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Premessa
Nero fumo é una raccolta di storie di camalli, ovverosia, di lavoratori
del porto di Genova. Il loro nome arriva da lontano, probabilmente dalla
Turchia, dove "hamal" significa portatore. Lontano è anche
il tempo in cui, nel porto di Genova si poteva essere occupati al "nero
fumo", un settore lavorativo considerato tra i più umili e sporchi che
il porto potesse riservare.
I protagonisti delle storie raccolte sono i portuali della C.U.L.M.V.,
la Compagnia Unica dei Lavoratori Merci Varie del porto di Genova, che
hanno svolto il loro lavoro dal periodo precedente la guerra fino agli
anni '80.
Le testimonianze e la documentazione raccolta desiderano mettere in
evidenza la vita sociale dei camalli, il forte senso di solidarietà che
emerge dalle loro esperienze.
Solidarietà che si esprime sia nell'aiuto alle popolazioni colpite da
calamitá, sia nelle spedizioni umanitarie in paesi devastati dalla
guerra.
Le persone intervistate hanno rivestito, spesso, ruoli significativi
all'interno delle vicende portuali e, dietro di loro, si potrebbero
udire le molte voci di anonimi camalli che, con i loro sforzi
quotidiani, hanno dato corpo a scelte, decisioni, storie...
Il percorso intrapreso, in questo libro, non è una ricostruzione storica
in senso stretto, ma costituisce il tentativo di ripercorrere,
soprattutto attraverso il racconto orale dei portuali, le tappe che
hanno segnato la loro esistenza, il loro modo di vivere e i loro valori
sociali.
Queste vite hanno ricevuto l'impronta di drammi nazionali ed
internazionali che hanno attraversato il '900.
All'interno della Grande Storia, si sono costruite tante storie che
possono, grazie al desiderio di raccontarle dei protagonisti, far parte
della memoria collettiva.
Gli avvenimenti di questo secolo, appena trascorso, attraversano tutte
le testimonianze, ma il centro di ogni discorso è rappresentato dalla
connessione tra vita individuale e fatti della politica, ricostruiti non
secondo cronologie ufficiali, ma secondo le memorie dei protagonisti.
Ognuno puó sentirsi protagonista della propria storia; emergono
soprattutto sentimenti, emozioni, interpretazioni che il singolo ha dato
degli avvenimenti, in rapporto al ruolo occupato, al contesto d'azione,
alle funzioni esercitate, alle sensibilitá individuali rispetto agli
avvenimenti.
I temi trattati affrontano, quindi, la grande povertá e la precarietá
assoluta che dominava la vita dei camalli ma, al tempo stesso,
raccontano come il loro percorso fosse indirizzato ad un'unica meta:
diventare soci della Compagnia Unica per appartenere al porto di Genova,
motivo di vanto e di orgoglio sociale.
Il motivo di tanta soddisfazione nel fare parte della Compagnia e
soprattutto del porto é da ricercare nelle grandi capacitá lavorative
dei portuali di Genova, riconosciute in tutto il mondo, e nella
solidarietá umana che, da sempre, contraddistingue la storia dei
camalli.
Il trascorrere degli anni lascia emergere, dalle vicende narrate, come i
cambiamenti strutturali del lavoro in porto abbiano trasformato le
modalitá di relazione e le esigenze sociali dei camalli, che comunque,
anche in contesti storici mutati, continuano a tener fede al loro
impegno solidale nei confronti di chiunque sia in un grave stato di
difficoltá e nel bisogno di ricevere aiuto.

Scrivere storie orali
Raccogliere testimonianze orali e doverle tradurre m
forma scritta non é un compito semplice. Il lettore non ha la
possibilitá di avere di fronte il corpo di chi racconta; non puó vedere
il suo aspetto fisico, non puó sentire la sua voce, non puó notare i
gesti delle mani, l'espressione del volto. Tutto ció sostituisce in
grande misura l'uso della parola, trasformando una testimonianza orale
in un insieme plurimo di linguaggi.
In molte occasioni, durante i racconti, i silenzi oppure lunghi sospiri,
una risata, una contrazione repentina delle mani possono essere molto
piú significativi delle parole stesse.
Se lo sguardo di chi narra si sofferma a fissare un punto qualunque e
rivede ció che sta ricordando con profonda emozione, non é necessario
sottolineare in modo esplicito l'importanza emotiva di quell'episodio,
lo comunica il corpo nel suo repertorio di suoni, di immagini e
movimento.
Cosí é una grande responsabilitá riportare una testimonianza orale, non
solo per il dover essere fedeli ai racconti ascoltati, ma soprattutto
per il tentativo di trasmettere al lettore l'insieme di messaggi
comunicati oltre la parola.
Certamente il tentativo, in questo libro, non sempre sará andato a buon
fine.
Si é cercato, comunque, di trovare degli elementi che potessero
consentire al lettore di immaginare, nel modo piú verosimile, i diversi
protagonisti presenti.
La tecnica utilizzata, durante gli incontri, é stata quella
dell'intervista.
Viceversa, nella ricostruzione scritta, si é cercato di dare una voce
narrata che, al presente, riprendesse i temi oggetto dell'intervista. Si
é preferito lasciare scorrere il racconto dei testimoni, facendo in modo
che fossero proprio loro gli "io" narranti delle vicende, riportando il
racconto come discorso diretto, virgolettato in corsivo.
Nella successione dei capitoli, il lettore potrá incontrare il racconto
diretto dei camalli, alternato a considerazioni piú generali che, di
volta in volta, potranno costituire una maggiore precisazione del
contesto, informazioni specifiche riguardanti il lavoro o la vita del
porto, la vita del camallo protagonista del capitolo.
Un'altra scelta é stata quella di usare, per i racconti diretti, il
tempo alla forma presente.
La ragione é duplice: tutte le persone hanno offerto la loro
testimonianza riportando i loro ricordi come esperienze presenti, nitide
nella loro memoria, e operanti nell'oggi, come se il tempo non fosse
trascorso.
Riportarla al lettore in questa forma é sembrato un modo utile perché in
qualche misura potesse rivivere insieme ai protagonisti gli episodi
raccontati.
Inoltre, caratteristica comune a queste testimonianze é il loro essere
espresse in genovese, lingua usata comunemente dai camalli. Per una
maggiore comprensione del testo, si é ritenuto, comunque opportuno,
scriverlo in italiano. Per i genovesismi si é utilizzata come scelta
grafica il corsivo.
EIena Tramelli
La C.U.L.M.V.
La Compagnia Unica Lavoratori e Merci Varie ha una
storia che parte dal 1340, data della prima costituzione della Compagnia
dei Caravana (carwan, societá) del Porto di Genova. Ne facevano parte
solamente uomini provenienti dalle valli bergamasche, a causa di una
condizione statutaria che, a partire dal 1848, si trasformó in direzione
di una partecipazione non piú vincolata alla regione di provenienza.
Solamente nel 1946, alla fine della guerra, a partire dal 1° marzo,
prese il nome di C.U.L.M.V. (Compagnia Unica Lavoratori Merci Varie),
raggruppando tutti i vari gruppi organizzati che svolgevano attivitá
distinte all'interno del porto di Genova, nell'ambito operativo delle
merci varie.
Prima di allora, si potevano contare almeno sette Compagnie aventi
differenti specializzazioni:
la San Giorgio, di cui facevano parte i portuali che operavano a
bordo, ossia gli addetti al tiraggio;
la Stefano Canzio, composta dai camalli di terra;
i Commessi di Bordo che facevano la conta dei colli durante lo
sbarco e l'imbarco delle merci e la documentazione per la dogana;
la Compagnia dei Cassai e Barilai;
la Compagnia degli Imballatori, che si occupavano di ricucire un
sacco se si rompeva o controllare se tutti gli imballaggi erano stati
effettuati a regola d'arte;
la Compagnia dei Pesatori che godevano della fiducia sia dei
mittenti che dei destinatari delle merci;
la Compagnia dei Portabagagli ( i cosiddetti "camalletti",
addetti al trasporto delle valige dei passeggeri).
La storia della C.U.L.M.V, come si é giá accennato nella Premessa,
costituisce una fitta e intensa pagina di storia contemporanea, in cui
questioni politiche, scelte ideologiche e diritti dei lavoratori sono
profondamente intrecciati alle storie personali.
Certamente gli aspetti relativi alla storia della cittá e all'incidenza
su alcune vicende nazionali potrebbero costituire interessante argomento
per un altro libro... ma questa é un'altra storia... storia di camalli,
di solidarietá, di forze, resistenze, tenacie, storia di luoghi e di
tempi...
Ed é proprio per definire i contesti in cui si collocano queste storie,
che é bene ricordare alcune date significative e alcuni nomi
fondamentali per la Compagnia.
Nel 1900, il Prefetto Garrone firma un Decreto per lo
scioglimento della Camera del Lavoro. La risposta é uno sciopero dei
lavoratori portuali che, per la prima volta in Italia, si trasforma in
uno sciopero generale, il cui esito é la ricostituzione della Camera del
Lavoro.
É di quegli anni la nascita del partito Socialista...
Nel 1903 si costituisce il "Consorzio Autonomo del Porto (C.A.P.),
per l'esecuzione delle opere e per l'esercizio del porto di Genova" che
vede come presidente Stefano Canzio, fondatore della Compagnia di
facchinaggio omonima.
Il Consorzio nasce per dare risposte concrete a diverse necessitá del
porto: la messa in opera di nuove attrezzature, il coordinamento delle
innumerevoli operazione portuali nei principali rami d'attivitá
(industriali, merci varie e carbone) e l'introduzione di una razionale
regolamentazione tariffaria.
Il 1913 é l'anno di nascita del Sindacato Italiano delle
Organizzazioni Portuali, alla cui fondazione contribuiscono in larga
misura Pietro Chiesa, fondatore della Societá dei Carbonai (carbunin),
e Ludovico Calda, socialista riformista, dirigente della camera del
lavoro.
Appartiene a Giuseppe Torri l'idea di costituire il Sindacato; é un
operaio di Sampierdarena, giá maestro di Pietro Chiesa. Il suo lavoro
consiste nello spiegare i segreti della meccanica e i relativi ferri del
mestiere agli altri operai.
Nel 1918, le associazioni dei lavoratori assumono la gestione
diretta delle operazioni di sbarco e imbarco e diventano operativi l'"Ente
Cooperativo Scaricatori e Caricatori Merci Varie", la "Cooperativa
Generale Facchini" e la "Cooperativa Chiattaiuoli".
Con l'avvento del fascismo, tutte le societá di mutuo soccorso, le
cooperative e le associazioni operaie devono sciogliersi, ma "i traffici
portuali hanno le loro leggi" e le Compagnie si ricostituiscono
nuovamente.
Le Societá di Mutuo Soccorso saranno invece sostituite dai "Dopolavoro"
che il regime istituirá per avere la possibilitá di promuovere e gestire
le attivitá del tempo libero dei lavoratori.
Nel 1942, all'articolo 110 del Codice della Navigazione, é
sancito il principio della "riserva".
Tale articolo resta in vigore sino al 1994, stabilendo che le
maestranze addette alle operazioni portuali debbano essere costituite in
Compagnie o Gruppi, cui é riservata l'esecuzione delle operazioni
(tranne casi speciali stabiliti dal Ministero della Marina Mercantile).
Nel 1955, i portuali sono schierati fianco a fianco con i
lavoratori dell'Ansaldo, dell'Ilva, della San Giorgio e della Compagnia
del Ramo Industriale, in uno sciopero ad oltranza che dura ben 120
giorni.
In discussione il tentativo di reintrodurre il metodo della "libera
scelta" che consentiva alle ditte private di assumere portuali,
senza la mediazione del Ramo industriale che, precedentemente, svolgeva
un ruolo di "collocamento" degli addetti necessari e richiesti.
Il 30 giugno 1960, Genova é scenario di una gigantesca
sollevazione popolare, che influisce anche su scelte di politica
nazionale. Si vuole tenere a Genova, medaglia d'oro della Resistenza, il
congresso del Movimento Sociale. I partiti della sinistra e i sindacati
reagiscono, organizzando forme di protesta, all'interno delle quali i
portuali occupano un ruolo di primaria importanza.
A partire dalle prime manifestazioni in porto, ai raggruppamenti dei
giovani in piazza Banchi e in piazza della Nunziata, alle astensioni dal
lavoro, la cittá manifesta in massa e scongiura la possibilitá che il
Movimento Sociale tenga il proprio congresso a Genova.
Anche in altre cittá italiane avverranno manifestazioni e scontri che
porteranno alla caduta del governo Tambroni.
Nel 1968, il CAP (Consorzio Autonomo del Porto) emana
un'ordinanza che pone fine alla gestione privata dei servizi e,
contemporaneamente, si costituisce un'impresa unica di servizi ad
esclusiva gestione pubblica (SEPORT).
Ma, alla fine degli anni '60, inizia, anche all'interno del porto, un
periodo di durissimi movimenti di lotta operaia.
Nel frattempo, incalzano alcune trasformazioni significative
nell'organizzazione del trasporto delle merci: nel luglio del 1969,
entra in funzione il primo terminal contenitori del Mediterraneo.
Il 1973 é nuovamente anno di lotte: i portuali sono impegnati in
azioni di boicottaggio commerciale nei confronti delle navi del governo
cileno, dopo il golpe di settembre.
In quello stesso anno, si registra una forte flessione occupazionale
dovuta all'utilizzo di tecnologie sempre piú avanzate: contro gli 8.059
portuali del 1964 l'organico é ora ridotto a 5.886 addetti.
Gli anni 1982-1983 sono gli anni dei minimi storici per lo scalo
genovese perché anche i traffici diminuiscono drasticamente, producendo
un calo degli organici dei portuali.
La situazione esplode nell'inverno del 1983 con uno sciopero
generale nazionale della durata di 10 giorni: i lavoratori non vedono
concreta copertura finanziaria ai prepensionamenti previsti e sentono a
rischio la regolare erogazione dei salari. È
uno sciopero impressionante: la Compagnia predispone un'organizzazione
capillare.
Le parole dei testimoni raccontano di un dicembre gelido. Come raramente
accade nel capoluogo ligure, nevica.
I mezzi pesanti bloccano tutti i varchi d'accesso al porto e, per
presidiare costantemente i blocchi, si stabiliscono i turni con gli
stessi sistemi con cui si organizzano solitamente le squadre di lavoro.
I portuali si distribuiscono le mansioni: chi é di picchetto, chi deve
provvedere alle bevande calde, chi deve rifornire di legna per accendere
i fuochi. Di notte, vicino ai falò, si radunano tutti e ognuno
contribuisce come puó, portando un po' di carne o acciughe da arrostire
alla brace e si beve caffé caldo. Condividere le difficoltá riscalda gli
animi di chi sa che, ogni giorno, in realtá, c'é un prezzo da pagare per
ogni famiglia.
Ma la Compagnia é solidale e tutti gli appartenenti sentono che non c'é
altra via d'uscita che andare fino in fondo.
Durante questo sciopero, avvengono anche episodi indicativi del senso di
responsabilitá dei portuali. Alcuni camalli si offrono per condurre a
destinazione, con i propri mezzi personali, passeggeri con urgenze
particolari, rimasti bloccati in porto a causa dello sciopero.
Ma, aldilá dei singoli episodi e del clima che si respirava in quei
giorni, questo sciopero, in realtá, avviene in un momento di radicale
trasformazione e definizione delle sorti future del porto di Genova.
Infatti, la Compagnia crea, insieme al Consorzio e al suo nuovo
Presidente D'Alessandro, un patto d'intesa che dura per circa tre anni.
Questo periodo rappresenta un momento di grande ripresa della
produttivitá, del traffico mercantile e dell'immagine stessa di Genova.
Ma giá qualche anno dopo (e precisamente nel 1986), si registra
un cambiamento e, il 15 gennaio del 1987, il CAP (Consorzio
Autonomo del Porto) rende operanti i decreti in materia di
organizzazione del lavoro, che colpiscono duramente ruoli e compiti
della Compagnia.
Nel febbraio dello stesso anno, la C.U.L.M.V. é commissariata. La cittá
si divide in due, ma in seguito ad un'affollatissima sfilata per le vie
di tutta Genova, sfilata che unisce portuali e studenti, nell'opinione
pubblica si determina un'inversione di tendenza e i portuali ricevono
l'appoggio morale di una larga parte della cittadinanza.
La Magistratura, in marzo, giudica illegale il commissariamento e
reintegra a pieno titolo il Consiglio di Amministrazione.
Il Cardinale Siri ha un ruolo fondamentale nel contribuire ad una
riapertura di un confronto tra CAP e C.U.L.M.V.
Durante il ministero di Prandini, alla fine degli anni '80, sono
approvati una serie di decreti che indeboliscono il quadro di leggi
esistenti, vanificando i contratti di lavoro e rendendo precaria la
manodopera.
La risposta dei portuali é uno sciopero di 365 giorni, ad oltranza. Non
si é mai verificato uno sciopero piú lungo dal dopoguerra ad oggi.
Lo sciopero é gestito dall'assemblea permanente dei lavoratori, che ha
revocato il mandato di delega al sindacato, dal quale i lavoratori non
si sentono piú rappresentati.
A gennaio e marzo, una folla composta da studenti e da gran parte del
mondo del lavoro sfila in piazza, a fianco dei portuali.
Le donne dei portuali organizzano un proprio comitato di lotta e
si fanno promotrici di dibattiti, manifestazioni, iniziative varie che
le portano ad ottenere un'udienza dal Papa.
Durante la fase piú aspra e pericolosa dello scontro, nella sede del
Governo, alla presenza del Prefetto, la C.U.L.M.V. firma un accordo
tecnico/operativo con Aldo Grimaldi, presidente della Grimaldi Group (societá
privata).
Durante il Capodanno del 1990, inizia una nuova fase di ripresa
con la presidenza di Magnani, ma é un idillio che durerá ben poco e la
Compagnia si troverá in netta rotta di collisione con il nuovo
presidente.
Ricomincia cosí, un periodo di forti tensioni (mediate dal Prefetto
Marini) seguito dalla riapertura delle trattative che conduce ad
importanti risultati.
La Compagnia puó sviluppare la propria potenzialitá operativa,
gestionale e iniziative imprenditoriali, potendo stipulare contratti con
i terminalisti genovesi, in conformitá a criteri concorrenziali e
competitivi.
Si consolidano e si sviluppano anche gli accordi con la Grimaldi, la
Tirrenia e con il Terminal Frutta. Soprattutto l'accordo con la Tirrenia,
che ha scelto Genova come capolinea della Compagnia di Navigazione di
Stato, permette al porto ligure d'incrementare e richiamare traffici
importantissimi nel settore turistico.
La Compagnia, nel 1993, inserisce nei suoi ruoli i lavoratori
della Compagnia del Ramo Industriale e dei Carenanti.
Nel 1995 é assegnata provvisoriamente alla Compagnia l'area
portuale Libia-Canepa-Ronco, con la conseguente assunzione del ruolo di
terminalista, da tempo ambito.
Rivestire il ruolo di terminalista comporterá una trasformazione
giuridica della Compagnia (come si delibera nell'assemblea straordinaria
del 18 marzo 1995).
O Bacci,
Giovanni Battista Bazurro

Giovanni Battista Bazurro é un personaggio intenso: il suo sguardo
in alcuni momenti é inquieto e acuto, il suo sorriso - quando sorride -
é aperto e dolce.
La sua risata é moderata, accompagnata dalla mano che con un movimento
fine e il pugno quasi socchiuso nasconde un po' le labbra. Parla con
calma, la voce é bassa e le parole scelte con cura. I suoi discorsi sono
densi, le riflessioni profonde.
Di sé, delle sue emozioni non parla troppo, se non per far comprendere,
in modo piú diretto, alcuni racconti. Dei suoi affetti non dice nulla;
citerá (solo a tratti e per argomenti specifici) i propri genitori.
Ma quando parla di sé come camallo e dá la sua lettura di alcuni
avvenimenti di quel periodo, cambia improvvisamente e completamente.
Crede nel significato della testimonianza sul ruolo di una categoria di
lavoratori nella vita di una cittá; pensa che le storie di lavoro
appartengono al porto, a Genova.
È la storia della vita dei camalli che si
costruisce nelle sue parole.
Non trancia mai giudizi, anche rispetto a questioni sulle quali ha
riflettuto a lungo nel corso della sua esistenza.
Si capisce immediatamente che é una persona che sente altissimo il senso
di responsabilitá che lega l'esistenza di un individuo anche ai suoi
singoli gesti.
Riflette in continuazione mentre parla e, ogni tanto, s'interrompe come
se seguisse un suo dialogo interiore, poi riprende e spiega quale
pensiero ha interrotto il suo racconto. È
sempre attento a non trascurare l'interlocutore, desidera che comprenda
con chiarezza il fluire delle sue parole e dei suoi ricordi.
Anche l'abbigliamento indossato durante l'intervista contribuisce a
delineare il suo personaggio: indossa jeans marroni di cotone pesante,
camicia a quadretti.
Le mani sono grandi, un po' deformate dall'artrosi, ma la pelle é
morbida e quando stringe la mano guarda negli occhi e vedi che non é
solo un gesto di saluto scontato.
I capelli sono bianchissimi e i modi con cui parla con i suoi amici
camalli sono garbati, ancora rassicuranti.
E stato partigiano, é socio della C.U.L.M.V. ed é in pensione. Nella
C.U.L.M.V. ha avuto incarichi dirigenziali, tra i quali quello di
Presidente della Cooperativa Antonio
Negro.
Ora vive tra Genova e l'isola d'Elba.
Si capisce che, anche se gli anni sono trascorsi, Bazurro é quello che
doveva prendere decisioni che riguardavano anche le sorti degli altri,
altri che hanno fiducia in lui, perché se l'é conquistata sul "campo".
Intorno a lui si sente ancora tutto questo clima, tutto é ancora
presente. Lo si puó notare nei piccoli gesti, nel modo di interloquire.
E un uomo che trasmette un'autentica autorevolezza, che sa di essere ben
voluto e stimato; per lui é sufficiente condividere, discutere, capire e
lavorare insieme, oggi come allora.
Il progetto della Compagnia Unica
Giovanni Battista nasce a Genova, il 13 febbraio del 1926.
È figlio di un portuale. La sua gente é di
campagna, di San Siro di Struppa. Cresce in una casa modesta; intorno
c'é solo un po' di terra della sua famiglia. Ha una sorella di due anni
piú grande e un fratello di due anni piú giovane.
