Le Cento Città d'Italia
Supplemento illustrato del SECOLO  - Milano 1887 -
Anno XXII - Lunedì 25 luglio - Supplemento al N. 7050
GENOVA
Prezzo di ogni numero del Supplemento: Centesimi 10 in tutta Italia

Documentazione fornita dal ricercatore genovese Andrea Grossi

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roce rossa in campo bianco! San Giorgio! Genova!
Quando sulla larga distesa degli orizzonti marini, appariva questo segnacolo troppo conosciuto da Oriente ad Occidente in tutto il lago Mediterraneo, portato dagli alti pennoni delle rapide galere e dai forti galeoni.
I Barbareschi pirateggianti per ogni dove,volgevano veloci la prora in fuga: i Veneziani guatavano sospettosi e pronti. Spagna e Francia salutavano con rispetto, E quel candido segnacolo rosso-crociato, passava superbo e fiero ovunque: temuto dai nemici, esaltato dagli amici: e ovunque, simbolo di forza e potenza.
E fu un gran tempo quello per Genova, in cui il nome di questa città valeva più del nome d'una nazione: fu un gran tempo che, tranne Venezia, nessuna storia dì città marittima può vantare.
Dalle Crociate alla caduta di Costantinopoli furono per Genova quattro secoli di febbre belligera, di espansione marinara, che difficilmente trovano nella storia un riscontro.

La fortuna di Genova cominciò contemporanea a quella di Venezia: e per lunga pezza camminò a questa parallela, talvolta anche sopravanzante. Cominciò colle Crociate: con quella specie di emigrazione, di rigurgito d'armati che l'Europa feudale, fanatica e pletorica com'era, di gente catafratta, lanciava sulle coste di Soria e nei deserti di Siria, per spedirla più che alla conquista del Sepolcro di Cristo a morir di peste e di stenti, sotto il sole ardente, irradiante il teatro della leggenda cristiana. Le galere della repubblica di San Giorgio, erano, come quelle della repubblica di San Marco, il veicolo necessario, indispensabile a quel rigurgito d'uomini che le condizioni politico-morali-sociali dell' Europa medioevale, imponevano agli Stati della Cristianità. E l'oro degli imperatori, dei papi, dei re, dei principi, dei grandi signori dell'orbe cristiana affluiva copioso alle casse del Comune, ed arricchiva gli arditi navigatori che sotto il vessillo di San Giorgio o sotto quello di San Marco portavano i crocesegnati al loro sfortunato destino.
Le Crociate, il Sepolcro di Cristo, Terrasanta, la debellazione degli Infedeli eran tutte belle cose, commovevano l'animo ed esaltavano lo spirito: ma di fronte ai noli di passaggio Genova e Venezia non transigevano. Prima ancora dei Francesi quelle due repubbliche s'eran detto: «Gli affari son gli affari: e questi sopratutto!»

Finita la cuccagna delle Crociate, allargato lo spirito europeo, dall'alba del Rinascimento segnata nel secolo tredicesimo in Italia, e volta l'attenzione degli Stati cristiani a ben più serie vicende che non fosser la conquista del Santo Sepolcro e la conservazione del Regno di Gerusalemme, alle vicende, cioè, della loro ricostituzione a Genova l'orizzonte politico si apre con due obbiettivi ben determinati: assicurarsi il primato assoluto sul Mediterraneo propriamente detto, e contrastare con Venezia il primato in Levante.
Due ossi entrambi assai duri a rosicchiare, ma la giovane Repubblica Ligure aveva allora denti buoni. E nel primo intento Genova riesce con fortuna singolare, debellando in modo irreparabile alla Meloria e colla distruzione di Porto Pisano la potenza emula di Pisa: sostituendosi grado a grado a questa nei dominii di Sardegna e di Corsica, dando caccia valorosa ed instancabile a tutti i pirati barbareschi o no, che infestavano la costa tirrena e la ligure, trafficando colla Cirenaica, col basso Egitto, la Barberia, su tutta la costa africana settentrionale, ove piantò perfino un suo avamposto all'isola di Tabarca, rimpetto a Tunisi. Per il Levante, l'impresa di Genova fu più scabra e non sempre ugualmente fortunata come in Occidente. Se non poté guadagnare l'ambito primato anche in quei mari, Genova vi stette però lungo tempo equilibrata con Venezia: ed anzi ebbe momenti fortunatissimi, come al ritorno dei Paleologhi, da lei aiutati, sul trono bisantino: nella guerra di Caffa, ed in quella successiva di Chioggia, non solo ebbe in Levante il sopravento, ma mise per fino in pericolo l'esistenza della Serenissima nell'istesso suo mare, nelle sue lagune.
E fu quello il punto culminante della potenza di Genova e della sua espansione marittima e coloniale che — ben più proficua di quella cercata sulla costa eritrea dalla nuova Italia — si estendeva allora, dalla Sardegna, dalla Corsica, e dalla Tripolitania ai due ricchi e mercatanti sobborghi costantinopolitani di Pera e di Galata, a Caffa di Crimea, a Scio, a Metelino, a Smirne, a Tenedo, a Famagosta e altrove.

Col traffico che l'attività iniziatrice dei Genovesi, seppe far nascere in quelle colonie e ridurre a profitto della città natia, se non nacque, crebbe al certo e si sviluppò, a smisurata proporzione quella ricchezza, per cui Genova andò lungamente proverbiale e della quale fu emanazione potente il banco famoso di San Giorgio, per molto tempo il banco maggiore di tutta Europa: ceditore di tutti gli imperatori, re, papi e principi del Sacro Romano Imperio, che abbisognavano di pecunia per le loro guerre.

E dovette essere in questa età dell'oro in cui alla gloria, alla potenza marinara e guerriera sposava la ricchezza sterminata dei suoi cittadini e de' suoi banchi, la sontuosità dei suoi edifici e la bellezza del suo cielo, l'incanto delle gemine riviere che le fan corona, che Genova cominciò a sentirsi chiamare la Superba...
 

Molte e complesse sono le cause nelle quali si deve ricercare il declivio della potenza politica e marinara di Genova e la perdita dei suoi dominii in Oriente: declivio avvenuto in continua progressione dal principiare del secolo decimosesto fino al finire del secolo decimottavo: ma, prima fra tutte queste cause fu certamente la instabilità dei suoi governi determinata dall'eterno convulso agitarsi delle fazioni cittadine, in Genova, più che altrove, sempre eccitate e vivaci. In ogni tempo della sua fortunosa storia vediamo Genova mancare di quello che fu la forza precipua ed essenziale di conservazione per la potenza ed il prestigio della Repubblica Veneta : un governo cioè, solidamente costituito, per modo da potersi imporre alle fazioni cittadine, dominarle ed all'occorrenza schiacciarle ed annientarle.

Non augureremmo né all'Italia, né ad alcuna delle nazioni moderne il governo di una oligarchia ferrea come quella che tenne le redini della Serenissima per circa cinque secoli: ma tenuto calcolo della civiltà diversa, del diverso ambiente politico, morale, sociale, non solo d'Italia, ma di tutta Europa, la Repubblica di Venezia, a malgrado del suo terribile Consiglio dei Dieci, era per il suo tempo, e lo fu fino in tempi vicini al nostro, il più liberale fra gli Stati europei: e se Genova avesse avuto un governo forte e stabile, come fu per molto quello oligarchico di Venezia, non solo avrebbe mantenuta più a lungo la conquistata grandezza, ma l'avrebbe di certo ampliata ed accresciuta fino ad un punto che or non è più dato misurare, ma che il filosofo della Storia intuisce e comprende. Poiché, poche son le razze dotate di tanta tenacia, spirito d'iniziativa ed avventuroso come questa razza di Liguri, avvezza fin dall'infanzia a specchiarsi nella sconfinata ampiezza del mare, ed a lottare seco lui, affrontandone le tempeste ed i venti turbinosi.

Ma di quello che poteva essere e non fu, non giova parlarne.
I contrasti d'ambizione, di gelosie fra le famiglie patrizie: gli scatti frequenti delle ire popolari: il continuo cambiar di signorie, passando dal governo di autorità cittadine come i capitani, i protettori, gli abbati del popolo, i censori, i dogi, a quello di signori esotici, come i marchesi del Monferrato ed i Visconti: poi, per l'ambizione o la pervicacia del troppo a torto celebrato Andrea Doria che mirava a far di Genova un principato per sé ed i suoi, le alternate signorie di Francia e di Spagna — tutto cotesto mutarsi di forme, di sistemi, d'uomini, di cose, infiacchì talmente le radici di questa vitalissima Repubblica che la vediamo nel secolo decimosettimo anneghittire col governo degli aristocratici ed umiliarsi al Re Sole di Versaglia: perdere poco per volta tutti i suoi dominii, e nel secolo susseguente, subir la vergogna d'una occupazione austriaca, da cui liberolla il furore popolare, iniziatore di questi il sasso lanciato in Portoria dal ragazzo Balilla; e, qualche anno appresso, non potendo più tenere la Corsica, ultimo suo dominio in Mediterraneo, vendere alla Francia quella cospicua e nobile terra italiana.

