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roce
rossa in campo bianco! San Giorgio! Genova!
Quando sulla larga distesa degli orizzonti marini, appariva questo
segnacolo troppo conosciuto da Oriente ad Occidente in tutto il lago
Mediterraneo, portato dagli alti pennoni delle rapide galere e dai forti
galeoni.
I Barbareschi pirateggianti per ogni dove,volgevano veloci la prora in
fuga: i Veneziani guatavano sospettosi e pronti. Spagna e Francia
salutavano con rispetto, E quel candido segnacolo rosso-crociato,
passava superbo e fiero ovunque: temuto dai nemici, esaltato dagli
amici: e ovunque, simbolo di forza e potenza.
E fu un gran tempo quello per Genova, in cui il nome di questa città
valeva più del nome d'una nazione: fu un gran tempo che, tranne Venezia,
nessuna storia dì città marittima può vantare.
Dalle Crociate alla caduta di Costantinopoli furono per Genova quattro
secoli di febbre belligera, di espansione marinara, che difficilmente
trovano nella storia un riscontro.
La fortuna di Genova cominciò contemporanea a quella di Venezia: e per
lunga pezza camminò a questa parallela, talvolta anche sopravanzante.
Cominciò colle Crociate: con quella specie di emigrazione, di rigurgito
d'armati che l'Europa feudale, fanatica e pletorica com'era, di gente
catafratta, lanciava sulle coste di Soria e nei deserti di Siria, per
spedirla più che alla conquista del Sepolcro di Cristo a morir di peste
e di stenti, sotto il sole ardente, irradiante il teatro della leggenda
cristiana. Le galere della repubblica di San Giorgio, erano, come quelle
della repubblica di San Marco, il veicolo necessario, indispensabile a
quel rigurgito d'uomini che le condizioni politico-morali-sociali dell'
Europa medioevale, imponevano agli Stati della Cristianità. E l'oro
degli imperatori, dei papi, dei re, dei principi, dei grandi signori
dell'orbe cristiana affluiva copioso alle casse del Comune, ed
arricchiva gli arditi navigatori che sotto il vessillo di San Giorgio o
sotto quello di San Marco portavano i crocesegnati al loro sfortunato
destino.
Le Crociate, il Sepolcro di Cristo, Terrasanta, la debellazione degli
Infedeli eran tutte belle cose, commovevano l'animo ed esaltavano lo
spirito: ma di fronte ai noli di passaggio Genova e Venezia non
transigevano. Prima ancora dei Francesi quelle due repubbliche s'eran
detto: «Gli affari son gli affari: e questi sopratutto!»
Finita la cuccagna delle Crociate, allargato lo spirito europeo,
dall'alba del Rinascimento segnata nel secolo tredicesimo in Italia, e
volta l'attenzione degli Stati cristiani a ben più serie vicende che non
fosser la conquista del Santo Sepolcro e la conservazione del Regno di
Gerusalemme, alle vicende, cioè, della loro ricostituzione a Genova
l'orizzonte politico si apre con due obbiettivi ben determinati:
assicurarsi il primato assoluto sul Mediterraneo propriamente detto, e
contrastare con Venezia il primato in Levante.
Due ossi entrambi assai duri a rosicchiare, ma la giovane Repubblica
Ligure aveva allora denti buoni. E nel primo intento Genova riesce con
fortuna singolare, debellando in modo irreparabile alla Meloria e colla
distruzione di Porto Pisano la potenza emula di Pisa: sostituendosi
grado a grado a questa nei dominii di Sardegna e di Corsica, dando
caccia valorosa ed instancabile a tutti i pirati barbareschi o no, che
infestavano la costa tirrena e la ligure, trafficando colla Cirenaica,
col basso Egitto, la Barberia, su tutta la costa africana
settentrionale, ove piantò perfino un suo avamposto all'isola di Tabarca,
rimpetto a Tunisi. Per il Levante, l'impresa di Genova fu più scabra e
non sempre ugualmente fortunata come in Occidente. Se non poté
guadagnare l'ambito primato anche in quei mari, Genova vi stette però
lungo tempo equilibrata con Venezia: ed anzi ebbe momenti
fortunatissimi, come al ritorno dei Paleologhi, da lei aiutati, sul
trono bisantino: nella guerra di Caffa, ed in quella successiva di
Chioggia, non solo ebbe in Levante il sopravento, ma mise per fino in
pericolo l'esistenza della Serenissima nell'istesso suo mare, nelle sue
lagune.
E
fu quello il punto culminante della potenza di Genova e della sua
espansione marittima e coloniale che — ben più proficua di quella
cercata sulla costa eritrea dalla nuova Italia — si estendeva allora,
dalla Sardegna, dalla Corsica, e dalla Tripolitania ai due ricchi e
mercatanti sobborghi costantinopolitani di Pera e di Galata, a Caffa di
Crimea, a Scio, a Metelino, a Smirne, a Tenedo, a Famagosta e altrove.
Col traffico che l'attività iniziatrice dei Genovesi, seppe far nascere
in quelle colonie e ridurre a profitto della città natia, se non nacque,
crebbe al certo e si sviluppò, a smisurata proporzione quella ricchezza,
per cui Genova andò lungamente proverbiale e della quale fu emanazione
potente il banco famoso di San Giorgio, per molto tempo il banco
maggiore di tutta Europa: ceditore di tutti gli imperatori, re, papi e
principi del Sacro Romano Imperio, che abbisognavano di pecunia per le
loro guerre.
E dovette essere in questa età dell'oro in cui alla gloria, alla potenza
marinara e guerriera sposava la ricchezza sterminata dei suoi cittadini
e de' suoi banchi, la sontuosità dei suoi edifici e la bellezza del suo
cielo, l'incanto delle gemine riviere che le fan corona, che Genova
cominciò a sentirsi chiamare la Superba...
Molte e complesse sono le cause nelle quali si deve ricercare il
declivio della potenza politica e marinara di Genova e la perdita dei
suoi dominii in Oriente: declivio avvenuto in continua progressione dal
principiare del secolo decimosesto fino al finire del secolo decimottavo:
ma, prima fra tutte queste cause fu certamente la instabilità dei suoi
governi determinata dall'eterno convulso agitarsi delle fazioni
cittadine, in Genova, più che altrove, sempre eccitate e vivaci. In ogni
tempo della sua fortunosa storia vediamo Genova mancare di quello che fu
la forza precipua ed essenziale di conservazione per la potenza ed il
prestigio della Repubblica Veneta : un governo cioè, solidamente
costituito, per modo da potersi imporre alle fazioni cittadine,
dominarle ed all'occorrenza schiacciarle ed annientarle.
Non augureremmo né all'Italia, né ad alcuna delle nazioni moderne il
governo di una oligarchia ferrea come quella che tenne le redini della
Serenissima per circa cinque secoli: ma tenuto calcolo della civiltà
diversa, del diverso ambiente politico, morale, sociale, non solo
d'Italia, ma di tutta Europa, la Repubblica di Venezia, a malgrado del
suo terribile Consiglio dei Dieci, era per il suo tempo, e lo fu fino in
tempi vicini al nostro, il più liberale fra gli Stati europei: e se
Genova avesse avuto un governo forte e stabile, come fu per molto quello
oligarchico di Venezia, non solo avrebbe mantenuta più a lungo la
conquistata grandezza, ma l'avrebbe di certo ampliata ed accresciuta
fino ad un punto che or non è più dato misurare, ma che il filosofo
della Storia intuisce e comprende. Poiché, poche son le razze dotate di
tanta tenacia, spirito d'iniziativa ed avventuroso come questa razza di
Liguri, avvezza fin dall'infanzia a specchiarsi nella sconfinata
ampiezza del mare, ed a lottare seco lui, affrontandone le tempeste ed i
venti turbinosi.
Ma di quello che poteva essere e non fu, non giova parlarne.
I contrasti d'ambizione, di gelosie fra le famiglie patrizie: gli scatti
frequenti delle ire popolari: il continuo cambiar di signorie, passando
dal governo di autorità cittadine come i capitani, i protettori, gli
abbati del popolo, i censori, i dogi, a quello di signori esotici, come
i marchesi del Monferrato ed i Visconti: poi, per l'ambizione o la
pervicacia del troppo a torto celebrato Andrea Doria che mirava a far di
Genova un principato per sé ed i suoi, le alternate signorie di Francia
e di Spagna — tutto cotesto mutarsi di forme, di sistemi, d'uomini, di
cose, infiacchì talmente le radici di questa vitalissima Repubblica che
la vediamo nel secolo decimosettimo anneghittire col governo degli
aristocratici ed umiliarsi al Re Sole di Versaglia: perdere poco per
volta tutti i suoi dominii, e nel secolo susseguente, subir la vergogna
d'una occupazione austriaca, da cui liberolla il furore popolare,
iniziatore di questi il sasso lanciato in Portoria dal ragazzo Balilla;
e, qualche anno appresso, non potendo più tenere la Corsica, ultimo suo
dominio in Mediterraneo, vendere alla Francia quella cospicua e nobile
terra italiana.
Però, all'abbassamento morale, all'avvilimento degli ultimi due secoli —
comune del resto a tutta Italia ed a molti altri paesi — Genova oppose
in questo secolo un generoso lavacro, col suo possente risveglio
marittimo e commerciale, e più ancora, colla parte grandissima ch'ebbe
nella Rivoluzione Italiana, nella lotta per l'indipendenza e l'unità
nazionale. Cotesta è storia moderna che tutti sanno: ed è impressa nel
cuore di chiunque ha coscienza d'italiano.
Genova, nel quietismo coatto in cui furono immerse, sotto il governo
allobrogo, gesuitico ed austriacante, le province subalpine dal 1814 al
1848, fu il centro, il focolare della propaganda rivoluzionaria. A
Genova convenirono e rifugiaronsi, per esulare in più libere terre, i
carbonari, i cospiratori, i patrioti delle altre regioni italiane
sfuggiti alle galere, alle forche austriache, borboniche, papali ed
estensi. E fu la vista pietosa di questi nobili emigranti che diede a
Mazzini fanciullo — cui, una fatale predestinazione volle nato in questa
città — i primi pensieri di patria
e d'odio allo straniero ed agli oppressori. — E fu in Genova che il
grande apostolo, il profeta, il rivelatore di quel novo verbo che si
disse Unità d'Italia, cominciò nel glorioso apostolato durante mezzo
secolo e col quale egli scosse, preparò alla lotta per la patria e levò
in armi tre generazioni. — Ed in Genova alla scuola vivificatrice della
Giovine Italia cominciò a plasmarsi l'animo grandissimo di Garibaldi,
che fu l’azione invocata dal pensiero di Mazzini. E scendendo giù da
questi due nomi eccelsi, quanto fuoco di patriottismo, quanto fulgore di
gloria vediamo accendersi con una pleiade di nomi, una serie di fatti
l'uno più nobile e generoso dell’altro.
Da Genova, appena giunse fulminea la nuova di Milano insorta e pugnante
da due giorni contro l'austriaco, partirono i primi volontari, pronti a
consacrare col sangue loro la causa dell'indipendenza e dell'unità
patria: da Genova venne il canto della nostra Rivoluzione: da Genova la
protesta armata, soffocata colle bombe e nel sangue cittadino, contro il
tradimento di Novara : da Genova parte Pisacane per il sacrificio di
Sapri: a Genova si formano lo squadre più valorose dei volontari
garibaldini nella guerra del 1859: in Genova si medita e si organizza
l'impresa dei Mille: e da Genova parte la leggendaria schiera per
l'impresa che ancor oggi pare più un sogno di poeta, un miracolo di
potenza arcana, che opra di uomini.
Cercate da Roma a Varese, da Calatafimi a Bezzecca, da Mentana a Digione,
dovunque siasi sparso sangue por la causa della patria e della libertà,
e troverete che là pure vi fu sparso il sangue di taluno tra i migliori
figli di Genova.
Questo brano non ancor degnamente scritto della storia, di Genova, può
stare pel suo valore morale col punto più bello, più luminoso, della
storia dell'antica repubblica. Esso congiunge, come non si poteva
meglio, la Genova del passato, la gloriosa repubblica di San Giorgio,
alla Genova italiana, dell'avvenire....
(G. Chiesi)