Inizia a lavorare a quattordici anni, alla Doria, una corderia di
forniture di bordo. Rimarrá in fabbrica per quattro anni, fino al maggio
del 1944.
Ma, essendo Giovanni Battista nato nel primo semestre del 1926, rientra,
per un Decreto emanato dal governo, nel novero delle persone obbligate
ad andare a lavorare in Germania. I proprietari della fabbrica in cui
lavora sono due: Vicini, un brav'uomo, e Boglioni, un fascista sempre in
camicia nera.
Quest'ultimo, un sabato mattina, entrando nello stabilimento, chiama
Bazurro consegnandogli il suo libretto di lavoro e lo invita
energicamente ad andare a lavorare in Germania.
All'interno della fabbrica c'é Pippo, un capo operaio che inizia ad
orientare alcuni giovani verso la Resistenza. Consiglia a Giovanni di
non partire, ma in realtá "sfonda una porta aperta" perché Bacci non ha
nessuna intenzione di andare in Germania. Anche la famiglia condivide
questa decisione. Da San Cosimo di Struppa molti altri ragazzi sono giá
partiti per le Langhe, per non sottostare al Decreto.
Giovanni Battista entra nella OTO (un'organizzazione
clandestina), guidata da Otorino Balduzzi.
In un primo tempo, il suo nome da partigiano sará Castagnino,
perché da subito é apprezzato dal capo del gruppo, Castagna.
In seguito, entra nelle formazioni Garibaldi, prima nella Terza
Divisione Garibaldi "Cichero" e precisamente nella brigata
BERTO, poi nella VOLANTE SEVERINO, in cui rimarrá sino alla
Liberazione e dove avrá un nuovo nome:
Ermes.
In montagna ci sono molti figli di portuali che intrattengono stretti
contatti con il Ramo Industriale del porto.
Ci sono i fratelli Marollo che, insieme a tanti altri, tentano di
salvare il porto perché le banchine sono tutte minate.
Per Giovanni Battista, i tempi della Resistenza in montagna e i discorsi
sui progetti per il porto sono densi di emozioni. Sono i momenti della
sua formazione e le strade che intraprenderá nella sua vita successiva
hanno preso l'avvio allora.
«Anche in montagna, nei momenti di attesa, si discuteva
approfonditamente del futuro del porto: si analizzavano con impegno le
varie prospettive, le differenti posizioni rispetto ad un futuro che
rappresentava il ritorno alla normalitá».
Quando parla di questo argomento, lo sguardo cambia e dice di sentire
ancora tutti i discorsi di quel periodo nella testa.
È di nuovo lá.
Lui, giovanissimo, ascolta con estrema attenzione. Sono discorsi ai
quali non é ancora abituato, discorsi "da grandi" che affrontano
problemi di riorganizzazione del porto nel prossimo futuro, senza piú
guerra.
Sono complesse e articolate riflessioni degli uomini che conoscono in
prima persona la realtá portuale. Si spiega ai piú giovani, quello che
forse qualcuno non sa ancora. Parlano anche della "Societá dei
Forti", nata alla fine dell'800, ma che ancora, per certi
aspetti, sopravvive. Non sono troppo lontani i tempi in cui erano
soprattutto loro, i "Forti", che detenevano buona parte del potere di
farti lavorare o no.
«Passavano con le chiatte sotto le banchine e urlavano: "Chi ha fame
s'imbarchi!". Se lavoravi per loro dovevi anche spendere i tuoi
guadagni nei loro negozi di alimentari, nei loro bar, nelle loro
osterie. La sera, spesso, facevano alzare anche il gomito ai piú
ingenui, così quel poco che gli era rimasto in tasca non arrivava mai a
casa. Se "sgarravi", ti davano appuntamento in quella zona della
cittá che per sempre ricorderá i loro modi: le Mura della Malapaga.
E lì ti pagavano, con le botte, naturalmente.
Ma, in quei tempi difficili, si cerca di capire quali condizioni e
opportunità si potranno presentare ai lavoratori quando la guerra sarà
finita.
Né il "Sindacato Italiano delle Organizzazioni Portuali", né la
ricostituzione delle Associazioni operaie sono considerate sufficienti.
Ogni giorno di piú prende corpo il progetto di unire tutte le Compagnie
in una - UNICA- per tutti i lavoratori del porto, per tutte le merci che
vi transitano, in entrata e in uscita: la C.U.L.M.V.
Le persone che redigono il documento di fondazione della C.U.L.M.V. non
sono in montagna, ma fanno parte del Comitato di Liberazione, che é in
strettissimo contatto con tutte le Brigate. Questo consente di
raccogliere, nel migliore dei modi possibili, tutte le idee elaborate.
Lo Statuto é scritto a mano e viene stilato nel novembre del 1944, in
casa di Sebastiano Zucca del CLN (commesso di bordo), alla presenza di
Mario Zunino (della San Giorgio), Mario Cavanna (della San Giorgio),
Filippo Pinasco (della Stefano Canzio), Stefano Canzio (della Stefano
Canzio), Ettore Pancini (commesso di bordo), Vittorio Cevasco del CLN
(rappresentante del CAP)».
Bacci ha bisogno di stemperare un po' i ricordi; quelli della montagna
sono stati troppo intensi, vicini, vividi. Per un attimo cambia
discorso, ha bisogno di ritrovarsi in porto.
Ora torna con la mente al lavoro del settore coloniale con i caravana,
quando si devono camallare i sacchi di caffé e spezie.
«Ti carichi i sacchi sulla schiena - quel carico che ti spezza le
reni - e inizi a salire. Ogni magazzino, chiamato "quartiere", porta il
nome di un santo: Santa Maria, poi San Giorgio e arrivi fino a Sant'llario,
ma non sei ancora arrivato, perché dopo tanta salita c'é ancora una
scala a pioli. Per un attimo, puoi pensare di aver preso la strada per
il paradiso, ma non é cosi, si ridiscende. Al ritorno, non puoi prendere
fiato, perché ti caricano di un altro sacco e quando, alla fine della
discesa, passi davanti al vecchio caravana, lui infila un anello in
un'asta d'acciaio: in questo modo tutti i sacchi, a fine lavoro, sono
contati».
Bazurro ritorna a parlare della nascita della Compagnia.
Gli ultimi ad entrare nella Compagnia Unica sono proprio i caravana che
arrivano nel 1952.
La Compagnia Unica, invece, prenderá corpo nel 1946.
Ma a parlare, in quel momento é ancora Ermes, il partigiano, e i giorni
della Liberazione ritornano alla mente.
Per la Liberazione arrivano in cittá le brigate partigiane: per prime la
brigata Balilla e la brigata volante Severino, nella zona di ponente, e
i partigiani della montagna nella zona di levante. Il 24 aprile, Ermes e
la sua brigata liberano tutta la Val Bisagno e il 25 sono a Genova,
nella zona di Albaro e della Foce.
Ermes rimane nella polizia partigiana per un anno, ma la sua idea fissa
é quella di lavorare in porto. Mangini (uno dei presenti alla stesura
dello statuto della Compagnia) gli consiglia di rimanere nella polizia
fino alla Costituente.
Alla fine della guerra, la zona del porto é completamente distrutta e la
Compagnia lavora nella zona della Foce. È lì
che arrivano a Genova le navi degli aiuti. Sono soprattutto derrate
alimentari quelle che si devono sbarcare.
Bazurro riesce finalmente ad entrare in porto nel maggio del 1946 e il
suo é un inizio abbastanza agevolato, non solo perché figlio di un
socio, ma anche perché la Compagnia si é appena formata.
Come tutti quelli della sua famiglia, Bazurro comincia il lavoro in
porto camallando e il suo nome diventa "0 Bacci".
Bacci socio della Compagnia
Unica
Bacci si sente privilegiato rispetto a chi arriverá dopo in
Compagnia.
E molto grato agli anziani, perché sono stati loro ad avere l'idea di
cambiare qualcosa nell'organizzazione del lavoro.
Prima della guerra, l'avventiziato dei portuali era durissimo, perché
c'era la "libera scelta", mentre, con la nascita della Compagnia, inizia
ad esserci una diversa idea della distribuzione del lavoro.
II clima del porto, nel 1946, é molto particolare perché tutto é in
ripresa. Le persone sono uscite da una guerra atroce ed hanno alle
spalle una vita che, anche negli anni precedenti la guerra, era spesso
segnata dall'indigenza, dalla fatica di giorni interamente dedicati alla
ricerca dei mezzi per sopravvivere.
I padri dell'epoca di Bacci conducevano una vita terribilmente faticosa,
subivano angherie molto pesanti: non c'erano regole in porto, se non
quelle stabilite da chi dava lavoro.
Finita la guerra, forti delle esperienze fatte, i padri sono diventati i
maestri, sono quelli che hanno progetti sulle trasformazioni del porto
(perché ne conoscono i problemi) e sono quelli che ora, in parte, li
sentono realizzati.
«T'insegnano il lavoro e tutto il resto. C'é una spinta fortissima
dei "vecchi" a sostenere la Compagnia: non perdono mai occasione di
ricordare ai figli la necessitá della difesa di tutte le conquiste
ottenute grazie alle loro battaglie.
... ma, da parte di alcuni, c'é il forte timore che i cambiamenti
possano costituire la perdita di qualche privilegio».
Bazurro e i suoi compagni sono cresciuti respirando gli ideali dei loro
genitori verso la Compagnia.
Bacci sente giá che le cose sono diverse da come le vivevano gli
anziani, ma non sono ancora i tempi dell'autonomia rispetto ai genitori
(che, peraltro, sono ancora in porto a lavorare). Peró, l'esperienza "da
partigiani" ha trasformato profondamente i ragazzini di pochi anni
prima. Ma i genitori continuano a tenere sotto la loro ala i giovani,
insegnando loro come guadagnare, come risparmiare, come stare al mondo.
I ragazzi, da un lato, sono grati, ma dall'altro, com'é nella natura
delle cose, matura la voglia di prendere in mano la loro vita e di
trasformare il mondo, seguendo i propri ideali.
Bazurro ricorda, con molta tenerezza, che sin da bambino vede i camalli
- mariti o figli- che arrivano in famiglia con la paga e la consegnano
alla donna di casa.
«Sono le donne che amministrano l'economia familiare. l camalli si
fidano delle loro mogli, sanno che gestiranno il poco denaro nel modo
migliore. Le loro donne non sprecano nulla, hanno un grande rispetto del
lavoro del marito. Quardo i figli hanno bisogno di comperare qualcosa,
anche se sono gia camalli, chiedono il permesso alla madre.
È lei l'unica a poter valutare se l'economia
familiare possa o meno consentire quell'acquisto.
l soldi, nelle famiglie dei camalli, appartengono alla famiglia, sia che
l'abbiano guadagnati il padre o il figlio di qualsiasi etá. Sino a che i
figli vivono sotto il tetto dei genitori, i soldi si danno alla madre.
Le famiglie dei portuali vivono in case vicine e, spesso, le donne
trascorrono insieme il loro tempo.
Le madri, solitamente, non s'intromettono nelle questioni amorose dei
figli maschi, chiedono solo di poter conoscere la futura sposa, per non
correre il rischio di affezionarsi ad una ragazza che e "solo di
passaggio".
Sono piú i padri a desiderare di suggerire, indicare, proporre,
probabili fidanzate. Di solito, la loro preferenza "cade" sulla figlia
di un amico camallo, perché questa ragione -da sola - garantisce che é
una brava ragazza. Parlano a lungo - questi padri - di "quella" brava
figetta che sa tirare così bene la pasta, o di "quell'altra" che sa
cucire meravigliosamente; cercano di indicare ai figli future mogli che
possano garantire alla famiglia tranquillitá e aiuto concreto».
In questo, peraltro, i camalli del tempo non si differenziano in nulla
da tutti gli altri padri della loro stessa epoca.
«Siccome in porto si lavora di giorno e di notte, la famiglia dei
portuali deve accettare di vedere pochissimo i suoi uomini; ma é un
sacrificio necessario, non c'è alternativa: il lavoro é questo. Bisogna
essere m porto la mattina presto perché la prima chiamata é intorno alle
sette, massimo sette e me'zza. La seconda é alle tredici e l'ultima alle
diciannove».
Bazurro, in quel momento, é alla chiamata: é Baccí che é tornato lí. E
cosí intenso il suo racconto che sembra di poter sentire le voci dei
camalli che aspettano. In tanti prima. Solo in pochi, piú preoccupati,
dopo. Sembra possibile vedere le luci del giorno che cambiano mentre i
camalli sono sempre lí che aspettano un lavoro.
«Sono gli ispettori che chiamano, e dicono il numero di matricola,
quello che hai scritto nel 0 Latton,
quello da socio. I camalli chiamati rispondono tutti alla stessa
maniera: "Ou'", "Ou' ", "Ou'", "Ou'", "Ou'", e si
deve fare in fretta a sentire, a guardare e a marcare le presenze. Se
non ti chiamano al primo turno, devi aspettare la chiamata dopo e,
altrimenti l'altra ancora. Tra una chiamata e l'altra non conviene
allontanarsi, perché capita che, durante i lavori, qualcuno debba essere
sostituito, oppure servano piú uomini e gli ispettori tomino a chiamare.
Tra il momento della chiamata e l'inizio del lavoro c'é un'ora, per dare
a tutti il tempo di raggiungere il luogo di lavoro nel porto.
Uno dei turni piú duri, durante la notte, é quello "alle carni", ovvero
al magazzino delle scorte militari, la Mainetta. Le scorte di
carni, scaricate dalle celle frigorifere delle navi, vengono imbragate
nelle "reti giapponesi"
(reti di acciaio), calate dalla gru sui "plancé" (balconate), al fianco
della nave e poi calate nuovamente, fino al livello della banchina.
Altre volte, dalle celle, le carni vengono fatte scivolare sulle guide
di metallo, fino alla banchina. Arrivate a terra, i camalli aprono le
reti, caricano sulle spalle un quarto di bue e lo portano nella cella
frigorifera del magazzino della marina.
Bisogna continuamente entrare e uscire dalle celle frigorifere e, a
volte, lo sbalzo di temperatura, puó essere anche di 48 gradi, perché le
celle raggiungono i meno 24 gradi.
Dall'inizio del turno delle venti, devi arrivare a mezzanotte (il
momento della pausa), per poi riprendere il lavoro all'una. Bisogna
"tirare" fino alle sei, ma quasi sempre, verso quell'ora, compare il
caporale, e senza neppure aprire bocca, alza due dita. Tutti sanno giá
che vuole dire altre due ore di lavoro. Significa che si finirá alle
otto e che il ghén della notte s'incrocerá con quello del giorno. Alla
mattina alle sette compare, insieme agli altri, Maxin, il capo ghén, un
uomo dalla corporatura enorme, forzuto tanto da prendere un quarto di
bue, farlo girare e infilarlo precisamente dove va messo».
Il ghén é la squadra di lavoro. Puó essere composta da un minimo
di sette uomini ad un massimo di quindici. Gli uomini che la formano
lavorano sempre insieme, perché hanno il numero di matricola consecutivo
e quindi, ad ogni chiamata, rispondono sempre nello stesso ordine.
Probabilmente Maxin é il capo di questa squadra grazie alla sua forza,
che gli ha consentito di avere un ruolo primario all'interno del suo
ghén. In ogni gruppo di portuali c'é sempre uno di loro che diventa il
capo, non inteso gerarchicamente, ma soprattutto come figura di
riferimento per gli altri. Il ghén si costruisce gradualmente, perché
come per qualsiasi altro gruppo ha bisogno di propri tempi affinché i
singoli si conoscano e si mettano alla prova l'un l'altro.
Una volta terminato il periodo di "rodaggio", il ghén assume una
specifica identitá e i suoi uomini costituiscono un nucleo compatto,
solidale e cosí unito da essere considerato, da tutti gli appartenenti,
una seconda famiglia.
É la fine degli anni '50 e siamo giá alla decima, dunque i portuali
ricevono la paga ogni dieci giorni.
Pilo, un padre
Tra i tanti padri della Compagnia, in molti ne ricordano uno,
con un affetto particolare: 0 Pilo, Giuseppe Piana. Il suo
diminutivo non nasce in porto, ma all'interno della sua famiglia. A
portare lo stesso soprannome é anche un suo cugino, anch'egli portuale,
ed entrambi l'hanno ereditato dal nonno Pilo.
Per Bacci, Giuseppe é stato un maestro e un amico.
«É un uomo dalle capacitá inventive fertili. Lo dimostra alla fine
della guerra, quando, insieme agli altri portuali, si trova a rimuovere
dal porto le macerie lasciate dai bombardamenti e a lavorare per la
ricostruzione. Il suo grande cruccio é la mancanza di strumenti per
lavorare. Piú volte pensa a possibili attrezzi e chiede agli amici
dell'officina se, secondo loro, sia possibile realizzarli; ogni volta si
sente rispondere "0 femmo" e una volta costruiti dagli operai, gli
strumenti ideati da Pilo rispondono perfettamente alle necessitá.
Rispetto agli altri padri, ha la capacitá di insegnarti il lavoro, di
spiegarti le cose, riuscendo a farti sentire alla pari. Parlando con lui
senti che puoi dire la tua idea, perché per lui, conta come la sua. É
cosí con tutti. Anche se una persona ha meno esperienza di lui e non sa
guardare le cose da diversi punti di vista, lui insegna come imparare a
farlo. Quando ascolta l'opinione di un altro, che per lui ha torto, lo
dice subito e senza mezzi termini. Discute con chiunque, amici e nemici
e, con tutte le argomentazioni possibili, esprime il suo punto di vista.
Le volte che comprende che forse sta sbagliando (e questo accade
raramente), non ha nessun problema ad ammetterlo e a rivedere la sua
posizione iniziale.
Per un lungo periodo, tra i tanti incarichi che ha avuto, Pilo é
ispettore della Compagnia, addetto alle attrezzature.
Nel suo lavoro é un uomo tutto d'un pezzo. Controllare le attrezzature
significa anche capire la pericolositá di certi strumenti, verificarne
l'utilizzo.
Pilo é sempre molto attento e scrupoloso verso il suo lavoro; sa
perfettamente che, spesso, é proprio dalle attrezzature che dipende l'incolumitá
dei portuali.
Pretende molto dagli uomini che gli lavorano accanto, ma é lui il primo
ad essere instancabile, il primo ad accorgersi se qualcosa non é in
ordine».
In porto lo conoscono tutti e ha amici di tutte le etá. Quando Pilo
pensa che sia giusto che i camalli partecipino a qualche manifestazione,
ci sono tutti. Ogni volta riesce a spiegare in modo chiaro, perché si
deve essere uniti nel prendere determinate posizioni. Dopo l'8
settembre, quando i tedeschi presidiavano il porto, Pilo lavora alla
Canzio e mentre sta spostando una cassa, questa scoppia. La
deflagrazione non é troppo potente e gli provoca, per fortuna, soltanto
una ferita non grave alla testa. I tedeschi vogliono arrestarlo, ma lui
si difende dicendo che se fosse stato il responsabile, certamente
avrebbe fatto in modo di non trovarsi lì in quel momento. Lo lasciano
libero. Dopo il 25 aprile, viene lodato dai suoi compagni per quello
stesso episodio. Ma Pilo non c'entra davvero e l'ha sempre detto agli
uni e agli altri, ma per tutti é lui l'artefice del gesto. Racconta
spesso questa storia, come esempio per spiegare ai piú giovani come la
realtá, a volte, sia molto diversa da come possa sembrare.
Alla fine della guerra, quando alla chiamata non si trovano piú
fascisti, un giorno un portuale gli dice: "Pilo monta su", cosí,
semplicemente, senza bisogno di fare tanti discorsi. I camalli sono di
poche parole, Pilo risponde "No, se é uno solo a dirmelo". Si alza un
coro di conferma. Comincia allora il suo lavoro di maggiore
responsabilitá in porto.
«E Pilo é un padre che non guarda indietro per mostrarti le
difficoltá e le fatiche della strada che ha percorso, ma cerca di
metterti in guardia rispetto al cammino che dovrai affrontare tu.
Ti chiede di essere pronto per andare avanti».
I padri dei tanti Bacci iniziano ad andare in pensione intorno al
1966-1970 ed hanno esattamente sessant'anni. Fino all'ultimo giorno di
lavoro caricano, insieme agli altri, cinque vagoni di salsa. Alla fine
sembra che la stanchezza non sia piú un problema, sembrano non sentirla.
Eppure ne hanno tanta sulle loro spalle, ma guardano il porto come se
racchiudesse solo ricordi belli. In realtá é del porto che i camalli non
si stancano mai.
Anche adesso Bacci non é ancora stanco del porto, ma non torna troppo
spesso in Compagnia. Lo fa solo quando é certo di trovare i suoi amici,
quelli che come lui provano una grande malinconia nel ripensare agli
anni in cui «se trovavi qualcuno sulla chiamata che non aveva piú
neppure un lirino in tasca, gli dicevi "andiamo a mangiarci un panino".
Poi si beveva al fontanino, quello stesso in cui si dovevano lavare i
lavoratori del nero fumo, quel fontanino che ti dá l'acqua come il
contagocce. Se tu fossi andato solo avresti avuto i soldi anche per una
birra, ma preferivi cosí».
Essere un camallo della Compagnia per Bacci é stato questo.
Bacci e le calamitá naturali
A Bacci e a tutti i portuali sta molto a cuore ricordare gli
interventi che la Compagnia ha effettuato in occasione di varie calamitá
naturali.
E come se la solidarietá appresa nel mondo del lavoro fosse diventata
una sensibilitá tutta speciale per chi soffre, per chi si trova ad affrontare
problemi piú
grandi di lui. Questa esperienza chiede di essere ricordata, perché
altri se ne possano servire.
Racconta, dunque, Bacci di quando non esisteva ancora la Protezione
Civile e
gli unici gruppi attrezzati per intervenire, in caso di calamitá, erano
i Vigili Urbani, la Compagnia e i Vigili del Fuoco.
Nel tempo del suo racconto, insieme a lui, c'é Beppe Morabito (che, in
quel periodo, é ancora camallo, solo dopo diventerá caporale), e i primi
soccorsi che
organizzano insieme sono quelli durante le alluvioni del Polesine, di
Firenze, del
Cadore e del Friuli.
I suoi ricordi si focalizzano su San Pietro e Santo Steíano di Cadore.
