L'elogio del Camallo

Il camallo, nella Genova di ieri, era una figura emblematica. Quasi un'incarnazione dell'anima della città, l'espressione della forza, della potenza dell'uomo.

Quando al tiro del cannone i camalli tornavano a casa, noi bambini stavamo a guardarli con gli occhi pieni di meraviglia. Come fossero delle deità.


Uomini enormi, che camminavano a passo lento, roteando le spalle, mettendo i piedi, calzati in solidi larghi scarponi, uno davanti all'altro come per una danza.

La testa alta, il busto eretto, muscoli tesi che si indovinavano sotto la camicia. Sembravano statue di eroi greci.

I  pantaloni   piuttosto   abbondanti in vita, sorretti da una robusta cintura di cuoio, che reggeva anche la pancia.


La giacca cadente sulla spalla, tenuta da una mano, penso la destra. La sinistra, invece, reggeva il peccato quotidiano, inciso nell'animo del camallo come quello originale: “a piva”, la cosiddetta piva, un piccolo ricordo di quello che le robuste spalle avevano scaricato nella mattinata, da portare a casa, per un'ancestrale abitudine, anche se era qualcosa che non sarebbe servito. Una lattina di smalto da dare in cucina, il mezzo casco di banane, il sacchetto di carubbe (carrube), la manciata di caffé, quando andava bene, e quando non c'era altro un fascetto di legnetti da cassette, per accendere il fuoco.

Non era, nella volontà, un furto, era un'abitudine, un uso, un danno alla produzione riconosciuto come un costo.


E poi c’era il gancio. Il famoso gancio, strumento di lavoro, con il quale agguantare le balle. Lo portavano appeso alla cintura e camminando ondeggiava pericolosamente da natica a natica.

E noi, bambini, sempre a guardare aspettando che qualcuno si pungesse. Era la loro onorificenza.

Sul lavoro bisognava lasciarli stare, una  professionalità  riconosciuta in tutto il mondo, una forza, un equilibrio fisico e psichico, che, sulle passerelle a traverso dei bordi, con cento chili sulle spalle, li faceva diventare dei danzatori.


Sgreuzzi
 (poco raffinati) nel parlare, ma buoni come il pane di casa, compagnoni davanti al bianchino, solidali davanti al bisogno. Una dignità professionale che la lingua italiana ha premiato accogliendo la parola genovese camallo tra le sue.

Peccato, ora fanno tutto le macchine, il porto vuole degli ingegneri, e il camallo ha chiuso le spalle e sta a guardare la gioventù di oggi. Tutto bello,  comodo,  automatico, ma l'uomo non è più una forza della  natura,  diventa  ogni giorno un robot, un bottone. E, diceva Govi: "Un bottone? Allora basta un sarto".

Vito Elio Petrucci