Però, all'abbassamento morale, all'avvilimento degli ultimi due secoli — comune del resto a tutta Italia ed a molti altri paesi — Genova oppose in questo secolo un generoso lavacro, col suo possente risveglio marittimo e commerciale, e più ancora, colla parte grandissima ch'ebbe nella Rivoluzione Italiana, nella lotta per l'indipendenza e l'unità nazionale. Cotesta è storia moderna che tutti sanno: ed è impressa nel cuore di chiunque ha coscienza d'italiano.

Genova, nel quietismo coatto in cui furono immerse, sotto il governo allobrogo, gesuitico ed austriacante, le province subalpine dal 1814 al 1848, fu il centro, il focolare della propaganda rivoluzionaria. A Genova convenirono e rifugiaronsi, per esulare in più libere terre, i carbonari, i cospiratori, i patrioti delle altre regioni italiane sfuggiti alle galere, alle forche austriache, borboniche, papali ed estensi. E fu la vista pietosa di questi nobili emigranti che diede a Mazzini fanciullo — cui, una fatale predestinazione volle nato in questa città — i primi pensieri di patria
e d'odio allo straniero ed agli oppressori. — E fu in Genova che il grande apostolo, il profeta, il rivelatore di quel novo verbo che si disse Unità d'Italia, cominciò nel glorioso apostolato durante mezzo secolo e col quale egli scosse, preparò alla lotta per la patria e levò in armi tre generazioni. — Ed in Genova alla scuola vivificatrice della Giovine Italia cominciò a plasmarsi l'animo grandissimo di Garibaldi, che fu l’azione invocata dal pensiero di Mazzini. E scendendo giù da questi due nomi eccelsi, quanto fuoco di patriottismo, quanto fulgore di gloria vediamo accendersi con una pleiade di nomi, una serie di fatti l'uno più nobile e generoso dell’altro.
Da Genova, appena giunse fulminea la nuova di Milano insorta e pugnante da due giorni contro l'austriaco, partirono i primi volontari, pronti a consacrare col sangue loro la causa dell'indipendenza e dell'unità patria: da Genova venne il canto della nostra Rivoluzione: da Genova la protesta armata, soffocata colle bombe e nel sangue cittadino, contro il tradimento di Novara : da Genova parte Pisacane per il sacrificio di Sapri: a Genova si formano lo squadre più valorose dei volontari garibaldini nella guerra del 1859: in Genova si medita e si organizza l'impresa dei Mille: e da Genova parte la leggendaria schiera per l'impresa che ancor oggi pare più un sogno di poeta, un miracolo di potenza arcana, che opra di uomini.
Cercate da Roma a Varese, da Calatafimi a Bezzecca, da Mentana a Digione, dovunque siasi sparso sangue por la causa della patria e della libertà, e troverete che là pure vi fu sparso il sangue di taluno tra i migliori figli di Genova.
Questo brano non ancor degnamente scritto della storia, di Genova, può stare pel suo valore morale col punto più bello, più luminoso, della storia dell'antica repubblica. Esso congiunge, come non si poteva meglio, la Genova del passato, la gloriosa repubblica di San Giorgio, alla Genova italiana, dell'avvenire....
(G. Chiesi)


l Mediterraneo, questo mare sul quale forse cominciò primamente la navigazione e che vide alle fragili barche dei più audaci succedere le trireme e le navi dei romani e le galee delle città che sorgono sulle sue rive e che oggi è percorso da flotte armate in guerra e da una folla di navi mercantili che si distribuiscono i mercati del mondo.
Il Mediterraneo, cambiando il suo nome in mar Ligustico, forma un golfo in forma di mezzaluna sulle cui rive si alza Genova.
E veramente la città si innalza, perché i suoi grandiosi edifici son disposti come sui gradini di un vasto anfiteatro, e presentasi nel più pittoresco e ridente aspetto. Dietro alla città è un avvicendarsi di monti e di colli che hanno ora l’aspetto maestoso delle Alpi, ora illeggiadriscono in forme meno ardite e tondeggianti, ora non sono che colline i cui piedi vengono lambiti dal mare.
Il clima lieto aiuta lo svolgersi d’una vegetazione feconda; e il verde di questa contrasta colle bianchissime mura che rendono inespugnabile la forte città.


ra il 975 e il 1000 si fece la traslazione della cattedra episcopale da San Siro a San Lorenzo, perché essendo quella situata fuori della città, andava soggetta alle scorrerie dei Saraceni.
Quindi la improvvisa grandezza di questa chiesa, ch’è la cattedrale più antica d’Italia.
Fin dai suoi principii pare che San Lorenzo fosse tutt'uno col Comune genovese che lo rappresenta. Il duomo di San Lorenzo era compreso in ogni trattato e i feudatarii ed i vassalli giuravano fedeltà ed obbedienza in esso; in ogni disposizione testamentaria doveasi contemplare la sua fabbrica; era insomma il palladio della libertà genovese.
Il prospetto di San Lorenzo desta subito l'ammirazione. Un grande arco nel mezzo e due minori ai lati, con ampio e tondo finestrone superiore compongono l'insieme del suo scompartimento, per cui in semplicissime forme nascono larghe proporzioni, solida base e relazione giusta all'interna disposizione dell'edilizio. Con perfetta uguaglianza di stile si acconcia a queste vaste masse un delicato sistema ornamentale, vario così nelle forme, come ricco nella molteplicità delle sottili colonne, fasce e cordoni, che condotto con isvariate qualità di marmi, pietre e colori, produce un complesso insieme maestoso e gentilissimo.
Accrescono la ricchezza molti lavori di scultura in cui sono effigiate figure umane o d'animali con simbolico intendimento. Sulla porta maggiore mirasi in altorilievo il martirio del titolare, opera condotta verso i secoli XI o XII.
Meritano altresì attenzione i due angoli di questa facciata sorretti da colonne che posano sopra leoni, il campanile edificato nel 1522 e la gradinata coi due leoni di fianco eseguiti nel 1846.
Entrando nel tempio lo si ravvisa costrutto o riformato a più riprese, non sempre con piena corrispondenza fra l'antico stile ed il nuovo; ma però il primo d'accordo coll'esterno già veduto. Ed invero il grande atrio par fatto d'un getto colla facciata; il colonnato della gran navata in duplice ordine è dello stesso tenore; e la cupola, opera dell'Alessi, pare voglia dare una qualche transizione dallo stile prisco all'altro moderno che regna dalla croce in su.
Negli altari si ammirano molti lavori antichi e moderni, di pittura, scultura, cesellatura, del Passano, del Baratta, della Bacigaluppi - Carrea, del Cambiaso, del Baroca da Urbino, la cui gran tavola rappresentante il crocifisso con Maria, San Giovanni e San Sebastiano, va annoverato fra i primi dipinti di quella città e tenuto come precipuo tesoro artistico di quel tempo.
L'altar maggiore, riccamente incrostato di fini marmi, sorregge un grande gruppo in bronzo gittato nel 1652 dallo scultore e pittore G. B. Bianco di genitori milanesi, nato in Genova. Rappresenta la Vergine col Bambino in collo seduta sulle nubi e con angioli intorno che la incoronano. Questa incoronazione, lo scettro che tiene in mano ed il sottoposto bassorilievo dello stesso Bianco in cui è rappresentata la città, si riferiscono alla determinazione presa fino dal 1636 di proclamar la Vergine regina e protettrice della Repubblica.
Il San Giovanni è opera ammiranda del Montorfoli che seppe giudiziosamente seguitare la difficile maniera del Buonarroti suo maestro. Oltre il merito artistico accresce pregio a questa statua il recar effigiate le sembianze del celebre Andrea Doria.
Opere pregevolissime sono pure gli affreschi della volta del genovese Favarone; le pitture e le sculture che adornano la cappella detta del SS. Sacramento, ove lavorò G.B. Castello, detto il Bergamasco, insieme col Cambiaso, già menzionato. Queste pitture vanno collocate fra le più encomiate che abbia prodotto l'aureo secolo dell'arte.
Uscendo da questa cappella e facendo il giro della chiesa si trovano nella cappella dedicata ai santi Pietro e Paolo le statue che rappresentano il Salvatore, i due santi titolari e bassorilievi, tutte sculture del Della Porta. Passata la porticina per cui si va alla residenza del metropolita viene il maraviglioso Sacello dedicato al Santo Precursore, per decorare il quale Genova chiamò sublimi ingegni dalla Lombardia e dalla Toscana.
 


a primitiva cattedrale di Genova fu la chiesa di San Siro, che nel 1006 divenne proprietà dei monaci dell'ordine di San Benedetto, i quali poco dopo la rifabbricarono. Si vuole anzi che all'epoca di questa ricostruzione risalga l'erezione del maestoso campanile. Più di cinque secoli appresso, cioè nel 1575, passò ai chierici regolari teatini, e si deve ad essi se San Siro divenne una delle più ragguardevoli chiese di Genova.
L'attuale facciata venne però eseguita soltanto nel 1830, su disegno di Carlo Barabino; Nicolo Traversi e Bartolomeo Carrea eseguirono le statue della Fede e della Speranza, e il celebre scultore francese Pietro Puget disegnò l'altar maggiore, splendido per marmi e bronzi. Molto pregiate sono le pitture a buon fresco che si vedono nella volta della navata di mezzo, nel coro e nel presbiterio, e nelle quali G. B. Cartone riprodusse alcune storie di San Pietro, di Costantino, di Eraclio e del santo titolare. Paolo Brogli eseguì gli ornati, degni di ogni maggiore encomio.
I quadri dell'Annunziata, di Sant'Andrea Avellino, di Sant'Antonio di Padova e la Disputa di Gesù coi Dottori, sono del Gentileschi, del Fiasella, del Lomi e del Castelli. Del Carlone è un gruppo in marmo rappresentante una Pietà, che si ammira nel coro.