In quella zona c'é un paese, Cost'Alta, che sta scivolando a valle. La
gente non
sa piú cosa fare. Dopo un intervento iniziale, nei primi giorni di
dicembre, i portuali decidono di ritornare a Genova per raccogliere rapidamente un
grande quantitativo di scorte alimentari. Riescono nel loro proposito e
ritornano. Insieme a Bacci, in quell'occasione, c'é anche un dirigente della
Compagnia,
Emanuele Borneto, uomo che - tutti sanno - non conosce le vie di mezzo:
per
lui una situazione o é bianca o é nera.
In sintesi un uomo tutto d'un pezzo, amato da tutti in Compagnia e alla
cui storia é intrecciato il suo nome.
Quando Borneto e Bacci tornano nel Cadore, sono accolti dal sindaco e
dagli
assessori che ringraziano per gli aiuti e chiedono che il materiale sia
scaricato,
precisando che poi provvederanno direttamente alla consegna alla
popolazione.
La reazione di Borneto é esplosiva: non puó assolutamente "abbandonare"
la
merce, raccolta da tutti i portuali, senza vederla nelle mani della
popolazione
soccorsa.
Si é assunto una responsabilitá e deve portare a termine il compito,
deve poter
dire, tornando a Genova, come sono state distribuite le scorte dei
generi alimentari. I camalli e i portuali non sono ricchi e per poter mandare gli
aiuti hanno dovuto rinunciare ad una spesa per la loro famiglia.
Questi argomenti e la determinazione di Emanuele convincono le autoritá
del
posto ad organizzare la distribuzione per il giorno seguente, lasciando
decidere
ai camalli le modalitá di gestione delle consegne.
Bacci, Borneto e gli altri si fanno dare tutte le informazioni
riguardanti il numero di famiglie presenti e i componenti di ogni nucleo. Lavorano sodo,
per poter orgnizzare equamente la distribuzione degli alimenti.
L'indomani, al centro di distribuzione arrivano alcuni bambini con
piccole gerle, poco speranzosi di poter ricevere aiuti significativi; ma gli aiuti
sono così
consistenti che i bambini non riescono a riportare a casa tutti i generi
alimentari assegnati al loro nucleo. All'inizio, hanno paura a lasciare il
cibo per andare a chiamare gli adulti, perché temono di perdere tutto, ma i camalli
riescono a tranquillizzarli e a far comprendere che quella roba spetta
alle loro famiglie
é la loro - e che nessuno gliela porterá via...
In un'ora, grazie all'organizzazione con cui i portuali hanno previsto
le modalitá di distribuzione, vengono consegnate tutte le scorte alle famiglie
incredule
per la quantitá inaspettata di aiuti ricevuti.
Una delegazione del porto di Genova ritorna nella zona per l'Epifania e
rimane
sconvolta per lo stato in cui trova la popolazione: una miseria assoluta
regna
ovunque.
I portuali sono carichi di doni e dolciumi per i bambini, perché
l'intento é quello di festeggiare con loro la befana, ma sono letteralmente assaliti
dagli adulti.
Purtroppo, per quella popolazione, i tempi di ripresa dalla sciagura
subita saranno ancora molto lunghi.
Bazurro dimostrerá nel tempo di avere una particolare capacitá nel
sovraintendere ai lavori per l'organizzazione delle squadre e dei materiali
necessari nelle
zone d'Italia colpite da calamitá naturali.
In seguito a questa esperienza in Irpinia, il compito di Bacci cambierá
e lui non
si recherá subito sul luogo della catastrofe, perché il suo compito piú
prezioso lo
svolgerá a Genova, dove, con grande abilitá (sia all'interno del porto
sia nella
cittá), procurerá - velocemente e nel modo migliore - tutti gli aiuti da
inviare.
Solo dopo si recherá sul posto.
Il terremoto in Irpinia
Nel 1980, sotto il mandato del Console Agosti e del Consiglio
d'Amministrazione, dopo il terremoto in Irpinia, é Bazurro ad inviare Sossai e
l'assessore comunale Iosi
per capire com'é la situazione e come i portuali possano rendersi utili
alla popolazione terremotata.
L'assessore e il consigliere della C.U.L.M.V. sono ricevuti da
Zamberletti, Commissario Straordinario per le zone terremotate, che chiede loro di
recarsi a Laviano e a Colliano.
Il tragitto é un incubo perché sta diluviando e ci sono i morti che
galleggiano
nell'acqua. Il sopralluogo si interrompe alla vista di una madre
disperata con in
braccio un bambino in fin di vita, che corre a chiedere aiuto agli
elicotteristi
dell'aeronuatica, accampati con il loro mezzo a pochi metri dalla sua
casa. A
causa del maltempo, il pilota non puó alzarsi in volo perché é in attesa
di ricevere nuovi ordini.
Iosi si avvicina e chiede al pilota di fare il possibile per poter
partire. Anche l'assessore genovese parla via radio e non si allontana fino a quando il
pilota riceve il benestare per il decollo e l'autorizzazione ad atterrare presso un
ospedale
della zona, che é ancora in grado di accettare i feriti.
In seguito, Sossai e Iosi sapranno che, se l'elicottero avesse tardato
ancora qualche minuto, per la bambina sarebbe stato troppo tardi.
Nel frattempo, Sossai é raggiunto da Avvenente, un socio della
Compagnia
Ramo Industriale. I due dormono in una canadese, sotto la quale
sistemano delle fascine, perché il terreno é intriso d'acqua. Sono coperti con il
loro eskimo
(che i portuali genovesi hanno sempre chiamato cagnaro), ma il freddo e
l'umiditá di quei giorni sono quasi insopportabili. I due camalli, in
contatto quotidiano con Bacci, comunicano la lista di tutto ció che la Compagnia puó
fornire per i soccorsi.
Sossai e Avvenente cercano un piazzale abbastanza grande dove poter
collocare i soccorsi in arrivo da Genova.
Tutto é invaso dalle macerie, il terreno fangoso é molto dissestato e
sconnesso.
Dopo un colloquio con i vigili del paese, si decide di utilizzare un
grande campo di grano, in quel momento completamente allagato.
I due portuali in attesa degli aiuti prendono della ghiaia da una cava
vicina con
un mezzo di fortuna e ricoprono il terreno. Saranno raggiunti anche dal
vice
Console Emilio Capello, che sará per loro un preziosissimo aiuto nel
coordinamento dei lavori tra Genova e l'Irpinia, e da altri soci della
Compagnia.
A Genova, ci si organizza per la partenza di due navi.
Per la prima si preparano, in pochi giorni, i container da quaranta piedi
e si riempiono di docce, case prefabbricate, roulotte, tende da campo e quanto
utile
per rendere piú confortevoli i ricoveri di fortuna dei senzatetto. I
container, una
volta svuotati, serviranno ai portuali per dormire, in modo da lasciare
tutti gli
aiuti a disposizione della popolazione locale.
L'altra nave é riempita dalle semoventi, dai gruppi elettrogeni, dai
cavi d'acciaio, ganci, qualche trattore, attrezzi da lavoro utili per spostare,
rimuovere, costruire...
Quando arrivano le navi, Sossai va a Salerno ad accogliere gli amici
genovesi
e, quando la carovana di camion piena di container arriva al paese, il
sindaco
di Oliveto Cittra, un anziano signore, paragona l'arrivo degli aiuti dei
camalli
allo sbarco in Normandia.
I camalli iniziano a lavorare, come al solito, in squadre. Costruiscono
insieme
agli altri un'officina, una stalla, montano i prefabbricati e aiutano
con tutte le
loro forze per la ricostruzione.
Nel tempo, manterranno vivi i rapporti con la popolazione di Colliano,
Laviano e Oliveto Cittra.
I camalli e le calamità
naturali

Polesine, 1951:
l'alluvione
Giovedì 8 novembre 1951: piove intensamente su tutta l'Italia
settentrionale. Anche il giorno seguente, una fitta pioggia flagella il
Nord-Italia. Si registrano i primi gravi danni in numerose località. In
provincia di Como si contano numerose vittime. Oramai, dopo tre giorni
di pioggia senza tregua, molte sono le zone allagate in Lombardia. In
altre zone del Settentrione, si verificano allagamenti e crolli. Scatta
l'allarme nella provincia di Rovigo, perché il Po supera il segnale di
guardia. Si spera che non vada oltre.
È domenica, ma non è una giornata di festa.
Molti sono i morti nel vercellese. Il Polesine è seriamente minacciato:
il Po cresce di circa tre centimetri l'ora e il mare non accoglie più le
sue acque. La tensione aumenta e la pioggia non cessa un solo istante.
12 novembre. È lunedì, inizia la settimana,
ma il tempo è impietoso e l'acqua sta provocando danni in tutto il Nord.
Le previsioni non sono affatto rincuoranti. Milano, Vercelli, Mantova e
le loro province sono allagate; i fiumi in più punti esondano. Venezia
registra un livello dell'alta marea mai vista.
L'isola di Polesine Camerini è allagata e 3.000 persone sono costrette
ad abbandonare le loro case.
A Pontelagoscuro - sono le ore 16.00 - il fiume ha raggiunto i 3,10
metri: è un mostro d'acqua grigio-marrone. Non si può descrivere.
Fontanazzi, infiltrazioni e tracimazioni non si possono più tenere sotto
controllo perché si moltiplicano in continuazione.
Il mare sembra essersi ristretto in quanto non riceve più acqua; il
delta del Po sembra impazzito perché l'acqua inverte il suo corso.
Martedì 13: si allaga ulteriormente il mantovano. Militari e civili
lavorano alacremente per contenere, per quanto possibile, il Po. Usano
sacchi di terra, di sabbia e rinforzano gli argini che, ovunque,
iniziano a sgretolarsi.
Ore 05.00 di mercoledì 14: rompe l'argine il torrente Crostolo,
affluente del Po a Gualtieri (Reggio Emilia); alle 07.30 rompe l'argine
alla chiavica Bigone e alle 14.30 a Mezzano Rondani (Parma); alle 19.45
a Pavide; alle 20.00 a Bosco; alle 20.15 a Malcantone poi ancora e
ancora.
Poi l'acqua inizia a riversarsi nel Polesine: circa mezzo milione di
millimetri al secondo. Allaga circa 40.000 ettari di terreno.
La marea d'acqua si divide in due direzioni: una verso Fiesso-Pincara e
l'altra verso Frassinelle-Polesella. Tutti sperano che gli argini di
Fossa-Polesella possano resistere e contenere l'acqua, almeno il tempo
necessario per far evacuare la popolazione a levante.
Ma non è così. E giovedì 15, a mezzogiorno, quando l'acqua si riversa
nel Canalbianco e, verso sera, gli argini cedono in tre punti. Tutta la
zona circostante si allaga e l'acqua procede inesorabilmente verso
Rovigo e verso Adria.
È già tragedia e inizia a mettersi in moto
anche il mondo politico. Il Consiglio dei Ministri stanzia i primi aiuti
per la popolazione del Polesine. Il Presidente della Repubblica Luigi
Einaudi trasmette alla radio un messaggio per la popolazione. Il Genio
Civile riesce a vincere l'opposizione della popolazione rispetto al
taglio degli argini a Fossa Polesella (nonostante tutto sono vissuti
ancora come protezioni ed è difficile accettare la loro distruzione).
Un automezzo partito da Rovigo, carico di sfollati, viaggia con quattro
persone a bordo. Deve portare soccorsi e viveri e trasportare anziani,
bambini e donne. Viene fermato da una marea di persone disperate che si
trovano in un casolare isolato e che sperano di potersi mettere in
salvo. Dopo pochi metri il camion è costretto a fermarsi perché l'acqua
è troppo alta e arriva un'ondata di piena. Annegano 84 persone. Solo
cinque o sei persone si salvano.
È sabato 17, il giorno di Adria. 30.000
persone sono isolate.
È di nuovo domenica: l'acqua è anche a
Cavarzere e ad Adria stanno sfollando. A Occhiobello un barcone di
alluvionati si rovescia: è lunedì e tre bambini muoiono annegati.
Gli italiani seguono sconvolti le sorti dei loro connazionali.
Martedì 20: non c'è più tempo da perdere, Rovigo è in pericolo, bisogna
tagliare gli argini del Ceresolo.
Mercoledì, il Po rischia una nuova ondata di piena a causa di abbondanti
piogge che, da monte, si stanno riversando nel fiume. Anche il vento, un
forte vento di scirocco, è ostile e impedisce il deflusso al mare.
Finalmente, mercoledì 22 i bollettini meteo annunciano che l'ondata di
maltempo è terminata; la nuova ondata di piena è scongiurata.
Solo nei giorni successivi si saprà l'entità dei danni. Le cifre sono
drammatiche:
• 900 case distrutte;
• 300 quelle danneggiate;
• 38 comuni invasi dalle acque;
• 160 mila le persone costrette a lasciare la propria terra;
• 3 miliardi di metri cubi d'acqua che hanno allagato la regione;
• 113 mila ettari di terreno coltivato invasi dalle acque del Po;
• 300 ettari di terreno ricoperti da uno strato di sabbia alto 2 metri;
• 4.500 bovini perduti;
• 150 equini dispersi;
• 7.800 suini annegati;
• 700 ovini e caprini annegati;
• 1 milione di quintali di fieno e di foraggio, tabacco e colture di
ogni genere portati via dall'acqua o distrutti;
• 60 chilometri di argini crollati;
• 52 ponti crollati.
I danni complessivi ammontano a 400 miliardi di lire.
Per i soccorsi sono stati impiegati:
• 22.987 uomini;
• 2.423 barcaioli;
• 3.293 automezzi;
• 584 natanti;
• 40 autoambulanze.
Le vittime sono 88.
I portuali si mobilitano. Quando partono non conoscono ancora queste
cifre, ma hanno letto i giornali, perché, anche quelli che non possono
comperarlo, possono leggere «II Secolo XIX», «L'Unità» o «Il Lavoro»
nella sede della Compagnia.
Tutti hanno ascoltato la radio, qualcuno ha visto il telegiornale e ha
parlato della tragedia in famiglia.
Le decisioni sono rapide. Partono in molti dal capoluogo ligure e in
tantissimi sono i camalli che portano il loro aiuto. Con loro partirà
per il Polesine anche un carico di farina per gli alluvionati, arrivato
al porto di Genova dalla Russia.
I camalli organizzano una raccolta di medicine, cibo, indumenti e generi
di prima necessità. Portano con loro quante più attrezzature possibili.
Quando arrivano, si trovano di fronte uno scenario spaventoso, ancora
più orrendo delle immaginazioni che si erano fatti ascoltando le
cronache da lontano.
Lavorano, aiutano, si danno da fare, mettendosi a disposizione del Genio
Civile. Organizzano parte dei loro interventi autonomamente e
socializzano con la popolazione. Attraverso la solidarietà, alcuni
rapporti d'aiuto si trasformano in un'amicizia eterna.
Ma adesso, che tutto è distrutto, ciò che resta è desolazione e
scoramento, impossibilità di pensare, non tanto a un futuro lontano, ma
al giorno che verrà.
Il problema è l'immediato domani, un domani senza casa, senza scuole,
senza terra e bestiame.
I soldi non bastano a rendere vivibile quella terra per i bambini. Gli
adulti possono anche sopravvivere in quello stato, ma i bambini?
È parlando di questi problemi che molti
camalli decidono di fare qualcosa di concreto e di offrire ospitalità ai
bambini alluvionati, nelle loro case a Genova.
Tanti genitori accettano la proposta, con molta gratitudine nei
confronti dei portuali che, pur non navigando nell'oro, si fanno
generosamente carico dei loro figli. I genovesi ospiteranno anche molti
adulti.
È la Camera del Lavoro di Genova che
organizza la cerimonia d'accoglienza dei bambini e le procedure per
l'affidamento temporaneo dei minori presso le famiglie che hanno dato la
loro disponibilità per ospitarli.
Il prete del paese di Anguillara si oppone con tutte le sue forze e
mette in guardia le famiglie della pericolosità della scelta che stanno
compiendo, perché "... le grandi città come Genova sono le terre del
peccato. I portuali e la gente come loro mangiano i bambini!". Il giorno
in cui partono i bambini fa suonare le campane a morto.
Altri potrebbero essere i racconti e i ricordi dei portuali di allora
che accorsero in aiuto del Polesine, ma forse è più efficace leggere,
attraverso una testimonianza scritta per i soci della Compagnia, i
ricordi di un bambino padovano, oggi camallo in pensione.
«Sono
nato in una piccola frazione d Anguillara Veneto, Borgo Forte, in
provincia di Padova. Il mio paese è stato alluvionato nel 1951 e il 10
dicembre dello stesso anno sono arrivato a Genova con i miei fratelli.
Io avevo undici anni, mia sorella nove e mio fratello sei. A Genova con
noi sono arrivate anche due bambine, due sorelle, di cui non ricordo
l'età, ma erano piccoline. Prima hanno portato tutti noi a Padova e lì
abbiamo pranzato prima di ripartire in treno per Milano. Il viaggio era
ancora lungo per noi bambini, perché dovevamo ancora rimetterci in moto
per Genova. Eravamo un po' spaesati anche se tutti erano molto gentili
con noi. Alla stazione Centrale di Milano ci hanno offerto un bei
sacchetto da viaggio pieno di cose buone, ma noi non avevamo tanta fame.
Finalmente arrivati a Genova Principe, dopo una breve visita alla città,
siamo stati portati alla Camera del Lavoro, in via Cesarea. Dopo la
visita medica, siamo stati chiamati in ordine alfabetico e accompagnati
in un salone pieno di persone. Mi ricordo ancora quanto ero emozionato.
In più non arrivava mai il momento mio e dei miei fratelli: siamo stati
gli ultimi ad entrare insieme con una bambina, perché il nostro cognome
è Trogolo e il suo era Zanan.
Una volta entrati finalmente nel salone, eravamo affidati a quelle
famiglie che avevano inoltrato la richiesta di accogliere noi bambini.
Eravamo spaventati, malinconici e tristi, anche se tanti altri nostri
amici erano già ospiti da giorni in tante famiglie genovesi, e secondo
le notizie che inviavano a casa, dicevano di trovarsi molto bene.
È stato in quel salone che per la prima
volta ho incontrato Stefano Bordo (socio della Compagnia) e suo figlio
Carlo, quasi un mio coetaneo. Ricordo che hanno fatto firmare dei moduli
a Stefano e poi siamo andati direttamente a casa loro in via Bologna.
Di quella via mi è rimasto impresso il Monte Cucco, in salita degli
Angeli. La prima volta che siamo arrivati c'erano moltissime persone che
aspettavano il mio arrivo e hanno fatto un sacco di festa.
L'inizio è stato duro e io, all'ora di pranzo, sono scoppiato a piangere
e non avevo nessuna voglia di mangiare. Avevo il pensiero fisso ai miei
fratelli e temevo di non aver ubbidito a mio padre che, alla partenza,
mi aveva raccomandato di stare attento, perché ero il maggiore ed ero
responsabile anche per loro. lo credevo che ci avrebbero mandato in
collegio, non pensavo che ci avrebbero affidato a famiglie diverse. Quel
giorno avevano cucinato il tacchino in mio onore e mi avevano offerto la
coscia, ma io continuavo a piangere.
I Bordo avevano due bambine e un maschio, che, vedendo che io continuavo
a piangere, si misero a singhiozzare anche loro. Ero inconsolabile e non
riuscivo neppure a farmi capire bene perché parlavo solo veneto. Quando
finalmente capirono la ragione della mia disperazione, non solo mi
tranquillizzarono, ma cercarono immediatamente il numero di telefono
delle famiglie alle quali erano stati affidati i miei fratelli, per
farmi parlare con loro. lo il telefono non l'avevo mai visto.
Mio fratello era ospitato in casa di Ottavio Savarolo, mentre mia
sorella era da Carlo Caravelli, vice Console del Ramo Industriale.
Spessissimo, le famiglie che ospitavano me e i miei fratelli
organizzavano pranzi o giochi per permetterci di stare insieme.
Un mese dopo il nostro arrivo a Genova - un bellissimo giorno - mia
madre venne a trovarci, perché moriva dalla voglia di riabbracciare i
suoi figli.
Raccontò della miseria e della fame nera del nostro paese e quando
ripartì, triste perché doveva separarsi da noi, ma felice per come ci
aveva trovati, fu completamente sommersa di doni, soprattutto cibi,
medicinali e vestiti. Mia sorella però sentiva troppo la nostalgia della
mamma, resistette solo tre mesi e poi volle tornare a casa.
Io stavo benissimo con i Bordo, tanto che dicevo a tutti che ero molto
fortunato perché avevo quattro genitori. Oggi non ci sono più; l'ultimo
a mancare è stato Stefano, qualche anno fa. Con i suoi figli sono andato
subito d'accordo, in modo particolare con Carlo al quale sono legato da
un vero sentimento fraterno.
Alla fine delle scuole elementari, Stefano ha chiesto a me e a Carlo
cosa avremmo desiderato fare negli anni a venire (se andare avanti con
gli studi o lavorare...). Noi abbiamo risposto in coro che volevamo fare
i portuali. Sia io che Carlo grazie a Stefano abbiamo potuto realizzare
il nostro sogno.
lo non mi sono mai sentito trattato diversamente dai miei fratelli
adottivi. Anche quando mi sgridavano lo facevano proprio come con i loro
bambini. Quando mi hanno preso con loro, avevano scelto un maschio più
piccolo del loro per potergli passare i vestiti, ma io ero più grosso e
quindi compravano i vestiti nuovi per me e, quando non mi andavano più,
se li metteva Carlo.
lo ero molto riconoscente non tanto per tutte le cose belle che avevo,
ma proprio perché mi volevano bene e non mi facevano mai sentire
diverso.
Arrivavo da un paese dove si era poveri anche prima dell'alluvione. A
sei anni io andavo a lavorare e la mia famiglia non riusciva mai a
sfamarci.
La brina e la nebbia erano di casa. In estate, noi bambini andavamo a
spigolare, che significa raccogliere le spighe di grano che rimanevano a
terra alla fine del raccolto. Dovevamo stare attenti che il fattore o il
padrone non ci scoprissero, perché quelle spighe servivano per concimare
la terra. A noi quelle spighe servivano perché la mamma riusciva a fare
il pane che si cuoceva una volta al mese.
Per la raccolta avevamo un grembiule con una gran tasca davanti che la
mia mamma mi aveva foderato perché non mi pungessi con le spighe, lo ero
molto orgoglioso di questa soluzione che mia madre aveva trovato per me.
Il problema erano i pantaloncini corti, perché mi graffiavo tutte le
gambe.
