La Compagnia Unica fra i Lavoratori delle Merci Varie del Porto di
Genova.
Se si vuoi analizzare correttamente la vicenda storica, i 20 anni di
vita della Cooperativa Antonio Negro, non si può prescindere da una
valutazione complessiva sulla evoluzione caparbia ed eccezionale, nei
modi e nei tempi, della mentalità dei lavoratori della Compagnia Unica
Merci Varie che evidenzia come, nel corso degli anni, si sia modificata
la coscienza critica dei "camalli" verso forme di aggregazione più alte
e, culturalmente, più avanzate.
Negli anni '60, mutate radicalmente le condizioni generali della vita,
dopo aver soddisfatto con successo le rivendicazioni primarie, essersi
garantito un posto di lavoro e un salario certo e soddisfacente, è
necessario rispondere alle esigenze di una nuova condizione storica
nella fruizione dei beni non più solo in senso quantitativo ma anche
qualitativo per una classe in forte trasformazione sul piano economico
ma anche socio culturale.
Quando nel 1946 fu fondata la CULMV, gravosi ed impellenti erano
certamente i problemi del lavoro e solo la lungimiranza, l'impegno, la
voglia di riuscire ad ottenere positivi risultati a favore dei
lavoratori da parte di una classe dirigente largamente composta da
personale uscito dalla dura ma proficua esperienza della Resistenza,
poterono avere la meglio sulle enormi difficoltà di coagulare tante
situazioni diverse. Il terreno era certo favorevole: la grande
tradizione dei portuali genovesi con 600 anni di esperienza alle spalle
(la Compagnia Caravana del porto di Genova datata addirittura 1340 che,
pur con le caratteristiche e i vincoli dell'epoca, si può considerare
una organizzazione sociale e democratica con i suoi statuti in cui si
evidenzia l'assistenza ai soci malati, alle vedove, anziani ed orfani,
fondata sull'operosità, la moralità, la fratellanza, il patriottismo;
seguirono le Corporazioni di arti e mestieri, primi esempi di democrazia
popolare molto aperta all'interno anche se spesso chiusa verso il mondo
circostante); l'enorme sviluppo dei traffici marittimi, che facevano del
porto di Genova una via di comunicazione internazionale, non potevano
più permettere una organizzazione del lavoro improvvisato e
operativamente slegato, senza un supporto logistico e tecnico e senza
una regolamentazione tariffaria sindacalmente rappresentata.
Tra i problemi più grossi c'era certamente la necessità di fondere in un
unico ente tante realtà diverse, tanti gruppi ormai organizzati, ognuno
dei quali con una propria fisionomia, una propria amministrazione,
propri dirigenti e, non ultimo, una serie di prerogative ormai acquisite
e, psicologicamente, difficili da dividere con altri. La forza e la
capacità organizzativa della classe operaia uscita stremata dalla
dittatura fascista ma entusiasta, piena di idee e di progetti in un
futuro che si pensava radioso e pieno di soddisfazioni, ebbe la meglio
sulle difficoltà, riuscendo a cambiare la mentalità delle masse portuali
con un successo che va ben oltre la citata operazione di conglobare in
una sola realtà le diverse amministrazioni.
Divenuta una splendida realtà la CULMV, un punto fermo sul panorama
dell'industria genovese per la sua alta specializzazione e capacità
operativa nel campo degli sbarchi ed imbarchi delle merci da e per tutto
il mondo, all'inizio degli anni '60 pose il problema al Consiglio di
Amministrazione di trovare soluzioni nel campo delle agevolazioni
economiche per i Soci e anche di dare ordine, spazio, possibilità nel
campo della cultura, dello sport, della ricreazione, con il semplice e
eterno scopo di contribuire alla elevazione delle maestranze portuali,
come 20 anni prima si era cercato una soluzione al problema del lavoro
delle stesse masse.
Deve essere inquadrata in tale modo la decisione del Consiglio della
Compagnia Unica Lavoratori Merci Varie di arrivare alla fondazione della
Cooperativa "A. Negro".
Costituzione della Cooperativa "Antonio Negro"
Il 31 luglio 1964, nello studio del Notaio Pietro Barletti, in Via Malta
2/4 a Genova AGOSTI Giovanni, BORNETO Emanele, CRAVIN Emilio, DELLACASA
Luigi, MAZZOLINI Otello, PORCILE Luigi, BALZANI Giorgio, CANESI
Giobatta, CROCE Riccardo, FAETTI Franco e PIPPO Bruno, tutti lavoratori
portuali della Compagnia Unica Merci Varie, soci fondatori, in
rappresentanza delle sette sezioni, costituiscono la Cooperativa di
Consumo Antonio Negro avente per scopo: "Di giovare all'economia
domestica dei consumatori; di migliorare le condizioni morali e
materiali dei soci, dei consumatori in genere, delle loro famiglie; di
stimolare lo spirito di previdenza e di risparmio dei soci e dei
consumatori in genere; di collaborare allo sviluppo e alla propaganda
del movimento cooperativo e mutualistico".
A tal fine essa provvede:
A) all'acquisto, possibilmente presso le fonti di produzione, specie
cooperativistiche, all'eventuale produzione, manipolazione e
trasformazione e alla successiva distribuzione e vendita ai soci e
consumatori di generi di consumo, merci, prodotti ed articoli di
qualsiasi natura e tipo nonché all'eventuale organizzazione diretta di
determinati servizi e alla fornitura ai soci delle relative prestazioni,
mediante impianto e gestione di spacci di distribuzione e vendita, sia
fissi che ambulanti, trattorie, mense e mescite, magazzini laboratori ed
impianti per la diretta conservazione, produzione, manipolazione e
trasformazione di generi di consumo, merci, prodotti ed articoli
necessari all'approvvigionamento ed assortimento delle gestioni sociali
ed eventualmente laboratori ed impianti per la fornitura diretta ai soci
delle prestazioni di determinati servizi;
B) all'esercizio di attività culturali, ricreative e mutualistiche in
genere, a favore dei soci e loro famiglie, eventualmente istituendo
ambulatori, colonie di riposo, ricreatori, scuole e biblioteche
popolari, borse di studio, ecc., sale di ritrovo, di divertimento e
spettacolo, palestre e campi sportivi, organizzando attività turistiche
a beneficio dei soci e loro familiari, ed anche partecipando, con fondi
e quote adeguate, ad altri enti cooperativi e mutualistici che si
propongono l'organizzazione e l'esercizio specifico delle predette
attività.
È decisamente rilevante notare come già dal primo statuto, cioè all'atto
della fondazione, vengono posti con pari dignità i due capisaldi (quello
economico e quello socio-culturale) che saranno una costante per tutta
la vita della Cooperativa cioè il saper fondere in unica realtà due
esigenze apparentemente così distanti tra di loro. COOPERATIVA O CRAL
AZIENDALE ?
Compiuto l'atto legale, il 18 Settembre 1964 il Console della CULMV
Mattia Rolla può comunicare ai membri del Consiglio stesso che tutti gli
obblighi formali e legali per la costituzione della Cooperativa di
Consumo Antonio Negro sono stati assolti e che, finalmente, si può
iniziare l'opera di proselitismo per reperire gli associati, per cui
viene concordemente deciso di farne carico a tutti i Capi Sezione nelle
rispettive sale di chiamata.