l
Mediterraneo, questo mare sul quale forse cominciò primamente la
navigazione e che vide alle fragili barche dei più audaci succedere le
trireme e le navi dei romani e le galee delle città che sorgono sulle
sue rive e che oggi è percorso da flotte armate in guerra e da una folla
di navi mercantili che si distribuiscono i mercati del mondo.
Il Mediterraneo, cambiando il suo nome in mar Ligustico, forma un golfo
in forma di mezzaluna sulle cui rive si alza Genova.
E veramente la città si innalza, perché i suoi grandiosi edifici son
disposti come sui gradini di un vasto anfiteatro, e presentasi nel più
pittoresco e ridente aspetto. Dietro alla città è un avvicendarsi di
monti e di colli che hanno ora l’aspetto maestoso delle Alpi, ora
illeggiadriscono in forme meno ardite e tondeggianti, ora non sono che
colline i cui piedi vengono lambiti dal mare.
Il clima lieto aiuta lo svolgersi d’una vegetazione feconda; e il verde
di questa contrasta colle bianchissime mura che rendono inespugnabile la
forte città.


ra
il 975 e il 1000 si fece la traslazione della cattedra episcopale da San
Siro a San Lorenzo, perché essendo quella situata fuori della città,
andava soggetta alle scorrerie dei Saraceni.
Quindi la improvvisa grandezza di questa chiesa, ch’è la cattedrale più
antica d’Italia.
Fin dai suoi principii pare che San Lorenzo fosse tutt'uno col Comune
genovese che lo rappresenta. Il duomo di San Lorenzo era compreso in
ogni trattato e i feudatarii ed i vassalli giuravano fedeltà ed
obbedienza in esso; in ogni disposizione testamentaria doveasi
contemplare la sua fabbrica; era insomma il palladio della libertà
genovese.
Il prospetto di San Lorenzo desta subito l'ammirazione. Un grande arco
nel mezzo e due minori ai lati, con ampio e tondo finestrone superiore
compongono l'insieme del suo scompartimento, per cui in semplicissime
forme nascono larghe proporzioni, solida base e relazione giusta
all'interna disposizione dell'edilizio. Con perfetta uguaglianza di
stile si acconcia a queste vaste masse un delicato sistema ornamentale,
vario così nelle forme, come ricco nella molteplicità delle sottili
colonne, fasce e cordoni, che condotto con isvariate qualità di marmi,
pietre e colori, produce un complesso insieme maestoso e gentilissimo.
Accrescono la ricchezza molti lavori di scultura in cui sono effigiate
figure umane o d'animali con simbolico intendimento. Sulla porta
maggiore mirasi in altorilievo il martirio del titolare, opera condotta
verso i secoli XI o XII.
Meritano altresì attenzione i due angoli di questa facciata sorretti da
colonne che posano sopra leoni, il campanile edificato nel 1522 e la
gradinata coi due leoni di fianco eseguiti nel 1846.
Entrando nel tempio lo si ravvisa costrutto o riformato a più riprese,
non sempre con piena corrispondenza fra l'antico stile ed il nuovo; ma
però il primo d'accordo coll'esterno già veduto. Ed invero il grande
atrio par fatto d'un getto colla facciata; il colonnato della gran
navata in duplice ordine è dello stesso tenore; e la cupola, opera dell'Alessi,
pare voglia dare una qualche transizione dallo stile prisco all'altro
moderno che regna dalla croce in su.
Negli altari si ammirano molti lavori antichi e moderni, di pittura,
scultura, cesellatura, del Passano, del Baratta, della Bacigaluppi -
Carrea, del Cambiaso, del Baroca da Urbino, la cui gran tavola
rappresentante il crocifisso con Maria, San Giovanni e San Sebastiano,
va annoverato fra i primi dipinti di quella città e tenuto come precipuo
tesoro artistico di quel tempo.
L'altar
maggiore, riccamente incrostato di fini marmi, sorregge un grande gruppo
in bronzo gittato nel 1652 dallo scultore e pittore G. B. Bianco di
genitori milanesi, nato in Genova. Rappresenta la Vergine col Bambino in
collo seduta sulle nubi e con angioli intorno che la incoronano. Questa
incoronazione, lo scettro che tiene in mano ed il sottoposto
bassorilievo dello stesso Bianco in cui è rappresentata la città, si
riferiscono alla determinazione presa fino dal 1636 di proclamar la
Vergine regina e protettrice della Repubblica.
Il San Giovanni è opera ammiranda del Montorfoli che seppe
giudiziosamente seguitare la difficile maniera del Buonarroti suo
maestro. Oltre il merito artistico accresce pregio a questa statua il
recar effigiate le sembianze del celebre Andrea Doria.
Opere pregevolissime sono pure gli affreschi della volta del genovese
Favarone; le pitture e le sculture che adornano la cappella detta del
SS. Sacramento, ove lavorò G.B. Castello, detto il Bergamasco, insieme
col Cambiaso, già menzionato. Queste pitture vanno collocate fra le più
encomiate che abbia prodotto l'aureo secolo dell'arte.
Uscendo da questa cappella e facendo il giro della chiesa si trovano
nella cappella dedicata ai santi Pietro e Paolo le statue che
rappresentano il Salvatore, i due santi titolari e bassorilievi, tutte
sculture del Della Porta. Passata la porticina per cui si va alla
residenza del metropolita viene il maraviglioso Sacello dedicato al
Santo Precursore, per decorare il quale Genova chiamò sublimi ingegni
dalla Lombardia e dalla Toscana.


