genova "che ha permesso la verifica attraverso la rappresentazione e il successivo dibattito, da parte dei lavoratori portuali di un prodotto teatrale che trattava della loro storia".
La cultura come valore sociale, come strumento per offrire occasioni di riflessione, partendo dalle reali necessità della classe lavoratrice in quel contesto storico, si può anche constatare nella programmazione di lettura di poesie tratte dalle opere di poeti rivoluzionari come Majakovski o gli emergenti del "terzo Mondo" sempre a cura dello Stabile di Genova.

Madre Courage
Sotto il titolo "Proposte per una discussione e verifica dei rapporti fra il tempo libero, classe operaia e il teatro" nel dicembre del 1970 alla sala chiamata S. Giorgio fu presentato lo spettacolo di prosa "Madre Courage e i suoi figli" di Bertold Brecht a cura dello stabile di Genova con regia di Luigi Squarzina e l'interpretazione della superba Lina Volonghi.
Questo per poter dare un panorama abbastanza vasto del teatro che esce dai suoi locali nei quali con la divisione dei posti e dei prezzi fa una politica di divisione borghese in classi per un consumo del prodotto teatrale in una cornice mummificante. Il teatro non ufficiale o teatro povero che non vuole essere un prodotto di consumo, ma un teatro che rende lo spettatore non passivo ma protagonista quindi spettatore e produttore di cultura, troverà nella nostra sede un teatro ideale per svolgere le sue operazioni culturali per la classe operaia, con la classe operaia per un teatro veramente popolare e non gastronomico.

Vittorio Gassman.
"Una mareggiata che travolge ogni cosa" questo il giudizio del giornale sociale sul recital di Vittorio Gassman nel Novembre 1973 alla sala chiamata della CULMV"a Genova, Vittorio Gassman ha privilegiato la sala dei Portuali in questo grande tour che lo ha portato nelle maggiori città italiane, perché da anni egli ricerca il luogo dove il teatro non diventa prodotto di consumo ma un fatto culturale per il contatto diretto e autentico che si crea tra pubblico e teatranti.
Gassman ha incontrato questo pubblico e ha definito Genova città giusta dove portare avanti un programma di decentramento culturale poiché dispone di un proletariato evoluto, disposto ad esercitare liberamente le proprie facoltà mentali. Ai 4000 spettatori Gassman e compagni hanno recitato i brani del programma e improvvisato conversando con il pubblico, offrendo loro il caffè, bibite come ad un festoso meeting di amici, rinunciando volontariamente alla loro maschera di attori per diventare loro stessi alla ricerca di un rapporto tra i testi poetici rappresentati quali componenti della vita professionale e culturale dei teatranti e l'attuale realtà, tentando di riscoprire la radice antica che collega il teatro al mistero esistenziale".

El Pueblo Unido Jamas Sera Vencido
Il popolo unito mai sarà vinto: questo il canto di battaglia del Popolo Cileno, che dopo la parentesi democratica del Governo di Salvator Allende, sta di nuovo sotto la dittatura militare del Generale Pinochet. Ed è proprio in occasione del XXX della Resistenza Italiana che, tra il 16 e il 19 Marzo 1975, una vera e propria apoteosi ha accolto gli Intillimani, ambasciatori nel mondo del loro popolo con più di 5000 presenti, per rinnovare l'impegno di solidarietà dei Genovesi e di tutta la Liguria al Popolo Cileno. Un altro toccante momento a dimostrazione della mai sopita solidarietà dei portuali Genovesi così ben rappresentati dalla loro Coop Negro.

Le Attività del tempo libero
Eravamo tutti magri perché non ce n'era per nessuno, finalmente... Alla fine della II° guerra mondiale, le nazioni europee (Italia compresa) si trovarono di fronte alla dura fase della ricostruzione materiale ma anche morale. Tanti, troppi sacrifici erano stati imposti alle popolazioni uscite stremate dal conflitto bellico e dalla dura prova della guerra civile. L'economia mondiale tirò il fiato, la pace così duramente conquistata permise la ricostruzione delle industrie, della rete autostradale, delle ferrovie, tornò il lavoro e con esso una nuovo benessere. Segno evidente del mutamento fu la variazione degli occupati nei vari settori, con un forte spostamento da quello agricolo a quello industriale.
Il futuro appariva più roseo, il miraggio di future disponibilità, anche in termini monetari, fecero dilatare i consumi, quasi a scacciare i fantasmi del passato e desiderando una vita diversa per le giovani generazioni. Il sogno recondito di ogni lavoratore era di possedere tutti quei beni di massa che avrebbero alleviato la vita in nome del benessere, magari acquistato a rate o con le cambiali, divenute improvvisamente la nuova moneta circolante. Siamo agli inizi degli anni sessanta, la pubblicità ci convince dei nostri nuovi bisogni e della necessità assoluta di certi tipi di prodotti che ormai si definiscono di largo consumo: automobili, elettrodomestici, televisori, apparecchi fotografici, giradischi sono il simbolo del nuovo benessere.
Il consumismo è il nuovo padrone della società post bellica. Accanto a questi beni, il desiderio di evadere, di conoscere, di vedere posti nuovi, di dar sfogo alla propria aggressività, spostandosi il più possibile: il giusto riconoscimento ai tanti, troppi sacrifici sopportati negli anni precedenti, ma anche l'idea che, così facendo, si possono accorciare le distanze tra le classi. Ma il consumismo può anche essere il creatore di un miraggio, può cioè farci credere ciò che la nostra mente vuole credere.
Ed ecco che ritornano alla mente le parole di Croce, il primo Presidente, e la sua esortazione a saper gestire con intelligenza gli spazi di libertà che il nuovo tipo di meccanizzazione del lavoro aveva reso disponibili. Mazzini diceva in tema di economia: "Il vostro avvenire è nella emancipazione dalle esigenze del capitale", forse anche in tema di tempo libero l'emancipazione può consistere nella autogestione della creatività.