È questo certamente un atto importante che pone fine ad interminabili
discussioni, non certo sull'opportunità di creare questo nuovo e diverso
strumento per le masse portuali, su cui l'accordo era pienamente
raggiunto, quanto per determinare quale tipo di associazione deve
prendere vita. Infatti, nei mesi precedenti, il Consiglio della CULMV
più volte si era occupato della questione, prendendo in esame sia la
possibilità di creare una Cooperativa sia un Circolo Ricreativo sul tipo
ed esperienza di altri CRAL Aziendali.
La stragrande maggioranza dei Consiglieri fu dell'avviso di optare per
la formula Cooperativa, largamente caldeggiata dal Consigliere Agosti
che a lungo relazionò sull'argomento "ricordando il proficuo
insegnamento degli esperimenti compiuti in Emilia". La discussione di
quei mesi nasceva da una serie di esigenze che nel tempo si erano
manifestate in modo palese nell'ambito portuale. La più semplice, creare
posti di ristoro sulla calata del porto, "utili tanto quanto gli
stipetti per il vestiario per il buon andamento del lavoro", non a
conduzione diretta della Compagnia ma della Cooperativa, sua emanazione.
Si ricorda che tre volte al giorno (alle 7, alle 13, alle 18) i
lavoratori si dovevano recare nelle rispettive sale di chiamata, cioè
8.000 persone con tutte le loro necessità fisiche e fisiologiche,
esposte al sole cocente d'estate o al vento gelido d'inverno, alle quali
si dovevano dare adeguate risposte in questo settore.
Le meno pressanti ma molto più impegnative, con scadenze più a lungo
termine ma non meno importanti e cioè l'esigenza di dare risposte nel
campo del tempo libero, come tempo di libertà autogestito, nei vari
settori di interesse personale extra lavorativo.
Infine, come ultimo, non certo per importanza, la possibilità di
difendere il potere di acquisto del proprio salario, sottraendolo alla
speculazione dei privati. Per dar inizio al proprio programma sociale,
il Consigliere Croce annuncia il raggiungimento di un accordo con un
commerciante di carbone da riscaldamento, con pagamento in contanti alla
consegna della merce, ad un prezzo interessante. Primo passo è il lancio
della sottoscrizione di una quota sociale volontaria del valore nominale
di 1000 lire per cui si decide il sistema della delega, con pagamento
cioè trattenuto sulla busta paga. Uno degli artefici di questa
fondazione, Gino Dellacasa così la ricorda: "Facevo parte del C.d.A.
della CULMV in quanto rappresentante dei pesatori e ho quindi vissuto in
prima persona tutta la vicenda. Il clima di quel periodo non era certo
dei migliori in quanto c'era la necessità di superare le oggettive
difficoltà create dalla fusione dei sette rami operanti nel porto in
quella splendida realtà che fu poi la CULMV. Proprio da questa
situazione scaturiva l'esigenza di creare luoghi o momenti di
aggregazione tra i lavoratori portuali più che da una esigenza di tipo
strettamente economico. Certo bisognava avere delle licenze commerciali
per aprire lo spaccio o il locale bar e per questo la formula
cooperativa era la più adeguata, ma nella nostra mente era preponderante
l'idea di unire la gente sotto progetti comuni scaturiti dalle loro
esigenze nel campo delle attività sociali.
All'interno del C.d.A. non ci furono mai contrari all'operazione, solo
qualche riserva, singolare se volete ma adeguata ai tempi. C'erano cioè
consiglieri che esprimevano perplessità all'idea di aprire i locali alle
famiglie, alle mogli e ai figli ritenendo che il linguaggio, la parlata,
gli atteggiamenti non sempre ortodossi dei lavoratori portuali potessero
arrecare disturbo alla sensibilità specialmente femminile. Tutto ciò si
dimostrò falso e mai si verificarono episodi di questo genere.
Fu creata quindi una commissione per gestire le varie fasi della nascita
della cooperativa composta da tre membri della CULMV e cioè Faetti della
S. Giorgio, Croce della S.Canzio ed il sottoscritto dei pesatori.
Naturalmente poi entrammo nel C.d.A. della Cooperativa e fu Croce il
primo Presidente ed io il vice Presidente. Nel Natale del '64 riuscimmo
già a mettere in atto una grande vendita promozionale di articoli
dolciari, anche grazie alle capacità organizzative di Mario Pedevilla,
supervisore all'organizzazione della Compagnia, ma l'anno boom fu
naturalmente il 1965 con la costituzione dei primi gruppi di attività,
scegliendo uomini che, per competenze personali e passione, ne fecero il
fiore all'occhiello della Cooperativa per molti anni".
E nelle parole del 1° Presidente Riccardo Croce, troviamo la sottile
giustificazione politica per la creazione della Cooperativa: "Attorno
agli anni 50, in Italia ma anche nei paesi dove l'industrializzazione
stava progredendo a grandi passi e la ricostruzione era un fatto
acquisito, il fermento sociale si stava indirizzando verso la riduzione
dell'orario di lavoro. Due teorie si contrapponevano: la settimana corta
oppure la giornata corta. Io ero decisamente schierato verso la seconda
soluzione cioè ritenevo migliore la scelta di lavorare meno nell'arco
della giornata invece di pensare a concentrare il riposo solo a fine
settimana. La mia posizione era però minoritaria poiché gli stessi
industriali, che prima si erano opposti alle riduzioni di orario,
improvvisamente propendevano per la settimana corta ma
contemporaneamente stavano mettendo su l'industria del turismo,
riuscendo perfettamente nell'operazione di riappropriarsi del maggior
tempo libero a disposizione dei lavoratori (e dei loro soldi). Luigi Rum
ed io andammo allora ad un corso proprio per gestori del tempo libero a
Villa Osimo, sul Lago Maggiore. Tornati carichi di entusiasmo e di
qualche idea, iniziammo a lavorare in porto per diffondere questi
concetti e pensando a come autofìnanziarci; ci fu suggerito di dar vita
ad una cooperativa di consumo i cui modesti utili dovevano servire
proprio per finanziare il sociale.
La sottoscrizione iniziale, quella per farsi socio, portò ben 24 milioni
e, nel momento migliore, ben 365 lavoratori portuali davano attività di
volontariato in tutte le varie branchie in cui si era divisa la
Cooperativa stessa. Un successo enorme per quegli anni che, purtroppo
col tempo e con le mutate condizioni di vita in generale, è andato pian
piano scemando anche perché altri soggetti hanno iniziato a fare, in
modo più scientifico e remunerativo ciò che noi facevamo nel nostro
piccolo, con grandi sforzi, qualche soddisfazione, rubando il nostro
tempo libero per motivare quello degli altri".
Sono queste di Riccardo Croce poche ma pesanti parole che evidenziano
alcuni concetti fondamentali. Prima di tutto il pericolo, neanche troppo
latente, di veder mercificato il proprio tempo libero, apparentemente
come momento di libertà ma in realtà massificato da un certo tipo di
necessità non personali ma imposte dalla moda del tempo. Di qui la
necessità di far emergere i reali bisogni delle singole persone e
spingerli a trasformarsi da fruitori passivi in organizzatori perché
solo così si poteva uscire da quella spirale per cui tutti i diversi in
realtà erano tutti uguali, come la nascente pubblicità voleva che
fossimo.
ANTONIO NEGRO:
l'uomo, il sindacalista, il politico.
A rappresentare graficamente la cooperativa fu deciso il simbolo della
Lanterna con sette raggi, tanti quante le sezioni componenti la
Compagnia: San Giorgio, Stefano Canzio, Commessi di Bordo, Pesatori,
Barilai Cassai, Imballatori, Porta Bagagli.