a
primitiva cattedrale di Genova fu la chiesa di San Siro, che nel 1006
divenne proprietà dei monaci dell'ordine di San Benedetto, i quali poco
dopo la rifabbricarono. Si vuole anzi che all'epoca di questa
ricostruzione risalga l'erezione del maestoso campanile. Più di cinque
secoli appresso, cioè nel 1575, passò ai chierici regolari teatini, e si
deve ad essi se San Siro divenne una delle più ragguardevoli chiese di
Genova.
L'attuale facciata venne però eseguita soltanto nel 1830, su disegno di
Carlo Barabino; Nicolo Traversi e Bartolomeo Carrea eseguirono le statue
della Fede e della Speranza, e il celebre scultore francese Pietro Puget
disegnò l'altar maggiore, splendido per marmi e bronzi. Molto pregiate
sono le pitture a buon fresco che si vedono nella volta della navata di
mezzo, nel coro e nel presbiterio, e nelle quali G. B. Cartone
riprodusse alcune storie di San Pietro, di Costantino, di Eraclio e del
santo titolare. Paolo Brogli eseguì gli ornati, degni di ogni maggiore
encomio.
I quadri dell'Annunziata, di Sant'Andrea Avellino, di Sant'Antonio di
Padova e la Disputa di Gesù coi Dottori, sono del Gentileschi, del
Fiasella, del Lomi e del Castelli. Del Carlone è un gruppo in marmo
rappresentante una Pietà, che si ammira nel coro.
Dove un tempo sorgeva la chiesa di Santa Marta, nella quale ufficiarono
prima i frati dell'ordine degli Umiliati, e quindi i minori conventuali,
venne edificata l'attuale chiesa dell'Annunziata, che allora s'intitolò
da San Francesco, e poi, nell' anno 1537, ceduta da Paolo III ai minori
osservanti, mutò nome e si chiamò dell'Annunziata.
Fu la ricchissima e potente famiglia dei Lomellini, le cui case sono lì
presso, che adornandola con lavori d'ogni maniera la ridussero alla
presente magnificenza mercè l'opera degli architetti lombardi Gincomo
Porta e Domenico Scorticone.
La facciata resa imponente da quattordici colonne d'ordine composito
incrostate di marmo rosso di Francia, abbellisce la piazza omonima, che
è ora la stazione di partenza e d'arrivo dei tram.
L'interno di questo tempio, diviso in tre navate, è grandioso e
ammirabile per le linee architettoniche e per la giustezza delle sue
proporzioni formanti un insieme perfettamente armonico. I due Carlone,
Giovanni e Giambattista, dipinsero a fresco le navate, le medaglie e le
mezzelune; le altre medaglie sono di Domenico Fiasella e di Gioachino
Assereto. Giulio Benso dipinse il coro e il presbiterio; la cupola è
adorna di affreschi dell'Ansaldo; e il bel crocifisso in legno che sta
sull'altar maggiore, fu eseguito dal francese La Croix.
Le cappelle hanno freschi del Carlone, del Procaccino, del Raggi, del
Lomi, del Vicino, del Piola, del Fiasella, del Carbone e del Galeotti.
I dipinti dei due altari che fanno prospetto alla sinistra navata, sono
recenti lavori di Giuseppe Isola, e il bassorilievo che si trova sotto
la parete in prospetto è del genovese scultore Santo Varni.
Monumentale all'esterno e all'interno, la chiesa dell'Annunziata è uno
dei più cospicui e ragguardevoli templi d'Italia, sia per quanto
concerne l'architettura e il disegno quanto per ciò che contiene di
artistiche ricchezze.

La
chiesa, che in forma di croce latina, su poderosi pilastri solleva una
svelta e graziosa cupola, e dal centro della piazza Nuova, guarda la via
di San Lorenzo, prende il nome dai Santi Ambrogio e Andrea le cui statue
si veggono entro due nicchie nella facciata, ai lati della porta
maggiore. La sua costruzione risale al tramonto del VI secolo, quando
calato Alboino in Italia, Onorato, metropolita di Milano, riparò in
Genova e il suo clero fondò quel tempio.
All'architetto Pellegrino Tibaldi, viene attribuita dalla tradizione la
tanto giustamente decantata cupola che la innalzò, quando ceduta nel
1587 da Giulio Calcagnino ai gesuiti, questi distrutto ogni antico
fabbricato rifecero completamente la chiesa. Però al padre Giuseppe
Valeriani di Aquila, vogliono i gesuiti dare il merito di avere
disegnato e condotto quello stupendo lavoro.
Chi l'architettasse internamente non è detto, ma considerandone la piena
relazione colla facciata, si ritiene fosse il Tibaldi suddetto.
Ricchissimo per ogni guisa è questo tempio lungo circa 55 metri e largo
37 e mezzo. Ha tre navate e parecchie cappelle, e contiene tele del
Reni, del Rubens, del Piola, del Wael, del Passignano, del Carlone,
sculture del Biggi e d’altri valenti, e un famoso organo di Giacomo
Nelman, gesuita.
La loggia in legno e dorature, che scorre sulla nave in cornu evangelii,
fu fatta ad uso del doge di Genova.
Gli altari, eretti a cura delle famiglie Durazzo, Pallavicino e Carrega,
sono in marmi e in alabastro di Sestri e sono tenuti in gran pregio
dagli intelligenti d’arte.
Le notizie storiche della chiesa di Santa Maria di Castello, rimontano
al 1000, perché un documento autentico del 1050 ne fa menzione. Inoltre
lo stile della sua costru zione chiaramente lo dice.
Si crede che la fondasse a sue spese la famiglia patrizia di Castello,
dalla quale pare abbia preso il nome. Altri però opinano e forse con
maggior ragione, che l'intitolazione venisse dal vicino castello della
città, e che da esso fosse pur derivato a quella famiglia.
Era chiesa collegiata, governata da un preposto, e vi erano le scuole.
Nel 1441 papa Eugenio IV, dette la chiesa e il chiostro ai padri
domenicani.
Sulla facciata si presenta la statua di San Domenico eseguita dal
manierista Schiaffino. Nell'interno si osserva il volto di antica
costruzione, diviso da lunghi cordoni, intersecati dagli archi e questi
sovrapposti a robuste colonne di granito orientale. Narra il Federici,
che queste colonne appartenevano all'antichissima chiesa di Luni
distrutta da Rotari re dei Longobardi.
Molti epitaffi e depositi dei secoli XV, XVI e XVII si trovano nella
chiesa e nel chiostro, e fra questi i principali sono dei Canevaro, dei
Maggiolo, dei Sanseverino, dei Centurione, dei Lagomarsino e d'altri
notabili cittadini.
La famiglia Giustiniani soccorrendo più volte ai bisogni della chiesa e
facendone ristorare il coro nel 1685 acquistava il giuspatronato del
medesimo. Le bandiere da essa conquistate sugli infedeli appendeva agli
altari; ma di esse una sola ne resta.
Vi sono affreschi di Giusto d'Alemagna e del Galeotti.
Con suo testamento del 16 ottobre 1481 Bendinello di Pasqualotto Sauli,
concepiva la creazione del magnifico tempio di Santa Maria a Carignano,
e stabiliva la somma da spendersi in detta fabbrica, dietro il
moltiplico de' suoi capitali collocati nella Banca di San Giorgio, e
significava in genere in qual maniera costruir si dovesse questa
sontuosa basilica.
E nel 1522, dai successori di Bendinello venne chiamato il famoso
architetto Galeazzo Alessi di Perugia, che pose mano al gran lavoro il
10 marzo di quell’anno.
Ha forma di croce greca; nel centro sorge una cupola sorretta da quattro
grandi pilastri con belle sculture in marmo L'altar maggiore è
riccamente ornato di squisiti lavori e vari bei dipinti di Luca Cambiaso,
Domenico Piola, Carlo Muratti, Francesco Vanni, Domenico Fiasella,
Giulio Cesare Procaccino, e Giovanni Francesco Barbieri detto il
Guercino adornano la chiesa.
Le due statue di marmo rappresentanti una San Sebastiano e l'altra il
beato Alessandro Sauli, sono del celebre Pietro Puget francese
sopranominato il Bernino della Francia.
Tutte le decorazioni esterne della chiesa sono di pietra di Finale,
tranne le basi e gli ornamenti delle porte e finestre che sono di marmo
bianco; tutto è d'ordine corintio.
Sono molto ammirate le scale interne della cupola per la loro nobiltà e
comodità e quella particolarmente fatta a chiocciola che mette al
lanternino, da dove si gode il magnifico spettacolo della veduta di
tutta la città. :
La chiesa di San Matteo, venne fondata col permesso di papa Onorio II,
da Martino Doria che fu poi monaco di San Benedetto nel 1125, e nel 1278
i signori Doria la fecero demolire per ricostruirla più ampia.
La facciata è semplice, listata di marmo bianco e nero; privilegio che
godevano, il Comune e le quattro magnatizie famiglie Spinola, Grimaldi,
Doria e Fieschi; ed è tutta gremita di iscrizioni alcune sepolcrali ed
altre riguardanti le gesta di capitani, e sì quelle che queste
appartengono a personaggi della famiglia Doria.
Vi è un sarcofago romano, che servì per sepolcro a Lamba Doria vincitore
a Scurzola, e la magnifica tomba d'Andrea Doria il famosissimo
ammiraglio, e il sepolcro di Giannettino e Filippino Doria.
L'interno è ripartito in tre navate ed è ricco di sculture e dipinti. Vi
sono statue di santi scolpite dal Montorsoli e altri valenti.
In questa chiesa fu collocato nel 1284 da Oberto Doria, lo stendardo
della galera capitanata dai pisani, da lui preso alla battaglia della
Meloria.