Dove un tempo sorgeva la chiesa di Santa Marta, nella quale ufficiarono prima i frati dell'ordine degli Umiliati, e quindi i minori conventuali, venne edificata l'attuale chiesa dell'Annunziata, che allora s'intitolò da San Francesco, e poi, nell' anno 1537, ceduta da Paolo III ai minori osservanti, mutò nome e si chiamò dell'Annunziata.
Fu la ricchissima e potente famiglia dei Lomellini, le cui case sono lì presso, che adornandola con lavori d'ogni maniera la ridussero alla presente magnificenza mercè l'opera degli architetti lombardi Gincomo Porta e Domenico Scorticone.
La facciata resa imponente da quattordici colonne d'ordine composito incrostate di marmo rosso di Francia, abbellisce la piazza omonima, che è ora la stazione di partenza e d'arrivo dei tram.
L'interno di questo tempio, diviso in tre navate, è grandioso e ammirabile per le linee architettoniche e per la giustezza delle sue proporzioni formanti un insieme perfettamente armonico. I due Carlone, Giovanni e Giambattista, dipinsero a fresco le navate, le medaglie e le mezzelune; le altre medaglie sono di Domenico Fiasella e di Gioachino Assereto. Giulio Benso dipinse il coro e il presbiterio; la cupola è adorna di affreschi dell'Ansaldo; e il bel crocifisso in legno che sta sull'altar maggiore, fu eseguito dal francese La Croix.
Le cappelle hanno freschi del Carlone, del Procaccino, del Raggi, del Lomi, del Vicino, del Piola, del Fiasella, del Carbone e del Galeotti.
I dipinti dei due altari che fanno prospetto alla sinistra navata, sono recenti lavori di Giuseppe Isola, e il bassorilievo che si trova sotto la parete in prospetto è del genovese scultore Santo Varni.
Monumentale all'esterno e all'interno, la chiesa dell'Annunziata è uno dei più cospicui e ragguardevoli templi d'Italia, sia per quanto concerne l'architettura e il disegno quanto per ciò che contiene di artistiche ricchezze.

La chiesa, che in forma di croce latina, su poderosi pilastri solleva una svelta e graziosa cupola, e dal centro della piazza Nuova, guarda la via di San Lorenzo, prende il nome dai Santi Ambrogio e Andrea le cui statue si veggono entro due nicchie nella facciata, ai lati della porta maggiore. La sua costruzione risale al tramonto del VI secolo, quando calato Alboino in Italia, Onorato, metropolita di Milano, riparò in Genova e il suo clero fondò quel tempio.
All'architetto Pellegrino Tibaldi, viene attribuita dalla tradizione la tanto giustamente decantata cupola che la innalzò, quando ceduta nel 1587 da Giulio Calcagnino ai gesuiti, questi distrutto ogni antico fabbricato rifecero completamente la chiesa. Però al padre Giuseppe Valeriani di Aquila, vogliono i gesuiti dare il merito di avere disegnato e condotto quello stupendo lavoro.
Chi l'architettasse internamente non è detto, ma considerandone la piena relazione colla facciata, si ritiene fosse il Tibaldi suddetto.
Ricchissimo per ogni guisa è questo tempio lungo circa 55 metri e largo 37 e mezzo. Ha tre navate e parecchie cappelle, e contiene tele del Reni, del Rubens, del Piola, del Wael, del Passignano, del Carlone, sculture del Biggi e d’altri valenti, e un famoso organo di Giacomo Nelman, gesuita.
La loggia in legno e dorature, che scorre sulla nave in cornu evangelii, fu fatta ad uso del doge di Genova.
Gli altari, eretti a cura delle famiglie Durazzo, Pallavicino e Carrega, sono in marmi e in alabastro di Sestri e sono tenuti in gran pregio dagli intelligenti d’arte.

Le notizie storiche della chiesa di Santa Maria di Castello, rimontano al 1000, perché un documento autentico del 1050 ne fa menzione. Inoltre lo stile della sua costru zione chiaramente lo dice.
Si crede che la fondasse a sue spese la famiglia patrizia di Castello, dalla quale pare abbia preso il nome. Altri però opinano e forse con maggior ragione, che l'intitolazione venisse dal vicino castello della città, e che da esso fosse pur derivato a quella famiglia.
Era chiesa collegiata, governata da un preposto, e vi erano le scuole. Nel 1441 papa Eugenio IV, dette la chiesa e il chiostro ai padri domenicani.
Sulla facciata si presenta la statua di San Domenico eseguita dal manierista Schiaffino. Nell'interno si osserva il volto di antica costruzione, diviso da lunghi cordoni, intersecati dagli archi e questi sovrapposti a robuste colonne di granito orientale. Narra il Federici, che queste colonne appartenevano all'antichissima chiesa di Luni distrutta da Rotari re dei Longobardi.
Molti epitaffi e depositi dei secoli XV, XVI e XVII si trovano nella chiesa e nel chiostro, e fra questi i principali sono dei Canevaro, dei Maggiolo, dei Sanseverino, dei Centurione, dei Lagomarsino e d'altri notabili cittadini.
La famiglia Giustiniani soccorrendo più volte ai bisogni della chiesa e facendone ristorare il coro nel 1685 acquistava il giuspatronato del medesimo. Le bandiere da essa conquistate sugli infedeli appendeva agli altari; ma di esse una sola ne resta.
Vi sono affreschi di Giusto d'Alemagna e del Galeotti.

Con suo testamento del 16 ottobre 1481 Bendinello di Pasqualotto Sauli, concepiva la creazione del magnifico tempio di Santa Maria a Carignano, e stabiliva la somma da spendersi in detta fabbrica, dietro il moltiplico de' suoi capitali collocati nella Banca di San Giorgio, e significava in genere in qual maniera costruir si dovesse questa sontuosa basilica.
E nel 1522, dai successori di Bendinello venne chiamato il famoso architetto Galeazzo Alessi di Perugia, che pose mano al gran lavoro il 10 marzo di quell’anno.
Ha forma di croce greca; nel centro sorge una cupola sorretta da quattro grandi pilastri con belle sculture in marmo L'altar maggiore è riccamente ornato di squisiti lavori e vari bei dipinti di Luca Cambiaso, Domenico Piola, Carlo Muratti, Francesco Vanni, Domenico Fiasella, Giulio Cesare Procaccino, e Giovanni Francesco Barbieri detto il Guercino adornano la chiesa.
Le due statue di marmo rappresentanti una San Sebastiano e l'altra il beato Alessandro Sauli, sono del celebre Pietro Puget francese sopranominato il Bernino della Francia.
Tutte le decorazioni esterne della chiesa sono di pietra di Finale, tranne le basi e gli ornamenti delle porte e finestre che sono di marmo bianco; tutto è d'ordine corintio.
Sono molto ammirate le scale interne della cupola per la loro nobiltà e comodità e quella particolarmente fatta a chiocciola che mette al lanternino, da dove si gode il magnifico spettacolo della veduta di tutta la città. :

La chiesa di San Matteo, venne fondata col permesso di papa Onorio II, da Martino Doria che fu poi monaco di San Benedetto nel 1125, e nel 1278 i signori Doria la fecero demolire per ricostruirla più ampia.
La facciata è semplice, listata di marmo bianco e nero; privilegio che godevano, il Comune e le quattro magnatizie famiglie Spinola, Grimaldi, Doria e Fieschi; ed è tutta gremita di iscrizioni alcune sepolcrali ed altre riguardanti le gesta di capitani, e sì quelle che queste appartengono a personaggi della famiglia Doria.
Vi è un sarcofago romano, che servì per sepolcro a Lamba Doria vincitore a Scurzola, e la magnifica tomba d'Andrea Doria il famosissimo ammiraglio, e il sepolcro di Giannettino e Filippino Doria.
L'interno è ripartito in tre navate ed è ricco di sculture e dipinti. Vi sono statue di santi scolpite dal Montorsoli e altri valenti.
In questa chiesa fu collocato nel 1284 da Oberto Doria, lo stendardo della galera capitanata dai pisani, da lui preso alla battaglia della Meloria.