Sul nome non ci furono dubbi, Antonio Negro, l'uomo che aveva dedicato
tutta la sua vita a combattere in difesa dei diritti della classe
operaia e la cui morte, avvenuta un anno prima di queste vicende, era
ancora molto presente nella mente dei lavoratori genovesi.
Era nato a Pietra Ligure il 19 marzo 1885, ma aveva passato l'infanzia a
Sestri Ponente dove assistette e partecipò alle lotte che la popolazione
della cittadina ligure intraprese contro il governo reazionario del gen.
Pelloux e successivamente contro il governo dell'on. Saracco che nel
1900 tentò di sciogliere la Camera del Lavoro di Genova. Si impegnò
nella federazione giovanile socialista e partecipò attivamente, nel
1904, ai grandi scioperi di Genova contro i provvedimenti repressivi del
governo e in particolare assieme ai portuali, che lottavano contro il
sistema detto della "libera scelta". Nello stesso anno durante un
comizio a Sestri, sciolto dalla forza pubblica che sparò sulla folla
inerme, venne arrestato e condannato a due mesi di reclusione. (Antonio
Negro nella sua vita, per ragioni politiche venne arrestato 110 volte).
Nel 1907 aderì alla corrente dei sindacalisti rivoluzionari e uscì dal
partito socialista. Da quel momento in poi dedicò tutta la sua attività
al campo sindacale partecipando attivamente alla vita della gloriosa
Camera del Lavoro di Sestri Ponente sino a quando non venne chiusa, nel
'22, dalla violenza fascista. Nel 1909 si era sposato, a Limite d'Arno,
con la signorina Lavinia, figura esemplare di donna che lo sostenne
sempre nelle durissime prove che avrebbero affrontato durante la loro
vita comune. Dal matrimonio nacquero quattro figli: due maschi e due
femmine. Nella primavera del 1912 divenne segretario della Camera del
Lavoro di Sestri e redattore responsabile del giornale "LOTTA OPERAIA" e
si impegnò alla vigilia del primo conflitto mondiale contro l'intervento
dell'Italia. Nel 1919 e nel 1920 esplosero una serie di agitazioni
operaie conseguenti alla crisi del dopoguerra che sfociarono in
occupazioni di fabbriche e serrate da parte degli industriali. Il lavoro
mancava e lo spettro della disoccupazione spaventava la classe operaia.
Nel 1921 le squadre fasciste, con la connivenza delle forze dell'ordine,
attaccarono la Camera del Lavoro di Sestri P. dove gli operai opposero
una strenua resistenza ma alla fine, per mancanza di viveri e di
munizioni, furono costretti a cedere. I fascisti costrinsero Antonio
Negro all'esilio; prima in Germania, poi in Francia e nel 1924 rimpatriò
a Limite dell'Arno, ma successivamente fu costretto a emigrare con la
famiglia in Egitto da dove, nel 1926 venne espulso e rientrò clandestino
in Italia. Fu arrestato e condannato a due anni di confino a Lipari. Per
lunghi undici anni fu disoccupato e visse un'esistenza di stenti e di
affanni notevoli, sempre sorvegliato dai fascisti e in qualche occasione
sottoposto a pestaggi. Dopo l'otto settembre 1943 partecipò alla
resistenza e a Napoli, nel 1944, al 1° congresso della CGIL, fu eletto
segretario responsabile della Camera del Lavoro di Genova. Nel capoluogo
ligure, dopo la Liberazione, ricostruì la Camera del Lavoro e divenne il
dirigente più amato della classe operaia. Da quel momento la sua
esistenza e quelle del movimento sindacale genovese e italiano
viaggiarono in sincronia. Fu deputato alla Costituente, consigliere
comunale di Genova e Senatore della Repubblica.
Morì il 28 marzo 1963 nell'ospedale di San Martino, dove era stato
ricoverato per l'aggravarsi delle sue condizioni di salute.
"L'uomo che non cambia " lo definivano i sestresi perché coerente,
fierissimo simbolo della resistenza contro la sopraffazione, esemplare
figura di rigore morale.
(lettera di
Giuseppe Di Vittorio in occasione del compimento del 70° anno di età -
1955)
La prima Sede. L'ampliamento della base sociale.
Nei 20 anni di vita della Cooperativa una vicenda certamente travagliata
è sempre stata quella di reperire locali idonei per lo svolgimento delle
proprie attività e già prima della sua fondazione il Consiglio della
CULMV si occupa giustamente del problema.
Nel passato la Compagnia aveva già lottato per dotarsi di una sede
idonea a consentire l'accentramento di tutti i servizi, sparsi un po'
ovunque su tutto l'arco portuale e rispondere alle esigenze di un lavoro
che, nel corso degli anni, richiedeva una maggiore specializzazione, una
sede amministrativa e direzionale: quello che sarà infatti la sede di S.
Benigno, inaugurata nel 1964.
Anche la prima sede operativa della neo costituita Cooperativa A. Negro
(1965) fu collocata in parte del piano terra della palazzina Uffici
della CULMV. Ad essa erano stati destinati 3 locali: uno fu adibito a
spaccio secondo il metodo tradizionale della bottega con bancone e
scaffalatura retrostante per cui i clienti chiedevano il prodotto e le
commesse lo servivano; un locale era adibito ad ufficio commerciale ed
amministrativo dove si svolgevano le trattative con i fornitori, si
controllava le fatture e si teneva la contabilità; il terzo era invece
adibito al reclutamento dei soci ed era ubicato al piano adiacente la
strada di accesso alle "chiamate". Dalla finestra del locale si
accettavano le richieste di ammissione a socio della Cooperativa. In
alcune circostanze, nell'accettare le domande di ammissione a socio, si
vendevano anche prodotti a prezzi particolarmente vantaggiosi.
In quel periodo la Cooperativa assunse due persone: una molto esperta,
l'altra una casalinga vedova di un socio CULMV deceduto sul lavoro con
due figli a carico e quindi seza esperienza lavorativa. Quando si
formavano le code spesso, presa dal panico, si metteva a piangere. Ma
tutti la aiutavano perché questo era lo spirito che animava coloro che
dedicavano buona parte del tempo libero alla Cooperativa. Il bancone e
la scaffalatura in legno erano stati acquistati a poco prezzo di seconda
mano. Il negozio successivamente fu allocato sotto le Sale chiamata
occupando un'area più vasta di circa duecento metri quadrati e
trasformato in self-service.
Il retronegozio era costituito da una scala di marmo dove ogni gradino
costituiva lo stoccaggio di un prodotto esposto in vendita, mentre il
magazzino di rifornimento era stato affittato in locali esterni a S.
Benigno. In quel periodo ovviamente era aumentato il personale
dipendente ed anche la struttura commerciale ed amministrativa si
avvaleva di altri collaboratori. Per dare un'idea dei valori di vendita
e fare i giusti paragoni nel 1965 si incassarono 90 milioni che
diventarono 339 nel 1966, 583 nel 1967, 872 nel 1968 e nel 1969 si
superò il miliardo, esattamente 1.162.193.000. Nel 1977, primo anno
intero nella nuova sede sotto la sopraelevata portuale, l'incasso fu di
7.872.000.000. La Coop Liguria, in quel periodo, con i suoi 33 negozi,
fatturava circa 26 miliardi. E' evidente che fu un enorme successo, le
adesioni del primo anno portarono circa 4.000 lavoratori della CULMV a
farsi soci. E in soli dieci anni il punto vendita, grazie all'impegno
degli Amministratori, allo slancio con cui decine e decine di lavoratori
si impegnarono mettendo a disposizione gratuitamente molte ore al di
fuori del proprio orario di lavoro, alla bravura del personale addetto
alle vendite e della gestione del magazzino, poteva contare su più di
1.000 referenze a banco, con incassi che si aggiravano su una media di 2
milioni al giorno.