In estate quelle paludi si trasformavano in fornaci e il sole faceva
salire il mercurio fino a 38/40 gradi. Noi bambini, se trovavamo
dell'acqua, la bevevamo senza troppi problemi, anche se era del colore
del tè. Una volta ho preso l'epatite e mi hanno curato con decotti e uva
bianca.
D'inverno invece il freddo era un tormento terribile. Si mangiava due
volte al giorno e sempre polenta. A Natale non c'era niente, se non
dieci lire di farina di castagne. Alla Befana, gran festa: castagne
secche e un mandarino. Mio padre era un pescatore e lavorava per una
miseria. Quando riusciva a portare a casa un pesce era una gioia per
tutti.
Alla fine, per me, l'alluvione è stato un bene, perché mi ha permesso di
arrivare a Genova, di mangiare tre volte al giorno, di essere vestito,
coccolato, in questa casa di portuale in cui sono stato amato come un
figlio e dove ora sono ancora uno di loro.
Spesso mi torna in mente quel giorno in cui Stefano ha portato me e
Carlo in Sottoripa e prima abbiamo mangiato la farinata e il baccalà,
poi Stefano ha comperato per entrambi le braghe nere di fustagno (come i
portuali) e il giubbetto alla cacciatora.
Stefano mi ha insegnato ad amare Genova e il mio lavoro, la mia
Compagnia. Oggi sono in pensione, ma non ho mai dimenticato il bene che
ho ricevuto.
Il soprannome di Stefano Bordo era O Diau Il
Diavolo). Per me è stato un angelo.
Ho voluto raccontare questa storia vera per ricordare uno dei tanti atti
di generosità di uomini semplici, a volte burberi, magari un poco
sgrœzzi (ruvidi) che hanno
agito in silenzio.
I camalli hanno sempre provato tanto amore verso chi soffriva, senza
suonare ne trombe ne campane. Penso che molti portuali abbiano lasciato
degli esempi morali di solidarietà umana, che dovremmo prendere ad
esempio.
Una storia a lieto fine che, a più di cinquant'anni dall'alluvione del
Polesine, ci ricorda un portuale e con lui la Compagnia, scuola di
fatica e di solidarietà.
Trovò Domenico
Genova, 1970: l'alluvione

È l'ottobre del 1970 e su Genova in tre giorni cadono 480
millimetri di pioggia, che non è una quantità particolarmente
eccezionale ma, dopo la siccità dell'estate, il terreno non riesce ad assorbire tutta quell'acqua, anche
perché la pioggia si scarica con notevole violenza e senza tregua.
Tracimano tre corsi d'acqua dell'entroterra: il fiume Leira,
il Polcevera e il Bisagno trascinano a valle pietre enormi, alberi, detriti.
Sia i ponti sia i tratti coperti sono rapidamente ostruiti dagli
sfasciumi alluvionali. La forza dell'acqua, unita ad alcune strozzature dell'alveo,
provoca frane e
smottamenti in diversi punti degli argini e le inondazioni sono
devastanti in
moltissime zone della città.
La portata del Bisagno in piena fa paura: 950 metri cubi al secondo!
Infatti sommerge Brignole e la Foce con acqua, fango, detriti di ogni
genere,
che, in alcuni punti, arrivano a tre metri d'altezza.
Il Leira, a Voltri, invade completamente il centro abitato: una
catastrofe.
Il Polcevera esonda sull'area urbana di Campi e Campasse, poi arriva a
Cornigliano e agli stabilimenti dell'Italsider i cui impianti subiscono danni
per larga
parte irreparabili. Anche gli affluenti del Polcevera allagano le zone
circostanti dilagando a Pontedecimo, Piccarello, Bolzaneto e Sant'Olcese.
La gente è terrorizzata, i senzatetto sono più di mille, i danni alle
aziende, alle
cose e all'ambiente sono incalcolabili... ma il drammatico spettacolo
che si presenta agli occhi dei genovesi parla ancor più dei numeri di questo
"bollettino di
guerra".
Molti non sanno ancora se tutti i propri cari siano riusciti a scampare
al disastro.
Qualcuno è stato visto mentre l'acqua lo trascinava via, qualcun altro è
stato schiacciato da un albero che si è abbattuto al suolo, qualche
altro ancora è stato sorpreso dall'acqua mentre voleva mettere in salvo alcune cose.
Le fonti governative e la stampa affermano che l'acqua ha portato con sé
trentacinque persone. I feriti non si contano. Nella mente dei genovesi non
si potrà più cancellare il terrore di quei momenti, il panico provato per
l'acqua che
sale e per quella marea di fango che ricopre ogni cosa.
Genova reagisce immediatamente. Chiunque, con i mezzi che ha, si mette
al lavoro, anche senza strumenti, con le nude mani, come può, per spalare la
melma dagli scantinati, dai negozi e dalle abitazioni.
Le persone, che in ogni angolo della città continuano a spalare fango,
anche di notte, sono scosse, spaventate, infreddolite, ma lavorare è un
modo per sentirsi meno impotenti rispetto alla forza della natura che
unita ad un'opera di cementificazione mal pianificata ha provocato un disastro di quelle
dimensioni.
Croce Rossa, pompieri, esercito, preti, gente comune, uomini, donne,
bambini:
tutti in una catena d'aiuto disperata ma tenace tentano di salvare il
salvabile e
soprattutto di trovare ripari e posti asciutti per chi ne ha maggiore
necessità.
Anche in questa occasione i lavoratori del porto sono presenti, tanto da
ricevere in seguito il ringraziamento della città di Genova e il plauso
ufficiale del Sindaco.
Si mettono a disposizione della città portando tutti i loro mezzi, le
idrovore, le
cime, i loro ganci e, soprattutto, le loro braccia.
Come tutti, aiutano chiunque. Si organizzano in piccoli gruppi (in porto
si chiamano mani e sono formate da cinque o sei uomini) e insieme alla
popolazione
lavorano instancabilmente, per ore ed ore. Per riposare ci sarà tempo,
perché
ora è necessario aprire varchi per rientrare nelle case, aiutare a
spostare le macchine accartocciate una sull'altra, ricoperte di detriti, terra, massi,
alberi...
Si mobilitano anche per il recupero delle persone isolate: c'è tutto da
fare.
Molte squadre di camalli aiutano i commessi della Standa a mettere in
salvo la
poca merce non alluvionata e a lavare quanto può essere recuperato.
Qualche tempo dopo, saranno i portuali stessi ad aiutare il grande
magazzino a istituire, a San Gottardo, un mercatino degli oggetti
alluvionati; i proventi saranno devoluti a coloro che hanno perduto la casa. Per assicurare a
chiunque
che la distribuzione del ricavato dalla vendita dei prodotti della
Standa avvenga in modo corretto e sia destinato a chi ritenuto più bisognoso, è
istituita una
commissione composta da alcuni dirigenti della Compagnia, dal prete di
San
Gottardo e da alcuni responsabili della Sezione del Partito Comunista
dello
stesso quartiere.
Friuli, 1976: il terremoto

La sera del 6 maggio 1976, alle ore 21.06, l'orcolat, l'orco cattivo,
squassa la terra a nord di Udine.
Con orcolat, figura mitologica dell'orco, nella tradizione popolare si rappresentava il terremoto. L'orcolat è un gigante che quando si arrabbia si
sfoga pestando i piedi sulle cime delle montagne, facendo tremare la terra fino alla
pianura.
Dopo il 1976, si è diffuso il detto: "l'orcolat alere ver", l'orco era
vero.
La realtà è che una scossa sismica violentissima raggiunge il nono grado
della
scala Mercalli e investe 77 comuni con circa 60.000 abitanti. Sono paesi
come
Maiano, Buia, Gemona, Osoppo, Magnano, Artegna, Colloredo, Tarcento,
Forgaria, Vito d'Asio, San Daniele, Lusevera, Montenars, Trasaghis,
Bordano,
Alesso, Resta, Rogogna, Attimis, Travesto e molti altri, ad essere
completamente distrutti.
In pochi istanti si compie la tragedia friulana, perché, in cinquanta
secondi, tutto è raso al suolo.
La zona, in seguito, presenta uno scenario catastrofico.
Muoiono più di 1.000 persone, 3.000 sono i feriti, e 45.000 sono i
senzatetto.
Gli sfollati non si contano e incalcolabili sono i danni alle
infrastrutture urbane: ponti, reti ferroviarie, acquedotti, fognature, scuole, ospedali,
rete elettrica,
rete telefonica. Tutto è compromesso, danneggiato, colpito.
Immediatamente, partono i soccorsi e arrivano da tutta l'Italia, in
particolare
dalle regioni del Nord.
Da Genova partono, tempestivamente, uomini, mezzi, viveri, medicinali,
vestiario. I portuali, i comunali, i vigili, i tranvieri, e molti altri
genovesi volontari, costituiscono, in numero rilevante, il contingente dei soccorsi.
Il "Campo Genova" è collocato a Gemona ed è completamente attrezzato dai
portuali.
Il porto di Genova, che nel frattempo si è ulteriormente attrezzato, è
in grado
di fornire impianti adatti alle situazioni d'emergenza.
Il campo è quindi dotato di docce con acqua calda, di una mensa
perfettamente organizzata e di brande da campo confortevoli.
I portuali concentrano il loro soccorso nella zona di Artegna (ma sono
molti altri i paesi limitrofi che ricevono il loro aiuto): ad Artegna, salvano
le campane
della chiesa, tutti i materiali della scuola, e organizzano la "Squadra Pannocchia", composta da un gruppo di uomini che, a bordo di un camion dotato
di un'idrovora, raggiunge i granai per salvare granoturco e grano. Altre
squadre sono impiegate nelle macerie per salvare le masserizie e quel poco
rimasto. Durante uno di questi tentativi di riportare alla luce alcune
suppellettili della gente sepolta dal terremoto, i portuali ritrovano 25 milioni di lire.
Chiamano
immediatamente alcuni degli esponenti del Consiglio d'Amministrazione
presenti sul posto, che, a loro volta, contattano le autorità del paese per
la restituzione del denaro agli abitanti della casa crollata.
I portuali stringono con il sindaco di Artegna, sig. Colpo, un rapporto di collaborazione e amicizia, che
proseguirà anche oltre i drammatici giorni del dopo terremoto.
Ai lavoratori del porto di Genova va anche il merito di aver costruito
una mensa per la popolazione colpita. Tutta la struttura è stata anche
attrezzata dai genovesi, mentre l'esercito si è occupato di fornire e preparare i pasti
caldi. La
mensa è così confortevole che la gente del posto la utilizza anche come
luogo
di ritrovo e di riposo; è uno spazio riparato in cui i terremotati
cercano di ritrovare un po' di energie per andare avanti.
I portuali genovesi conservano
un ricordo straordinariamente bello dei friulani di cui apprezzano la forza
di volontà, la dignità con cui affrontano questa tragedia, la determinazione con
cui
investono tutte le loro forze fisiche e morali per ricostruire i loro
paesi.
Come in tutte le altre occasioni in cui i lavoratori del porto di Genova
sono stati impegnati per portare il loro aiuto, il loro coinvolgimento, anche in
Friuli, è
andato oltre il pur fondamentale sostegno materiale, perché i rapporti
umani
con le persone colpite hanno avuto la prevalenza su ogni altro aspetto.
Per i portuali il sacrificio e la fatica per aiutare qualcuno sono al
tempo stesso necessari e fondamentali, per la loro stessa identità. Gli
uomini del porto, quelli davvero degni di portare il gancio e di far vedere alla gente che
sono proprio
dei portuali, non ammettono che sia possibile sottrarsi al dovere verso
gli altri.
Per loro, tutto questo non appartiene ne all'ideologia, ne al senso
etico, è un
modo di vivere pratico, quotidiano, che si manifesta con gesti e azioni.
Una volta espressa, nei fatti, la loro vicinanza a qualcuno, non se ne parla
più, perché
fa parte delle cose che si devono fare, senza discorsi e senza lodi.
O Picin, Luciano Sossai

Vita da camallo
Conoscere Luciano Sossai è importante perché, senza il suo
contributo, questo libro non avrebbe potuto essere scritto. Conoscere
Sossai significa comprendere non solo la sua vita, ma ciò che lo ha
appassionato: dal lavoro sui pontili, alla vita politica, alle missioni umanitarie.
Quando racconta non si dimentica di nessuno e desidera che i compagni di
tante battaglie combattute insieme siano ricordati. Racconta anche per
quelli che
non possono più parlare...
Nelle sue parole pesano, anche adesso, le antiche e sofferte decisioni,
che rimangono nella memoria come patrimonio collettivo.
Anche la storia delle origini di Sossai e le tappe della sua esistenza
sono, in
qualche misura, la storia di tanti altri camalli, la cui vita è segnata
dalla guerra,
dalla povertà e, in alcuni casi, dalla fame.
Vite che, per certi aspetti, si somigliano.
Un'altra somiglianza profonda tra gli uomini del porto che hanno vissuto
nel
periodo tra la prima guerra mondiale e gli anni della ricostruzione
scaturisce dal
significato attribuito al lavoro che unisce le storie narrate in questo
libro.
Un lavoro vissuto come unica possibilità di uscire dalla miseria e come
riscatto agli occhi del mondo, un mondo in cui i valori dei padri e dei
figli si somigliano ancora.
Le storie si somigliano, ma diverse sono le persone.
Come si intreccia la storia collettiva con quella di alcuni camalli?
Luciano nasce a Genova il 20 dicembre del 1932. La madre Annunziata Puggioni, nata a Sassari nel 1905, resta orfana di madre all'età di tre
anni. A Genova, la madre vive con i suoi dieci fratelli e il padre anarchico, che
lavora in
una conceria ed è conosciuto da tutti con il soprannome di "Aria",
perché
quando parla del duce dice: "Ci vuole aria pulita!".
Il padre di Luciano, Carlo, nasce nel 1901 a Genova, ma le sue origini
sono venete, di un paesino vicino a Belluno che si chiama proprio Sossai.
Piccolissimo,
rimane orfano di entrambi i genitori e sarà la zia ad occuparsi di lui.
La zia è
ostetrica e ha esercitato la sua professione anche presso la famiglia
Bocciardo,
proprietaria della conceria. Come si vedrà successivamente, questa zia
avrà un
ruolo importante per alcune scelte ed opportunità date alla famiglia
Sossai.
Luciano è mediano di due sorelle: Lellia (Giuseppina) di sei anni più
grande e
Rita di due anni più piccola.
Durante il fascismo, Carlo è disoccupato perché ha strappato la tessera
e gli arditi, durante un'imboscata, gli fanno bere l'olio di ricino, lo
malmenano e gli
consigliano di rivedere le proprie idee. Lui decide di scappare con
tutta la sua
famiglia in Piemonte, ospite di una zia benestante, ma fascista come il
marito.
L'unico modo per essere accolti, aspettando che le acque si calmassero,
consentendo il ritorno a Genova, era baciare il bastone: rifare la tessera.
Carlo, per tutelare la famiglia, acconsente, ma trasforma il fascio
disegnato dietro la carta d'identità in una fontana con alcuni colombi intorno.
La convivenza con la zia, nonostante l'apparente sottomissione di Carlo,
è comunque impossibile e, con una scusa qualunque, la famiglia Sossai è
invitata ad
andarsene. Torna così a Genova, a Quezzi Alta.
Probabilmente grazie alla zia ostetrica, riesce a trovare un'occupazione
all'interno della fabbrica, in cui si produce il cuoio per i tedeschi. È
un luogo militarizzato in cui si deve stare molto attenti a come ci si muove e a ciò
che si dice.
Ogni volta che bisogna correre al rifugio, Luciano ha il compito di non
dimenticare mai il tesoro della famiglia: il pane, appena fatto o raffermo,
una mollica
o una micca.
Da mangiare non c'è molto di più. La madre Annunziata, però, conosce
tutte le
erbe: quelle commestibili, quelle curative e quelle che trasformano
anche il
piatto più umile in una pietanza dai sapori intensissimi.
I figli imparano i nomi di tutte le specie di piante del circondario e
Luciano, in
particolare, sviluppa un'autentica passione per la botanica, tanto che
il fabbro
vicino a casa gli regala un coltellino speciale per andare a raccogliere
il tarassaco. Luciano nel bosco va anche per fare legna con il mäpezo per siepe
(una specie d'accetta per siepi), con cui non perderà mai occasione di tranciare
i fili dei
telefoni dei tedeschi.
La madre lascerà in eredità ai figli un libro di cucina
particolarissimo, scritto a metà tra il genovese e l'italiano; i nomi
dei pesci sono tutti in dialetto. Quel libro era da sempre il libro della mamma, ben conservato in cucina, anche
se, di
quei tempi, si cucinava poco.
I genitori di Sossai sono cattolici non praticanti.
Spesso il padre racconta ai suoi figli parabole o storie ispirate alla
Bibbia, ma, che si trattasse di racconti biblici, Luciano lo scoprirà
molti anni dopo. All'epoca erano solo i racconti del suo papà, un papà che... «non alza mai un
dito sui
figli, basta lo sguardo e neanche quello, perché, quando c'è lui, si
fila dritto; punto e
basta. Dalla mamma, invece, si buscano anche tre volte al giorno, ma
sono botte che
non fanno male e non lasciano segni, né dentro né fuori».
Il padre, spesso, torna a casa a piedi da Marassi, dopo il lavoro in
conceria, perché, risparmiando i soldi del tram, può portare ai suoi bambini un
cioccolatino
da dividere in tre.
«A scuola si va correndo sotto i bombardamenti e riparandosi nei rifugi,
ma nei bambini la paura e il terrore si trasformano in un gioco; ci si nasconde
dai compagni, si ride... È solo al cessato allarme, quando la mamma ti abbraccia davanti
alla scuola,
che senti qualcosa di molto profondo, simile ad una sensazione terribile
di scampato
disastro».
Quasi tutti gli altri bambini hanno le divise dei "Figli della Lupa" e
il papà di Luciano non può comprarla, ma se anche riuscisse ad avere qualche soldo,
sceglierebbe d'investirlo in altre cose.
Quei due o tre bambini senza divise sono esclusi da molte attività. Non
possono marciare né fare ginnastica ma soprattutto si sentono diversi e il
piccolo Sossai non riesce a capire perché e cosa significhi tutto questo.
Prova solo il desiderio d'essere uguale agli altri, avere
l'abbigliamento di tutti i
bambini e vorrebbe non essere messo da parte.
Un bei giorno, la signora Quadri, una maestra sempre vestita di nero con
una fascia azzurra di traverso sul petto, come un ufficiale (e che fa
cantare e marciare gli scolari), distribuisce a tutti i bambini, che
ancora ne sono privi, le divise ordinate appositamente dal Patronato. Luciano è felice, finalmente
è uguale agli altri.
Ancora oggi, però, prova una malinconia profonda e gli occhi si
riempiono di lacrime ripensando al ritorno a casa di quel giorno. Il
padre era seduto ad attenderlo sotto il pergolato costruito con le sue mani, nel minuscolo
giardinetto
di fronte a casa, e Luciano appare orgoglioso come un eroe.
Luciano è un sognatore e lungo la strada immagina di aver ricevuto
quella divisa in onore di un suo gesto importante e costruisce il gioco nella sua
fantasia,
sognando di far ritorno a casa dopo una lunghissima avventura.
Si aspetta che i suoi genitori siano fieri di lui. La mamma riesce ad
essere dolce, accogliente, gli sorride perché intuisce il bisogno del suo bambino, ma per il padre quella divisa, indosso a suo
figlio, è inaccettabile. "Ora siamo a posto! Ora siamo proprio a posto! Hanno dato la
divisa
a mio figlio".
Queste parole e l'espressione del volto del padre si scolpiranno per
sempre nella mente di Luciano e si tradurranno, col passare degli anni, nel
desiderio di non
uniformarsi ciecamente alle ideologie dominanti.
Sarà così che svilupperà un'attenzione verso tutti coloro che, seppur
con opinioni diverse dalle sue, rappresentano una minoranza.
Intanto, alla scuola media, è ancora povertà schietta e in famiglia non
si può
comprare l'album da disegno e neppure le matite.
E a prezzo di molti sacrifici che si riescono a mettere da parte i soldi
per comprare il primo libro, l'Iliade.
Luciano arriva da solo in piazza De Ferrari, con in mano il portafogli
con i soldini messi da parte uno sull'altro. E felice, ma quando entra in
libreria è rapito
dai libri e dal loro odore. Inizia a sfogliarli accarezzandoli e
odorandone le pagine, si sofferma sulle immagini e legge qua e là, provando un gusto
speciale per
quelle strane parole.
Non si accorge di aver posato sotto le mani di uno sconosciuto i
risparmi della
sua famiglia e, quando finalmente decide che si è fatto tardi e non c'è
più tempo per leggere, non ci sono più nemmeno i soldi per portarsi a casa quel
libro
tanto desiderato.
È vergogna e disperazione allo stato puro e non sa
proprio con
quale coraggio presentarsi ai genitori, che sono già in ansia perché
Luciano arriva in ritardo. Impiega, infatti, moltissimo tempo per ripercorrere la
strada di
casa, non avendo più i soldi neppure per il biglietto del tram.
Anche quest'episodio segna, come un giro di boa, la vita di Sossai, che
non riesce più ad accettare la scuola, perché non si sente all'altezza degli
altri e non
vuole più essere di peso alla sua famiglia.
Sono momenti difficili e, in quel periodo, vola qualche ceffone da parte
del padre.
La madre, tagliente e irrevocabile, in un genovese solenne tuona:
"Senti, dentro questa famiglia o si lavora o si studia. Tutti facciamo qualcosa!
Pelandroni o "leggëre" per strada qui dentro non ne vogliamo vedere: la nostra casa non
è così. Quindi scegli cosa vuoi fare".
Luciano inizia a non andare più a scuola.
In realtà il piccolo ha già lavorato, perché, dopo la scuola o durante
l'estate, fa
il garzone da un farinotto. Deve preparare e poi
consegnare le ceste piene di cibo per chi può permetterselo. Il proprietario del negozio pretende che
il ragazzine fischi in continuazione mentre lavora al piano di sotto, per avere
la certezza che non si mangi nulla.