uando nel 1270 mutatosi il governo del podestà in quello dei capitani e
sotto questi s’istituì la prima volta il governo popolare, si pensò da’
genovesi di dare a questo governo una sede dove la sua podestà venisse
decorosamente rappresentata. Perciò comune e popolo, congiuntamente per
mezzo dei capitani loro Alberto Spinola Corrado d'Accellino Doria,
comprarono le case che si trovavano vicine agli edifizi di Alberto
Fiesco fra San Lorenzo e San Matteo, ed ivi costruirono il palazzo — ora
conosciuto sotto il nome di ducale, perché in seguito fu stanza dei dogi
— e com’è verosimile l'annessa torre, entro la quale riponeano la grossa
campana del Comune fatta fabbricare per mano di Guglielmo di Montaldo;
l'opera venne architettata e diretta, secondo si dice, da Marino
Boccanegra, che già aveva innalzato il palazzo di San Giorgio.
Nel 1388 fu fatto ampliare dal doge Antoniotto Adorno, che ordinò la
costruzione del gran salone.
Nel 1432 venne ingrandita la porta verso la piazza, e si aprirono le
stanze al di dentro per darvi luogo ai tribunali di diverse
magistrature, e ad altri usi pubblici.
Nel 1591 ebbe vari restauri; e nel 1602, per causa d'una congiura
scoperta a tempo i padri, a maggior sicurezza, fecero chiudere tutte le
porte del palazzo, tranne quella della piazza.
Nel 1637 si decretò che questo edificio si chiamasse reale, perché
essendosi la Repubblica dedicata a Maria Santissima, assumeva le regie
insegne.
La sua riedificazione è dovuta all'architetto Andrea Vannone di Como, il
quale con sottile artificio incatenò per mezzo di grosse travi di ferro,
che non si vedono, il nuovo con l'antico fabbricato.
In faccia alla porta maggiore che dà accesso all'atrio è la seconda che
mette nella grande aula del palazzo.
Avanti il moto del 1797, ai lati di essa sorgevano due statue di marmo
gigantesche rappresentanti Andrea Doria l'una, e Giovanni Andrea Doria
l'altra.
La facciata è d'aspetto imponente con intercolonnii; è tutta in marmo e
nel sommo porta lo stemma della Repubblica; il basso è di ordine dorico;
l'alto di ionico; la disegnò e la eseguì Simon Cantone. Le plastiche
sono del Traverso e del Ravaschio. Palazzo caratteristico è questo, che dimostra a qual grado di potenza
fosse giunta Genova ai bei tempi in cui contrastava a Venezia la
signoria assoluta del mare, e le sue galere scorrevano vittoriose i mari
conducendo incatenati a ornar i trionfi de’ loro ammiragli i vinti re
barbareschi, molti dei quali sono simboleggiati dalle statue di captivi,
che si vedono nella parte superiore della sede degli antichi dogi.
Ammirabili il salone, il salonetto, la cappella e le sale ora addette
alla Corte d'Appello, le cui pitture sono dell'Isola, del David, del
Tagliafichi, del Ratti, del Carlone e del Fiasella.
Fino a quattro o cinque anni fa fu sede della prefettura.
Ora vi sono gli uffici di Questura, il comando della Divisione Militare,
la Corte d Appello e la sede del Tribunale Civile e Correzionale; occupa
tutta la Piazza Nuova e a rende una delle più belle e artistiche d
Italia.
Stando a quanto narra monsignor Giustiniani ne' suoi annali, sotto
l'anno 1376, era il palazzo Doria Pamphili, questo edificio, cosa del
pubblico di Genova; poi fu dalla Repubblica dato in dono a Pietro
Fregoso in premio delle sue gloriose imprese nell'isola di Cipro nel
1383.
Oppressa la famiglia Fregoso, per tradimento dei capitani di Carlo V,
nel 1522, ottenne questo palazzo e le sue pertinenze Andrea Doria, che
fu poi principe di Melfi, il quale dietro i disegni di Pierin del Vaga e
di Fra Agnolo Montorsoli fece ad esso molte ampliazioni e lo arricchì
con magnificenza di capolavori di eccellenti maestri e di quanto altro
può conferire alla grandezza d’un principe.
Uscendo dalla lunga galleria che passa sotto il forte sovrastante alla
Lanterna, si trova prima di giungere alla stazione, sulla piazza detta
del principe, poco distante dal mare, questo celebre palazzo, ove furono
ospitati fra altri illustri personaggi Carlo V, Massimiliano re di
Boemia, la regina Margherita d’Austria moglie di Filippo III di Spagna e
Napoleone I.
Non c'è palazzo in Genova che per pregiabili affreschi possa competere
con questo. Oltre il Bonaccorso (Pierin del Vaga) vi lavorarono il
Pordenone e il Beccafumi.
Nel portico si vede la volta istoriata a scomparti con medaglie e
lunette. Ivi sono bassorilievi di trofei con putti. Ma ciò che è più
ammirabile è la grande medaglia a fresco che si vede in un salone, nella
quale è raffigurato Giove che fulmina i Giganti lavoro che per la
vastità della composizione, pel disegno, per la bellezza degli ignudi e
per l'effetto, merita l'attenzione degli artisti.
Sottostante al palazzo dal lato di mezzodì e un delizioso giardino
circondato da ricche gallerie con balaustri, nel centro del quale è una
grande fontana marmorea in cui è scolpito Nettuno in dimensioni
colossali, tirato da cavalli marini. La testa del dio dei mari è il
ritratto d'Andrea Doria, volendo con ciò l'artista Taddeo Carlone far
allusione al famoso ammiraglio, resosi signore del mare.

Eretto dalla famiglia Balbi, coi disegni del già nominato architetto
Bartolommeo Bianco, l'attuale palazzo dei marchesi Durazzo ha un
grandioso portico riccamente decorato di marmoree colonne e magnifiche
scale e superbi appartamenti, ricchi d'oggetti di belle arti.
Vi si ammira sovrapposta ad una colonna la famosa testa di scalpello
greco-romano dell'imperatore Vitellio, quattro figure di Virtù, gettate
in ma.jolica d'Andrea Traverso, diverse buone tavole del Murillo, del D'Arpino,
del Sassoferrato, di Teniers, e di una serie di disegni e schizzi dei
più lodati pittori.
Nella sala del bigliardo, c'è una Lncrezia romana del Guercino da Cento;
nel salotto verde si vedono dei ritratti dovuti al pennello del
Velasquez, del Van Dyk, un Ecce Homo del Cigoli e un paese con figure di
Salvator Rosa.
Situato nell'aristocratica via Balbi, questo palazzo, che fu restaurato
nel 1825 da Niccolo Laverneda, è veramente imponente e sta fra i pili
ragguardevoli della superba a dimostrare quanto gli antichi patrizi
genovesi fossero lontani dalla parsimonia di
cui fan prova nel costruire le loro dimore i moderni.
Elegante e maestoso sorge il palazzo Doria nella via Nuova; fu eretto
dalla famiglia Spinola, e passò molto tempo dopo in proprietà dei
marchesi Doria.
Il suo cortile interno adorno di colonne marmoree, i suoi magnifici
appartamenti e le spaziose gallerie e le logge ricche di marmi ne fanno
una dimora sontuosa e principesca.
Ma ciò che lo rende maggiormente interessante è la copia degli affreschi
e la scelta pinacoteca che possiede. Nella pinacoteca si trova un quadro
di Leonardo da Vinci, uno di Gian Bellino, tre di Paolo Veronese, uno
del Tintoretto due del Cassano, uno di Annibale Caracci, uno del
Guercino, uno del Tempesta, uno di Murillo, uno del Borgognone, uno del
Poussin, uno di Rubens e sei di Van-Dyk.
Nelle sale e nei salotti, si ammirano pure eletti dipinti di Bernardo
Castello, di Andrea Semino e di altri egregi.
Fatto edificare dall'ammiraglio Andrea Doria, sorge il palazzo Spinola
all'angolo di via San Giuseppe presso la piazza Corvetto ove sta il
monumento a Vittorio Emanuele e prospetta la passeggiata dell’Acquasola,
è notevole per la sua mole e per il magnifico portone, nonché pel
cortile, per le larghe marmoree scale e per la bene intesa distribuzione
delle singole sue parti.
Il Calvi aveva dipinto sulla facciata le gesta d’Andrea Doria e le
immagini di varii illustri romani, ma il tempo cancellò in gran parte
coteste pitture delle quali appena ne resta vestigio.
Passato in proprietà dei marchesi Spinola nel 1817 fatto restaurare
nelle pareti del portico per cura di Massimiliano dotto cultore di
storia, che ne affido l'incarico ai professori Filippo Alessi e Michele
Canzio.
Nel piano superiore si vede nella sala un grande affresco rappresentante
Apollo e Diana che saettano la famiglia di Niobe; quest’arditissima
pittura che pare uscita dalla mente del terribile Michelangiolo, è uno
dei primi saggi che in età di diciassette anni dette quel raro ingegno
del caposcuola genovese Luca Cambiaso.
È ora sede della prefettura e di altri uffici governativi e contiene
pregiati dipinti dell’Alessi suddetto, specie quelli dei lunotti
rappresentanti alcuni episodi della Gerusalemme liberata, la scoperta
dell'America ed altri fatti di storia patria.
Con magnificenza piuttosto regia che da privato fu ideato e costrutto il
superbo palazzo, ove ha sede il Comune, che spicca per la sua
grandiosità fra tutti gli altri dai quali è circondato. Ne fu architetto
Rocco Lurago, lombard, che lo eseguì per ordine e conto di Niccolò
Grimaldi, detto il Monarca.
Passato quindi nella famiglia del principe Andrea Doria, un di lui
discendente venne creato duca di Tursi che rimase solo possessore di
questo palazzo, cui lasciò il nome tuttavia conservato. Venuto quindi in
possesso della Casa di Savoja, questa ne concesse l'uso ai gesuiti che
vi impiantarono un collegio.
Nulla contiene di notevole come architettura, tranne la gran porta
veramente maestosa e l'imponente cortile. Contiene bellissime sale,
nelle quali si trovano tra molti quadri ad olio un Tiziano, due
Tintoretto, un Guido Reni, un Guercino, un Garofolo, un Procaccino, due
Cambiaso, un Piola, un Carbone, un Rubens e tre Van Dyk.
Ultimamente vi furono portati alcuni affreschi d'altri reputati pittori,
tolti dalle pareti di varie chiese o soppresse o demolite. Nel suo
insieme è un magnifico edifizio.