Ricorda Sergio Pedevilla, ultimo Presidente della Cooperativa:
"Nonostante potessimo offrire solo prodotti di largo consumo: pane,
pasta, olio, eccetera di buona qualità, le code erano interminabili. A
volte erano necessario due ore di coda per poter fare la spesa ma la
gente attendeva, più o meno pazientemente" e ancora "II grande successo
dello spaccio alimentari ci indusse a tentare l'esperimento di vendita
di prodotti non alimentari, nel campo dell'abbigliamento. Pochi articoli
a prezzi assai competitivi. Quante persone comperarono qui il loro "cagnaro",
il giaccone da lavoro dei portuali divenuto poi di moda dopo il '68".
E a proposito del bar Pedevilla ricorda "È
incredibile ancora oggi pensare come si riuscissero a servire migliaia
di consumazioni, tutte le mattine, in una sola ora, prima che i
lavoratori venissero avviati ai rispettivi luoghi di lavoro. Certo si
riusciva a dare un buon servizio, senza fini speculativi, basandoci sul
personale dipendente ma anche sul volontariato. Ricordo che si lavorava
in molti, giorno e notte, per preparare i pacchi di Natale da mettere in
vendita a prezzo contenutissimo, ricco di generi alimentari, prodotti
tipici, vini, liquori".
Nel 1968 si registra una prima svolta nell'ampliamento della base
sociale, un'apertura nei confronti di tutte le maestranze che operavano
nell'ambito portuale e non solo i soci della CULMV che, preso atto di
una situazione di fatto, con una modifica delle norme contenute nel
primo statuto, deliberano la possibilità di divenire soci effettivi
della Negro e quindi partecipare, essere protagonisti a pieno titolo
della vita associativa in tutti i suoi aspetti, anche coloro che in
qualche modo erano legati al lavoro portuale (dipendenti di altre Ditte
operanti nel porto).
Un ampliamento della base sociale, di qualche altro migliaio di famiglie
che fanno divenire sempre più pressante il problema di reperire nuovi
spazi, una crisi di crescita che porta ad affermare: "O troviamo una
sede adeguata alle nuove esigenze o chiudiamo la Negro".
"Il Cooperatore Portuale": la voce dei lavoratori. Il
C.AP., Via Albertazzi, la sopraelevata.
Ad Aprile del 1970 viene intanto pubblicato il primo numero del giornale
"II Cooperatore Portuale", bollettino di informazione della Cooperativa
"A.Negro" a cadenza bimestrale, una fonte importante di notizie per
questa ricerca. Si legge nella prima pagina del primo numero: "...un
giornale non corporativo, ma immerso nella realtà, nei fatti, capace di
collegare le specifiche questioni della Cooperazione alle rivendicazioni
più generali dei lavoratori e dei cittadini, al movimento di massa e
alle altre componenti democraticamente organizzate nella società".
Un'esperienza che, meglio di tutti, ci può essere raccontata da Andrea
Moscardi, l'anima del giornale stesso, appartenente al ramo dei Commessi
di Bordo: "Certamente come CodiBor avevamo anticipato l'idea della
Cooperativa ed alcune esperienze interessanti come il veglione nella
sala Chiamata o l'affitto del Circo Togni per uno spettacolo per i figli
dei soci, stavano alla base della nostra idea di socialità. Io ne ero
l'organizzatore e l'addetto alle pubbliche relazioni. Oltre a ciò avevo
seguito dei corsi nel campo della grafica e ciò mi fua molto utile. Con
l'allora Presidente della Negro, Oprandi, discutemmo l'idea che aveva
come base il fornire informazione ai soci. Dopo aver partecipato ad un
corso formativo di giornali aziendali organizzato dall'ANCC a Firenze,
decidemmo di tentare l'esperienza. Il giornale doveva rappresentare la
voglia di esserci e di esprimerci anche nei confronti della città e
sostanzialmente doveva contenere: Comunicazioni commerciali e
l'andamento della Cooperativa. Le attività sociali come esempio di
creatività II rapporto diretto con la base attraverso le lettere al
giornale Una ricerca continua di dialogo con i soci attraverso
interviste e risposte qualificate Una pagina esterna su sindacato,
cooperative, eventi politici rilevanti. Una delle cose più difficili era
il continuo rincorrere i Presidenti, a cui era riservata la prima
pagina, per farsi consegnare in tempo l'articolo da pubblicare.
In questa mia posizione di giornalista, redattore, editore, ecc., dovevo
partecipare alle riunioni del C.d.A. come ascoltatore per poi riportare
le decisioni sul giornale per cui avevo imparato a conoscere la vita
della Cooperativa in modo approfondito e, quando anch'io entrai a far
parte del Consiglio di Amministrazione, mi trovai certamente a mio agio
e con un arricchimento individuale molto importante".
Nel 1° numero del giornale viene dato spazio a quella che, senza ombra
di dubbio, possiamo definire la strategia politica della Negro: assieme
al bilancio dell'anno 1969, decisamente positivo, con un giro d'affari
di oltre un miliardo e un utile di 43 milioni, esso ridefinisce
l'attività della cooperativa, nel quadro generale del Paese, in un
panorama di fermenti e di spinte per dimostrare il grado di maturità
raggiunto dai lavoratori, dai Sindacati e dalle forze politiche che li
rappresentavano.
Denuncia in modo categorico "la viva apprensione per le insidie alla
pace che ancora si registrano nel mondo sia dal perdurare e
dall'estendersi dello stato di guerra nel Vietnam e nel Laos, sia
dall'inasprirsi delle ostilità nel Medio Oriente. I popoli hanno il
diritto di operare serenamente per il loro progresso in una atmosfera di
coesistenza pacifica e di autodeterminazione in cui siano messi al bando
i colonialisti, le aggressioni imperialiste, le dittature e le
violazioni delle convenzioni deliberate dalla comunità internazionale".
Dopo queste dichiarazioni di solidarietà internazionale, proprie dei
lavoratori portuali genovesi e i rendiconti che dimostrano una notevole
capacità commerciale amministrativa degli stessi, ritorna pressante e
improrogabile il discorso degli spazi: "La nostra Cooperativa deve
prepararsi ad effettuare un balzo in avanti, per realizzare in modo
completo i compiti che si è prefissa.... Il principale problema è quello
di una sede sociale che ci permetta di uscire dalla strettoia
dell'attuale spaccio, che tanti disagi comporta oggi a tutti i soci.....
Proprio in questi giorni è scaturita una proposta dell'Autorità
Marittima per una soluzione, sotto verifica per quanto riguarda sia la
funzionalità che l'eventuale costo".
Evidentemente le cose non girano nel modo giusto e tale soluzione non è
perseguibile se solo pochi mesi dopo , nel mese di agosto, esce un
comunicato a tutti i lavoratori portuali nel quale si denuncia:
....."Constatato che tutte le iniziative prese dalla Presidenza
congiuntamente agli organismi rappresentativi dei lavoratori portuali
non hanno sortito alcun risultato concreto per quanto riguarda la
definizione del problema inerente la Sede Sociale, nella consapevolezza
che il perdurare di questa situazione porterebbe questo organismo ad un
rapido dissolvimento con tutto il danno che da questo ne deriverebbe ai
lavoratori portuali tutti, denunciando la passività del CAP su questi
problemi e ad esso attribuendone la responsabilità, invita tutti ..... a
ribadire con fermezza la loro posizione in difesa della Cooperativa, per
assicurarne lo sviluppo, nell'interesse delle Categorie rappresentate,
....."