Ma Luciano affina delle tecniche
astutissime e,
soprattutto, diventa rapidissimo nell'ingurgitare uova fresche, fette di
salame e
scaglie di formaggio. Supera se stesso quando arriva una strana partita
di gorgonzola (strana per il quantitativo davvero eccessivo rispetto ai
rifornimenti
che il proprietario è solito fare), perché riesce a spostare la stagnola
di una forma senza romperla e infilando il dito in una piccola apertura la scava e
se la mangia. Dopo essersi saziato, compone senza lasciare tracce
l'involucro non destando alcun sospetto nell'avaro datore di lavoro.
Negli stessi giorni
però, Luciano, affamato, combina un guaio irreparabile.
Il solito trucco dello scavo non ha funzionato perché non è restato solo
nemmeno un minuto. Così, quando è mandato a consegnare una cesta ricolma di
ogni ben di Dio ad un importante armaiolo di piazza della Vittoria, non
resiste
e per strada si mangia tutto il prosciutto crudo. Non fa in tempo a
rientrare in negozio che il bottegaio gli allunga un sonoro manrovescio,
seguito da un benservito.
Ma forse è vero che, qualche volta, non tutto il male vien per
nuocere... perché, proprio in quel frangente, arriva qualcuno al piano di sopra.
È la
polizia
partigiana venuta per arrestare il suo padrone che ha ricettato le forme
di gorgonzola. Lui se ne può tornare a casa senza dover dire di essere stato
cacciato.
È solo col tempo che racconterà in famiglia l'episodio del prosciutto
rubato e
dell'ira furibonda del farinotto.
È questo un periodo di transizione, in cui le scelte non sono ancora
fatte "per
sempre".
È durante una giornata di commissioni per la mamma, che lo ha mandato a
fare la spesa, che Luciano, preso dall'orgoglio, va a cercarsi un lavoro
(non ha
neppure 14 anni) e lo trova da un fabbro che costruisce reti metalliche.
Quando torna a casa, la spesa è dimenticata e lui è sporco per il lavoro
fatto.
Così le busca di santa ragione. La madre capisce che la decisione di non
andare più a scuola è presa e ne soffre moltissimo, ma capisce e lo comunica
al padre che, silenziosamente, accetta.
Il nuovo lavoro è durissimo, ma presenta anche qualche soddisfazione:
come la
volta che, a Natale, Luciano riceve la prima mancia dal signor Scorza.
In seguito, lavora presso la ditta Olivetti, impara a pulire i rulli e
consegna a domicilio le macchine per scrivere e le calcolatrici. A quel tempo erano
enormi e
pesantissime e bisognava recapitarle per tutta Genova trasportandole a
mano:
fatica dura.
Al giovane fattorino piacerebbe che qualcuno gli spiegasse qualcosa di più del funzionamento di quelle macchine: vorrebbe essere un
tecnico, ma
non è il suo destino.
Nel frattempo, prende corpo in lui un enorme desiderio: lavorare in
porto.
Molti dei suoi amici e dei vicini più grandi lavorano lì e lui ascolta
estasiato i
loro racconti. Il porto da sempre è per lui un punto di riferimento
tortissimo:
rappresenta Genova e la salvezza di tutti.
Sotto i bombardamenti, lo
sguardo di
Luciano era rivolto al mare. Da Quezzi pareva proprio di vederla tutta
quella
distesa d'acqua, anche se in lontananza e, lontana, quell'acqua lo era
davvero.
L'integrità del porto significava la salvezza per la città.
La lontananza, Luciano, la misura quando finalmente riesce ad andare a
lavorare nel porto, in quel mondo mitico che lo attraeva più di qualsiasi
altra cosa
al mondo.
Entra come Picin e per sempre rimarrà il nomignolo con cui
tutti lo conosceranno. Inizia lavorando in Darsena, da un barcaiolo, Giacomo O Nason,
che
sembrava un pirata. Guadagna pochissimo, ma mantiene fede alla promessa
fatta al padre e s'iscrive alle scuole serali; riuscirà così a terminare le
medie.
Picin impara a conoscere il mare, le barche, e con una barca a remi
porta dalla
Darsena a Ponte dei Mille le chiatte a rimorchio insieme a due adulti.
Sforzi indimenticabili quelli di allora e durezze difficili da
comprendere.
Ma non fermarsi di fronte a nessun segno di stanchezza o di paura
formava, giorno dopo giorno, il corpo e la mentalità di un vero portuale.
Ha quattordici anni compiuti quando, insieme all'amico Gaggero, va a
fare il libretto di lavoro. Quella fotografia è stata conservata e
ritrae un Sossai con gli occhi da adolescente cresciuto in fretta, con uno sguardo inquieto e
attento, con il
viso paffutello e un po' spaventato, ma fiero di essere finalmente un
uomo.
Anche il pasto, in porto, rappresentava un momento speciale.
La pasta si porta in una gamella e, all'ora di pranzo, è ormai un
pastone immangiabile. Ma Picin si organizza aiutando
O Negron, il caddaraio.
Insieme ad un amico va dalla moglie del caddaraio a prendere i pentoloni
pesantissimi, al quinto piano di una casa, dietro al porto. Li trasporta
sulla piccola imbarcazione con cui il cibo arriva agli operai che lavorano sulle navi in porto. In questo modo O Picin riesce a riempirsi la
pancia e ristorarsi un po'. Il lavoro che deve svolgere è duro, perché
gli legano una cima ad una gamba e lo calano all'interno dei recipienti dell'acqua (veri
e propri
cunicoli) dei rimorchiatori. Gli danno una candela accesa con l'ordine
di guardarla spesso e di chiamare subito se si spegne.
Luciano capisce in fretta il perché: se la candela si spegne vuol dire
che non c'è
più aria ma anche quando sta accesa, di aria, lì sotto, ce n'è ben
poca...
Dopo qualche tempo, cambia "datore di lavoro" e passa a lavorare da
Mario
Zuppa, O Suppa, una famiglia che, oltre ad alcune barche a motore, ha
anche "L'Aurora", un piccolo rimorchiatore. Il vecchio Suppa
sfrutta al massimo i ragazzi che lavorano con lui. Insegna il lavoro da vero maestro e
i suoi
uomini sono apprezzati da tutti per le loro abilità lavorative, ma...
lui non
vuole mettere in regola nessuno.
Luciano decide di iniziare a lavorare a giornata per la Compagnia, ma
falsifica
il Foglio di Ricognizione, il documento che serve per essere imbarcati,
aumentandosi l'età di quasi due anni.
Alla chiamata (il luogo in cui ogni giorno i portuali si radunano nella
speranza
di essere chiamati per un lavoro, il piccolo Sossai non porta mai la
carta d'identità, ma il Foglio falsificato.
Tutti si stupiscono perché, per la corporatura minuta, risulta ancor più
giovane
della sua età reale, ma tutto fila liscio, fino a che non lo tradisce un
suo compagno cui ha confessato il misfatto. Oggi non ricorda con odio il
Giuda: all'epoca, mors tua vita mea, era una realtà concreta e meno concorrenza
significava
più possibilità di sopravvivenza.
Luciano, pur amando il suo lavoro, inizia a provare un senso d
ingiustizia nel lavorare senza avere alcun diritto e, verso i sedici anni, convince il
padre, dopo
molte insistenze, a lasciarlo andare a lavorare alla Bocciardo.
Il padre si oppone con tutte le sue forze, ma. alla fine, dice che se
vuole essere
schiavo di un lavoro impossibile si accomodi pure.
Inizia così il lavoro in conceria che durerà meno di due anni.
Col passare del tempo, appare chiaro il senso delle parole del padre
membro
della commissione interna per i diritti degli operai; lui sa cosa vuoi
dire compiere bene il proprio dovere, comportarsi con rispetto verso i
superiori, senza fare colpi di testa.
Ma Sossai figlio, giovane e impulsivo, si scontra violentemente con un
chimico tedesco, bravissimo nel suo mestiere, ma ostile nei confronti degli
operai.
Il chimico, per un lavoro ritenuto mal fatto (ma eseguito dal ragazzo
secondo le
indicazioni del capo), gli urla che è un incapace e un coglione . La
ribellione è immediata. Volano parole grosse ("Lei è un nazista") e vola
anche un contenitore pieno di acido che, per fortuna, fallisce il bersaglio.
Naturalmente il posto è perduto.
Luciano è ormai certo che il suo destino è il mare.
Ha diciannove anni ed è chiamato in Marina dove resterà per ventisei
mesi.
Dal nero fumo alla Compagnia

Terminato il servizio militare in Marina, O Picin ritorna a lavorare dagli
Zuppa
che lo riprendono a patto che non pretenda di essere messo in regola.
Oramai il tempo è trascorso, non si è più ragazzi ed è arrivato il
momento di sposarsi quindi è necessario lavorare e guadagnare di più.
Un socio della Compagnia, Luì (lo stesso che tanti anni prima aveva
proposto
al giovanissimo vicino di casa di scendere a lavorare da O Nason), gli
suggerisce di frequentare le chiamate di Ponte Embriaco, Calvi e Mandraccio:
"Vedrai
che qualche cosa salta fuori!".
Così si apre la strada per diventare un vero camallo.
A questo proposito, i camalli raccontano: "per fare uno scatto in avanti nella graduatoria delle chiamate e per
percepire qualche
soldo, sono necessari dodici giorni lavorativi, nell'arco di un anno".
I "ritmi" di chiamata sono molto particolari:
è possibile essere chiamati per tre o quattro giornate in un mese e
stare quattro o cinque mesi in attesa...
Quando sai che l'indomani, forse, potrai lavorare, ti prepari tutto il
lavoro insieme agli
altri. Devi recuperare gli ormeggi, cavalletti, cantere... (i container
sono ancora lontani), riponendo tutto al magazzino di Ponte Assereto.
Dopo un'intera giornata di lavoro gratis, spesa per i preparativi, speri
solo che il giorno seguente ti chiamino sul serio!
Se proprio va male e non riesci ad aggiungere un giorno alla chiamata
della Compagnia, corri in fretta, cercando di battere sul tempo i compagni
esclusi come te.
Anche loro sono alla ricerca disperata di un qualunque lavoro pur di
racimolare poche lire per la sopravvivenza della propria famiglia. Il giorno dopo,
tutto ricomincerà daccapo.
Corri, vai alle ditte di recupero materiali, cerchi di arrivare nei
posti in cui ti conoscono già e sanno che di te si possono fidare: mai combinare guai o
discutere, significa rovinarsi la "piazza", poi la voce gira e non ti prende più nessuno.
Anche dai privati fanno le chiamate, per fortuna un po' più tardi
rispetto alla Compagnia.
Il lavoro, naturalmente, è "al nero" ed è duro, durissimo, il più umile,
il più sporco e
faticoso. Non certamente quello che fanno gli uomini che hanno il lavoro
fisso.
... e la storia di Picin va avanti...
Con l'andare del tempo, si fa notare dagli uomini della Compagnia per la
sua
tenacia sul lavoro e riesce ad entrare negli "R" (i "raccogliticci").
Inizia come rumenta (spazzatura in genovese), nome difficile da
digerire. Bisogna saper guardare lontano se si vuole, a tutti i costi, diventare
camalli della
Compagnia, se si vuole "appartenere" ai portuali del porto di Genova.
Forse è una prova da superare anche saper sopportare questo nome con
dignità.
"Chi avrà inventato questo nome?", si chiede ancor oggi chi l'ha portato
per anni.
Che idea aveva degli uomini che lavoravano?
Non si poteva trovarne un altro?
Comunque, questa era la gavetta necessaria.
«Sono gli anni '50 - riprende il racconto di Sossai - e "da
raccogliticcio" ti capita
spesso di lavorare al "nero fumo".
Quando sai di dover fare quel lavoro, anche il vestiario è un problema:
non puoi neppure pensare di usare i tuoi umili indumenti. Sarebbero poi da buttare
subito dopo e
non puoi permetterti una cosa simile!
Vai a Ponte Eritrea o a Calata Mogadiscio dove puoi trovare montagne di
stracci, indumenti di scarto, stoffe, ricoperte da un telone...
È materiale proveniente dagli USA e destinato alle industrie di Prato.
Ci sono i guardiani dei piazzli, ma nessuno di loro ha mai impedito di prendere quei
cenci: sanno
perfettamente a cosa servono, anche quando, in mancanza d'altro,
prendiamo residui d'abiti femminili. Qualche volta, quando a casa non
c'è proprio più nulla da indossare, se troviamo qualcosa di decente lo prendiamo per il nostro "guardaroba".
Risolto alla meglio il problema dell'abbigliamento, ti sposti a Ponte
Somalia e, prima
di entrare nella baracchetta per cambiarti, chiedi ai
ligaballe (gli
addetti alle riparazioni delle balle ovverosia degli imballaggi) un sacchetto di carta in cui
poter riporre i tuoi
abiti. I liga ti danno il sacchetto, ma ognuno di loro te lo porge con
un'eterna lamentela, come se ti stesse dando un preziosissimo oggetto personale.
I sacchi della polvere nera, fine come borotalco, residuo di copertoni,
gomma bruciata e fuliggine di petrolio, sono fatti con una carta sottile e fragile.
Anche quando non si rompono, lasciano filtrare il loro contenuto, che è
oleoso e maleodorante e ti penetra in modo indelebile nel naso, in ogni
poro, in ogni interstizio della tua pelle.
Ma il lavoro è a cottimo e non hai neppure il tempo di pensare, per
fortuna! L'obiettivo sono quelle poche palanche che ti daranno a fine giornata... se
avrai finito di scaricare.. . se avrai diviso perfettamente tutti i sacchi.
Il nero fumo sarà riutilizzato per fare le gomme delle macchine (e tu lo
respiri ogni
giorno).
Durante la pausa del pranzo, conciati come si è, si può solo pensare di
mangiare sulla banchina, dopo essersi lavati le mani alla bella e meglio.
Il menù è sempre lo stesso: panini con la farinata o torta di bietole.
C'è solo un'ora per mangiare: dalle dodici alle tredici. Quando i soldi
lo consentono e
il tempo anche, arrivi sin da O Bepin, l'unico oste che
forse per pena ci accetta all'esterno del suo locale.
Per tovaglia utilizza fogli di giornale (il prezzo del pasto è veramente
economico) e, soprattutto in certe giornate, è un vero ristoro poter
mettere nello stomaco qualcosa di caldo.
Quando hai finito il tuo turno, neppure i carbunin ti consentono di
entrare nei loro
spogliatoi per lavarti: sei troppo sporco e così finisci per lavarti ad
una piccola fontanella che, solo a tratti, lascia uscire qualcosa di più che qualche rara
goccia. Le docce
in porto sono assolutamente inaccessibili per noi.
Anche i diurni privati di Sampierdarena non accettano i nero fumo. A
volte, quando il proprietario è di buon umore, possiamo entrare nelle
docce private di Piazza Barabino, ma, prima, dobbiamo aver levato lo sporco più "grosso" alla famosa
fontanella
del porto e, soprattutto, dobbiamo indossare abiti rigorosamente
maschili.
Solamente con il Consiglio della Compagnia di Pietro Chiesa si ottengono
le docce riservate ai lavoratori del nero fumo, ma di notte (e spessissimo il
lavoro termina a notte fonda) sono chiuse e devi aspettare il mattino per lavarti.
Se stai lavorando al nero fumo e il giorno dopo ti sposi, ripulirsi a
dovere è una faccenda davvero seria.
Puoi trascorrere il pomeriggio a lavarti, ma la notte, sentendoti ancora
sporco e non
dormendo per la paura di sfigurare davanti a tutti gli invitati, decidi
di andarti a fare
un bagno nel laghetto sotto Quezzi. Ti strofini ancora con vigore con
olio d'oliva, l'unico detergente per quella polvere maledetta che ti marchia l'anima!
Nonostante tutto ciò, appena entri in chiesa, tua moglie ti dice che hai
già il colletto
della camicia bianca tutto sporco di nero. Dentro provi una vergogna
infinita.
Il peggio arriverà all'indomani quando svegliandoti nella camera
d'albergo di Milano, dove sei andato per un rapidissimo viaggio di
nozze, alzandoti, vedrai l'impronta nera del tuo corpo.
E un'umiliazione che non vorresti far provare, soprattutto a tua moglie.
Cosa penseranno gli altri! Chi si è sposata? Uno che non si lava neppure
per il suo
matrimonio! E invece avresti voluto che la tua pelle fosse pulita e
profumata per tua
moglie Mina. Lei è già contenta di te, ma un giorno sarà ancora più
orgogliosa, perché sarai un socio della Compagnia.
(Come tanti altri).
Non sei il solo a lavorare al nero fumo e il nome dei tuoi compagni non
lo dimenticherai mai più, né loro dimenticheranno il tuo. Nomi che sono
occhi cerchiati di nero, sono notti fredde e stanche, sono barzellette che tengono su il morale, sono racconti epici di storie
ingigantite, battute un po' spinte per evocare la virilità quando la polvere oleosa
sembra voler
appiattire ogni forma vitale, sono la parola giusta per tornare a
credere che, anche questa volta, si riuscirà a cavarsela.
Ma anche la storia del "nero fumo" termina e adesso è il tempo della
nuova tappa: l'avventiziato, ed essere avventizi significa essere quasi soci.
Essere avventizio rappresenta una svolta perché si ha il diritto di
comperarsi il
gancio, simbolo del lavoro dei portuali, fissarlo alla cintura ed essere
per sempre
individuato come un camallo. E un vero e proprio traguardo, un
cambiamento
di status. Si diventa un lavoratore del porto di Genova ed è un grande
orgoglio
arrivare a questa tappa.
Per Luciano trascorrono quattordici lunghi anni nel fare questo lavoro.
«E quando arriva il giorno in cui ti comunicano che stai per essere
nominato "socio",
senti di aver finalmente realizzato un sogno».
Ma cosa significa essere socio? Il socio non è altro che un lavoratore
del porto
che è riconosciuto ufficialmente come tale. Il lavoro vero e proprio non
cambia
di molto, ma si diventa interlocutori per la Compagnia.
«Questo serve soprattutto quando vuoi dire al tuo capo che un lavoro
è troppo pericoloso o che non ci sono le condizioni atmosferiche adatte per alcune
manovre; se sei
avventizio, puoi anche parlare, ma nessuno ti ascolta».
Non è solo un problema di ruoli, ma anche di competenza legata ad anni
trascorsi facendo tutti i lavori possibili all'interno del porto.
Essere socio è sinonimo di conoscenza del lavoro, di tutta la catena dei
lavori,
di tutte le situazioni in cui certi mestieri si possono realizzare.
«Hai lavorato in tutte le zone, sai il percorso di tutte le merci,
conosci gli ingranaggi,
"dentro e fuori", delle navi e dei magazzini, dei pontili e dei ganci.
Il giorno in cui sei nominato socio ricevi "O Latton", un tesserino
d'ottone con inciso il tuo nome, il tuo numero ai matricola e la tua foto: è il pass per
entrare in porto.
Non sai ancora che presto apparterrai al Consiglio d'Amministrazione
della Compagnia e che al tuo nome saranno legate importantissime conquiste per
tutti i camalli; non pensi che a questo lavoro dedicherai tutte le tue
risorse. Non sai che sarai il responsabile per le merci inviate in
Vietnam, non puoi neppure immaginare che riceverai la cittadinanza onoraria dal sindaco di Haiphong,
e che, raggiunta la pensione, diventerai il Presidente del Circolo Ricreativo Aziendale "Luigi
Rum-Compagnia
Unica».
Un nome, "Luigi Rum-Compagnia Unica", ne porta con sé altri.
Sfilano i nomi di chi, in quegli anni, era al nero fumo: Della Scala,
Domenichelli, Abele, Bavastrello, Cesari, Di Luca, Gaggioli, Gamba, Viperini,
Mercuriello, Mora, Maffei, Martignone, Servente, Siracusa, Maggiolo, Musante,
Maffessoni, Massari, Nuvia, Pittaluga, Poloni, Righi, Traverso, Voltaggio,
Bertuccioni, Braga, Biamchessi, Rossi, Serra, Muscia (padre e figlio),
Trapani
(padre e figlio), Vanin, Nati e tanti altri ancora... ogni nome è un
pezzo di storia del porto.

I camalli e la
Solidarietà Internazionale

1973: i camalli in
Viet Nam - (da un racconto di Sossai)
«Lavorando in porto pensiamo che l'acqua che bagna i nostri piedi, le
nostre banchine, la nostra città, è la stessa che bagna tutto il mondo e
anche i paesi che soffrono, che sono in guerra. Poi lavorando sulle navi
impariamo a conoscere le bandiere, le religioni, i colori, di tanti i
paesi.
In porto, stando a contatto con molta gente diversa (se non sei uno che
vuole conoscere solo quello che ti riguarda da vicino), non puoi non
avere voglia di conoscere le altre culture, i modi di vivere delle altre
popolazioni, degli altri posti diversi dal tuo.
A volte devi inventarti un modo per comunicare, perché la lingua non è
la stessa, ma ti viene proprio voglia di parlare con qualcuno che ha
scaricato una stiva con te per tutta una notte, anche se è straniero:
durante il lavoro ti sei inteso perfettamente, sarà dunque possibile
parlare anche dopo il lavoro.
Sapere delle cose e conoscere come fanno e cosa fanno gli altri è quello
che poi ti aiuta a sopravvivere, ad arricchirti, ad approdare ancora di
più il porto e il tuo lavoro. Noi portuali pensiamo sempre che la vita è
una giungla e se vuoi vivere meglio ti devi impegnare sul serio, con chi
ti è vicino e con chi è lontano perché tutto gira, come l'acqua.
Da molti anni, ormai, il Vietnam continuava a vivere in stato di guerra,
una guerra iniqua.
Allora non potevamo non soffrire per le sorti del Vietnam.
Dalla fine degli anni '60 abbiamo cominciato a seguire ciò che accadeva
laggiù e abbiamo seguito gli appelli di tutti, anche quello del Papa.
Poi abbiamo iniziato a vedere le cose attraverso la televisione ed è
stato sconvolgente vedere la disperazione di quella gente e di quei
bambini.
Fino a qualche anno fa anche le cose più terribili le leggevi o le
ascoltavi alla radio, invece adesso le vedi alla televisione e cambia
tutto. Sai che sono accadute da poche ore e vedi il sangue, la gente che
urla, gli arti mutilati, le devastazioni.
In questo modo è nato, irrefrenabile, il desiderio d'essere solidali con
questo Paese che si batteva per la sua libertà.
Noi come genovesi e come italiani, che a nostra volta abbiamo combattuto
per liberarci dallo straniero, che abbiamo capito il peso dello
straniero sopra di noi, non potevamo rimanere né indifferenti né inermi.