Le statue dei Doria in San Matteo


el decreto che prescrive la guardia della città è nominata la torre di
capo del Faro; l'anno del decreto è ignoto, ma certo si riferisce al
principio del XII secolo. Un altro decreto consolare del 1139 fa pure
menzione di capo di Faro. Cosicché si rileva che quella torre,
volgarmente Lanterna, risale ad un'epoca remotissima, ed è forse
contemporanea alla formazione del genovese comune.
Correndo l’anno 1318 si cita particolarmente dalle storie genovesi la
torre di capo di Faro, la quale, provveduta d'armi e di viveri dai
Guelfi, venne strenuamente assediata dai Ghibellini, indi messa sui
puntelli con maraviglioso artificio, e vicina a rovinare se i Guelfi non
si arrendevano, il che fecero spaventati dal soprastante pericolo.
Nel 1323 fu fortificata, cinta al disotto di mura, sasso e due revellini;
nel 1326 sì ad essa torre come a quella del Molo vecchio si mise la
lanterna per comodo dei naviganti, onde prese la denominazione di
Lanterna.
Nel 1506 il re di Francia Luigi XII vi fece sotto fabbricare la Briglia,
la quale nel 1514 venne atterrata dal doge Ottaviano Fregoso.
Nel 1643 i Padri del Comune la ristaurarono essendo stata diroccata nel
1512.
La Lanterna di Genova, situata sull' estremità del promontorio di San
Benigno, sta longitudine orientale 6° 84' 45", latitudine settentrionale
44° 24' 18" dal meridiano di Parigi.
Molte altre torri trovavansi anticamente sparse per la città, anzi
questa n' era irta e superba. Negli storici e negli atti notarili di
Genova si vedono, fra le altre, nominate le seguenti: la Torre degli
Embrici sulla piazza di tal nome che ancora si vede; di Luccoli, il 1155
(degli Spinola) ; di Lanfranco Bacemo, il 1160; di Guglielmo Richeri, da
San Lorenzo, il 1180; di Ratando nel Palazzolo, il 1201; di Fulcone di
Castello presso San Damiano, il 1213; dei Della Volta a San Giorgio, il
1214; dei Venti presso il mercato di San Giorgio, il 1125; dei Lecavella
in Campetto e in Canneto, il 1240; dei Malloni in Piazzalunga, il 1252;
degli Embrici, alla porta Sant’Andrea, lo stesso anno; dei Calvi, in
Somiglia, il 1263; degli Embromi, il 1264; dei Fieschi alla porta Sant’Andrea,
il 1286; di Bulbonoso nel vico San Siro; di Oberto Grimaldi; di Oberto
Spinola, e di quelli della Corte, nel 1294.


i piedi della collina di san Bartolomeo di Staglieno, in val di Bisagno,
è posto il cimitero monumentale di Genova.
La costruzione fu cominciata nel 1838 sopra disegno di Giambattista
Resasco, e si stende per centinaia d'arcate in pietra, e si può dire un
museo delle sculture genovesi, per i numerosi monumenti che vi si
ammirano, scolpiti da Varni, Tassini, Cevasco, Revelli, Villa, Rivolta,
Costa ed altri.
È qui dov'è sepolto Giuseppe Mazzini.
Dal suo solitario e maestoso monumento, scolpito nella nuda roccia,
emana una pace religiosa, solenne, che commuove, scuote, sbigottisce.
Pare quasi di sentire la voce di un nume sorgere dalla tomba, di quel
nume che inspirò negli italiani odio immortale contro il dispotismo,
amore invincibile per la libertà, entusiasmo per tutto ciò che è vero,
bello, buono, santo, di quel nume per cui sorsero già a cento, a cento,
i martiri e gli eroi della patria indipendenza.
Com’è semplice e severa, grandiosa ed augusta quella tomba! Non aurei né
pomposi fregi attirano gli sguardi, ma il solo gran nome inciso sul
frontone altero: Giuseppe Mazzini.
Accanto al grande cittadino dorme la sua venerata madre. Così volle il
figlio amoroso.
Ripetiamo con Garibaldi: “Deponete sulla tomba di Mazzini la bandiera
nemica!”
Il monumento è semplice, come abbiamo detto, ma degno dei tempi eroici.
Risente di quel carattere che spira dalle vetuste tombe egiziane ed
indiane, che sfidarono l'ira degli uomini e del cielo. Il candore del
marmo rileva sul bruno della roccia e sulle ombre dell'atrio; due
massicce colonne, come due giganti, sorreggono un architrave; da un lato
una croce sormonta un pilastro su cui o posata una corona.
Alcuni alberi e pochi fiori ed erbe ombreggiano il monumento.
Tutti i giovani italiani dovrebbero fare un pellegrinaggio a Staglieno.
Vi sono delle tombe che emanano luce, vita e gloria immortale. Quella di
Mazzini è una.



enova
innalzò i duo suoi più grandi monumenti a Colombo scopritore di un nuovo
mondo - a Mazzini, apostolo della fede nuovissima.
Sorge
quel di Colombo rimpetto alla Stazione: e a chi pon piede nella città
ricorda la gloria, del suo maggior cittadino.
Questo monumento eretto nel 1862, fu inaugurato il 12 ottobre, giorno
anniversario del ritorno dall'America del navigatore. Venne scolpito
tutto in marmo dai più rinomati artisti, Fieccio, Franzone e Svarnacini,
sul disegno del professore Canzio. Il grande italiano è rappresentato in
atto di appoggiarsi sopra un’ancora; a’ suoi piedi è l'America in
ginocchio.
Il monumento è circondato da quattro statue allegoriche: la Pietà del
Varni, la Prudenza del Costoli, la Fortezza del Puntarelli, la Nautica
del Gaggini. I bassorilievi rappresentano scene della vita dello
scopritore, e cioè : Colombo al Congresso di Salamanca, del Gaggini;
Colombo pianta la croce in America, del Costoli ; Il ritorno di Colombo,
del Cevasco e Colombo in catene, del Ravelli.
Quest' ultimo bassorilievo è il migliore di tutti: lo scultore era una
delle più care speranze dell'arte, e anche il Ruffini ne fa cenno nel
suo Dottor Antonio: sventuratamente morì giovanissimo.
Dicontro alla statua è il palazzo detto di Colombo coll’iscrizione: «
Cristoforo Colombo scopre l'America »
Una nicchia che trovasi in una casa vicino all’Arsenale di Marina
contiene una piccola statua di Colombo coll’iscrizione: « Dissi, volli,
il creai, ecco un secondo sorger nuovo dall’onde ignoto mondo »

Il monumento di Giuseppe Mazzini è grandioso e imponente; inspira
raccoglimento e mestizia solenne. Per una gradinata ottagonale di cinque
scalini si sale sopra il basamento.
Qui ai lati della colonna che sostiene la statua del grand’uomo, posano
due figure allegoriche. Una di esse con una mano alzata addita il
vessillo a cui il grande cittadino fu fedele tutta la vita e pel quale
soffrì il lungo esiglio; l'altra china il capo a terra triste,
addolorata.
Dall' alto della colonna torreggia. la statua del sommo filosofo; le
broccia al seno conserte, la fronte leggermente china e gli sguardi
abbassati, medita sulle sorti dell’infelice sua patria oppressa e sulle
eterne pagine dei Doveri.
Il ritratto di Mazzini è somigliantissimo; la sua fronte altissima, le
sue fattezze nobili e spiccate rivelano la vastità della mente,
l’altezza dei sentimenti, la tenacità dei propositi.
La formola mazziniana - Pensiero ed Azione - Dio e Popolo - traspare
dall’insieme del monumento come l’idea del grande filosofo e cospiratore
traspare dalla posa e dalla fronte meditabonda di chi la lanciò pel
primo come sfida audace in faccia ai tiranni d’Europa.
Il monumento è opera dello scultore Costa.
Sulla
piazzetta dell’Ospedale di Pammatone vi è la statua del popolano Ballila
in atto di scagliare il sasso, che sollevò nel 1746 il popolo contro gli
Austriaci che dovettero fuggire da Genova. Vedesi pure la pietra che
rammenta ove il 5 dicembre di quell’anno in Portoria si sfondò il
mortaio tedesco.
La statua, fu modellata dallo scultore Vincenzo Giano, e venne gittata
in bronzo nella fonderia dell’Arsenale di Torino.
La Società Promotrice delle Belle Arti la regalò nel 1862 al Municipio
di Genova che subito ne decorò la piazza, nel 1881, per cura del
Municipio e della Confederazione Operaia, venne posta sopra più decoroso
piedestallo, quello appunto che oggi si vede.
E ci pare non fuor di posto ricordare un fatto storico che si unisce a
quel di Ballila, perché gli atti forti non van mai soli. In quell’anno
stesso che Balilla scagliando il sasso, dava il segnale della
rivoluzione, Giovanni Carbone, un semplice garzone d'osteria, rimettendo
le chiavi della città ai Signori di Palazzo, disse loro:
« Signori, queste sono le chiavi che con tanta fiacchezza, loro Signori
serenissimi hanno dato ai nostri nemici; procurino in avvenire di meglio
custodirle, perché noi col nostro sangue ricuperate le abbiamo. »
Ma pur troppo la repubblica genovese andava ogni giorno più
infiacchendo, finché venne travolta dal turbine che alla fine di quel
secolo scoppiò.