Se ne deduce che la "Negro" è in grave crisi, paradossalmente una crisi
di crescita di tali dimensioni che o trova soluzioni di spazio a breve
termine o rischia la chiusura, non essendo più in grado di soddisfare le
richieste delle famiglie dei quasi 8000 soci che si contano in quel
1970.
L'appello alla mobilitazione ha certamente sortito un effetto positivo e
nel gennaio del 1971 il Consiglio può portare a conoscenza di tutti i
Soci che l'Autorità Marittima ha messo a disposizione un'area di mq.
1.260 in via Albertazzi a fianco all'Enal C.A.P. L'euforia della notizia
viene ben presto smorzata dalla realtà dei conti economici: di fronte a
una spesa stimata attorno agli 800 milioni, con un mutuo ventennale che
ne raddoppia la cifra finale, la Negro ritiene di poterne sopportare con
le proprie sole forze circa un terzo e cioè 30 milioni annui per 20 anni
anche perché è un contributo notevole che i lavoratori sono disposti a
sopportare per realizzare un'opera che comunque resterà sempre
patrimonio del C.A.P.
Questa volta però qualche cosa si sta muovendo
veramente: la costruzione della rampa della sopraelevata che conduce al
varco doganale aveva creato una grossa cubatura di spazio libero,
occupato dai piloni in cemento armato che sorreggono la strada,
ovviamente di proprietà del Demanio.
La mobilitazione dei lavoratori,
l'impegno delle Organizzazioni sindacali, della Compagnia e la
sensibilità dell'Ente Pubblico (C.A.P.) hanno consentito la
realizzazione dell'obiettivo che da parecchi anni si stava inseguendo.
Nel darne la notizia, il Consiglio di Amministrazione, oltre alla logica
soddisfazione, comunica che sono riaperte le iscrizioni alla Cooperativa
specialmente a favore dei 4000 pensionati che, a causa della
inadeguatezza ed insufficienza delle strutture, non avevano potuto
esercitare il diritto di farsi soci. Un rammarico viene espresso dagli
organismi dirigenti e cioè di non essere riusciti a portare a termine la
progettata soluzione di via Albertazzi: costruzione su quattro piani con
ampi spazi sia per le attività commerciali che, in modo definitivo, per
quelle culturali e ricreative, ma soddisfazione per una soluzione che
presenta il vantaggio di costi relativamente inferiori per la
realizzazione e tempi assai rapidi per la costruzione.
Il locale qui
ricavato su due piani, raggiunge i 4400 mq. Al piano superiore il
settore extra alimentare ed abbigliamento, al piano terra il settore
alimentare con nove casse in uscita e, ovviamente, una arricchita gamma
merceologica in particolare nel settore dei deperibili, carne fresca e ortofrutta; il grande piazzale di S. Benigno come corollario per il
posteggio delle auto e per i carrelli che finalmente consentono di
portare la merce comodamente all'autovettura. Il giorno
dell'inaugurazione, ricorda sempre Sergio Pedevilla:
".... successe il
finimondo. I soci arrivavano con tutta la famiglia, con l'orgoglio di
far vedere anche ai parenti la loro creatura, per qualche cosa che
sentivano come proprio e di cui si potevano giustamente vantare". Questa
nuova grande e moderna struttura ovviamente creava nuovi e diversi
problemi ma anche in questo caso la solidarietà tra Cooperative portò la
giusta soluzione. Difficile sarebbe stato solo pensare di poter gestire
una tale struttura che si prefiggeva un giro di affari annuo di circa 6
miliardi senza una solida struttura a monte, capace di assicurare i
servizi amministrativi necessari e un regolare rifornimento di prodotti
al punto vendita, anche per evitare costose giacenze di merce. Infatti i
rapporti col movimento Cooperativo si fanno sempre più stretti.
Oltre a
partecipare attivamente alle decisioni della linea politica della Lega
delle Cooperative, in concreto viene messa in atto la fedeltà ai
prodotti a marchio Coop, considerati non come atto di fede verso una
azienda nazionale in forte sviluppo, ma come garanzia di genuinità dei
prodotti a giusto prezzo per tutti i consumi dei Soci. Ma si va oltre,
assieme a Coop Italia, Coop Liguria e Cooperativa Aziendale Italsider
viene finalmente affrontato il problema del Magazzino Autogestito della
Liguria "una struttura ormai indispensabile per lo sviluppo delle
Cooperative Liguri e per il contenimento dei costi per
l'approvvigionamento. Se vogliamo veramente incidere sulla speculazione,
non possiamo limitarci ad essere presenti solo nella fase finale della
distribuzione, ma dobbiamo risalire alla fonte di produzione, superando
l'intermediazione parassitarla, componente importante dell'aumento del
costo della vita".
Ed ecco che la Negro entra come partner nel magazzino autogestito della Coop Liguria di Arenzano non come semplice cliente ma
come protagonista attivo nella gestione della struttura. Nel Maggio del
1974, di fronte alla espansione del numero dei soci dopo la riapertura
delle iscrizioni, viene deliberata una modifica statutaria che prevede
la costituzione di "Sezioni Soci" per facilitare la convocazione e lo
svolgimento delle Assemblee. Ogni Sezione diventava rappresentativa di
quei Soci che per ubicazione del posto di lavoro o per affinità di
funzioni potevano più facilmente radunarsi per discutere i problemi
posti alla loro attenzione. Assemblee parziali che, convocate in momenti
diversi della giornata più congeniali alle diverse categorie, attraverso
l'elezione dei delegati, portavano a una maggiore diffusione dei
problemi e delle soluzioni. Democraticamente, un ventaglio più ampio di
opinioni.
L'assemblea generale dei soci diveniva, così, assemblea
generale dei delegati dei soci.
Nel frattempo la Cooperativa aveva
aperto altri tre punti di ristoro in porto: al Terminal Nino Ronco, al
Ponte Somalia e il bar della Compagnia dei Carboni Minerali "Pietro
Chiesa" (1 gennaio 1976).
La svolta: tutti i cittadini possono farsi
soci.
Ma la grande novità, riportata dai giornali nel settembre '79
(l'Unità, II Lavoro, II Corriere Mercantile, II Secolo XIX) è che
l'Assemblea dei Soci decide di aprire a tutti i cittadini (non solo ai
lavoratori portuali) la possibilità di divenire Soci. : "La nostra
organizzazione, nata come Cooperativa dei lavoratori della CULMV si è
aperta gradualmente, non appena se ne sono verificate le possibilità, ad
altre categorie di lavoratori di aziende operanti nel porto di Genova
mettendo loro a disposizione servizi commerciali, attività culturali e
del tempo libero, contribuendo così a dare una nuova immagine dei
lavoratori portuali nei confronti della città, riuscendo anche a
diminuire quel distacco che in qualche modo esisteva. Questa linea di
comportamento dimostra chiaramente come, da sempre, si sia perseguita
una coerente evoluzione, consapevoli di dover far svolgere alla Negro un
ruolo di organismo democratico sensibile e attento alle proposte di
rinnovamento generali, al fine di raggiungere una visione di interesse
collegiale e non quello meramente settoriale. E' a questa ottica quindi,
che necessita oggi approfondire il dibattito in merito alle prospettive
della nostra Cooperativa in quanto struttura commerciale di notevoli
dimensioni collocata nel contesto più generale di un processo di
rinnovamento e ristrutturazione della rete commerciale al dettaglio
della nostra città. Pertanto proponiamo la modifica dell'ari. 4 dello
Statuto riguardante la estensione a tutti i cittadini che ne abbiano i
requisiti della possibilità di diventare Soci della Cooperativa". Il
notevole aumento di utenti previsto da tale decisione porta il Consiglio
a presentare domanda al Comune per una nuova licenza edilizia per
costruire una nuova ala da aggiungere alla struttura esistente, sempre
sotto la sopraelevata. Una nuova cubatura per gli uffici amministrativi,
per i gruppi di atti vita sociale e un salone per riunioni e dibattiti
riuscendo a liberare 400 mq. per ampliare l'area di vendita di extra
alimentare del secondo piano.