È il 1970 e, in porto, si organizza il Comitato Italia-Vietnam, un
comitato d'aiuto, solidarietà e amicizia per questo Paese. Il risultato
sarà una nave enorme, carica di cose utili, che porteremo in Vietnam.
Durante tutta la fase preparatoria, le forze si uniscono per
sensibilizzare l'opinione pubblica, già attenta e moralmente vicina a
questo paese.
Desideriamo però organizzare la spedizione umanitaria avendo la piena
approvazione e la partecipazione concreta di chiunque possa offrire
qualcosa.
È una mattina del 1972 e stanno bombardando le dighe di Ha-Noi. Siamo
tutti più sconvolti che mai e abbiamo deciso di manifestare. È una
manifestazione impressionante per il numero di partecipanti: i portuali
sono tutti presenti. Ci sono anche gli altri lavoratori. Gli studenti.
Tutti. I manifestanti non si contano.
Nei giorni successivi molti consiglieri e dirigenti del porto decidono
di parlare ai soci. Tutti i microfoni vengono collegati: annunciano che,
se non si fosse posta fine a quel massacro, le navi americane non
avrebbero più potuto sbarcare.
La risposta dei portuali è corale e senza mezzi termini. E ora che la
dirigenza si svegli! Vogliamo informare la città della nostra decisione,
vogliamo che la gente sappia che i camalli e i portuali vogliono fare
qualcosa di concreto per aiutare il Vietnam e che abbiamo costituito il
Comitato di Solidarietà.
Il Consiglio della Compagnia Portuale stabilisce di stampare 5.000
manifesti enormi per spiegare ai genovesi tutto il dissenso dei portuali
verso l'intervento dell'esercito americano e il governo Nixon.
Tutti i camalli si danno da fare per distribuire e affiggere il
comunicato in tutta Genova.
Sappiamo che c'è un'enorme necessità di sangue per le trasfusioni e
tutti i genovesi che possono donarlo si prestano senza riserve.
Le operaie del Comitato di fabbrica "San Giorgio" comprano dal loro
stabilimento moltissime balle di stoffa e uno stock di teloni cerati di
gran metratura per un valore di circa cinque milioni.
Il consigliere Rubecca (Magnusse) parte con un camion
carico di altri aiuti raccolti per portare il primo contingente di
solidarietà del porto di Genova a Roma e di lì, tramite aereo, in
Vietnam.
Intanto, il nostro manifesto è letto in Emilia e siamo invitati, nel
gennaio del 1973, a Cavriago (RE) per spiegare la nostra iniziativa
all'interno di una grande manifestazione a sostegno del Vietnam. E un
momento bellissimo. C'è un freddo pungente e nevica, ma la gente non si
fa spaventare dal maltempo e partecipa numerosissima. Sventolano le
bandiere rosse e blu del Vietnam, quelle rosse del Partito Comunista,
tutte le bandiere dei democratici, quelle di decine d'associazioni e
quelle dell'ANPI.
C'è un'atmosfera di calore e d'amicizia che emoziona tutti e non si
sente neanche più il freddo, anche se è comunque un sollievo quando una
parte della manifestazione riesce ad entrare nel teatro in cui è
organizzato un dibattito cui prendono parte il sindaco del paese, dottor
Sfisi, e Antonio Panieri, assessore della Regione. Gli amici emiliani
invitano la nostra delegazione composta da Borneto, Fasciolo, Sossai,
Barilaro, Raso e Parodi (O Bugne), a salire sul palco per
spiegare le iniziative del porto di Genova a sostegno della popolazione
martoriata dalla guerra.
I portuali dichiarano che, se si riesce a raccogliere materiale
sufficiente per riempire una nave, mettono a disposizione il loro lavoro
per tutte le manovre necessarie per la partenza (scarico dei camion,
imballaggio e carico, pratiche di bordo...).
Tra queste operazioni bisogna pensare anche al fardaggio, ossia la messa
in sicurezza del carico, perché sappiamo bene che deve essere
attraversato l'Oceano Atlantico, il Pacifico e l'Oceano Indiano, e non è
un viaggio facile! Il fardaggio si ottiene con moltissime travi e il
legno costa caro perché è venduto a 65 mila vecchie lire al metro cubo.
Ma per fortuna, ai portuali sarà regalato.
L'intero costo di spedizione, d'armamento, di nolo della nave, messo a
disposizione gratuitamente dai portuali, se dovesse essere quantificato
si aggirerebbe sul mezzo miliardo di vecchie lire.
L'idea della "nave dell'amicizia" è accolta con grande entusiasmo
dagli amici emiliani e da quel momento tra Liguria ed Emilia si avvia
un'intensissima collaborazione per portare a buon fine quest'opera
umanitaria.
Il Console della Compagnia Unica del porto di Genova, Giovanni Agosti,
nel corso della Conferenza Mondiale della Pace, tenutasi a Roma,
ribadisce la totale disponibilità dei lavoratori portuali genovesi ad
occuparsi di tutte le operazioni d'imbarco degli aiuti da inviare in
Vietnam, per rinforzare la diffusione dell'iniziativa della "nave
dell'amicizia".
È un impegno gigantesco, perché dobbiamo andare a parlare in tantissime
fabbriche e stabilimenti: dobbiamo trovare il modo d'avere tutti gli
aiuti necessari e ricevere quanto più materiale possibile. L'Emilia
Romagna lavora intensamente per realizzare il progetto.
In qualità di consigliere, ricevo dall'assessore della Regione Emilia
Romagna Panieri il mandato di comperare dalla Piaggio 200 vespe.
Inoltre ci sono inviate, una grande quantità di macchine per cucire dal
Comitato di Milano che, nel frattempo, si è unito al nostro lavoro.
Il gruppo lombardo è seguito da Stellina Vecchio, una donna che non
risparmia energie e che è un autentico esempio d'impegno sociale.
Anche dal porto e dalla città di Savona arrivano grandi aiuti. Tra le
altre cose, 1.000 biciclette.
Noi portuali stiamo lavorando parecchio, perché, oltre al nostro impegno
quotidiano, abbiamo organizzato delle apposite squadre per ricevere e
imballare le merci provenienti da molte parti d'Italia.
Siamo stanchi, ma questa fatica la sopportiamo volentieri, perché
desideriamo solamente raggiungere l'obiettivo e vedere salpare
l'Australe stracolma di aiuti.
Alcuni di noi, come i lavoratori impiegati nei Servizi Portuali Spa
Seport (che normalmente si occupano dei magazzini e della custodia delle
merci), devono anche sostenere delle spese, perché stanno rifacendo
tutti i motori di molti trattori vecchi che sono stati regalati. Non
vogliono inviare materiale scadente in Vietnam e quindi stanno
rimettendoli a nuovo e stanno anche trasformando una macchina modello
Multipla in un'autoambulanza.
Per effettuare tutte queste modifiche e riparazioni hanno fatto una
colletta tra loro, come tutte le altre volte in cui sono serviti i fondi
per un'opera di solidarietà.
La Regione Liguria ha comprato un'autoambulanza dalla Fiat, attrezzata
per il soccorso nelle zone di guerra.
Il Comune di Genova supporta questa iniziativa organizzando varie
manifestazioni.
Vari preti stanno collaborando con noi. Padre Zerbinati e il frate
Podestà, oltre ad entrare a far parte del Comitato Italia- Vietnam, si
prodigano con tutte le loro energie per ricevere aiuti e sensibilizzare
l'opinione pubblica a sostegno dell'iniziativa. Attivissimo è Don Acciai
e anche tutta la comunità di Oregina che si sta prodigando per la
raccolta d'indumenti.
Sappiamo che, per le diverse condizioni climatiche, è necessario
scegliere i vestiti che le famiglie stanno generosamente offrendo.
Inoltre, anche per l'abbigliamento, desideriamo inviare materiale non
solo utile, ma decoroso e pulito.
Per questa ragione, alcuni soci si rendono disponibili a scegliere i
vestiti adatti ad essere inviati e formano un comitato composto da
Siface e Bertorello con le rispettive mogli e da Ambrosi e Schelotto.
Ambrosi si occupa anche di procurare i camion rimorchio per recuperare,
dalle varie ditte, la merce per la spedizione: lui personalmente fa
decine di viaggi.
La manutenzione dei container è occupazione ordinaria della Compagnia,
ma per la partenza della nave dell'amicizia è Manuel Zanardi (Gigetto)
a recuperare i container da 20 piedi (i primi così grandi) e ad
occuparsi personalmente del loro stato, delle eventuali riparazioni e
della loro ripulitura interna, prima di riempirli con la merce raccolta.
Arriva merce da tutte le regioni del Nord e, alla partenza, la nave è a
pieno carico.
Alla fine della raccolta di aiuti si potranno contare: tubi di ghisa e
di plastica, una fornace per produrre mattoni, trattori, autoambulanze,
materiale didattico, 55 macchine tessili, 70 macchine per cucire Necchi,
1.000 biciclette, 1.000 paia di scarpe da bambino, 26 unità sanitarie
mobili, 7 tonnellate di reti da pesca di diversa misura, e molto altro
materiale ancora.
In totale, si potranno pesare 3.000 tonnellate di soccorsi raccolti.
Tre giorni prima della partenza, i portuali stanno lavorando senza
fiato. Giuliano Righi guida un caterpillar da 12 tonnellate e carica
casse di materiale in continuazione: ha fatto decine di presenze in più
del dovuto, ma non ci pensa neppure a sospendere il suo lavoro.
Manlio Ambrosi oltre a coordinare le manovre sulla calata, si è messo
anche lui alla guida dei trattori, bisogna andare più veloci!
Al lavoro ci sono anche l'ispettore Felicelli e Faetti che, con una
decina di spedizionieri, si sono presi ferie per dedicare più tempo a
tutto il lavoro di sdoganamento della merce arrivata da tutta Italia: è
un carico eterogeneo e richiede attenzioni e operazioni diversificate.
I tempi di caricamento della nave stanno andando per le lunghe a causa
di varie complicazioni.
Una tra queste, la presenza di topi nella stiva della nave, topi che
durante il viaggio si sarebbero mangiati anche le gomme delle
biciclette, degli scooter, i cavi delle apparecchiature radiologiche e
avrebbero mandato in malora tutto il carico.
Quindi i camalli chiedono ed ottengono immediatamente che la Compagnia
armatrice provveda alla derattizzazione. L''intervento richiede tempi di
attuazione e di verifica che rallentano, di molto, le manovre d'imbarco.
La Compagnia che fornisce "la nave dell'amicizia" è la Cooperativa
Garibaldi, che mette a disposizione l'"Australe", una "vecchia carretta"
reduce da un brutto viaggio in Algeria che ne ha segnato in profondità
le fiancate. Ma i portuali del Ramo Industriale la dipingono rapidamente
e la rimettono in sesto completamente.
Il 13 febbraio del 1922 il porto di Genova aveva già visto salpare
un'altra nave della stessa Compagnia di Navigazione, la "Amicare
Cipriani", che portava la solidarietà concreta dei portuali e dei
lavoratori genovesi alla giovane Unione Sovietica, dove era scoppiata
una terribile carestia.
Mentre si avvicina il momento della partenza, sentiamo intorno a noi
la partecipazione di tutta la città e siamo contenti delle testimoniante
d'aiuto che stiamo ricevendo da tutte le regioni.
Anche le scuole d'ogni ordine e grado sono al nostro fianco, e per noi è
molto importante che le nuove generazioni siano sensibili a questi
problemi. Gli studenti più grandi sono con noi alle manifestazioni e da
molti istituti riceviamo, nelle forme più svariate, gesti di
partecipazione.
Siamo molto colpiti dalla scuole elementari. In modo particolare
ricordiamo una scolaresca di Rivarolo, perché la loro maestra, Rina
Piana, è una donna dal cuore grande. Vuole che i suoi bambini sappiano
cos'è la solidarietà. È figlia di un portuale, Pilo per noi, un uomo
straordinario. Ha portato i bambini al porto perché desiderava che
fossimo proprio noi camalli a spiegare cosa stiamo facendo, in cosa
consiste il nostro lavoro, come stiamo organizzando la spedizione per il
Vietnam.
Rina è una maestra che non si accontenta di spiegare le cose ai suoi
alunni, ritiene che le debbano vedere con i loro occhi, ogni volta che è
possibile. I bambini raccontano di essere stati anche in altri posti a
vedere la gente che lavora. In porto sono stati anche ad assistere alla
chiamata.
A noi camalli Rina dice che è importante che i suoi scolari vedano la
nostra fatica mentre prepariamo la merce che sta arrivando dalle varie
parti d'Italia, perché non pensino che la solidarietà nasca dal nulla.
Devono vedere che è necessario che le persone si mettano a disposizione,
dedichino il loro tempo, le loro energie e si organizzino perché gli
aiuti si raccolgano e arrivino a destinazione.
I suoi alunni sanno tutto del Vietnam e fanno delle osservazioni da far
rabbrividire anche noi adulti. Si capisce che sono bambini abituati a
trattare i problemi in modo serio. Quando stanno per andarsene mi
consegnano un salvadanaio e una busta piena di disegni coloratissimi per
portare un po' di allegria ai loro compagni vietnamiti. lo, per dar
soddisfazione ai bambini, estraggo molto lentamente i soldi dai
salvadanaio aperto, e ad ogni moneta o banconota estratta commento:
"Ancora? Ma quanti, non finiscono più!". I bambini sono orgogliosissimi.
Alla partenza della nave, con molti altri studenti, saranno tutti in
prima fila con Rina. Al ritorno dal Vietnam, li andrò a trovare a
Rivarolo, per raccontare cos'ho visto e come è andata la consegna "della
nave".
Non sarà facile trovare le parole giuste per raccontare ai bambini certe
cose. Loro accoglieranno l'amico Luciano con un cesto di ciliegie che
mangeremo tutti insieme.
Una cosa semplice, molto adatta ad un camallo. E uno dei gesti e dei
momenti che rimarrà di più nella sua memoria.
La partenza dell" Australe"
La nave dell'amicizia salpa dal porto di Genova, alle ore
19.00 del 17 novembre 1973, dal Ponte Andrea Doria diretta al porto di
Haiphong (Nord Viet Nam).
Ecco le parole di Sossai.
«Noi, al porto abbiamo continuato a lavorare fino all'ultimo, per le
manovre di partenza. Il carico è stato terminato al mattino presto al
molo Canepa.
Genova ha dedicato quella giornata alla solidarietà e alla partenza
dell'Australe". Alle nove e trenta, a Palazzo San Giorgio, si danno
appuntamento, alla presenza del senatore Fossa, presidente del Comitato
genovese di Italia-Vietnam, e del capogruppo consiliare socialista
Malerba, le diverse delegazioni delle città che hanno preso parte
all'iniziativa, i sindacati e le autorità genovesi.
Alle quindici, tutta la Genova democratica e antifascista, si raccoglie
in largo XII Ottobre, in segno di amicizia e solidarietà verso il popolo
vietnamita. È una Genova numerosa,
composta da operai, studenti... gente di tutte le età. Tutti radunati
intorno al palco sul quale parlano Riccardo Lombardi, del PSI, Cioncarlo
Pajetta, del PCI, Danilo Morini, della DC, Mario Giovannini, della CGIL,
e Hu-ynh Tieng, l'incaricato di affari della Ambasciata della Repubblica
Democratica del Vietnam.
Alla manifestazione partecipano anche: il presidente della Provincia
Rinaldo Magnani, una delegazione ufficiale del Comune composta dal
vicesindaco Fulvio Cerofolini e dagli assessori Baffico, Gualco e
Cangelosi, l'onorevole Labor, il segretario del PSI, Menti, il
capogruppo socialista alla Regione, il viceconsole della Compagnia
Unica, Fusaro, e il segretario della Camera del Lavoro, Lonza.
Lombardi è anche Presidente dell'Associazione Nazionale Italia-Vietnam e
ricorda le dure lotte sostenute dal popolo asiatico per la conquista
della libertà. Sottolinea l'impegno internazionale che la città ha
sempre manifestato con spedizioni umanitarie come quella della "Cipriani".
Mario Giovannini, che è appena rientrato da Hanoi, ha portato un
messaggio dei lavoratori e dei sindacati vietnamiti.
Il rappresentante nord-vietnamita ha aperto la manifestazione dicendo
che nelle stive dell'"Australe" non ci sono solo scuole e case
prefabbricate, macchine agricole e industriali, barche, motori,
medicinali e tutto il materiale raccolto in mesi di lavoro, ma c'è un
altro carico invisibile, ma prezioso: l'amicizia e la solidarietà del
popolo italiano per il suo popolo.
Tutti sono commossi dalle parole di quest'uomo che, già in mattinata, a
Palazzo San Giorgio, ha ringraziato tutte le città che hanno contribuito
ad aiutare il Vietnam e l'ha fatto in italiano, lingua che non parlava
affatto, un mese prima, quando è arrivato a Genova.
Al termine degli interventi, un corteo composto da diecimila persone,
dopo aver attraversato molte vie della città, si dirige a Ponte Andrea
Doria per salutare la partenza della nave.
A meno di un'ora dalla partenza, succede un episodio che commuove molte
delle persone già presenti per salutare l'"Australe". Arriva una Fiat
500 sulla banchina da cui scendono padre, madre e due figli. L'uomo
spiega che non ha altro da offrire, ma vuole donare la sua macchina al
popolo vietnamita. Per i portuali, che hanno da ore terminato tutte le
operazioni di carico, è un problema riaprire la stiva, ma la famiglia è
così insistente e generosa che gli uomini del porto risolvono ogni
difficoltà e imbarcano la vettura».
La scelta di un rappresentante del comitato che accompagni la nave
dell'amicizia cade su Luciano Sossai, emozionato come, in tutta la sua
vita, non credeva di poter essere. E commosso anche perché a salutarlo,
tra la folla, ci sono la moglie Mina e il figlio Dimitri.
Quando sulla banchina, prima della partenza, sente intonare le note
dell'Internazionale scandite dalla folla, non riesce più a trovare le
parole per salutare, chiudere la manifestazione e dare il via alle
manovre di uscita dal porto; è Vera Boccara, segretaria nazionale del
Comitato, ad aiutare Sossai a vincere l'emozione e a fargli ritrovare la
forza per parlare.
La gente saluta commossa la partenza della nave, ma in pochi sanno che
una telefonata anonima ha denunciato la presenza di una bomba a bordo.
Il comandante della nave, convinto che si tratti di una provocazione per
seminare il panico e ritardare la partenza, dà ugualmente ordine di
levare gli ormeggi.
Naturalmente, a poche miglia dal porto, la nave è accuratamente
perquisita dagli artificieri, che non trovano traccia alcuna di ordigno
esplosivo.
Finalmente, alle ore dieci e quaranta del 18 novembre 1973, l'"Australe"
prende il largo.
Il viaggio della nave
dell'amicizia
La navigazione per giungere al porto di Haiphong è lunga,
difficile e ricca di imprevisti e di emozioni.
Saranno cinquantatre giorni indimenticabili per l'equipaggio, per la
vita di bordo, per i posti meravigliosi che tocca la rotta della nave,
per il maltempo, per l'episodio dei "mostri", per la malinconia di
Genova.
L'equipaggio è composto da gente con poca esperienza, ma con tanto
bisogno di lavorare. Molti marinai professionisti, sapendo la
destinazione, hanno rifiutato l'imbarco.
Il comandante della nave, Giulio Cesare Calamanni, sa di non avere
neppure un ufficiale di coperta, né un marinaio e neppure un operaio di
macchina. Sossai entra volontariamente a far parte dell'equipaggio.
Nelle ore di "riposo", insieme al comandante e al nostromo, visita
regolarmente la stiva per verificare le rizze del carico, in modo
particolare quelle più esposte al rollio della nave. Ogni giorno, a
bordo, migliorano i rapporti tra gli uomini e Sossai racconta le molte
vicissitudini dei vietnamiti, parla delle lotte e delle condizioni in
cui versa attualmente il popolo asiatico.
Molti degli imbarcati sanno pochissimo di queste storie del loro tempo,
presi come sono, ogni giorno, a pensare alla loro lotta per la
sopravvivenza. Lentamente, sulla nave si forma il "Comitato Vietnam di
bordo" e si organizza una sottoscrizione inaugurata dal comandante che
devolve 25.000 lire. Tutti partecipano e, alla fine, si raccolgono
250.000 lire, che il Comitato decide di destinare all'acquisto di
chinino per i bambini vietnamiti.
Ma il tempo, a bordo, è scandito, tirannicamente, dalle operazioni
richieste dalla navigazione.
La nave sta attraversando l'Atlantico e tutti cercano di rendere la vita
meno monotona. Per molti giorni la rotta è 204 SW e il mare tende a
rinforzarsi sempre più. Finalmente, al ventinovesimo giorno di
navigazione, alle ore dodici e trenta, viene passato l'Equatore. Il
caldo è infernale ma, in coperta, al riparo dal sole, si sente il
sollievo portato dagli alisei, che, pur essendo venti caldi, muovono
l'aria e permettono di respirare.
Il passare dei giorni e i turni incalzanti rendono gli uomini stanchi e
nervosi.
A bordo c'è un malato, che già a poche miglia dal porto di Genova aveva
accusato seri malori.
Da giorni Sossai e l'allievo ufficiale Longobardi gli stanno
somministrando delle iniezioni di penicillina ma, con l'ausilio di un
manuale medico e qualche comunicazione radio, si rendono conto che sono
necessario dosi massicce di vitamine. Il malato migliora, ma non a
sufficienza per ristabilirsi completamente e tornare al suo lavoro.
Altri due marinai si ammalano seriamente e il garzone di cucina è
afflitto da un preoccupante esaurimento nervoso. Sarebbe necessario
sbarcare anche loro per farli ricoverare, ma nessun porto li accetta,
per ragioni di sicurezza. Sarà possibile ottenere le cure adeguate solo
quando si arriverà a destinazione, nel porto di Haiphong.
I marinai in forze, nel frattempo, devono sostituire anche i turni degli
uomini ammalati.
A Città del Capo, c'è la speranza di poter scendere a terra, ma arriva
l'ordine di proseguire sino a Durbans. Oramai la nave è a corto di
bunkeraggio e di acqua potabile. Doppiato il Capo di Buona Speranza,
avvistiamo un branco di foche che sembra giocare tra le onde: la scena
riesce a risollevare per un po' il morale a tutti. Le foche non sono gli
unici animali ad allietare il viaggio.