Il più recente monumento di Genova fu innalzato a Vittorio Emauele II.
La statua equestre del re sorge in piazza Corvetto in uno dei punti più
centrali della città, in mezzo ai fiori; è opera lodatissima dello
scultore Barzaghi.


enova,
nata e cresciuta tra le ridenti colline della riviera e baciata
dall’onda azzurra del Tirreno, è adorna di ville sontuose e di villette
pittoresche.
Celebrata fra tutte è la Villetta di Negro attorno alla quale l’arte e
la natura pare abbiano gareggiato nel prodigare bellezze e splendori. A
settentrione la villa ha le colline amenissime del genovesato; a oriente
e ad occidente le due ridentissime riviere.
In mezzo al verde di un giardino sontuosissimo sorge il palazzo ove sono
raccolti dei veri tesori d’arte e di archeologia. La villa era proprietà
di un letterato egregio, il marchese Gian Carlo di Negro il quale, in
quel suo piccolo Eden accolse e ospitò gli uomini più celebri del nostro
secolo e riunì nelle gallerie della sua villa i busti dei più illustri
italiani.

Altra villa splendida è quella Pallavicini che sorge sulle ridenti
colline di Pegli. Un parco gigantesco annesso ad un giardino magnifico,
ricco di cascate, di un lago, di fontane, e in mezzo ad esso i palazzi
costrutti in bianco marmo di Carrara. Tutto venne eretto su di un'arida
costa ove, pochi anni or sono non si vedevano che magri vigneti e poche
piante di pino. La costa arida venne trasformata per incanto, in poco
tempo, in un luogo fantastico dal quale la vista si stende sul golfo di
Genova.
Al parco dalle ombre dense, al giardino dalle mille bellezze orientali,
al lago dal quale esce un obelisco egiziano, come da un lembo di terra
inondata dal Nilo, si aggiungono una grotta fabbricata con frammenti di
stalattiti e poco lungi un elegantissimo chiosco turco.
La villa Pallavicini, una delle tante meraviglie della riviera, è
visitatissima dai touristes che passano per la Superba. Essa venne
costrutta dal 1837 al 1846 dal marchese Ignazio Pallavicini, su disegni
del Canzio. Vi sono statue del Cevasco, dipinti del Canzio, del Danielli
e plastiche del Centanaro.
Nel giardino vegetano piante rarissime e sorge anche un castello
merlato.
La Villa Cattaneo e Rostan s’innalza alle falde del monte Oliveto,
presso Pegli e si protende sino quasi alla sponda del ridente Varenna.
Fu costruita da Agostino Lomellini, un doge del 1760 che era anche uomo
di grande cultura. Adorna di grandi bellezze naturali e di veri tesori
d’arte, anche la villa Cattaneo e Rostan ex Lomellini, è visitatissima
dai forestieri.
Posta in posizione deliziosa, nelle vicinanze di Pegli, sorge la Villa
Doria anticamente dei Centurioni, nella quale si notano degli affreschi
pregevolissimi del pittore Granello e altri tesori artistici descritti
dal Vasari.

L'Università

u disegno dell'architetto Alessandro Bianco, comasco, fu nel 1623
eretto il palazzo dell'Università, degli Studi, nella via Balbi, palazzo
che riuscì di stile severo e maestoso, come si conviene al luogo ove si
raccolgono i giovani desiderosi di iniziarsi allo scientifiche
discipline.
Magnifico n’è il disegno, e segnatamente apprezzabili sono le belle
proporzioni del cornicione che lo corona. Il corpo principale e più
innanzi del fabbricato è diviso in tre piani oltre il terreno, disposto
in guisa da mascherare affatto l'incomoda e ripida condizione del luogo
cui si addossa.
L'atrio, lo scalone, il cortile e l'aula magna sono sontuosi. Vi si
ammirano due giganteschi leoni, opera del Biggi, e sei bellissime statue
in bronzo, opera del famoso Giambologna. Gli affreschi e le tele sono
del Carlone, dell’Isola e d'altri.
Possiede una preziosa collezione lapidaria, una stupenda biblioteca, un
completo gabinetto di fisica ed uno di chimica, un medagliere degno
d’essere visitato, un museo di storia naturale, un osservatorio
astronomico, ed un orto botanico, in cui si ammira la più interessante
collezione di felci esotiche che esista in Italia, collezione dovuta
alle solerti cure del giardiniere capo signor Bucco.
L’ateneo genovese non difetta di copiosi e vasti locali capaci di tutti
quegli aumenti nelle istituzioni proprie di una grande università, che
il progresso continuo delle scienze danno ogni ragione di sperare.
Fra le iscrizioni e gli epitaffi riuniti nelle pareti del passaggio
all’orto botanico, e provenienti da parecchie delle chiese non più
esistenti, si citano quelle di Jacopo Giustiniani, cui alla celebre
battaglia di Ponza, vinta da Biagio Assereto, il re Alfonso d'Aragona
cedette la spada.
Ivi è pure l’effigie del primo doge di Genova. Simonino Boccanegra morto
nel 1363 essendo per la seconda volta doge.
I
Teatri

ENOVA possiede bellissimi teatri. Il Carlo Felice è uno dei più vasti e
ricchi d’Italia. Il Barabino lo architettò con atrii sontuosi, con
magnifiche sale nel ridotto, con corridoi spaziosissimi : ha fregi ed
ornati del Canzio, magnifici teloni, e contiene circa 3000 spettatori.
La sua inaugurazione va unita ai più bei nomi dell’arte musicale
italiana, perché in quella sera, 7 aprile 1828, la festa cominciò con
inno di Felice Romani, musicato da Donizetti e Bianca e Vernando di
Bellini.
Prima che venisse costruito il Carlo Felice, il teatro più vasto era
quello di Sant’Agostino, oggi riattato e ribattezzato col nome di
Nazionale. Apparteneva alla famiglia Durazzo che lo vendette nel 1825: e
alla stessa famiglia apparteneva pure il teatro di Corte detto Falcone,
da Angelo Falcone che ne fornì il disegno.
Ricco oltremodo è il teatro Paganini, architettato da Carpinetti ed
eretto nel 1856: due anni prima era stato aperto il teatro Doria che ora
fu rinnovato ed intitolato Politeama Margherita.
E dove lasciamo il Politeama Genovese all’Acquasola, splendido e
vastissimo, architettura dell’ingegnere Bruno e aperto nel 1870? e il
piccolo ma elegante Apollo? e il Colombo e l'Arena Alfieri e il teatrino
delle Vigne, il più antico di Genova?
Il
Porto

eramente ammirabile, stupenda e oltre ogni dire caratteristica è la
veduta di Genova, a chi vi s’appressa veleggiando per mare.
Quel luogo in cui si veggono come un fitto canneto gli alberi dei
bastimenti fra i quali passano i pennacchi di fumo dei piroscafi in
arrivo e in partenza, ci appare dominato ad oriente, a borea e ad
occidente da alte, brulle e insuperabili rupi, e si vede cinto da una
gagliarda muraglia che la protegge contro gli insulti del libeccio,
contro il quale stanno pure due moli che si stendono a guisa di due
braccia e ne formano l’apertura da meriggio a ponente.
L’anno 1134 i Consoli Genovesi decretavano che tutti gli uomini, i quali
pel ragione di negozio, procedessero per tutto quel tratto di mare che
da Roma si stende a Barcellona sia che fossero soprasaglienti, sia che
partecipi alle navi, eccettuati i fanciulli, pagassero ciascuno 12
danari per l’opera del molo; quelli che venissero di Sardegna con sale,
dessero una mina di sale; quelli di Provenza, un quattrino.
Costruttori di moli e mantenitori primi del porto furono un fra Oliverio
monaco cistercense e Marino Boccanegra che dal 1247 al 1301 vi fecero
eseguire una quantità di bene intesi, solidissimi e lodati lavori, sia
di difesa contro una flotta nemica, sia di riparo dai venti infuriati
nel golfo.
Le opere del frate ingegnere e del Boccanegra ampliate e accresciute di
altre più adatte alle esigenze dei nuovi tempi, hanno reso il porto di
Genova uno dei più belli, più vasti e più comodi che sia dato trovare ai
naviganti.
Le Fortificazioni