Nel bellissimo articolo de "II Cooperatore
Portuale" del 1980 titolato "Le ragioni di una scelta" si chiarisce
ulteriormente la validità delle decisioni assunte dalla classe dirigente
di quegli anni. "..... Erano altri tempi, altra la situazione del nostro
Porto e molto diverso era il rapporto esistente tra il Porto e la Città.
I Portuali, sempre in prima linea nelle lotte operaie erano tuttavia
molto più di adesso portati a difendere la loro posizione categoriale.
Tuttavia già allora prevalse la tesi di costituire una Cooperativa e non
uno spaccio aziendale o un Circolo, strutture che in quel periodo
nascevano in modo copioso soprattutto nei grandi complessi ....."
La
scelta di aprire questo organismo ad altre categorie, dapprima
nell'ambito portuale e successivamente a tutti i cittadini di Genova non
è stata immune da discussioni anche animate tra chi, conscio dei
privilegi di altre categorie di lavoratori, intendeva difendere i propri
e chi riteneva che dei risultati ottenuti potessero usufruire altri
lavoratori con meno possibilità o capacità di aggregazione. Questa
scelta e i buoni risultati ottenuti, che avevano messo in evidenza come
dei lavoratori potessero gestire un'azienda capace di creare posti di
lavoro, di dare servizi sia in campo commerciale che culturale,
contribuirono a far maturare la decisione che la Negro potesse essere
messa a disposizione della città sia per agevolare la riforma del suo
sistema distributivo sia per fornire ai cittadini un punto di incontro
per attività sociali, turistiche e culturali capaci di promuovere
dibattiti, spettacoli e rappresentazioni in grado di ampliare la loro
base conoscitiva e stimolati a non ricercare nel privato la soluzione
dei propri problemi....."
Il ristorno
Ogni anno la Cooperativa
ipotizza una previsione delle vendite che ritiene di poter realizzare ma
anche dei costi che si dovranno sopportare (personale, luce, gas,
telefono, affitti, ecc.). In base a tali costi si viene a stabilire
quale deve essere l'utile che la Cooperativa deve ricavare dalle vendite
per arrivare a pareggio, cioè il ricarico da effettuare per ritrovarsi
alla pari alla fine dell'esercizio.
Non sempre tali conti previsionali,
per diversi motivi (vendite superiori al previsto o minori costi di
gestione) possono essere indovinati per cui, alla fine dell'anno, è
possibile ritrovarsi con un bilancio più positivo del previsto.
Come
accadde nel 1980 per cui il C.d.A. decise di ritornare ai soci una buona
parte del residuo di cassa e quindi diede vita a una grande iniziativa,
una sorta di ristorno, che si concretizzò in uno sconto del 10% su tutti
gli articoli venduti nel settore extralimentare dal 6 al 31 gennaio
1981.
A dire il vero una nota dolente nel bilancio era costituita dal
rendiconto economico della gestione bar, le cui motivazioni vanno
ricercate in alcuni fattori fondamentali: la vendita a prezzo "politico"
delle consumazioni, una vistosa diminuzione della presenza dei
lavoratori portuali alle sale chiamate dovuta principalmente ai
traghetti che sostituivano le navi per il cabottaggio verso i piccoli
scali del Mediterraneo e le prime porta-contenitori; all'introduzione
del famoso "salario garantito", senza l'obbligo quindi della presenza,
considerato anche che le spese generali di gestione, specialmente del
personale addetto a tali mansioni, rimanevano inalterate.
Le Attività Sociali-Culturali-Ricreative: l'altra splendida faccia della medaglia.
Se sino ad ora abbiamo trattato la vicenda storica dei 20 anni della Coop Negro, fondamentalmente come soggetto commerciale, un ampio
capitolo deve essere riservato all'impegno solidale e alle attività del
tempo libero; anche perché furono tali attività che offrirono la
possibilità di amalgamare in modo duraturo i lavoratori, offrendo loro
un serio diversivo ai problemi quotidiani in campi dove ognuno poteva
liberamente dar sfogo alla propria passionalità o creatività. Non più
lavoratori divisi in categorie a seconda della mansione svolta nel porto
ma, abbattendo barriere e pregiudizi, uniti nella stessa passione
politica o culturalricreativa. Quando nel 1970 "II Cooperatore Portuale"
definiva il progetto socio-politico della Cooperativa stessa, grande
risalto veniva dato al problema della pace nel mondo, alla battaglia per
la libertà e l'autodeterminazione dei popoli. E già nel 1965, in
occasione del XX anniversario della Liberazione una grande massa di
lavoratori portuali, organizzati dalla Cooperativa si recarono in visita
al paese di Boves, triste ricordo della barbarie nazi-fascista e
donarono a quel Comune un quadro sull'Olocausto opera del Socio,
Dirigente, Pittore Gimmy Casa. Ma ricco di significato fu l'episodio
degli aiuti al Vietnam. E' infatti ancora negli occhi di migliata di
cittadini la storica partenza della nave "Australe" dal porto di Genova
il 17 novembre 1973, con a bordo 3000 tonnellate di aiuti destinati alle
popolazioni del Vietnam impegnate nella dura ricostruzione, dopo la fine
della guerra in quel paese. Una iniziativa partita dai portuali per dar
vita alla "Nave dell'Amicizia" a cui entusiasta fu l'adesione di tutta
l'Italia democratica come prova di solidarietà militante verso un paese
che per anni era stato visto come il simbolo della difesa della libertà
e dell'indipendenza nazionale contro gli attacchi dell'imperialismo.