 


uando nel 1270 mutatosi il governo del podestà in quello dei capitani e sotto questi s’istituì la prima volta il governo popolare, si pensò da’ genovesi di dare a questo governo una sede dove la sua podestà venisse decorosamente rappresentata. Perciò comune e popolo, congiuntamente per mezzo dei capitani loro Alberto Spinola Corrado d'Accellino Doria, comprarono le case che si trovavano vicine agli edifizi di Alberto Fiesco fra San Lorenzo e San Matteo, ed ivi costruirono il palazzo — ora conosciuto sotto il nome di ducale, perché in seguito fu stanza dei dogi — e com’è verosimile l'annessa torre, entro la quale riponeano la grossa campana del Comune fatta fabbricare per mano di Guglielmo di Montaldo; l'opera venne architettata e diretta, secondo si dice, da Marino Boccanegra, che già aveva innalzato il palazzo di San Giorgio.
Nel 1388 fu fatto ampliare dal doge Antoniotto Adorno, che ordinò la costruzione del gran salone.
Nel 1432 venne ingrandita la porta verso la piazza, e si aprirono le stanze al di dentro per darvi luogo ai tribunali di diverse magistrature, e ad altri usi pubblici.
Nel 1591 ebbe vari restauri; e nel 1602, per causa d'una congiura scoperta a tempo i padri, a maggior sicurezza, fecero chiudere tutte le porte del palazzo, tranne quella della piazza.
Nel 1637 si decretò che questo edificio si chiamasse reale, perché essendosi la Repubblica dedicata a Maria Santissima, assumeva le regie insegne.
La sua riedificazione è dovuta all'architetto Andrea Vannone di Como, il quale con sottile artificio incatenò per mezzo di grosse travi di ferro, che non si vedono, il nuovo con l'antico fabbricato.
In faccia alla porta maggiore che dà accesso all'atrio è la seconda che mette nella grande aula del palazzo.
Avanti il moto del 1797, ai lati di essa sorgevano due statue di marmo gigantesche rappresentanti Andrea Doria l'una, e Giovanni Andrea Doria l'altra.
La facciata è d'aspetto imponente con intercolonnii; è tutta in marmo e nel sommo porta lo stemma della Repubblica; il basso è di ordine dorico; l'alto di ionico; la disegnò e la eseguì Simon Cantone. Le plastiche sono del Traverso e del Ravaschio. Palazzo caratteristico è questo, che dimostra a qual grado di potenza fosse giunta Genova ai bei tempi in cui contrastava a Venezia la signoria assoluta del mare, e le sue galere scorrevano vittoriose i mari conducendo incatenati a ornar i trionfi de’ loro ammiragli i vinti re barbareschi, molti dei quali sono simboleggiati dalle statue di captivi, che si vedono nella parte superiore della sede degli antichi dogi. Ammirabili il salone, il salonetto, la cappella e le sale ora addette alla Corte d'Appello, le cui pitture sono dell'Isola, del David, del Tagliafichi, del Ratti, del Carlone e del Fiasella. Fino a quattro o cinque anni fa fu sede della prefettura.
Ora vi sono gli uffici di Questura, il comando della Divisione Militare, la Corte d Appello e la sede del Tribunale Civile e Correzionale; occupa tutta la Piazza Nuova e a rende una delle più belle e artistiche d Italia.

 

Stando a quanto narra monsignor Giustiniani ne' suoi annali, sotto l'anno 1376, era il palazzo Doria Pamphili, questo edificio, cosa del pubblico di Genova; poi fu dalla Repubblica dato in dono a Pietro Fregoso in premio delle sue gloriose imprese nell'isola di Cipro nel 1383.
Oppressa la famiglia Fregoso, per tradimento dei capitani di Carlo V, nel 1522, ottenne questo palazzo e le sue pertinenze Andrea Doria, che fu poi principe di Melfi, il quale dietro i disegni di Pierin del Vaga e di Fra Agnolo Montorsoli fece ad esso molte ampliazioni e lo arricchì con magnificenza di capolavori di eccellenti maestri e di quanto altro può conferire alla grandezza d’un principe.
Uscendo dalla lunga galleria che passa sotto il forte sovrastante alla Lanterna, si trova prima di giungere alla stazione, sulla piazza detta del principe, poco distante dal mare, questo celebre palazzo, ove furono ospitati fra altri illustri personaggi Carlo V, Massimiliano re di Boemia, la regina Margherita d’Austria moglie di Filippo III di Spagna e Napoleone I.
Non c'è palazzo in Genova che per pregiabili affreschi possa competere con questo. Oltre il Bonaccorso (Pierin del Vaga) vi lavorarono il Pordenone e il Beccafumi.
Nel portico si vede la volta istoriata a scomparti con medaglie e lunette. Ivi sono bassorilievi di trofei con putti. Ma ciò che è più ammirabile è la grande medaglia a fresco che si vede in un salone, nella quale è raffigurato Giove che fulmina i Giganti lavoro che per la vastità della composizione, pel disegno, per la bellezza degli ignudi e per l'effetto, merita l'attenzione degli artisti.
Sottostante al palazzo dal lato di mezzodì e un delizioso giardino circondato da ricche gallerie con balaustri, nel centro del quale è una grande fontana marmorea in cui è scolpito Nettuno in dimensioni colossali, tirato da cavalli marini. La testa del dio dei mari è il ritratto d'Andrea Doria, volendo con ciò l'artista Taddeo Carlone far allusione al famoso ammiraglio, resosi signore del mare.
 



Eretto dalla famiglia Balbi, coi disegni del già nominato architetto Bartolommeo Bianco, l'attuale palazzo dei marchesi Durazzo ha un grandioso portico riccamente decorato di marmoree colonne e magnifiche scale e superbi appartamenti, ricchi d'oggetti di belle arti.
Vi si ammira sovrapposta ad una colonna la famosa testa di scalpello greco-romano dell'imperatore Vitellio, quattro figure di Virtù, gettate in ma.jolica d'Andrea Traverso, diverse buone tavole del Murillo, del D'Arpino, del Sassoferrato, di Teniers, e di una serie di disegni e schizzi dei più lodati pittori.
Nella sala del bigliardo, c'è una Lncrezia romana del Guercino da Cento; nel salotto verde si vedono dei ritratti dovuti al pennello del Velasquez, del Van Dyk, un Ecce Homo del Cigoli e un paese con figure di Salvator Rosa.
Situato nell'aristocratica via Balbi, questo palazzo, che fu restaurato nel 1825 da Niccolo Laverneda, è veramente imponente e sta fra i pili ragguardevoli della superba a dimostrare quanto gli antichi patrizi genovesi fossero lontani dalla parsimonia di cui fan prova nel costruire le loro dimore i moderni.



Elegante e maestoso sorge il palazzo Doria nella via Nuova; fu eretto dalla famiglia Spinola, e passò molto tempo dopo in proprietà dei marchesi Doria.
Il suo cortile interno adorno di colonne marmoree, i suoi magnifici appartamenti e le spaziose gallerie e le logge ricche di marmi ne fanno una dimora sontuosa e principesca.
Ma ciò che lo rende maggiormente interessante è la copia degli affreschi e la scelta pinacoteca che possiede. Nella pinacoteca si trova un quadro di Leonardo da Vinci, uno di Gian Bellino, tre di Paolo Veronese, uno del Tintoretto due del Cassano, uno di Annibale Caracci, uno del Guercino, uno del Tempesta, uno di Murillo, uno del Borgognone, uno del Poussin, uno di Rubens e sei di Van-Dyk.
Nelle sale e nei salotti, si ammirano pure eletti dipinti di Bernardo Castello, di Andrea Semino e di altri egregi.

 

 

Fatto edificare dall'ammiraglio Andrea Doria, sorge il palazzo Spinola all'angolo di via San Giuseppe presso la piazza Corvetto ove sta il monumento a Vittorio Emanuele e prospetta la passeggiata dell’Acquasola, è notevole per la sua mole e per il magnifico portone, nonché pel cortile, per le larghe marmoree scale e per la bene intesa distribuzione delle singole sue parti.
Il Calvi aveva dipinto sulla facciata le gesta d’Andrea Doria e le immagini di varii illustri romani, ma il tempo cancellò in gran parte coteste pitture delle quali appena ne resta vestigio.
Passato in proprietà dei marchesi Spinola nel 1817 fatto restaurare nelle pareti del portico per cura di Massimiliano dotto cultore di storia, che ne affido l'incarico ai professori Filippo Alessi e Michele Canzio.

Nel piano superiore si vede nella sala un grande affresco rappresentante Apollo e Diana che saettano la famiglia di Niobe; quest’arditissima pittura che pare uscita dalla mente del terribile Michelangiolo, è uno dei primi saggi che in età di diciassette anni dette quel raro ingegno del caposcuola genovese Luca Cambiaso.
È ora sede della prefettura e di altri uffici governativi e contiene pregiati dipinti dell’Alessi suddetto, specie quelli dei lunotti rappresentanti alcuni episodi della Gerusalemme liberata, la scoperta dell'America ed altri fatti di storia patria.


Con magnificenza piuttosto regia che da privato fu ideato e costrutto il superbo palazzo, ove ha sede il Comune, che spicca per la sua grandiosità fra tutti gli altri dai quali è circondato. Ne fu architetto Rocco Lurago, lombard, che lo eseguì per ordine e conto di Niccolò Grimaldi, detto il Monarca.
Passato quindi nella famiglia del principe Andrea Doria, un di lui discendente venne creato duca di Tursi che rimase solo possessore di questo palazzo, cui lasciò il nome tuttavia conservato. Venuto quindi in possesso della Casa di Savoja, questa ne concesse l'uso ai gesuiti che vi impiantarono un collegio.
Nulla contiene di notevole come architettura, tranne la gran porta veramente maestosa e l'imponente cortile. Contiene bellissime sale, nelle quali si trovano tra molti quadri ad olio un Tiziano, due Tintoretto, un Guido Reni, un Guercino, un Garofolo, un Procaccino, due Cambiaso, un Piola, un Carbone, un Rubens e tre Van Dyk.
Ultimamente vi furono portati alcuni affreschi d'altri reputati pittori, tolti dalle pareti di varie chiese o soppresse o demolite. Nel suo insieme è un magnifico edifizio.