’antica Genova, era a quanto le ricerche degli studiosi hanno potuto
accertare, difesa da un muro che cominciando vicino alla chiesa ora
detta delle Grazie, terminava presso l’altro di Santa Croce in Sarzano,
chiudendo in tal guisa i colli di Carignano e Sarzano, la piazza del
Molo, la strada Prione, il colle di Sant’Andrea; il Campo e le torri di
Castello dove sorgeva il pubblico palazzo o l’ antico castello.
A questa cinta si accedeva per quattro porte. Quella di San Torpete,
quella di San Giorgio - il prode battagliero – quella del Soccorso, e
quella di Sant’Andrea, della quale soltanto rimangono le vestigia, nella
porta omonima presso le carceri, in cima alla salita del Prione,
rinnovata in epoca posteriore una prima volta e una seconda
recentemente.
Nel 935, si fece la prima ampliazione della cinta di San Giorgio fino al
collo di Sant’Andrea. Più tardi nello spazio occupato da questo
accrescimento si ebbe la chiesa e l'oratorio di Sant’Ambrogio, quella di
Sant’Egidio, poi San Domenico - ov' è ora il teatro Carlo Felice - le
case e le torri dei Fieschi, nello spazio occupato dopo dal palazzo
ducale, la cappella di San Lorenzo, e dal Duomo, Campetto e Banchi.
Per tre porte, quella di San Pietro ai Banchi, quella di San Matteo e
quella di Sant’Egidio, si penetrava in questa nuova cinta.
Quando Federico Barbarossa nell’anno 1155 minacciò avvicinarsi a Genova,
la Repubblica intimorita., pensò a premunirsi contro il temuto
imperatore e dette opera al terzo ingrandimento della città.
Soltanto nel 1336 si compì il quarto accrescimento, in causa del quale
vennero a formar parte della città il borgo del Molo, la chiesa di San
Marco, la torre dei Greci, i sobborghi di San Vincenzo, vicino all'Acquasola,
di Santo Stefano, di Carignano, dell'Olivella, di Pré e tutto lo spazio
compreso fra la chiesa di Santa Fede, di San Tommaso, della Consolata,
di Santa Maria a Pietraminuta e dell'Annunziata.
Questo giro di muraglie è ciò che volgarmente si chiama « le vecchie
mura ».
Nel 1626 la repubblica decretò la quinta ampliazione della sua cinta, e
vi impiegò 8000 operai. La città venne in tal modo fortificata anche
dalla parte del mare per tutto il tratto che dalla Lanterna va al
bastione detto della Strega; e questa cinta fu presidiata dai forti
Tenaglia, Sperone e nel passato secolo da quello di Santa Tecla e del
Diamante.
Il governo sardo vi aggiunse oltre le ampliazioni di Castelletto, il
forte di San Giorgio, quelli del Bugato, del Castellaccio o della
Specola, i forti distaccati di Belvedere della Crocetta, il fortino Puin,
il Fratel Maggiore e Minore, gli accrescimenti del Diamante i forti
oltre il Bisagno, di San Giuliano, di San Martino, del Monte Ratti,
delle Torri di Quezzi e San Bernardino ed altre ampliazioni.
Poi, or sono pochi anni, si costruivano le formidabili batterie della
Cava, munite di cannoni da 100 e le opere di difesa del porto anche esse
guarnite di poderosissime artiglierie che dominano il mare e tengono in
rispetto qualunque flotta assalitrice ad una distanza di vari
chilometri.
Cosifatti lavori per ogni ragione stupendi, fanno di Genova una delle
piazze forti di primissimo ordine in Europa, ed in qualunque guerra od
assedio la Superba sarà sempre un inespugnabile e sicuro presidio contro
il più grosso, agguerrito ed ostinato nemico.

Il
Dialetto

entre le lingue segnano confini delle nazioni e le origini e le
vicende, i dialetti additano il luogo che tengono, nella nazione, le
varie genti che la compongono.
E il dialetto genovese rende testimonianza della posizione del paese e
delle frequenti comunicazioni che il popolo suo ebbe cogli alti popoli.
Ha tutti i suoni semplici della lingua italiana e della francese. I
vocaboli sono italiani, francesi, arabi, spagnoli, greci e di tutte
quelle genti colle quali ebbe guerre, commerci e colonie.
Il frequentare le spiagge e i mercati di Francia, e la letteratura
provenzale anticamente dai genovesi coltivata, perché di studi la fama
di Folco, di Calvi, del Cicala, di Percivalle e Simon d'Oria, del Monaco
delle Isole d'Oro e di molti altri, dimostrano le consuetudini dei
genovesi col mezzogiorno della Francia, e la cagione per la quale fu
gallicanizzata la pronuncia genovese.
Dante diceva che se il dialetto genovese si fosse levato la lettera
Z
sarebbe rimasto muto. Oggi invece non s'ha alcuna parola che abbia la
Z
toscana: la Z genovese è in tutto eguale alla francese. I genovesi
pronunciano generalmente ad uso francese la lettera, C davanti a
E e I.
Una proprietà che distingue quel dialetto da tutti gli altri italiani,
eccettuato il veneziano, è l’uso di sopprimere in certe condizioni le
lettere L, R, T, e dal popolo anche la lettera V. Così
nolo diventa noo,
dito, dio, nave, nae. Spesso la lettera
L si cambia in R : essa si
sopprime del tutto quando la consonante che la segue è un D od un
T.
Il genovese possiede il suono del dittongo eu ed u acuto francese, suoni
difficili in una bocca toscana.
Ha di più un suono ou particolare, che assomiglia a quello della lingua
inglese nelle parole bound, cloud.
Finalmente possiede, come i piemontesi i suoni an, on, in, un, e omette
la vocale in fine di tutte le parole italiane terminanti colle sillabe
ne, ni, no, e pronuncia bastion per
bastione, man per mano.
Dalla soppressione di consonanti e interpolazione di vocali, come dal
troncamento nelle vocali finali, si comprende come il dialetto sia
dolce, breve, atto a farsi udir da lontano, e quindi atto ai pescatori e
ai naviganti. Mentre il suono delle consonanti si disperde a poca
distanza, i suoni vocali si odono e si distinguono da lungi.
Il dialetto genovese non fu usato, salve anticamente, nelle scritture
pubbliche e private; ma sempre nelle discussioni dei consigli e nei
tribunali fino ai primi anni del secolo nostro.
Ma lo sue glorie letterarie il Casero, lo Spinola, il Villa, il
Figlietto, il Crivelli composero versi in dialetto genovese: Gian Jacopo
Cavalli sopratutto si distinse colla chitarra che meritò le alte lodi
del Chiabrera, e colle rime marinaresche che è a dolersi non siano state
tradotte in italiano. Antonio Pescetto cantò pure in genovese le ire
generose e i trionfi dei suoi confratelli, e maggiore di tutti questi
poeti fu il Piaggio, cui alcuno volle paragonare al milanese Porta, per
la facilità, per il brio, per l'epigramma sempre pronto. Lo scopo che si
prefiggeva nei suoi racconti, nelle sue riviste di città era sempre
quello di sferzare il vizio, di porre in luce ciò che di bello, di
buono, o di biasimevole si osservava nella sua città.
I viaggi del signor Reine sono pieni di spirito e di grazia: e l'Esopo
genovese è una raccolta di favole gentili e argute. Udite questa poesia
del Piaggio: A figgia e l'erba sensitiva:
Unn-a figgia za grandetta,
Bella, savia, ma un pö viva,
A l'andò in t'ûnn-a villetta
Dove gh’ëa da sensitiva,
Unn-a fêuggia a ghe toccò,
Quella presto a se retiò;
A restò mortificâ,
Che ghe pæiva, e con raxon,
De naveighe fæto ma,
A cianzeiva da-o magon ;
Primma i êggi a se sciûgò,
Poi cosci a l' interrugò:
E per cose, bèll'erbetta,
ti ê con mi coscì arraggiâ?
De toccâte ùnn-a fêuggetta
No t'ho miga fæto mâ?
No son miga velenosa,
Che ti fæ coscì a ritrosa?
Ghe rispose a sensitiva:
Bella figgia, o l'è o mæ fâ
De retiame, e de pæi viva
Se me sento ùn pò toccâ,
Me pâ d'ëse ciù segûa,
O l’è l’instinto de natûa ;
Per to ben, forse, che anchêu
Sta domanda ti m’æ fæto,
Se ti è savia, aggila in chêu
Co-a risposta, che t'ho dæto ,
Perché a pêu vegnite a taggio,
No stâ a cianze .... addio.... bon viaggio.
È famosa la poesia del Porta contro l’estate: il Piaggio ne ha una
contro l'inverno, scritta nel rigidissimo gennao del 1823.
Chi se prega e dixe ben
De l’Inverno e mâ da stæ,
Se meitieiva, dæte ben,
Un gran fracco de legnæ,
Ò per fâ a cösa ciù seria,
De mandalo un pö in Sciberia.
Orridiscima stagion,
Chi e do Mondo distrûzion,
Chi semenn-a dappertûtto
Stragi, orrô, rovinn-e e lûtto!
A campagna se despeûggia,
Secca o rammo, creûv-a a feûggia,
Ville in fasci, campi arsæ
Sensa ciù pastoì, né bû;
No se sente pe-i boschetti
Ciû i concerti di öxelletti ....
O stagion orrida e crûa,
Che chi è grasso perde a drûa,
E chi ha e gambe un pö ciù lisce
O diventa un stocchefisce!
Brûtto Inverno mascarson,
E gh’è chi se o prega ancon?
O che freiddo maledetto!
Neiva e giassa nèutte e giorno,
No se pèu asädâ ciù in letto,
Da cchi a ûn pö manco in lo forno ...
Se ven tûtti arrensenii
Rinrrcesciosi, intirissii,
O' pe-i calli ò pe-i brignoin,
O’ pe-a mûa che ve scarpenta,
O' a podraga chi v'addenta,
No se pèuiiu appunta i cäsoin.
No se sente che stranûi
Sciùsciâ nasi, arrancâ spûi,
Toscì, arvise .... Oh che stagion!
E gh’è chi se a prega ancon?
Questo è ninte: se montæ
Per disgrazia dove è o giasso
Unn-a gran patta piggiæ,
Ve rompï unn-a gamba o un brasso,
Se venissæ solo e sciappe
Poei laxâle quelle ciappe.
Ora di umore più allegro racconta il viaggio in diligenza a Milano che
finì come quello di fraa Condutt col ricondurlo subito a Genova dopo la
prima posta; ora canta lo follie carnevalesche:
Cattainetta, se vedesci,
Quanti matti e pöri nesci
D’ogni sesso, dogni etæ,
D’ogni stato mascheræ!
Aoa a modda pe-a Scignoetta
L’è vestise da Servetta,
Coscì a serva e o servitö
Da Scignòa, l’atro da Sciô;
Da Marchese o o carbonê,
E da Conte o perrûcchê:
Chi è ignorante, da Dottô,
E chi grasso, da Fattô;
Chi no parla, da Sûltan;
Chia a sa lunga, da Villan.
La nota patetica fluisce con abbandono affettuoso nelle poesie in morte
della moglie.
Comme posso descrive, e tûtta dì
A tò amicizia, o to costante amô,
I belli moddi e o tratto tò gentî ...?
Dipinse comme posso o tò candô?
Quelle cûre a mi sempre prodigæ?
E be-o beu da famiggia o t fervô ?
Comme e fatighe, i stenti, l'anscietæ,
E i sacrifizi pe edûcâ i figgieu
Cö so læe, de genio e chèu allevæ? ...
E i späximi, e vigilie e i battichèu
Pe-i reisi in vitta, grazie ä so assistenza
Scrive da ûna penna no se pèu …
Consûmmoû da-i desgûsti e da-i magoin;
L’unico refrigerio che me resta
L’è o sovvegno de so Benedizoin;
Quando con man tremante e voxe mesta
Poco primma dell’urtimo respio
(Oh memöia terribile e funesta!)
A mi e a tûtti i figgiêu a l’ha compartio,
E girando poi placidamente i êuggi
Comme unn-a Santa a se n’ando con Dio
Lasciandom in t’un pelago de schêuggi.
GENOVA NELL’AVVENIRE