Testimone del tempo, Luciano Sossai, così ricorda la sua vicenda
storica: "L'impegno nel sociale, prima della CULMV e poi della
Cooperativa da essa nata, non è certo da mettere in discussione,
sembrano frasi retoriche ma la solidarietà tra i lavoratori è sempre
stata una realtà e un patrimonio inestinguibile. Già nel 1921 imbarcammo
una nave di prodotti di prima necessità, la "Amilcare Cipriani", per il
porto di Odessa, poiché il blocco imposto dal capitalismo alle
popolazioni dell'Unione Sovietica aveva portato quel paese ad una
spaventosa carestia. Tra le grandi iniziative potrei ricordare i due
traghetti partiti per alleviare le sofferenze ed aiutare l'emergenza
subito dopo il terremoto in Irpinia, oppure il nostro contributo per
quello del Friuli, oltre ad altre mille iniziative, specialmente
sottoscrizioni per permettere a gente gravemente ammalata, soprattutto
bambini, di potersi curare. Certo, la storia del viaggio della
"Australe" per me è altra cosa essendone stato io l'accompagnatore
ufficiale. Da tutta Italia, specialmente dalle cooperative Emiliane,
confluirono a Genova case prefabbricate, motocoltivatori, pasta, riso,
ed altri generi di prima necessità e i portuali eseguirono tutte le
operazioni di carico gratuitamente. Finalmente la nave, affittata dalla
Cooperativa Garibaldi, partì e in lunghissimi 53 giorni di navigazione
con mare terribile e un equipaggio poco affidabile (poiché molti marinai
avevano rifiutato l'imbarco sapendo che si dovevano recare in zona di
guerra) ci portò nella baia di Haiphong. Festeggiammo il Natale in mare,
con tanta tristezza, stappando spumante e panettone che la Coop Negro mi
aveva donato. Il viaggio fu ancora più difficoltoso poiché a Città del
Capo non ci permisero di entrare in porto, a Durban ci portarono generi
alimentari ma non ci fecero sbarcare a terra; finalmente a Singapore
ottenemmo tutto quello di cui avevamo bisogno, e anche di più. La baia
di Haiphong, dove arrivammo, era disseminata di 10.000 mine e solo con
un pilota a bordo che ci guidava attraverso il percorso minato, siamo
riusciti a risalire il fiume. Lo spettacolo davanti ai nostri occhi era
terrificante, ovunque distruzione, macerie, scafi di navi affondate,
risultato dei massicci bombardamenti degli anni precedenti. I portuali
ci accolsero trionfalmente, erano tutte donne, gli uomini erano ancora
sotto le armi. Il sindaco di Haiphong mi accompagnò ad Hanoi, dove
finalmente conobbi il Generale Giap, l'eroe della Guerra vietnamita.
Vorrei concludere dicendo che ancora oggi sono nell'associazione
Italia-Vietnam e sono tornato in quel paese più volte". Dopo ventinove
anni, mentre Luciano racconta, ti trovi di fronte ad un uomo che sta
rivivendo la sua avventura e ti contagia, ti senti trasportato in quel
mare, in mezzo alle mine o alle case distrutte. Lo stai ad ascoltare, in
silenzio, e lui, quasi a giustificarsi, ti porta immediatamente su un
altro discorso, volendo farti partecipe delle tante altre iniziative di
solidarietà della Coop Negro.
IL Gruppo Culturale
Il 18 ottobre 1965 il
responsabile del gruppo Gimmy Casa ottiene dal Consi glio della Coop
Negro la somma di lire 30.000 come anticipo per le spese iniziali al
fine di dar vita a tale settore. Nella stessa riunione vengono stabiliti
i criteri fondamentali per le attività del gruppo stesso così riassunte:
"Stimolare l'interesse per le attività culturali, spesso trascurate e
causa di confusione di idee e opinioni altrettanto dannose per una
giusta interpretazione di fatti o di cose che tanta importanza rivestono
nella vita e nella società non già per farsi maestro di chiarezza presso
gli altri, ma per contribuire ad allargare la conoscenza dello scibile
umano fra i lavoratori.
Certamente le esperienze personali generano
opinioni diverse, per la limitatezza della mente umana ma la discussione
con le diverse opinioni ed interpretazioni e l'ascolto del parere di
uomini illustri, la lettura di opere che portano in sé il germe
dell'esperienza umana e spirituale, fanno sì che l'uomo si liberi dai
preconcetti e pregiudizi e gli danno una nuova e consapevole dimensione
di sé stesso e della Società che lo circonda". Pertanto il Gruppo
Culturale si dividerà in varie branchie:
1°) Mostre retrospettive
cinematografiche affidate alla cura e all'esperienza di Giorgio Garrè;
2°) Mostre d'arte figurative affidate a Gimmy Casa;
3°) Manifestazioni
teatrali e poesia affidate a Gigi Boero;
4°) Settore della fotografia a
Franco Terrile.
A Gigi Boero viene anche affidata la responsabilità
della biblioteca che, progettata all'inizio del 1967, è passata in pochi
anni dai 424 volumi iniziali a ben 2000 volumi del periodo di maggiore
espansione, volumi a disposizione di tutti i soci interessati ad
approfondire la propria cultura personale. Il Teatro. Dario Fo e Franca
Rame. Esaminando in modo più approfondito le attività del tempo libero,
certamente la più spettacolare e coinvolgente è stata la programmazione
di spettacoli nella Sala Chiamate della Compagnia. Un lungo elenco che
ha destato interesse non solo a Genova ma in campo nazionale. Come le
proposte teatrali dell'Associazione Nuova Scena, con testi di Darlo Fo e
del Collettivo dell'associazione stessa "che hanno portato ad un
incontro dei lavoratori portuali con un teatro di ricerca politica come
strumento di coscienza culturale collettiva realizzata da e per la
classe proletaria" e poi confluite nella presenza dello stesso Fo e
Franca Rame come interpreti del loro più celebre pezzo teatrale "II
mistero buffo", una stupenda opera tratta dalla tradizione popolare nel
riscrivere o, per meglio dire, nel tramandare gli episodi del Vangelo.
Cinque giorni al porto
Di grande successo poi l'anteprima assoluta alla
Sala Chiamata San Giorgio di "Cinque giorni al porto" di V Faggi e
L.
Squarzina nella realizzazione del Teatro Stabile di Genova "che ha
permesso la verifica attraverso la rappresentazione e il successivo
dibattito, da parte dei lavoratori portuali di un prodotto teatrale che
trattava della loro storia".
La cultura come valore sociale, come
strumento per offrire occasioni di riflessione, partendo dalle reali
necessità della classe lavoratrice in quel contesto storico, si può
anche constatare nella programmazione di lettura di poesie tratte dalle
opere di poeti rivoluzionari come Majakovski o gli emergenti del "terzo
Mondo" sempre a cura dello Stabile di Genova.
Madre Courage
Sotto il
titolo "Proposte per una discussione e verifica dei rapporti fra il
tempo libero, classe operaia e il teatro" nel dicembre del 1970 alla
sala chiamata S. Giorgio fu presentato lo spettacolo di prosa "Madre Courage e i suoi figli" di Bertold Brecht a cura dello stabile di Genova
con regia di Luigi Squarzina e l'interpretazione della superba Lina
Volonghi.
Questo per poter dare un panorama abbastanza vasto del teatro
che esce dai suoi locali nei quali con la divisione dei posti e dei
prezzi fa una politica di divisione borghese in classi per un consumo
del prodotto teatrale in una cornice mummificante. Il teatro non
ufficiale o teatro povero che non vuole essere un prodotto di consumo,
ma un teatro che rende lo spettatore non passivo ma protagonista quindi
spettatore e produttore di cultura, troverà nella nostra sede un teatro
ideale per svolgere le sue operazioni culturali per la classe operaia,
con la classe operaia per un teatro veramente popolare e non
gastronomico.
Vittorio Gassman.
"Una mareggiata che travolge ogni cosa"
questo il giudizio del giornale sociale sul recital di Vittorio Gassman
nel Novembre 1973 alla sala chiamata della CULMV"a Genova, Vittorio Gassman ha privilegiato la sala dei Portuali in questo grande tour che
lo ha portato nelle maggiori città italiane, perché da anni egli ricerca
il luogo dove il teatro non diventa prodotto di consumo ma un fatto
culturale per il contatto diretto e autentico che si crea tra pubblico e
teatranti.
Gassman ha incontrato questo pubblico e ha definito Genova
città giusta dove portare avanti un programma di decentramento culturale
poiché dispone di un proletariato evoluto, disposto ad esercitare
liberamente le proprie facoltà mentali. Ai 4000 spettatori Gassman e
compagni hanno recitato i brani del programma e improvvisato conversando
con il pubblico, offrendo loro il caffè, bibite come ad un festoso
meeting di amici, rinunciando volontariamente alla loro maschera di
attori per diventare loro stessi alla ricerca di un rapporto tra i testi
poetici rappresentati quali componenti della vita professionale e
culturale dei teatranti e l'attuale realtà, tentando di riscoprire la
radice antica che collega il teatro al mistero esistenziale".