 


Le statue dei Doria in San Matteo

 


el decreto che prescrive la guardia della città è nominata la torre di capo del Faro; l'anno del decreto è ignoto, ma certo si riferisce al principio del XII secolo. Un altro decreto consolare del 1139 fa pure menzione di capo di Faro. Cosicché si rileva che quella torre, volgarmente Lanterna, risale ad un'epoca remotissima, ed è forse contemporanea alla formazione del genovese comune.
Correndo l’anno 1318 si cita particolarmente dalle storie genovesi la torre di capo di Faro, la quale, provveduta d'armi e di viveri dai Guelfi, venne strenuamente assediata dai Ghibellini, indi messa sui puntelli con maraviglioso artificio, e vicina a rovinare se i Guelfi non si arrendevano, il che fecero spaventati dal soprastante pericolo.
Nel 1323 fu fortificata, cinta al disotto di mura, sasso e due revellini; nel 1326 sì ad essa torre come a quella del Molo vecchio si mise la lanterna per comodo dei naviganti, onde prese la denominazione di Lanterna.
Nel 1506 il re di Francia Luigi XII vi fece sotto fabbricare la Briglia, la quale nel 1514 venne atterrata dal doge Ottaviano Fregoso.
Nel 1643 i Padri del Comune la ristaurarono essendo stata diroccata nel 1512.
La Lanterna di Genova, situata sull' estremità del promontorio di San Benigno, sta longitudine orientale 6° 84' 45", latitudine settentrionale 44° 24' 18" dal meridiano di Parigi.
Molte altre torri trovavansi anticamente sparse per la città, anzi questa n' era irta e superba. Negli storici e negli atti notarili di Genova si vedono, fra le altre, nominate le seguenti: la Torre degli Embrici sulla piazza di tal nome che ancora si vede; di Luccoli, il 1155 (degli Spinola) ; di Lanfranco Bacemo, il 1160; di Guglielmo Richeri, da San Lorenzo, il 1180; di Ratando nel Palazzolo, il 1201; di Fulcone di Castello presso San Damiano, il 1213; dei Della Volta a San Giorgio, il 1214; dei Venti presso il mercato di San Giorgio, il 1125; dei Lecavella in Campetto e in Canneto, il 1240; dei Malloni in Piazzalunga, il 1252; degli Embrici, alla porta Sant’Andrea, lo stesso anno; dei Calvi, in Somiglia, il 1263; degli Embromi, il 1264; dei Fieschi alla porta Sant’Andrea, il 1286; di Bulbonoso nel vico San Siro; di Oberto Grimaldi; di Oberto Spinola, e di quelli della Corte, nel 1294.
 

 


i piedi della collina di san Bartolomeo di Staglieno, in val di Bisagno, è posto il cimitero monumentale di Genova.
La costruzione fu cominciata nel 1838 sopra disegno di Giambattista Resasco, e si stende per centinaia d'arcate in pietra, e si può dire un museo delle sculture genovesi, per i numerosi monumenti che vi si ammirano, scolpiti da Varni, Tassini, Cevasco, Revelli, Villa, Rivolta, Costa ed altri. È qui dov'è sepolto Giuseppe Mazzini.
Dal suo solitario e maestoso monumento, scolpito nella nuda roccia, emana una pace religiosa, solenne, che commuove, scuote, sbigottisce. Pare quasi di sentire la voce di un nume sorgere dalla tomba, di quel nume che inspirò negli italiani odio immortale contro il dispotismo, amore invincibile per la libertà, entusiasmo per tutto ciò che è vero, bello, buono, santo, di quel nume per cui sorsero già a cento, a cento, i martiri e gli eroi della patria indipendenza.
Com’è semplice e severa, grandiosa ed augusta quella tomba! Non aurei né pomposi fregi attirano gli sguardi, ma il solo gran nome inciso sul frontone altero: Giuseppe Mazzini.
Accanto al grande cittadino dorme la sua venerata madre. Così volle il figlio amoroso.
Ripetiamo con Garibaldi: “Deponete sulla tomba di Mazzini la bandiera nemica!”
Il monumento è semplice, come abbiamo detto, ma degno dei tempi eroici. Risente di quel carattere che spira dalle vetuste tombe egiziane ed indiane, che sfidarono l'ira degli uomini e del cielo. Il candore del marmo rileva sul bruno della roccia e sulle ombre dell'atrio; due massicce colonne, come due giganti, sorreggono un architrave; da un lato una croce sormonta un pilastro su cui o posata una corona.
Alcuni alberi e pochi fiori ed erbe ombreggiano il monumento.
Tutti i giovani italiani dovrebbero fare un pellegrinaggio a Staglieno. Vi sono delle tombe che emanano luce, vita e gloria immortale. Quella di Mazzini è una.


enova innalzò i duo suoi più grandi monumenti a Colombo scopritore di un nuovo mondo - a Mazzini, apostolo della fede nuovissima.

 


Sorge quel di Colombo rimpetto alla Stazione: e a chi pon piede nella città ricorda la gloria, del suo maggior cittadino.
Questo monumento eretto nel 1862, fu inaugurato il 12 ottobre, giorno anniversario del ritorno dall'America del navigatore. Venne scolpito tutto in marmo dai più rinomati artisti, Fieccio, Franzone e Svarnacini, sul disegno del professore Canzio. Il grande italiano è rappresentato in atto di appoggiarsi sopra un’ancora; a’ suoi piedi è l'America in ginocchio.
Il monumento è circondato da quattro statue allegoriche: la Pietà del Varni, la Prudenza del Costoli, la Fortezza del Puntarelli, la Nautica del Gaggini. I bassorilievi rappresentano scene della vita dello scopritore, e cioè : Colombo al Congresso di Salamanca, del Gaggini; Colombo pianta la croce in America, del Costoli ; Il ritorno di Colombo, del Cevasco e Colombo in catene, del Ravelli.
Quest' ultimo bassorilievo è il migliore di tutti: lo scultore era una delle più care speranze dell'arte, e anche il Ruffini ne fa cenno nel suo Dottor Antonio: sventuratamente morì giovanissimo.
Dicontro alla statua è il palazzo detto di Colombo coll’iscrizione: « Cristoforo Colombo scopre l'America »
Una nicchia che trovasi in una casa vicino all’Arsenale di Marina contiene una piccola statua di Colombo coll’iscrizione: « Dissi, volli, il creai, ecco un secondo sorger nuovo dall’onde ignoto mondo »

 

 


Il monumento di Giuseppe Mazzini è grandioso e imponente; inspira raccoglimento e mestizia solenne. Per una gradinata ottagonale di cinque scalini si sale sopra il basamento.
Qui ai lati della colonna che sostiene la statua del grand’uomo, posano due figure allegoriche. Una di esse con una mano alzata addita il vessillo a cui il grande cittadino fu fedele tutta la vita e pel quale soffrì il lungo esiglio; l'altra china il capo a terra triste, addolorata.
Dall' alto della colonna torreggia. la statua del sommo filosofo; le broccia al seno conserte, la fronte leggermente china e gli sguardi abbassati, medita sulle sorti dell’infelice sua patria oppressa e sulle eterne pagine dei Doveri.
Il ritratto di Mazzini è somigliantissimo; la sua fronte altissima, le sue fattezze nobili e spiccate rivelano la vastità della mente, l’altezza dei sentimenti, la tenacità dei propositi.
La formola mazziniana - Pensiero ed Azione - Dio e Popolo - traspare dall’insieme del monumento come l’idea del grande filosofo e cospiratore traspare dalla posa e dalla fronte meditabonda di chi la lanciò pel primo come sfida audace in faccia ai tiranni d’Europa.
Il monumento è opera dello scultore Costa.

 

 

 


Sulla piazzetta dell’Ospedale di Pammatone vi è la statua del popolano Ballila in atto di scagliare il sasso, che sollevò nel 1746 il popolo contro gli Austriaci che dovettero fuggire da Genova. Vedesi pure la pietra che rammenta ove il 5 dicembre di quell’anno in Portoria si sfondò il mortaio tedesco.
La statua, fu modellata dallo scultore Vincenzo Giano, e venne gittata in bronzo nella fonderia dell’Arsenale di Torino.
La Società Promotrice delle Belle Arti la regalò nel 1862 al Municipio di Genova che subito ne decorò la piazza, nel 1881, per cura del Municipio e della Confederazione Operaia, venne posta sopra più decoroso piedestallo, quello appunto che oggi si vede.
E ci pare non fuor di posto ricordare un fatto storico che si unisce a quel di Ballila, perché gli atti forti non van mai soli. In quell’anno stesso che Balilla scagliando il sasso, dava il segnale della rivoluzione, Giovanni Carbone, un semplice garzone d'osteria, rimettendo le chiavi della città ai Signori di Palazzo, disse loro:
« Signori, queste sono le chiavi che con tanta fiacchezza, loro Signori serenissimi hanno dato ai nostri nemici; procurino in avvenire di meglio custodirle, perché noi col nostro sangue ricuperate le abbiamo. »
Ma pur troppo la repubblica genovese andava ogni giorno più infiacchendo, finché venne travolta dal turbine che alla fine di quel secolo scoppiò.