elle grandi città italiane veramente in progresso, Genova è senza
dubbio tra le prime. Il fatto della costituitasi unità patria, le ha
imposto una missione di progresso e di lavoro alla quale Genova si è
sobbarcata con quello slancio, con quella forza, con quell’ardore, con
cui ne’ suoi tempi andati si accingeva alle più ardue imprese, ai più
fieri combattimenti.
È tuttla una trasformazione che s'è fatta negli usi, nelle leggi civili
dei popoli in questo secolo di rigenerazione umana: ma subendo la
trasformazione, vivendo pienamente nell’ambiente moderno, e secondando
la legge progressiva che spinge la umanità al suo meglio, Genova non ha
mutata, anzi ha rafforzata, ritemprata, la sua forte fibra, la sua
indole tradizionale, caratteristica.
La città belligera, la città pugnace dei tempi di mezzo s’è fatta la
città del lavoro per eccellenza: e nel lavoro e pel lavoro sostiene oggi
una lotta che non è impari a quella che un dì sosteneva nei mari
d’Oriente e d'Occidente, sugli armati galeoni. Genova, con lavoro
febbrile del suo popolo di marinari e di trafficanti, paga
il tributo alla fortunata posizione naturale topografica, in cui l'opra
consecutiva di tanti secoli la fece sorgere, crescere, prosperare.
Non si occupa la posizione eccezionale sul mare e rispetto all’Europa
centrale da Genova tenuta, senza avere eccezionali doveri da compiere
verso la patria comune, l’intera nazione, e verso chi, di qualsivoglia
parte sia, che d’una tale posizione si può giovare. Genova l’ha
compreso, e da molti anni, questo suo dovere, e lavora senza possa a
compierlo, per quanto poco aiutata da chi avrebbe avuto obbligo
assoluto, perentorio, di mettere a sua disposizione quei coefficienti
materiali e morali indispensabili all’espansione delle sue attività,
allo sviluppo del suo lavoro: Genova l’ha compreso il suo dovere verso
la madre Italia e verso il mondo che lavora: e quantunque di frequente
depressa da malsani sistemi economici, da rovinosi trattati di
commercio, da inconsulti esaurienti balzelli; avversata, talvolta, dalle
camarille di cointeressati affaristi o dall'odio cieco, stupido,
partigiano di qualche uomo politico: trascurata sempre, per massima, da
tutte le amministrazioni che tennero il governo del paese, - Genova,
diciamo, lottando e vincendo, superando crisi ed ostacoli, procede
diritta alla meta che le fu imposta dai tempi novi e ch’è di riuscire
l'emporio massimo non solo d’Italia, ma dell’Europa centrale nel bacino
Mediterraneo.
È da un ventennio e più, che l’Italia vede Genova alla prova, lavorare
con ammirabile costanza in quest’opera di civiltà e progresso. Avuto
riguardo alle peculiari condizioni economiche nelle quali ha sempre
versato, e versa tuttavia la nazione: all'intristimento portato dalla
concorrenza estera e dal fiscalismo interno alle nostre industrie: avuto
riguardo alla crisi fortissima attraversata e non per anco del tutto
superata dalla marina nazionale, contrastante fra la vela ed il vapore,
e la prima soccombente, ai sacrifizi che costò il cambiamento di sistema
e la creazione d’un navilio a vapore che ci mettesse in grado, se non di
competere, almeno di non lasciarci del tutto schiacciare dalle marine
d'altri paesi, rinnovate e poderose: tenuto calcolo di tutto questo e di
tante altre ragioni che or sarebbe lungo l’enumerare, è duopo convenire
che in questo ventennio Genova, raddoppiando, pressoché, la sfera del
propri affari più che passi da gigante, ha fatto addirittura miracoli.
Negli ultimi vent’anni Genova, ha percorso la maggiore più scabra parte
d’un periodo laborioso e difficile: ancora qualche anno di resistenza,
di lotta e potrà guardare alla rivale che oggi le contende l'ambita
meta, a Marsiglia, secura della vittoria.
In questi anni - che auguriamo tutte le forze della nazione concorrano a
restringere nel minor numero possibile - Genova conquisterà uno per uno,
tutti quei coefficienti di forza e di lavoro che tuttavia. le mancano,
onde poter sostenere con sicurezza di trionfo la lotta colle piazze
rivali.
Si compirà, cioè, il lavoro colossale per l’ingrandimento e sistemazione
del porto il quale abbisogna, ancora di molto per essere portato a quel
grado di perfezionamento nelle comodità per la marina ed il commercio,
ch’è già toccato dai porti principali delle grandi nazioni marittime, e
senza di che sarebbe inutile per Genova lo sperare di toccare la meta,
ambita: sarà completata, la rete ferroviaria che deve unirla, di più
brevi, facili, secure comunicazioni, col rimanente d'Italia, e coi
valichi alpini del Moncenisio, del Gotttardo, del Brennero, della
Pontebba: ed a tal uopo, oltrecché l’apertura, ancor problematica, della
famosa succursale dei Giovi, concorreranno con grande efficacia la
costruenda linea di Valle Stura che darà a Genova più diretta
comunicazione col Piemonte: il progettato raccordo colla Parma-Spezia,
per il monte Penna riavvicinante di quasi cento chilometri Genova alla
valle centrale del Po, a Verona e quindi al Brennero ed alla Pontebbana:
la continuazione della succursale suddetta con un raccordo diretto per
Voghera, affine di avvicinare maggiormente Genova a Milano.
Allorché saranno compiute queste, opere di indeclibabile necessità per
lo sviluppo dell’attività commerciale di Genova - opera al cui sollecito
compimento, più che altro debbono presiedere il volere e 1e forze della
nazione - e quando un miglior andamento della economia generale del
paese renderà possibile alle nostre industrie, ed alla marinara in
isipecie, vita meno tisica della presente, quando tutto questo, che non
è poi né l’impossibile né l’irrealizzabile - si sarà ottenuto, lasciate
fare a Genova, all’antica, città di San Giorgio: l'emporio massimo
dell’Europa centrale, qui fra noi sarà un fatto compiuto.
E allora, fra venti, fra trenta, fra cinquant’anni - quando noi saremo
scomparsi dalla scena del mondo - si avvererà quel sogno nostro
stupendo, che ci mostrò Genova formante una città sola da Sestri a
Nervi: arrampicantesi su pei monti con cento elevatori e ferrovie
funicolari; addentrantesi per le valli con strade serpeggianti corse da
rapidi trams: da un lato vivaio sterminato di officine, di fabbriche, di
cantieri d’ogni genere: dall'altro, città sontuosa, moderna, elegante,
popolata da un milione di lavoratori: miniera inesauribile di ricchezza
per l’intera nazione: coll’ampio porto insufficiente al numero immenso
delle navi che da ogni parte vi affluiscono, ampliato di nuovo, con moli
ciclopici dalla Foce all’estremo limite di Sampierdarena.
E il rombare e lo stridere di innumerevoli officine e lo sbuffare di
cento locomotive trainanti per ogni senso nelle vie del commercio i
carichi vagoni: e il mugghiare gutturale e lamentoso dei vapori in
arrivo o in partenza: e il ruzzolare d'infiniti carri, carrozze e
veicoli d'ogni sorta: e il frastuono sordo, ma incessante della folla
affaccendata nelle piazze, nelle strade, nelle borse, nelle loggie, nei
doks, sulle calate, formeranno quell’armonia particolare del gran
lavoro, inebbriante per chi sa comprenderla, e che insieme alle spire
opaline del fumo di una miriade di comignoli, sale per l’erta a portar
l’eco della vita della grande ed operosa città ai pacifici abitatori dei
monti circostanti....
Tutto questo, si dirà dagli scettici, dagli svogliati dell’oggi, è un
sogno al quale la fantasia dello scrittore s'è abbandonata e ha dato
corpo.
È un sogno sì, per oggi; ma è un sogno che si parte da un fatto positivo
irrefutabile: il progresso continuo di Genova; è un sogno che si svolge
intorno ad un embrione vitalissimo: l'attività eccezionale della razza
ligure. La Genova dell'oggi promette di compiere la missione, impostale
dall' Italia risorta; la Genova dell'avvenire manterrà. Date tempo al
tempo ed il sogno verrà realtà!
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