El Pueblo
Unido Jamas Sera Vencido
Il popolo unito mai sarà vinto: questo il
canto di battaglia del Popolo Cileno, che dopo la parentesi democratica
del Governo di Salvator Allende, sta di nuovo sotto la dittatura
militare del Generale Pinochet. Ed è proprio in occasione del XXX della
Resistenza Italiana che, tra il 16 e il 19 Marzo 1975, una vera e
propria apoteosi ha accolto gli Intillimani, ambasciatori nel mondo del
loro popolo con più di 5000 presenti, per rinnovare l'impegno di
solidarietà dei Genovesi e di tutta la Liguria al Popolo Cileno. Un
altro toccante momento a dimostrazione della mai sopita solidarietà dei
portuali Genovesi così ben rappresentati dalla loro Coop Negro.
Le
Attività del tempo libero
Eravamo tutti magri perché non ce n'era per
nessuno, finalmente... Alla fine della II° guerra mondiale, le nazioni
europee (Italia compresa) si trovarono di fronte alla dura fase della
ricostruzione materiale ma anche morale. Tanti, troppi sacrifici erano
stati imposti alle popolazioni uscite stremate dal conflitto bellico e
dalla dura prova della guerra civile. L'economia mondiale tirò il fiato,
la pace così duramente conquistata permise la ricostruzione delle
industrie, della rete autostradale, delle ferrovie, tornò il lavoro e
con esso una nuovo benessere. Segno evidente del mutamento fu la
variazione degli occupati nei vari settori, con un forte spostamento da
quello agricolo a quello industriale.
Il futuro appariva più roseo, il
miraggio di future disponibilità, anche in termini monetari, fecero
dilatare i consumi, quasi a scacciare i fantasmi del passato e
desiderando una vita diversa per le giovani generazioni. Il sogno
recondito di ogni lavoratore era di possedere tutti quei beni di massa
che avrebbero alleviato la vita in nome del benessere, magari acquistato
a rate o con le cambiali, divenute improvvisamente la nuova moneta
circolante. Siamo agli inizi degli anni sessanta, la pubblicità ci
convince dei nostri nuovi bisogni e della necessità assoluta di certi
tipi di prodotti che ormai si definiscono di largo consumo: automobili,
elettrodomestici, televisori, apparecchi fotografici, giradischi sono il
simbolo del nuovo benessere.
Il consumismo è il nuovo padrone della
società post bellica. Accanto a questi beni, il desiderio di evadere, di
conoscere, di vedere posti nuovi, di dar sfogo alla propria
aggressività, spostandosi il più possibile: il giusto riconoscimento ai
tanti, troppi sacrifici sopportati negli anni precedenti, ma anche
l'idea che, così facendo, si possono accorciare le distanze tra le
classi. Ma il consumismo può anche essere il creatore di un miraggio,
può cioè farci credere ciò che la nostra mente vuole credere.
Ed ecco
che ritornano alla mente le parole di Croce, il primo Presidente, e la
sua esortazione a saper gestire con intelligenza gli spazi di libertà
che il nuovo tipo di meccanizzazione del lavoro aveva reso disponibili.
Mazzini diceva in tema di economia: "Il vostro avvenire è nella
emancipazione dalle esigenze del capitale", forse anche in tema di tempo
libero l'emancipazione può consistere nella autogestione della
creatività.
Considerazioni Conclusive
Quando si parla di una Cooperativa
di Consumo, certamente nella nostra immagine collettiva si pensa subito
ad un luogo ove le persone, anzi i Soci, possono liberamente recarsi per
fare la spesa a prezzi decisamente contenuti rispetto all'esercizio
commerciale privato. Questa immagine è limitativa nei confronti della
Cooperativa Antonio Negro poiché, più uno si addentra nella sua vicenda
storica, particolarmente nei suoi venti anni di autonomia, si rende
conto che accanto ad abili amministratori commerciali che hanno saputo
gestire in modo proficuo per la salvaguardia del potere d'acquisto degli
stipendi la parte riguardante lo spaccio sociale e i punti di ristoro,
vengono fuori abili dirigenti che sono riusciti ad amalgamare molte
delle necessità del tempo libero dei lavoratori nell'ambito portuale,
attorniandosi di specialisti nei vari campi dell'attività sociale. Il
risultato è una macchina efficiente, una perfetta organizzazione che
riesce a gestire decine di attività dando loro il necessario spazio di
realizzazione, controllando però sempre che tutto si svolga nel rispetto
delle regole e nella soddisfazione delle esigenze sociali. Compito
sicuramente gravoso ma indice di grande elasticità mentale e visione
assai ampia delle problematiche incombenti. Crediamo sinceramente che
predisporre strategie imprenditoriali sia compito non facile, ma
riteniamo altresì che saper dare una risposta positiva alle pressioni
dal basso in campo politico, culturale, ricreativo, sia stato ancora più
difficile perché il pericolo di scontentare determinate richieste poteva
essere deleterio ma decisamente impossibile accontentare tutti. Eppure
siamo convinti che la grande forza della Negro sia stata proprio la
capacità di saper coniugare il binomio socio-consumatore con quello di
socio-fruitore di attività legate al tempo libero e, attraverso tale
operazione, essere riusciti a stimolare il senso di appartenenza del
socio alla cooperativa. Il socio cooperatore è colui che usufruisce di
opportunità nei vari campi che lui stesso ha imparato a programmare e
gestire.
I "mugugni" degli scontenti esistono da sempre e sempre
esisteranno sia per giudicare il prezzo dei pomodori che per criticare
l'organizzazione di un'attività sociale ma ben sappiamo che noi liguri
col mugugno siamo riusciti a trasformare la Società.
Dopo che la Negro
si è fusa con Coop Liguria, la soluzione di questo problema è passato
nelle mani, forse sarebbe più giusto dire nella mente, di nuovi
amministratori ed ovviamente è divenuto un problema regionale sintetizzabile in questo concetto: "Non il profitto ma l'interesse del socio
e del consumatore come risposta ai suoi bisogni nel momento in cui la
grande abbondanza e diversificazione dell'offerta rischia di indebolire
in modo pesante il legame socio-cooperativa non come semplice dato
numerico ma qualitativo".
È quindi necessario riscrivere un nuovo patto
sociale nel quale attualizzare i bisogni del socio per ritrasformarlo da
consumatore a cooperatore onde fruire sì di una diversa distribuzione
della ricchezza ma, più di tutto di un diverso modo di gestire il
rapporto socio-mercato sia esso economico-commercia- le che
culturale-sociale in una perenne crescita della propria identità personale all'interno di quella collettiva. Preciso che nel leggere il titolo
di questo lavoro, qualche persona penserà ad un errore. Negli atti
ufficiali si legge: "Cooperativa di Consumo" ma io ho preferito, e credo
che ciò sia corretto, "Cooperativa di Consumatori" in quanto la parola
consumo è per me sinonimo di commercio, anche se oculato, ma privo di
vitalità, indifferente, anonimo, mentre consumatori rappresenta persone con un volto, un nome, dei bisogni reali, come primo la difesa del
potere d'acquisto dei salari ma anche disposte e disponibili a
partecipare, non solo a ricevere passivamente.
(Dario Ottone) |