Da giorni, infatti, oltre ai gabbiani, meravigliosi aironi accompagnano
la nave.
Neanche a Durbans, città affascinante, costellata da una miriade di
piccole isole, è possibile sbarcare. Arriva l'ordine di fermarsi in rada
e, dopo qualche ora, arriva un rimorchiatore d'alto mare con i
rifornimenti.
Nel porto di Dar Es Salaam Sossai chiede al comandante di poter inviare
alcuni telegrammi in Italia e poi in Tanzania, al presidente Julius
Nyerere. Grazie a lui viene dato, rapidamente, il permesso di ingresso
nel porto dove vengono somministrate a tutti le vaccinazioni contro il
colera e le altre malattie tropicali.
Laggiù la vegetazione è ricchissima. Molte persone a bordo sono stupite
di fronte ad alberi dalle forme e dai colori mai visti prima.
Ma in quei luoghi, anche i pericoli sono tanti e imprevedibili. Per
fortuna, il comandante è un esperto lupo di mare e impedisce agli
uomini dell'equipaggio di bagnarsi nelle baie circostanti il porto,
facendo notare strani cespugli che affiorano a pelo d'acqua. Con la
bassa marea gli stessi cespugli si sarebbero rivelati cime di alberi
infestate da velenosissimi serpenti, detti "sette passi", perché le loro
vittime trovano la morte proprio al settimo passo.
In Tanzania, con i soldi del Comitato di bordo, si acquista il chinino
per i bimbi vietnamiti.
Dopo aver effettuato tutti i rifornimenti, la nave riparte, diretta
verso l'Oceano Indiano. E proprio l'Oceano Indiano sarà teatro di una
avventura simpatica da ricordare, ma che, al momento dell'accaduto, non
fu affatto divertente.
Così la racconta Sossai.
«È notte e di vedetta c'è il marinaio Scognetti che, dopo aver
richiamato l'attenzione di tutti con un urlo terrificante, non riesce
più ad aprire bocca, terrorizzato da qualcosa che nessuno sa cosa sia.
Io che in quel momento mi trovo al timone, temendo di essere in rotta di
collisione, porto immediatamente il timone a tutta dritta.
Ben presto capiamo che il pericolo non era quello e rimettiamo in rotta
la nave. Scognetti, rassicurato da tutti noi che gli stiamo intorno,
riesce a balbettare che sulla nave c'è un mostro.
Ora, bisogna dire che capita spesso a bordo che, dopo molti giorni di
navigazione, gli uomini siano preda delle allucinazioni.
Ma è anche vero che, tra gli uomini di mare, serpeggia una paura
latente: quella di incontri con spaventevoli mostri, resi ancor più
terrificanti dalla lontananza dalla terra ferma e da quell'immensa
distesa d'acque in cui si è immersi.
Non sapendo di cosa si trattasse e nel timore che Scognetti potesse aver
ragione, tutti iniziano a dare la caccia al mostro.
Qualcuno ostenta una gran spavalderia, altri dimostrano la loro paura,
perché il marinaio è seriamente sconvolto e tutti sappiamo che qualcosa
deve aver visto sul serio.
Speriamo nella sua immaginazione!!!
Invece sono proprio io che, restato solo di guardia al timone,
percepisco distintamente una presenza che mi osserva. Non riesco ad
individuarla ma, improvvisamente, vedo due occhi infuocati che, al mio
urlo disumano, si moltiplicano nel buio muovendosi rapidissimi, come
volando. Arrivano i rinforzi, si accende una luce esterna e mi rendo
conto che l'orrendo mostro altri non è, in realtà, che una piccola
scimmiotta notturna (spettrus) dagli occhi molto grandi e luminosi.
Negli stessi giorni si registrano furti nella cambusa. È sempre lei, la
scimmia, e la conferma arriva nei giorni successivi, perché, una volta
catturata, non manca più nulla dalla cucina, con grande soddisfazione
del cuoco che s'impegna ogni giorno per saziare i nostri incolmabili
appetiti.
La scimmiotta è adottata da uno di noi che so la tiene sulla spalla fino
a quando arriviamo al porto di Singapore.
Raggiungere questa meta è stata un'impresa, perché in questo tratto,
nell'acqua, vi sono tronchi molto grandi e banchi di sabbia che
richiedono un'estrema attenzione.
È l'ultimo dell'anno e la baia è piena di navi che, a sirene spiegate,
festeggiano l'anno nuovo. Vorremmo essere a casa con le nostre famiglie.
Festeggiamo con i panettoni alla genovese e lo spumante che la Coop
Antonio Negro ha preparato per l'equipaggio, sapendo che il nostro
Natale e le altre feste le avremmo trascorse in viaggio.
Intoniamo le canzoni della nostra terra e le parole si mescolano a
quelle degli equipaggi delle altre navi che, malinconici e lontani,
pensano come noi alle loro famiglie.
Lasciamo Singapore diretti ad Haiphong, la nostra meta, ma il viaggio ha
ancora in serbo per noi un'altra avventura, che, per l'ennesima volta,
fa temere a tutto l'equipaggio di non poter mai giungere a destinazione.
Appena lasciato il porto siamo investiti da raffiche di monsone
violentissime.
Il mare è rigonfio e il suo colore e la sua furia fanno paura. Mare e
vento superano quasi la forza dei motori: è la "cappa", una delle
condizioni più temute dai naviganti, perché si è in balia delle onde e
delle raffiche d'aria.
Siamo molto in ansia anche per il nostro carico.
Calamanni ed io ci avventuriamo nelle stive insieme al nostromo che non
è solo "l'uomo che avvia la ciurma al lavoro", come dice la definizione
marinara, ma è anche un esperto e coraggioso marinaio, che non si tira
mai indietro. I tre vedono che il carico è in pericolo, perché un
trattore ha strappato una rizza ed ora sbatte sulle casse e le gabbie
circostanti in modo pericolosissimo, non solo per il carico: se continua
così, presto provocherà una falla sulla parete della stiva.
Sono chiamati due marinai di rinforzo e i cinque riescono, mettendo
seriamente in pericolo la loro vita, a puntellare il trattore con grossi
travi di legno, lasciate apposta nella stiva per rinforzare il fardaggio
in caso di necessità.
La baia di Haiphong è disseminata di 10.000 mine e solo un pilota del
posto, salito a bordo, riesce a risalire il fiume. Superata anche questa
difficoltà, dopo aver percorso 13.000 miglia, la mattina del 9 gennaio
1974, la nave "Australe" attracca alla meta».

L'arrivo in Vietnam
«Risalendo l'estuario del Fiume Rosso cominciamo a vedere
l'inizio di qualcosa che non potremo mai più dimenticare: distruzione,
macerie, navi rovesciate, case e fabbriche rase al suolo dai
bombardamenti. Anche per chi ha già visto ciò che una guerra lascia al
suo passaggio, la vista che si presenta è terrificante.
I portuali che accolgono il nostro arrivo sono tutte donne: i loro
uomini stanno ancora combattendo. Loro riescono ancora a sorridere,
hanno bisogno di sorridere. Non sono felici solo dei soccorsi ma, come
diceva il loro ambasciatore il giorno della partenza dell'" Australe",
hanno bisogno di credere, di sapere, di vedere che, da qualche parte dei
mondo, qualcuno può fare qualcosa per mettere fine alle loro sofferenze.
Siamo ancora più consapevoli che il nostro carico è infinitamente scarso
e del tutto insufficiente, ma siamo contenti di aver lavorato al massimo
delle nostre possibilità».
Tra i camalli e il Vietnam si è ormai creato un legame che durerà nel
tempo.
Luciano Sossai riceve la cittadinanza onoraria e, insieme a molti altri
rappresentati e dirigenti della C.U.L.M.V, tornerà spesso ad Hanoi.
Il responsabile della nave dell'amicizia riceverà a Roma,
dall'ambasciatrice Madame Phan Ti Mhin, una medaglia in segno di
riconoscenza per l'impegno dimostrato. Anche Berlinguer (che desidera
essere personalmente informato della missione), lo riceve.
Sossai ottiene la cittadinanza onoraria di Haiphong.
Grazie alle relazioni tenacemente mantenute negli anni, si riesce ad
organizzare la Fiera Internazionale Italia-Vietnam.
Siamo nel 2003 e ancora sul «Sanbenigno», notiziario del
Circolo Aziendale "Luigi Rum-Compagnia Unica", sono riportati
periodicamente articoli riguardanti la cultura vietnamita e informazioni
riguardanti iniziative che mantengono vivo e attuale il legame tra i
camalli e il Vietnam.
"O Bœ",
Angiolino Cavanna
I camalli si conoscono con i loro soprannomi.
Se qualcuno mantiene il proprio cognome è perché sembra già un
nomignolo, come per esempio accade a Cardinale. I soprannomi possono
nascere prendendo spunto da tanti aspetti della persona: caratteristiche
fisiche, paese di provenienza, legami di parentela con qualche altro
portuale, episodi accaduti sul lavoro, modi di dire tipici di quel certo
camallo... e tanti altri ancora possono essere gli spunti.
A volte possono persino sembrare offensivi, irriverenti, ridicolizzanti,
ma, in porto, i soprannomi servono per individuare rapidamente le
persone, anche quelle che non si conoscono, se non di vista, e quindi
devono essere più significativi dei nomi stessi. Nessuno si offende per
il modo in cui è chiamato.
Quando qualcuno trova un appellativo azzeccato per un suo compagno
cogliendo nel segno, il nuovo nome si diffonde rapidamente e diviene il
personalissimo biglietto da visita di quel camallo... e lo segue per
tutta la sua vita.
Attraverso i soprannomi, i camalli ripercorrono e rivivono meglio la
loro storia. Spesso non ricordano i veri nomi e i cognomi dei loro
compagni - in qualche caso non li hanno mai saputi - ma ripensando a
loro, ritornano gli antichi soprannomi:
Fratin, fratino;
Persega, goloso di pesche;
Magnusse, dalle grosse mani;
Sciapenuar, libera traduzione francese-portuale di Cappanera;
Combo, colombo;
Tromba, tromba=spione;
Pégoa, pecora nel senso di sporco come una pecora;
Abæn, magro come un abbaino;
Pasquen, diminutivo di Pasquale;
Sciuto, è un cognome, ma è mantenuto perché indica appropriatamente il
camallo in questione: asciutto;
Bergamin, di Bergamo;
Boccion, con la testa grossa come una grande boccia;
Buccin, come un piccolo di mucca appena nato;
Paggia, secco e lungo come la paglia;
Çimello, come un'appendice da asportare;
Fenogin, piccolo come un seme di finocchio.
Si potrebbe andare avanti per ore a ricordare tanti altri camalli con i
loro nomi caratteristici.
Oltre a denotare un'acuta capacità del gruppo d'individuare gli aspetti
emblematici di ognuno, i nomignoli sono anche indicativi di un certo
clima. Sembrano dire che, nel porto, si può anche cogliere ironicamente
un difetto, si può guardare affettuosamente un aspetto, anche negativo,
di un compagno, ma si è all'interno di un gruppo che ha le sue intimità
e crea il suo linguaggio.
Ecco quindi che di O Bœ, il
bue, si può immediatamente immaginarne la stazza, che è davvero
massiccia e robusta, dalla testa ai piedi, anche ora che ha ottant'anni
(ma solo all'anagrafe).
Il suo nome è Angiolino Cavanna e la sua storia è quella di un camallo
figlio di socio e nipote di un garibaldino, Antonio. La combinazione di
questi due elementi gli permette di essere avventizio solo per sette
anni.
La prima volta che O Bœ entra a lavorare in
Compagnia è la notte di Natale del 1946: la passerà ai magazzini
generali del cotone.
Ricorda nitidamente il giorno e l'emozione che prova il 15 gennaio del
1953 quando diventa socio. Finalmente è un membro degno della sua
famiglia. È molto fiero di essere un camallo, ma allo stesso tempo sa
che non avrebbe neppure potuto immaginare di fare un mestiere diverso.
Era già scritto ancor prima che nascesse. Tutti nella sua famiglia sono
stati portuali, e fin da piccolo lui bigia la scuola per andare in porto
e stare lì a guardare le navi e i camalli che lavorano. È un amore
autentico quello che prova per il porto, non è mai stato attratto da
altri mondi.
È in pensione da ventidue anni, ma la sua
vita continua ad avere come centro motore la Compagnia. Ogni giorno
pranza alla mensa della Compagnia insieme ai suoi compagni di sempre.
Molti di loro, come lui, sono vedovi, ma mangiando insieme si sentono
meno soli. Quando si è in mensa, sembra quasi che il tempo non sia
passato. I discorsi sono sempre legati al lavoro, alle vicende che li
hanno visti protagonisti, agli episodi che allietavano la vita sulle
calate, alle notti trascorse a caricare le stive.
Ma i vecchi camalli sono anche molto aggiornati e attenti a tutte le
trasformazioni dei vari settori del porto. Sono ancora più sensibili al
"clima" che si respira tra i soci, al rapporto che lega i compagni di
lavoro di oggi. Si rendono perfettamente conto che i tempi sono
cambiati, che la tecnologia e la formazione professionale dei soci di
oggi è qualcosa che rende profondamente diverso il lavoro dei camalli.
Il nome camalli, oggi, è un modo per indicare l'appartenenza ad una
categoria storica, ma è solo un riferimento a tempi ormai passati,
perché, in porto, la strumentazione e la meccanizzazione, le
apparecchiature usate e i macchinari a disposizione fanno sì che nessuno
debba camallare nessun sacco.
Il lavoro dei portuali richiede altre competenze rispetto a ieri,
esattamente come accade per molti altri mestieri o professioni.
In questi ultimi 50 anni le trasformazioni dei tempi, degli spazi, delle
comunicazioni e anche delle relazioni e dei modi di guardare il mondo
sono state così vertiginose da far pensare che sia trascorso molto più
tempo rispetto a quello effettivamente passato.
I camalli sono contenti che i figli non debbano conoscere le loro stesse
fatiche, ma non possono non avere nostalgia dei loro giorni. Giorni nei
quali, vita e lavoro erano così profondamente intrecciati da essere la
stessa cosa.
La questione probabilmente è proprio questa: loro non hanno fatto i
camalli, ma sono i camalli... e la loro vita non divide il lavoro dal
tempo libero, dalla famiglia, dall'amicizia.
Con i compagni di squadra, i camalli hanno un rapporto fraterno e se
capita qualcosa a uno di loro, è come se fosse capitato a loro stessi.
O Bœracconta tutto questo e sono parole
piene di affetto per i suoi compagni. Con molta dignità, ricorda il
giorno in cui "porta via" uno dei suoi bambini morto a soli otto mesi e,
uscendo di casa, trova i suoi compagni che vogliono essergli vicino.
L'affetto è fatto anche di gesti concreti e... loro hanno con sé i
risparmi, nel caso servissero per "seppellire il bambino"...
Con i compagni di squadra, ai tempi, si vive come in simbiosi. A volte
basta che risponda uno di loro alla chiamata per accettare un lavoro: se
va uno, gli altri lo devono seguire per forza: è un "ghèn"
(la squadra). Anche per andare a riscuotere la paga, non c'è bisogno di
tante deleghe: a turno va uno per tutti, con i cartellini degli altri e
si fa dare i soldi. I cartellini bisogna averli perché vi sono riportati
i nominativi di ognuno e, ad ogni pagamento, sono forati con timbri
diversi, così la Compagnia sa che ha pagato! Un giorno il foro è la
stellina, un giorno il quadratino, un altro il pallino. L'addetto della
Compagnia segna su un registro la data di pagamento e la forma usata per
forare i cartellini.
In un primo tempo la Compagnia paga a giorni alterni, più tardi passa
alla decima per poi arrivare alla busta paga mensile.
«Sono gli anni 1953-1954 e, a volte, si può anche arrivare ad avere
trentasette giorni lavorativi, in un mese, se si accetta di lavorare per
più turni in un giorno. Si arriva distrutti ma i soldi servono e non
sono mai sufficienti, quindi si lavora il più possibile».
O Bœ, mentre racconta, sembra essere tornato
al momento in cui le squadre hanno un momento di riposo e vanno da O
Felice. È l'osteria in salita degli Angeli e i camalli bevono una
bottiglia insieme e mangiano qualcosa di caldo, quello che c'è pronto
quel giorno. O Bœ è tra quelli che mangiano
di più.
Un ricordo ne richiama un altro e Angiolino sorride pensando a quando
lavorava alla Compagnia dei Pesatori: dalla mattina presto fino a
mezzogiorno in punto e con la stadera pesa 600 barili per un totale di
120 tonnellate.
A pranzo, per rifocillarsi, mangia, da solo, un chilo di pasta!
Quello è un lavoro ben pagato, anche perché sono pochi quelli che
possono reggerlo! Quindi, si possono mettere da parte i soldi che
servono per il matrimonio. Le "palanche" si custodiscono
in "O cantin da sa", nel cassettino del sale, ossia un
luogo da sempre protetto e destinato alle cose più preziose della casa.
La memoria non segue sempre un filo logico e un ricordo, a volte, preme
per venire a galla senza che tu nemmeno sapessi di averlo nell'archivio
della tua vita.
E così che O Bœ, mentre racconta, scopre il
ricordo di O Ciumin, il piumino, che si tuffa dalla Calata
Somalia, passa sotto la nave Pia Costa e l'attraversa tutta da poppa a
prua. Sente ancora lo stesso pensiero di allora nella mente: "O
l'é negòu!", è annegato! Invece no, Ciumin riaffiora a pelo
d'acqua e poi va dagli amici, gagliardo e allegro, contento di stupire
sempre gli altri camalli.
C'è un altro personaggio che in porto è conosciuto da tutti: O
Giggia, famoso per essere uno che racconta storie più grosse di
lui. In realtà si chiama Attilio Resasco e, da giovanissimo, inizia a
lavorare alla San Giorgio.
E amato e ben voluto da tutti, soprattutto perché sul lavoro è
serissimo, capace e aiuta chiunque. Forse è proprio per questa ragione
che gli altri portuali accettano di buon grado la sua abitudine di voler
sembrare "uno pieno di soldi". Sono gli anni Sessanta e il taglio più
grosso delle banconote è quello delle 10.000 lire. O Giggia ne tiene
sempre in tasca una, che tira fuori ogni volta che deve pagare qualcosa.
Naturalmente al momento del pagamento, cerca di attirare l'attenzione di
tutti i presenti e si scusa con il cassiere di non avere spiccioli. È un
suo vezzo! Poi manda i ragazzini che lavorano con lui a cambiare i resti
con una nuova banconota da 10.000 lire. Lo sanno tutti, ma a lui sembra
sempre di poter stupire.
Così come nessuno poteva lavorare in porto senza sapere la più famosa di
tutte le storie raccontate da O Giggia.
La "scena" è ambientata nella seconda guerra mondiale. A quei tempi,
Attilio vive in una baracca sotto il Righi e, sopra la sua abitazione,
passano tutti gli aerei per bombardare il porto di Genova. O Giggia
racconta che, un giorno, è volato un aereo bombardiere talmente basso,
ma talmente basso, da poter sentire distintamente il pilota che
rivolgendosi all'addetto allo sgancio delle bombe dice: "Sgancia John,
che ghe semmo!!!".
La vita del porto per O Bœ sono questi
ricordi; ma c'è un episodio che dà alla parola camallo una sfumatura
d'orgoglio in più ed è legato ad un gesto di solidarietà della sua
Compagnia.
E il 1970. Sono i primi giorni di dicembre, si sta avvicinando il
Natale, quando due donne si presentano sulle banchine e, conoscendo la
sensibilità dei camalli, espongono un problema: una bimba ha urgente
bisogno di un intervento al cuore. Spiegano che l'operazione si può
effettuare esclusivamente in un ospedale inglese e che servono molti
soldi, per l'intervento e per il viaggio della bambina e della madre.
Le loro aspettative non sono disattese, perché il giorno seguente (che
per buona sorte è giornata di paga) vengono accesi gli altoparlanti
dislocati in tutti i locali della Compagnia e, in genovese (lingua di
tutti gli annunci non ufficiali), viene presentato il caso,
sottolineando l'urgenza dell'intervento.
Immediatamente, inizia una colletta generosa ed unanime che consente
alla famiglia di far operare la bambina e di vederla crescere.
A Pasqua, durante una festicciola della Compagnia, si presenta una
signora con una bambina. E lei ed è tornata ad essere una bambina
normale. Per tutti i camalli è una gioia infinita.
Angiolino Cavanna aggiunge che lui ha provato cosa significa perdere un
figlio e, ancor oggi, il ricordo di questo evento lo emoziona ancora
tanto perché il semplice gesto di solidarietà dei camalli ha evitato un
così grande dolore ad altri genitori.

I portuali e
l'associazionismo

1964: nasce la Cooperativa
Antonio Negro
Gli anni '60 vedono il delinearsi di una nuova realtà e,
grazie allo spirito di solidarietà e al senso sociale dei lavoratori
portuali, nasce, tra le altre iniziative, la
Cooperativa Antonio Negro.
Aver raggiunto un posto di lavoro garantito e poter disporre di uno
stipendio sicuro e decoroso, permette ai soci della Compagnia di poter
indirizzare le energie su altri piani che non siano direttamente
inerenti al loro lavoro, ma che consentano alla categoria di migliorare
ulteriormente la qualità della vita.
È il Consiglio di Amministrazione della
Compagnia che s'impegna per ricercare valide e concrete soluzioni per
agevolare i soci sul piano economico. Ed è sempre il Consiglio che si fa
interprete del nuovo bisogno dei portuali: il tempo libero.
Progetta nuovi spazi per gli spogliatoi dei lavoratori e sale in cui
organizzare ritrovi, cene e feste; si preoccupa di dare più respiro ad
iniziative sportive; si attiva per garantire attività rivolte ai bambini
e alle famiglie dei portuali.
Si avvicinano tempi in cui è possibile, finalmente, pensare a piccole
escursioni m altre città e dare progressivamente corpo
all'organizzazione di viaggi turistici economicamente accessibili; si
promuove anche un piano culturale, pensando a spettacoli e concerti da
ospitare all'interno degli spazi del porto.
Per rendere operativo il progetto, il Consiglio discute a lungo sulla
possibilità di creare un Circolo Ricreativo e sceglie la costituzione di
una Cooperativa, proposta da Giuseppe Agosti, che ricorda a tutti i
consiglieri il proficuo insegnamento delle esperienze già sviluppate in
Emilia Romagna.
Nasce cosi, il 31 luglio 1964, la Cooperativa "Antonio Negro".