Considerazioni Conclusive
Quando si parla di una Cooperativa di Consumo, certamente nella nostra immagine collettiva si pensa subito ad un luogo ove le persone, anzi i Soci, possono liberamente recarsi per fare la spesa a prezzi decisamente contenuti rispetto all'esercizio commerciale privato. Questa immagine è limitativa nei confronti della Cooperativa Antonio Negro poiché, più uno si addentra nella sua vicenda storica, particolarmente nei suoi venti anni di autonomia, si rende conto che accanto ad abili amministratori commerciali che hanno saputo gestire in modo proficuo per la salvaguardia del potere d'acquisto degli stipendi la parte riguardante lo spaccio sociale e i punti di ristoro, vengono fuori abili dirigenti che sono riusciti ad amalgamare molte delle necessità del tempo libero dei lavoratori nell'ambito portuale, attorniandosi di specialisti nei vari campi dell'attività sociale. Il risultato è una macchina efficiente, una perfetta organizzazione che riesce a gestire decine di attività dando loro il necessario spazio di realizzazione, controllando però sempre che tutto si svolga nel rispetto delle regole e nella soddisfazione delle esigenze sociali. Compito sicuramente gravoso ma indice di grande elasticità mentale e visione assai ampia delle problematiche incombenti. Crediamo sinceramente che predisporre strategie imprenditoriali sia compito non facile, ma riteniamo altresì che saper dare una risposta positiva alle pressioni dal basso in campo politico, culturale, ricreativo, sia stato ancora più difficile perché il pericolo di scontentare determinate richieste poteva essere deleterio ma decisamente impossibile accontentare tutti. Eppure siamo convinti che la grande forza della Negro sia stata proprio la capacità di saper coniugare il binomio socio-consumatore con quello di socio-fruitore di attività legate al tempo libero e, attraverso tale operazione, essere riusciti a stimolare il senso di appartenenza del socio alla cooperativa. Il socio cooperatore è colui che usufruisce di opportunità nei vari campi che lui stesso ha imparato a programmare e gestire.
I "mugugni" degli scontenti esistono da sempre e sempre esisteranno sia per giudicare il prezzo dei pomodori che per criticare l'organizzazione di un'attività sociale ma ben sappiamo che noi liguri col mugugno siamo riusciti a trasformare la Società.
Dopo che la Negro si è fusa con Coop Liguria, la soluzione di questo problema è passato nelle mani, forse sarebbe più giusto dire nella mente, di nuovi amministratori ed ovviamente è divenuto un problema regionale sintetizzabile in questo concetto: "Non il profitto ma l'interesse del socio e del consumatore come risposta ai suoi bisogni nel momento in cui la grande abbondanza e diversificazione dell'offerta rischia di indebolire in modo pesante il legame socio-cooperativa non come semplice dato numerico ma qualitativo".
È quindi necessario riscrivere un nuovo patto sociale nel quale attualizzare i bisogni del socio per ritrasformarlo da consumatore a cooperatore onde fruire sì di una diversa distribuzione della ricchezza ma, più di tutto di un diverso modo di gestire il rapporto socio-mercato sia esso economico-commercia- le che culturale-sociale in una perenne crescita della propria identità personale all'interno di quella collettiva. Preciso che nel leggere il titolo di questo lavoro, qualche persona penserà ad un errore. Negli atti ufficiali si legge: "Cooperativa di Consumo" ma io ho preferito, e credo che ciò sia corretto, "Cooperativa di Consumatori" in quanto la parola consumo è per me sinonimo di commercio, anche se oculato, ma privo di vitalità, indifferente, anonimo, mentre consumatori rappresenta persone con un volto, un nome, dei bisogni reali, come primo la difesa del potere d'acquisto dei salari ma anche disposte e disponibili a partecipare, non solo a ricevere passivamente.
(Dario Ottone)