 

 

Il più recente monumento di Genova fu innalzato a Vittorio Emauele II. La statua equestre del re sorge in piazza Corvetto in uno dei punti più centrali della città, in mezzo ai fiori; è opera lodatissima dello scultore Barzaghi.
 


 

 


enova, nata e cresciuta tra le ridenti colline della riviera e baciata dall’onda azzurra del Tirreno, è adorna di ville sontuose e di villette pittoresche.
Celebrata fra tutte è la Villetta di Negro attorno alla quale l’arte e la natura pare abbiano gareggiato nel prodigare bellezze e splendori. A settentrione la villa ha le colline amenissime del genovesato; a oriente e ad occidente le due ridentissime riviere.
In mezzo al verde di un giardino sontuosissimo sorge il palazzo ove sono raccolti dei veri tesori d’arte e di archeologia. La villa era proprietà di un letterato egregio, il marchese Gian Carlo di Negro il quale, in quel suo piccolo Eden accolse e ospitò gli uomini più celebri del nostro secolo e riunì nelle gallerie della sua villa i busti dei più illustri italiani.

Altra villa splendida è quella Pallavicini che sorge sulle ridenti colline di Pegli. Un parco gigantesco annesso ad un giardino magnifico, ricco di cascate, di un lago, di fontane, e in mezzo ad esso i palazzi costrutti in bianco marmo di Carrara. Tutto venne eretto su di un'arida costa ove, pochi anni or sono non si vedevano che magri vigneti e poche piante di pino. La costa arida venne trasformata per incanto, in poco tempo, in un luogo fantastico dal quale la vista si stende sul golfo di Genova.
Al parco dalle ombre dense, al giardino dalle mille bellezze orientali, al lago dal quale esce un obelisco egiziano, come da un lembo di terra inondata dal Nilo, si aggiungono una grotta fabbricata con frammenti di stalattiti e poco lungi un elegantissimo chiosco turco.
La villa Pallavicini, una delle tante meraviglie della riviera, è visitatissima dai touristes che passano per la Superba. Essa venne costrutta dal 1837 al 1846 dal marchese Ignazio Pallavicini, su disegni del Canzio. Vi sono statue del Cevasco, dipinti del Canzio, del Danielli e plastiche del Centanaro.
Nel giardino vegetano piante rarissime e sorge anche un castello merlato.

La Villa Cattaneo e Rostan s’innalza alle falde del monte Oliveto, presso Pegli e si protende sino quasi alla sponda del ridente Varenna.
Fu costruita da Agostino Lomellini, un doge del 1760 che era anche uomo di grande cultura. Adorna di grandi bellezze naturali e di veri tesori d’arte, anche la villa Cattaneo e Rostan ex Lomellini, è visitatissima dai forestieri.
Posta in posizione deliziosa, nelle vicinanze di Pegli, sorge la Villa Doria anticamente dei Centurioni, nella quale si notano degli affreschi pregevolissimi del pittore Granello e altri tesori artistici descritti dal Vasari.


L'Università

u disegno dell'architetto Alessandro Bianco, comasco, fu nel 1623 eretto il palazzo dell'Università, degli Studi, nella via Balbi, palazzo che riuscì di stile severo e maestoso, come si conviene al luogo ove si raccolgono i giovani desiderosi di iniziarsi allo scientifiche discipline.
Magnifico n’è il disegno, e segnatamente apprezzabili sono le belle proporzioni del cornicione che lo corona. Il corpo principale e più innanzi del fabbricato è diviso in tre piani oltre il terreno, disposto in guisa da mascherare affatto l'incomoda e ripida condizione del luogo cui si addossa.
L'atrio, lo scalone, il cortile e l'aula magna sono sontuosi. Vi si ammirano due giganteschi leoni, opera del Biggi, e sei bellissime statue in bronzo, opera del famoso Giambologna. Gli affreschi e le tele sono del Carlone, dell’Isola e d'altri.
Possiede una preziosa collezione lapidaria, una stupenda biblioteca, un completo gabinetto di fisica ed uno di chimica, un medagliere degno d’essere visitato, un museo di storia naturale, un osservatorio astronomico, ed un orto botanico, in cui si ammira la più interessante collezione di felci esotiche che esista in Italia, collezione dovuta alle solerti cure del giardiniere capo signor Bucco.
L’ateneo genovese non difetta di copiosi e vasti locali capaci di tutti quegli aumenti nelle istituzioni proprie di una grande università, che il progresso continuo delle scienze danno ogni ragione di sperare.
Fra le iscrizioni e gli epitaffi riuniti nelle pareti del passaggio all’orto botanico, e provenienti da parecchie delle chiese non più esistenti, si citano quelle di Jacopo Giustiniani, cui alla celebre battaglia di Ponza, vinta da Biagio Assereto, il re Alfonso d'Aragona cedette la spada.
Ivi è pure l’effigie del primo doge di Genova. Simonino Boccanegra morto nel 1363 essendo per la seconda volta doge.
 


I  Teatri

ENOVA possiede bellissimi teatri. Il Carlo Felice è uno dei più vasti e ricchi d’Italia. Il Barabino lo architettò con atrii sontuosi, con magnifiche sale nel ridotto, con corridoi spaziosissimi : ha fregi ed ornati del Canzio, magnifici teloni, e contiene circa 3000 spettatori.
La sua inaugurazione va unita ai più bei nomi dell’arte musicale italiana, perché in quella sera, 7 aprile 1828, la festa cominciò con inno di Felice Romani, musicato da Donizetti e Bianca e Vernando di Bellini.
Prima che venisse costruito il Carlo Felice, il teatro più vasto era quello di Sant’Agostino, oggi riattato e ribattezzato col nome di Nazionale. Apparteneva alla famiglia Durazzo che lo vendette nel 1825: e alla stessa famiglia apparteneva pure il teatro di Corte detto Falcone, da Angelo Falcone che ne fornì il disegno.
Ricco oltremodo è il teatro Paganini, architettato da Carpinetti ed eretto nel 1856: due anni prima era stato aperto il teatro Doria che ora fu rinnovato ed intitolato Politeama Margherita.
E dove lasciamo il Politeama Genovese all’Acquasola, splendido e vastissimo, architettura dell’ingegnere Bruno e aperto nel 1870? e il piccolo ma elegante Apollo? e il Colombo e l'Arena Alfieri e il teatrino delle Vigne, il più antico di Genova?
 

 

Il  Porto

eramente ammirabile, stupenda e oltre ogni dire caratteristica è la veduta di Genova, a chi vi s’appressa veleggiando per mare.
Quel luogo in cui si veggono come un fitto canneto gli alberi dei bastimenti fra i quali passano i pennacchi di fumo dei piroscafi in arrivo e in partenza, ci appare dominato ad oriente, a borea e ad occidente da alte, brulle e insuperabili rupi, e si vede cinto da una gagliarda muraglia che la protegge contro gli insulti del libeccio, contro il quale stanno pure due moli che si stendono a guisa di due braccia e ne formano l’apertura da meriggio a ponente.
L’anno 1134 i Consoli Genovesi decretavano che tutti gli uomini, i quali pel ragione di negozio, procedessero per tutto quel tratto di mare che da Roma si stende a Barcellona sia che fossero soprasaglienti, sia che partecipi alle navi, eccettuati i fanciulli, pagassero ciascuno 12 danari per l’opera del molo; quelli che venissero di Sardegna con sale, dessero una mina di sale; quelli di Provenza, un quattrino.
Costruttori di moli e mantenitori primi del porto furono un fra Oliverio monaco cistercense e Marino Boccanegra che dal 1247 al 1301 vi fecero eseguire una quantità di bene intesi, solidissimi e lodati lavori, sia di difesa contro una flotta nemica, sia di riparo dai venti infuriati nel golfo.
Le opere del frate ingegnere e del Boccanegra ampliate e accresciute di altre più adatte alle esigenze dei nuovi tempi, hanno reso il porto di Genova uno dei più belli, più vasti e più comodi che sia dato trovare ai naviganti.
 

