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L'elogio del Camallo |
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Il camallo, nella Genova di ieri, era una figura emblematica. Quasi un'incarnazione dell'anima della città, l'espressione della forza, della potenza dell'uomo. Quando al tiro del cannone i camalli tornavano a casa, noi bambini stavamo a guardarli con gli occhi pieni di meraviglia. Come fossero delle deità.
La testa alta, il busto eretto, muscoli tesi che si indovinavano sotto la camicia. Sembravano statue di eroi greci. I pantaloni piuttosto abbondanti in vita, sorretti da una robusta cintura di cuoio, che reggeva anche la pancia.
Non era, nella volontà, un furto, era un'abitudine, un uso, un danno alla produzione riconosciuto come un costo.
E noi, bambini, sempre a guardare aspettando che qualcuno si pungesse. Era la loro onorificenza. Sul lavoro bisognava lasciarli stare, una professionalità riconosciuta in tutto il mondo, una forza, un equilibrio fisico e psichico, che, sulle passerelle a traverso dei bordi, con cento chili sulle spalle, li faceva diventare dei danzatori.
Peccato, ora fanno tutto le macchine, il porto vuole degli ingegneri, e il camallo ha chiuso le spalle e sta a guardare la gioventù di oggi. Tutto bello, comodo, automatico, ma l'uomo non è più una forza della natura, diventa ogni giorno un robot, un bottone. E, diceva Govi: "Un bottone? Allora basta un sarto". Vito Elio Petrucci
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