Le Fortificazioni

’antica Genova, era a quanto le ricerche degli studiosi hanno potuto accertare, difesa da un muro che cominciando vicino alla chiesa ora detta delle Grazie, terminava presso l’altro di Santa Croce in Sarzano, chiudendo in tal guisa i colli di Carignano e Sarzano, la piazza del Molo, la strada Prione, il colle di Sant’Andrea; il Campo e le torri di Castello dove sorgeva il pubblico palazzo o l’ antico castello.
A questa cinta si accedeva per quattro porte. Quella di San Torpete, quella di San Giorgio - il prode battagliero – quella del Soccorso, e quella di Sant’Andrea, della quale soltanto rimangono le vestigia, nella porta omonima presso le carceri, in cima alla salita del Prione, rinnovata in epoca posteriore una prima volta e una seconda recentemente.
Nel 935, si fece la prima ampliazione della cinta di San Giorgio fino al collo di Sant’Andrea. Più tardi nello spazio occupato da questo accrescimento si ebbe la chiesa e l'oratorio di Sant’Ambrogio, quella di Sant’Egidio, poi San Domenico - ov' è ora il teatro Carlo Felice - le case e le torri dei Fieschi, nello spazio occupato dopo dal palazzo ducale, la cappella di San Lorenzo, e dal Duomo, Campetto e Banchi.
Per tre porte, quella di San Pietro ai Banchi, quella di San Matteo e quella di Sant’Egidio, si penetrava in questa nuova cinta.
Quando Federico Barbarossa nell’anno 1155 minacciò avvicinarsi a Genova, la Repubblica intimorita., pensò a premunirsi contro il temuto imperatore e dette opera al terzo ingrandimento della città.
Soltanto nel 1336 si compì il quarto accrescimento, in causa del quale vennero a formar parte della città il borgo del Molo, la chiesa di San Marco, la torre dei Greci, i sobborghi di San Vincenzo, vicino all'Acquasola, di Santo Stefano, di Carignano, dell'Olivella, di Pré e tutto lo spazio compreso fra la chiesa di Santa Fede, di San Tommaso, della Consolata, di Santa Maria a Pietraminuta e dell'Annunziata.
Questo giro di muraglie è ciò che volgarmente si chiama « le vecchie mura ».
Nel 1626 la repubblica decretò la quinta ampliazione della sua cinta, e vi impiegò 8000 operai. La città venne in tal modo fortificata anche dalla parte del mare per tutto il tratto che dalla Lanterna va al bastione detto della Strega; e questa cinta fu presidiata dai forti Tenaglia, Sperone e nel passato secolo da quello di Santa Tecla e del Diamante.
Il governo sardo vi aggiunse oltre le ampliazioni di Castelletto, il forte di San Giorgio, quelli del Bugato, del Castellaccio o della Specola, i forti distaccati di Belvedere della Crocetta, il fortino Puin, il Fratel Maggiore e Minore, gli accrescimenti del Diamante i forti oltre il Bisagno, di San Giuliano, di San Martino, del Monte Ratti, delle Torri di Quezzi e San Bernardino ed altre ampliazioni.
Poi, or sono pochi anni, si costruivano le formidabili batterie della Cava, munite di cannoni da 100 e le opere di difesa del porto anche esse guarnite di poderosissime artiglierie che dominano il mare e tengono in rispetto qualunque flotta assalitrice ad una distanza di vari chilometri.
Cosifatti lavori per ogni ragione stupendi, fanno di Genova una delle piazze forti di primissimo ordine in Europa, ed in qualunque guerra od assedio la Superba sarà sempre un inespugnabile e sicuro presidio contro il più grosso, agguerrito ed ostinato nemico.
 



Il  Dialetto

entre le lingue segnano confini delle nazioni e le origini e le vicende, i dialetti additano il luogo che tengono, nella nazione, le varie genti che la compongono. E il dialetto genovese rende testimonianza della posizione del paese e delle frequenti comunicazioni che il popolo suo ebbe cogli alti popoli. Ha tutti i suoni semplici della lingua italiana e della francese. I vocaboli sono italiani, francesi, arabi, spagnoli, greci e di tutte quelle genti colle quali ebbe guerre, commerci e colonie.
Il frequentare le spiagge e i mercati di Francia, e la letteratura provenzale anticamente dai genovesi coltivata, perché di studi la fama di Folco, di Calvi, del Cicala, di Percivalle e Simon d'Oria, del Monaco delle Isole d'Oro e di molti altri, dimostrano le consuetudini dei genovesi col mezzogiorno della Francia, e la cagione per la quale fu gallicanizzata la pronuncia genovese.
Dante diceva che se il dialetto genovese si fosse levato la lettera Z sarebbe rimasto muto. Oggi invece non s'ha alcuna parola che abbia la Z toscana: la Z genovese è in tutto eguale alla francese. I genovesi pronunciano generalmente ad uso francese la lettera, C davanti a E e I.
Una proprietà che distingue quel dialetto da tutti gli altri italiani, eccettuato il veneziano, è l’uso di sopprimere in certe condizioni le lettere L, R, T, e dal popolo anche la lettera V. Così nolo diventa noo, dito, dio, nave, nae. Spesso la lettera L si cambia in R : essa si sopprime del tutto quando la consonante che la segue è un D od un T.
Il genovese possiede il suono del dittongo eu ed u acuto francese, suoni difficili in una bocca toscana.
Ha di più un suono ou particolare, che assomiglia a quello della lingua inglese nelle parole bound, cloud.
Finalmente possiede, come i piemontesi i suoni an, on, in, un, e omette la vocale in fine di tutte le parole italiane terminanti colle sillabe ne, ni, no, e pronuncia bastion per bastione, man per mano.
Dalla soppressione di consonanti e interpolazione di vocali, come dal troncamento nelle vocali finali, si comprende come il dialetto sia dolce, breve, atto a farsi udir da lontano, e quindi atto ai pescatori e ai naviganti. Mentre il suono delle consonanti si disperde a poca distanza, i suoni vocali si odono e si distinguono da lungi.
Il dialetto genovese non fu usato, salve anticamente, nelle scritture pubbliche e private; ma sempre nelle discussioni dei consigli e nei tribunali fino ai primi anni del secolo nostro.
Ma lo sue glorie letterarie il Casero, lo Spinola, il Villa, il Figlietto, il Crivelli composero versi in dialetto genovese: Gian Jacopo Cavalli sopratutto si distinse colla chitarra che meritò le alte lodi del Chiabrera, e colle rime marinaresche che è a dolersi non siano state tradotte in italiano. Antonio Pescetto cantò pure in genovese le ire generose e i trionfi dei suoi confratelli, e maggiore di tutti questi poeti fu il Piaggio, cui alcuno volle paragonare al milanese Porta, per la facilità, per il brio, per l'epigramma sempre pronto. Lo scopo che si prefiggeva nei suoi racconti, nelle sue riviste di città era sempre quello di sferzare il vizio, di porre in luce ciò che di bello, di buono, o di biasimevole si osservava nella sua città.
I viaggi del signor Reine sono pieni di spirito e di grazia: e l'Esopo genovese è una raccolta di favole gentili e argute. Udite questa poesia del Piaggio: A figgia e l'erba sensitiva:

Unn-a figgia za grandetta,
Bella, savia, ma un pö viva,
A l'andò in t'ûnn-a villetta
Dove gh’ëa da sensitiva,
Unn-a fêuggia a ghe toccò,
Quella presto a se retiò;

A restò mortificâ,
Che ghe pæiva, e con raxon,
De naveighe fæto ma,
A cianzeiva da-o magon ;
Primma i êggi a se sciûgò,
Poi cosci a l' interrugò:

E per cose, bèll'erbetta,
ti ê con mi coscì arraggiâ?

De toccâte ùnn-a fêuggetta
No t'ho miga fæto mâ?
No son miga velenosa,
Che ti fæ coscì a ritrosa?

Ghe rispose a sensitiva:
Bella figgia, o l'è o mæ fâ
De retiame, e de pæi viva
Se me sento ùn pò toccâ,
Me pâ d'ëse ciù segûa,
O l’è l’instinto de natûa ;

Per to ben, forse, che anchêu
Sta domanda ti m’æ fæto,
Se ti è savia, aggila in chêu
Co-a risposta, che t'ho dæto ,
Perché a pêu vegnite a taggio,
No stâ a cianze .... addio.... bon viaggio.

È famosa la poesia del Porta contro l’estate: il Piaggio ne ha una contro l'inverno, scritta nel rigidissimo gennao del 1823.

Chi se prega e dixe ben
De l’Inverno e mâ da stæ,
Se meitieiva, dæte ben,
Un gran fracco de legnæ,
Ò per fâ a cösa ciù seria,
De mandalo un pö in Sciberia.

Orridiscima stagion,
Chi e do Mondo distrûzion,
Chi semenn-a dappertûtto
Stragi, orrô, rovinn-e e lûtto!

A campagna se despeûggia,
Secca o rammo, creûv-a a feûggia,
Ville in fasci, campi arsæ
Sensa ciù pastoì, né bû;
No se sente pe-i boschetti
Ciû i concerti di öxelletti ....

O stagion orrida e crûa,
Che chi è grasso perde a drûa,
E chi ha e gambe un pö ciù lisce
O diventa un stocchefisce!
Brûtto Inverno mascarson,
E gh’è chi se o prega ancon?

O che freiddo maledetto!
Neiva e giassa nèutte e giorno,
No se pèu asädâ ciù in letto,
Da cchi a ûn pö manco in lo forno ...
Se ven tûtti arrensenii
Rinrrcesciosi, intirissii,

O' pe-i calli ò pe-i brignoin,
O’ pe-a mûa che ve scarpenta,
O' a podraga chi v'addenta,
No se pèuiiu appunta i cäsoin.

No se sente che stranûi
Sciùsciâ nasi, arrancâ spûi,
Toscì, arvise .... Oh che stagion!
E gh’è chi se a prega ancon?

Questo è ninte: se montæ
Per disgrazia dove è o giasso
Unn-a gran patta piggiæ,
Ve rompï unn-a gamba o un brasso,
Se venissæ solo e sciappe
Poei laxâle quelle ciappe.

Ora di umore più allegro racconta il viaggio in diligenza a Milano che finì come quello di fraa Condutt col ricondurlo subito a Genova dopo la prima posta; ora canta lo follie carnevalesche:

Cattainetta, se vedesci,
Quanti matti e pöri nesci
D’ogni sesso, dogni etæ,
D’ogni stato mascheræ!

Aoa a modda pe-a Scignoetta
L’è vestise da Servetta,
Coscì a serva e o servitö
Da Scignòa, l’atro da Sciô;

Da Marchese o o carbonê,
E da Conte o perrûcchê:
Chi è ignorante, da Dottô,
E chi grasso, da Fattô;

Chi no parla, da Sûltan;
Chia a sa lunga, da Villan.


La nota patetica fluisce con abbandono affettuoso nelle poesie in morte della moglie.

Comme posso descrive, e tûtta dì
A tò amicizia, o to costante amô,
I belli moddi e o tratto tò gentî ...?

Dipinse comme posso o tò candô?
Quelle cûre a mi sempre prodigæ?
E be-o beu da famiggia o t fervô ?

Comme e fatighe, i stenti, l'anscietæ,
E i sacrifizi pe edûcâ i figgieu
Cö so læe, de genio e chèu allevæ? ...

E i späximi, e vigilie e i battichèu
Pe-i reisi in vitta, grazie ä so assistenza
Scrive da ûna penna no se pèu …

Consûmmoû da-i desgûsti e da-i magoin;
L’unico refrigerio che me resta
L’è o sovvegno de so Benedizoin;

Quando con man tremante e voxe mesta
Poco primma dell’urtimo respio
(Oh memöia terribile e funesta!)

A mi e a tûtti i figgiêu a l’ha compartio,
E girando poi placidamente i êuggi
Comme unn-a Santa a se n’ando con Dio
Lasciandom in t’un pelago de schêuggi.
 

 

GENOVA NELL’AVVENIRE

elle grandi città italiane veramente in progresso, Genova è senza dubbio tra le prime. Il fatto della costituitasi unità patria, le ha imposto una missione di progresso e di lavoro alla quale Genova si è sobbarcata con quello slancio, con quella forza, con quell’ardore, con cui ne’ suoi tempi andati si accingeva alle più ardue imprese, ai più fieri combattimenti.
È tuttla una trasformazione che s'è fatta negli usi, nelle leggi civili dei popoli in questo secolo di rigenerazione umana: ma subendo la trasformazione, vivendo pienamente nell’ambiente moderno, e secondando la legge progressiva che spinge la umanità al suo meglio, Genova non ha mutata, anzi ha rafforzata, ritemprata, la sua forte fibra, la sua indole tradizionale, caratteristica.
La città belligera, la città pugnace dei tempi di mezzo s’è fatta la città del lavoro per eccellenza: e nel lavoro e pel lavoro sostiene oggi una lotta che non è impari a quella che un dì sosteneva nei mari d’Oriente e d'Occidente, sugli armati galeoni. Genova, con lavoro febbrile del suo popolo di marinari e di trafficanti, paga
il tributo alla fortunata posizione naturale topografica, in cui l'opra consecutiva di tanti secoli la fece sorgere, crescere, prosperare.
Non si occupa la posizione eccezionale sul mare e rispetto all’Europa centrale da Genova tenuta, senza avere eccezionali doveri da compiere verso la patria comune, l’intera nazione, e verso chi, di qualsivoglia parte sia, che d’una tale posizione si può giovare. Genova l’ha compreso, e da molti anni, questo suo dovere, e lavora senza possa a compierlo, per quanto poco aiutata da chi avrebbe avuto obbligo assoluto, perentorio, di mettere a sua disposizione quei coefficienti materiali e morali indispensabili all’espansione delle sue attività, allo sviluppo del suo lavoro: Genova l’ha compreso il suo dovere verso la madre Italia e verso il mondo che lavora: e quantunque di frequente depressa da malsani sistemi economici, da rovinosi trattati di commercio, da inconsulti esaurienti balzelli; avversata, talvolta, dalle camarille di cointeressati affaristi o dall'odio cieco, stupido, partigiano di qualche uomo politico: trascurata sempre, per massima, da tutte le amministrazioni che tennero il governo del paese, - Genova, diciamo, lottando e vincendo, superando crisi ed ostacoli, procede diritta alla meta che le fu imposta dai tempi novi e ch’è di riuscire l'emporio massimo non solo d’Italia, ma dell’Europa centrale nel bacino Mediterraneo.

È da un ventennio e più, che l’Italia vede Genova alla prova, lavorare con ammirabile costanza in quest’opera di civiltà e progresso. Avuto riguardo alle peculiari condizioni economiche nelle quali ha sempre versato, e versa tuttavia la nazione: all'intristimento portato dalla concorrenza estera e dal fiscalismo interno alle nostre industrie: avuto riguardo alla crisi fortissima attraversata e non per anco del tutto superata dalla marina nazionale, contrastante fra la vela ed il vapore, e la prima soccombente, ai sacrifizi che costò il cambiamento di sistema e la creazione d’un navilio a vapore che ci mettesse in grado, se non di competere, almeno di non lasciarci del tutto schiacciare dalle marine d'altri paesi, rinnovate e poderose: tenuto calcolo di tutto questo e di tante altre ragioni che or sarebbe lungo l’enumerare, è duopo convenire che in questo ventennio Genova, raddoppiando, pressoché, la sfera del propri affari più che passi da gigante, ha fatto addirittura miracoli.
Negli ultimi vent’anni Genova, ha percorso la maggiore più scabra parte d’un periodo laborioso e difficile: ancora qualche anno di resistenza, di lotta e potrà guardare alla rivale che oggi le contende l'ambita meta, a Marsiglia, secura della vittoria.

In questi anni - che auguriamo tutte le forze della nazione concorrano a restringere nel minor numero possibile - Genova conquisterà uno per uno, tutti quei coefficienti di forza e di lavoro che tuttavia. le mancano, onde poter sostenere con sicurezza di trionfo la lotta colle piazze rivali.
Si compirà, cioè, il lavoro colossale per l’ingrandimento e sistemazione del porto il quale abbisogna, ancora di molto per essere portato a quel grado di perfezionamento nelle comodità per la marina ed il commercio, ch’è già toccato dai porti principali delle grandi nazioni marittime, e senza di che sarebbe inutile per Genova lo sperare di toccare la meta, ambita: sarà completata, la rete ferroviaria che deve unirla, di più brevi, facili, secure comunicazioni, col rimanente d'Italia, e coi valichi alpini del Moncenisio, del Gotttardo, del Brennero, della Pontebba: ed a tal uopo, oltrecché l’apertura, ancor problematica, della famosa succursale dei Giovi, concorreranno con grande efficacia la costruenda linea di Valle Stura che darà a Genova più diretta comunicazione col Piemonte: il progettato raccordo colla Parma-Spezia, per il monte Penna riavvicinante di quasi cento chilometri Genova alla valle centrale del Po, a Verona e quindi al Brennero ed alla Pontebbana: la continuazione della succursale suddetta con un raccordo diretto per Voghera, affine di avvicinare maggiormente Genova a Milano.
Allorché saranno compiute queste, opere di indeclibabile necessità per lo sviluppo dell’attività commerciale di Genova - opera al cui sollecito compimento, più che altro debbono presiedere il volere e 1e forze della nazione - e quando un miglior andamento della economia generale del paese renderà possibile alle nostre industrie, ed alla marinara in isipecie, vita meno tisica della presente, quando tutto questo, che non è poi né l’impossibile né l’irrealizzabile - si sarà ottenuto, lasciate fare a Genova, all’antica, città di San Giorgio: l'emporio massimo dell’Europa centrale, qui fra noi sarà un fatto compiuto.

E allora, fra venti, fra trenta, fra cinquant’anni - quando noi saremo scomparsi dalla scena del mondo - si avvererà quel sogno nostro stupendo, che ci mostrò Genova formante una città sola da Sestri a Nervi: arrampicantesi su pei monti con cento elevatori e ferrovie funicolari; addentrantesi per le valli con strade serpeggianti corse da rapidi trams: da un lato vivaio sterminato di officine, di fabbriche, di cantieri d’ogni genere: dall'altro, città sontuosa, moderna, elegante, popolata da un milione di lavoratori: miniera inesauribile di ricchezza per l’intera nazione: coll’ampio porto insufficiente al numero immenso delle navi che da ogni parte vi affluiscono, ampliato di nuovo, con moli ciclopici dalla Foce all’estremo limite di Sampierdarena.
E il rombare e lo stridere di innumerevoli officine e lo sbuffare di cento locomotive trainanti per ogni senso nelle vie del commercio i carichi vagoni: e il mugghiare gutturale e lamentoso dei vapori in arrivo o in partenza: e il ruzzolare d'infiniti carri, carrozze e veicoli d'ogni sorta: e il frastuono sordo, ma incessante della folla affaccendata nelle piazze, nelle strade, nelle borse, nelle loggie, nei doks, sulle calate, formeranno quell’armonia particolare del gran lavoro, inebbriante per chi sa comprenderla, e che insieme alle spire opaline del fumo di una miriade di comignoli, sale per l’erta a portar l’eco della vita della grande ed operosa città ai pacifici abitatori dei monti circostanti....

Tutto questo, si dirà dagli scettici, dagli svogliati dell’oggi, è un sogno al quale la fantasia dello scrittore s'è abbandonata e ha dato corpo.

È un sogno sì, per oggi; ma è un sogno che si parte da un fatto positivo irrefutabile: il progresso continuo di Genova; è un sogno che si svolge intorno ad un embrione vitalissimo: l'attività eccezionale della razza ligure. La Genova dell'oggi promette di compiere la missione, impostale dall' Italia risorta; la Genova dell'avvenire manterrà. Date tempo al tempo ed il sogno verrà realtà!