I soci fondatori, in rappresentanza delle sette sezioni Compagnia Unica
Merci Varie, sono:
Giovanni Agosti (Capo Sezione San Giorgio)
Emanuele Borneto (Capo Sezione Stefano Canzio)
Emilio Cravin (Capo Sezione Barilai e Cassai)
Luigi Dellacasa (Capo Sezione Pesatori Merci Varie)
Otello Mazzolini (Capo Sezione Commessi di Bordo)
Luigi Porcile (Capo Sezione Imballatori)
Giorgio Balzani
Giobatta Canesi
Riccardo Croce
Franco Faetti
Bruno Pippo
Lo statuto sottolinea la logica con cui nasce la Cooperativa ed
evidenzia la connessione tra gli aspetti economici e quelli
socio-culturali che si prefigge di sostenere a favore dei Soci della
compagnia.
A testimonianza delle finalità della nuova organizzazione, si può
leggere nei primi due punti dello statuto che la Cooperativa provvede:
A) all'acquisto, possibilmente presso le fonti di produzione, specie
cooperativistiche, all'eventuale produzione, manipolazione e
trasformazione e alla successiva distribuzione e vendita ai soci e ai
consumatori di generi di consumo, merci, prodotti ed articoli di
qualsiasi natura e tipo nonché all'eventuale organizzazione diretta di
determinati servizi e alla fornitura ai soci delle relative prestazioni,
mediante impianto e gestione di spacci di distribuzione e vendita, sia
fissi che ambulanti, trattorie, mense e mescite, magazzini laboratori e
impianti per la diretta conservazione, produzione, manipolazione
trasformazione dei generi di consumo, merci, prodotti ed articoli
necessari all'approvvigionamento ed assortimento delle gestioni sociali
ed eventualmente laboratori ed impianti per la fornitura diretta ai soci
delle prestazioni di determinati servizi;
B) all'esercizio di attività culturali, ricreative e mutualistiche in
genere, a favore dei soci e loro famiglie, eventualmente istituendo
ambulatori, colonie di riposo, ricreatori, scuole e biblioteche
popolari, borse di studio, ecc., sale di ritrovo, di divertimento e
spettacolo, palestre e campi sportivi, organizzando attività turistiche
a beneficio dei soci e loro familiari, ed anche partecipando, con fondi
e quote adeguate, ad altri enti cooperativi e mutualistici che si
propongono l'organizzazione e l'esercizio specifico delle precedenti
attività.
Il Console della C.U.L.M.V, Mattia Rolla, due mesi dopo la costituzione
della Cooperativa, espletate tutte le pratiche burocratiche necessario
per la fondazione, comunica al Consiglio la necessità di organizzare una
diffusione capillare dell'iniziativa, avvalendosi dell'aiuto dei Capi
Sezione. Nelle diverse sale di chiamata della Compagnia sono illustrate
a tutti i soci le modalità di iscrizione alla Cooperativa e i vantaggi
connessi.
È proposta la sottoscrizione di una quota
sociale volontaria del valore nominale di 1.000 lire e si decide che la
quota sarà trattenuta, per delega, dalla busta paga a tutti coloro che
vogliono aderire alla proposta.

Immediatamente, si delinea la necessità d'istituire una Commissione che
possa
gestire e organizzare le prime tappe della formazione della Cooperativa.
I tre
membri designati sono scelti all'interno dei soci della C.U.L.M.V. e
sono:
Faetti della Compagnia San Giorgio, Croce della Compagnia Stefano Canzio
e Della Casa della Compagnia dei Pesatori. Croce e Della Casa sono
rispettivamente il Presidente e il vice Presidente del primo Consiglio d'Amministrazione della Cooperativa.
Antonio Negro e il simbolo della Cooperativa
Come simbolo della Cooperativa si sceglie la Lanterna
circondata da un sole; sette dei suoi raggi indicano il lavoro svolto dalle compagnie della
C.U.L.M.V.: tiraggio, facchini, commessi, pesatori, barilai-cassai,
imballa-
tori, portabagagli.
Il nome è dedicato ad Antonio Negro, l'"uomo che non cambia
mai", definito
così
per la sua lotta contro i soprusi, la rettitudine morale e l'impegno
politico.
Tutte caratteristiche che gli sono costate prezzi altissimi. Per ragioni
politiche è
arrestato per ben 110 volte.
Nato a Pietra Ligure nel 1885, vive e cresce a Sestri Ponente ed è
proprio da lì
che inizia a partecipare alle lotte contro il governo del generale
Pelloux.
A soli 15 anni manifesta contro l'onorevole Saracco che vuole sciogliere
la Camera del Lavoro. Il suo percorso politico e la sua ideologia cominciano,
già a
quell'età, a delinearsi in modo chiaro.
A 19 anni, s'impegna nella federazione giovanile socialista e prende
parte agli scioperi schierandosi con i portuali che manifestano contro
il sistema della "libera scelta".
Tre anni più tardi, esce dal Partito Socialista per aderire alla
corrente dei
sindacalisti rivoluzionari. Intorno ai 27 anni, Negro è direttore
responsabile del giornale «Lotta Operaia», ma dedica gran parte del suo impegno
alla
Camera del Lavoro di Sestri Ponente di cui diviene segretario nel 1912.
Il
fascismo, nel 1922, abolirà l'istituzione della Camera del Lavoro.
Ma, già nel 1921, gli operai devono opporsi, resistere e difendersi da
un attacco delle squadre fasciste contro la Camera del Lavoro di Sestri. La
lotta è impari e per mancanza di munizioni e di viveri, dopo pochi giorni, gli
operai si arrendono.
Antonio Negro è obbligato all'esilio, prima in Germania e
successivamente in
Francia. Quando, tre anni dopo, rimpatria, è costretto ad emigrare in
Egitto, da
dove viene espulso due anni dopo.
Rientra clandestinamente in Italia dove è subito arrestato e mandato al
confino a Lipari. Innumerevoli sono gli interrogatori e i pestaggi che
subisce dal regime fascista.
Nel 1944 è eletto Segretario Responsabile della Camera del Lavoro di
Genova,
successivamente è deputato alla Costituente, consigliere al Comune di
Genova
e Senatore della Repubblica. Soprattutto è il dirigente più amato e
stimato dalla classe operaia e, in modo particolare, dai portuali.
Per questa ragione, quando il 28 settembre del 1963, viene a mancare,
lascia un
vuoto incolmabile negli schieramenti politici cittadini e i portuali lo
piangono,
riconoscendogli il grande merito di aver contribuito in modo decisivo al
riconoscimento di alcuni diritti, allo sviluppo di tutele
nell'organizzazione del lavoro e all'ottenimento di garanzie salariali.
Per loro l'"uomo che non cambia mai" si è sacrificato e ha lottato tutta
la sua
esistenza come se fosse stato un vero portuale.
Per queste ragioni la Cooperativa, che costituisce un ulteriore
progresso delle condizioni sociali dei lavoratori del porto, non può che
essere chiamata Antonio Negro. Purtroppo, lui non riuscirà a vederne la realizzazione.
Lo sviluppo della Cooperativa
La Cooperativa vede aderire nel primo anno 4.000 lavoratori della
C.U.L.M.V.
e, nel giro di una decina d'anni, gli incassi si aggirano sui due
milioni al giorno.
Fare la spesa alla Cooperativa è un affare e i soci aspettano - anche
per due ore
in coda - per arrivare alle casse, ma è tale il risparmio sugli acquisti
effettuati
che tutti sanno che ne vale la pena.
Per questa ragione il Consiglio d'Amministrazione decide di rifornire la
struttura, non solo di generi alimentari di largo consumo, ma di ampliare
l'offerta per
i lavoratori, promuovendo la vendita di capi d'abbigliamento.
Uno dei primi indumenti di cui si rifornisce la Cooperativa è il "cagnaro",
il giaccone da lavoro dei portuali, che va letteralmente a ruba per il
prezzo eccezionalmente conveniente.
Moltissime sono le vicissitudini che attraversa la Cooperativa,
soprattutto
per le problematiche legate agli spazi. Infatti i locali sono troppo
ridotti rispetto alla clientela in continuo aumento e alla necessità di
rifornire i magazzini e gli scaffali di grandi scorte, in rapporto alla sempre
crescente richiesta da parte dei consumatori. Il successo commerciale che ottiene
l'iniziativa determina modifiche allo Statuto che, in una prima stesura,
contemplava come soci solo i lavoratori portuali; in stesure successive al
1968,
estende questa possibilità a tutte le persone che, in qualche misura,
hanno
rapporti lavorativi con il porto.
A Genova, naturalmente, le persone che ruotano attorno al mondo del
porto
sono infinite. Così il problema di trovare locali sempre più grandi,
capienti e funzionali diventa ogni giorno più incalzante.
Inoltre la Cooperativa apre, nel tempo, tre punti di ristoro in porto:
al Ponte
Somalia, al Terminal Nino Ronco e il bar della Compagnia dei Carboni
Minerali "Pietro Chiesa".
Nel 1979, la Cooperativa Antonio Negro estende a tutti i cittadini la
possibilità di associarsi. Dopo vari ampliamenti, molteplici battaglie dei
portuali
per ottenere spazi idonei, spostamenti di sedi e trasformazioni dello
statuto iniziale, la Cooperativa dei portuali, il 7 maggio 1983, viene
incorporata dalla Coop Liguria.
La Coop Liguria rappresentava una potenza e, quindi, una risorsa certa
per il destino della "Antonio Negro", ma una volta inglobata, quest'ultima
risulta all'avanguardia sui temi del tempo libero dei lavoratori.
L''impegno sociale e culturale della Cooperativa
Il grande merito delle attività della Cooperativa Antonio Negro è stato
quello
di sviluppare e organizzare, sul piano sociale e culturale, ciò che era
già presente, in modo autonomo e spontaneo, sulle banchine del porto.
Il successo delle iniziative della Cooperativa è da attribuire alla
capacità di lettura della cultura portuale implicita in ogni momento della vita del
porto, da
parte dei vari Consigli di Amministrazione.
Se il porto è vissuto da tutti i lavoratori come una seconda casa,
significa che è
qualcosa che va ben al di là del lavoro.
E per questi motivi che la sfera d'azione della Cooperativa si allargava
in molte direzioni, inglobando, al proprio interno, iniziative che
riguardavano la vita
"extra-portuale" dei propri soci, coinvolgendone le famiglie.
Questa operazione è stata possibile anche grazie ad un maggior benessere
economico, vissuto in maniera solidaristica.
Anche le iniziative per l'ampliamento degli spazi di incontro hanno, di
fatto, avuto un'incidenza sui rapporti umani, consentendo un
allargamento delle relazioni tra i diversi gruppi delle varie società di appartenenza.
Vari sono stati i settori di intervento della Cooperativa, nel settore
del tempo
libero.
Il primo viaggio organizzato dalla "Antonio Negro" è nel 1965; la meta è
il paese di Boves. Un gran numero di portuali partecipa al viaggio e dona al
paese un
quadro sull'Olocausto, dipinto dal dirigente della Compagnia Jmmy Casa,
affermato pittore.
E proprio il socio-pittore a ricevere l'incarico di sviluppare,
all'interno della Cooperativa, il Gruppo Culturale.
Rispetto agli spettacoli, la Cooperativa è in grado di organizzare e
ospitare
rappresentazioni che richiamano l'attenzione del pubblico e della
critica nazionale.
Trasformando, per le varie occasioni, la Sala Chiamate della Compagnia
in teatro, ospita l'Associazione Nuova Scena, con testi di Darlo Fo e della
associazione stessa. In seguito riesce ad ospitare Fo e Franca Rame, nel loro
celebre e
straordinario "Mistero Buffo".
Alla Sala Chiamata San Giorgio, va in scena l'anteprima di "Cinque
giorni al
porto" di Faggi e Squarzina, realizzato dal Teatro Stabile di Genova.
Sempre a cura del Teatro Stabile di Genova, la Cooperativa programma un
ciclo di letture seguite con interesse dai lavoratori.
Nel 1970, alla Chiamata San Giorgio e ancora a cura dello Stabile, va in
scena
"Madre Courage e i suoi figli" con la regia di Squarzina e
l'interpretazione di Lina Volonghi.
E Gassman di scena nel 1973 alla Sala Chiamate della C.U.L.M.V. e la sua
presenza richiama un pubblico vastissimo: sono in 4.000 ad accorrere.
Recita vari brani, ma soprattutto s'intrattiene a parlare con il
pubblico. Nessuno dei presenti ha dimenticato il clima di quella serata.
La magia dello spettacolo si confonde con il dialogo spontaneo e il dibattito su temi
importanti come il rapporto tra attore e pubblico, pubblico mercificato o attore
mercificato,
i luoghi di scena, il rapporto tra teatri e operai...
Gli Inti Illimani, ambasciatori nel mondo del popolo cileno, sono ospitati
dalla
Cooperativa tra il 16 e il 19 marzo del 1975. Sono in 5.000 a
partecipare ad un
concerto straordinario per la musica suonata, ma soprattutto per il
clima.
Gli Inti Illimani sono presenti per rinnovare l'impegno di solidarietà dei
genovesi e di tutta la Liguria verso il popolo cileno. La Sala della
Chiamata della
C.U.L.M.V. risponde unanime.
Per quanto riguarda l'attività turistica, la Cooperativa propone e
organizza
svariate possibilità di viaggi, che vanno dall'escursione di un giorno a
soggiorni settimanali, dalle crociere ai viaggi in aereo, dalle gite
sciistiche ai
viaggi culturali.
Prendono forma anche gruppi sportivi. Gli appassionati di sci, di
calcio, pesca, tiro, canottaggio, atletica, podismo, vela, corsa e di altre
attività fisiche trovano gli spazi adeguati per praticare le diverse
discipline. Le iniziative della Cooperativa consentono anche di
organizzare molte manifestazioni, sia interne, sia con altre società
sportive, allargando il mondo di relazioni dei lavoratori.
Si organizzano attività per i campeggiatori, per i cacciatori, per gli
appassionati
di modellismo, di numismatica, di cinema, di fotografia e spesso da
questi gruppi d'appassionati nascono corsi di base.
Anche per i figli dei soci sono organizzati moltissimi spettacoli o
intere giornate di giochi e di animazione, alla fine delle quali non c'è
bambino che non porti a casa almeno un premio.
Molti sono i pomeriggi in cui i bambini sono intrattenuti con spettacoli
di marionette e burattini.
A Carnevale è d'obbligo la
pentolaccia, a Natale doni e dolciumi per
tutti, e per il "ritorno a scuola" c'è una festa che prevede merenda e
doni di materiale didattico, che fa contenti i bambini, ma soprattutto i loro genitori.
Il C.R.A.L. Lugi Rurn
Nel 1982 nasce il Circolo Ricreativo Aziendale dei Lavoratori Portuali
della
Compagnia Unica del Porto di Genova.
Come è successo per la Cooperativa Antonio Negro, anche per il Circolo
Ricreativo i lavoratori del porto scelgono il nome di una persona che ha
dedicato
la propria esistenza a grandi ideali e a migliorare le condizioni dei
lavoratori, in
modo particolare quelle dei portuali.
All'atto della costituzione del C.R.A.L., la Compagnia Unica onora,
quindi, la
memoria di Luigi Rum, intitolando a lui il nome del circolo.
Luigi Rum, nato a Genova nel 1925, è stato un lavoratore portuale della
Compagnia Lavoratori del Ramo Industriale del porto di Genova.
Ha combattuto durante la Resistenza nella Brigata "Oreste" con il grado
di
Commissario Politico e con il nome di battaglia "Falco".
Per le sue azioni e il suo impegno durante il periodo partigiano, nel
1983, viene insignito della Medaglia d'argento al Valore Partigiano.
Muore a soli 52 anni, ma durante la sua breve vita riveste funzioni di
responsabilità e ruoli politici di grande rilievo; le sue doti di persona
rigorosa e attenta
gli consentono di raggiungere obiettivi importantissimi per tutte le
categorie di
lavoratori di cui si è occupato.
È stato consigliere comunale per il PCI al Comune di Genova, nel 1955 è
entrato nella Segreteria Provinciale della FILP-CGIL e nel 1962 ne
diventa
il Segretario Responsabile.
A livello regionale, diventa Segretario del Sindacato dei Trasporti. Nel
1970,
per le sue notevoli doti e per la capacità di analisi e di ricerca delle
soluzioni per i problemi affrontati, diviene Segretario Nazionale e
successivamente Segretario Generale.
Muore nel 1977, ma i portuali continuano a mantenere il ricordo del suo
nome
e della sua figura all'interno della loro storia, perché, per primo, ha
compreso a
fondo le necessità della loro categoria e ha contemporaneamente promosso
in
loro, attraverso molti incontri, una coscienza più critica e attenta del
mondo del lavoro.
Di lui restano vivi, in chi l'ha conosciuto, i modi decisi, quasi
bruschi, quando il dibattito si faceva più acceso, ma anche la sua
indiscussa correttezza nei confronti di qualsiasi avversario politico o interlocutore, seppure ostile.
Uno dei promotori del "Circolo Ricreativo Luigi Rum" è il responsabile
del
Consiglio Sindacale di Fabbrica, Cesare Zuccolini-Vetuschi, che in
seguito diverrà anche vice Console della C.U.L.M.V.
Presenta, insieme agli altri rappresentanti sindacali, il progetto del
C.R.A.L.
durante un'assemblea sindacale e tutti i lavoratori ne caldeggiano la
realizzazione.
Continua ad essere molto sentita da tutti i portuali la necessità di
avere, all'interno della Compagnia, luoghi accoglienti, dotati di attrezzature
idonee per un tempo libero che, quotidianamente e non solo in occasioni
particolari (come feste, commemorazioni, spettacoli...), migliori la qualità
della vita
di ognuno.
Questo cambiamento di prospettiva che si riteneva potesse incidere anche
sulla resa lavorativa, sarà ancora più incisivo dopo l'assorbimento
della Cooperativa Antonio Negro.
Il SANBENIGNO

Il Notiziario Periodico per i Soci del Circolo Ricreativo Aziendale
Luigi Rum-Compagnia Unica è il «Sanbenigno». All'interno del giornale si
possono trovare articoli di varia natura, che spaziano dalla
presentazione ai soci dei nuovi programmi ricreativi, all'annuncio di
serate d'intrattenimento danzante, dalle cene o feste per la famiglia,
alle feste solo per i bambini; si possono trovare i calendari delle
manifestazioni sportive promosse dal Circolo o di quelLe alle quali il Circolo prenderà parte.
Altre volte, si trovano i
risultati sportivi
ottenuti da alcuni lavoratori del porto oppure si parla dei risultati
conseguiti
nelle gare di pesca. Il periodico presenta anche molte rubriche
culturali. Una di queste è quasi sempre dedicata al Vietnam e riporta
articoli dedicati alle sue interessantissime tradizioni, alle leggende e
usanze, alle ricette e a molte altre notizie riguardanti il popolo vietnamita. Ciò testimonia il profondo
legame che
ancora unisce gli uomini del porto ai vietnamiti.
Spesso il periodico
annuncia l'imminente arrivo delle delegazioni del Vietnam, in visita
alla città per rende
re omaggio a Genova per tutti gli aiuti ricevuti.
Il «Sanbenigno»
dedica sempre molto spazio ad articoli riguardanti la solidarietà e, se si presenta la necessità di promuovere iniziative umanitarie,
la notizia
non solo dettaglia la situazione, ma spiega ai soci in modo preciso come
poter
prendere parte agli aiuti.
Nei numeri successivi, il giornale aggiorna puntualmente i soci circa il
procedere dell'iniziativa, compiendo parallelamente un'opera di
sensibilizzazione.
Molte volte, è il Consiglio d'Amministrazione della Compagnia Unica a
pubblicare, sul «Sanbenigno», comunicati per tutti i lavoratori. Gli articoli
dei dirigenti
della Compagnia possono contenere la presentazione di nuovi progetti o i
cambiamenti che stanno realizzandosi nel porto di Genova o all'interno della
C.U.L.M.V. stessa. In tutti i casi, quando la Compagnia scrive ai soci,
il lettore ha
la chiara percezione che al di là del contenuto specifico dell'articolo
quello che
conta davvero sia il senso per cui l'articolo appare e il modo in cui è
scritto.
Dallo
stile complessivo del giornale, si comprende che chi dirige sa di non
poterlo fare
senza riconoscere nei camalli i diretti interlocutori, perché nessun
portuale può accettare di non sapere le sorti del suo porto e della
Compagnia. A partire dai Consoli che si sono succeduti nel tempo fino ai
consiglieri che hanno costituito il Consiglio d'Amministrazione, sono davvero rari e si possono contare sulle
dita di una
mano quelli che hanno dimenticato le loro origini, la loro storia, la
fatica di camallare o lo sforzo che richiede qualsiasi lavoro del porto.
Il «Sanbenigno» ricorda spesso nelle sue rubriche le trasformazioni
delle zone
di Genova o del porto. Si possono trovare infiniti trafiletti che
riportano le più
disparate curiosità, perché qualsiasi socio può inviare notizie o
informazioni al
giornale e spessissimo sono pubblicate.
Alcune rubriche sono dedicate alla salute e spesso ci sono medici che si offrono di scrivere sul giornale del
Circolo.
Molte volte, si leggono i racconti di gite o soggiorni di vacanza
organizzati dall'ufficio turistico del "Luigi Rum". Gli aneddoti narrati
sembrano voler far partecipare al viaggio anche chi non c'era, soprattutto per gli episodi,
spesso scherzosi, riguardanti qualche "portuale in vacanza".
In alcuni momenti, leggendo il periodico, si ha l'impressione di leggere
qualcosa di privato, di intimo, una specie di "lessico familiare" dei
portuali.
Il notiziario, di consuetudine, riporta moltissimi trafiletti che riguardano soci
della Compagnia, di cui non è neppure riportato il cognome, ma sono citati solo
con il soprannome, perché quasi tutti i lettori lo potranno individuare.
A volte, le notizie riguardano incidenti o infortuni subiti dai lavoratori, altre
volte danno spazio alla famiglia, come ad esempio il figlio che si laurea o la figlia
che si sposa.
Qualche volta, quando un portuale viene a mancare, gli amici che sono
rimasti
più in contatto con la famiglia si riuniscono e scrivono un "pezzo"
sull'amico
scomparso. Altre volte qualcuno diventa nonno e allora riceve attraverso
il
«Sanbenigno» le congratulazioni di tutti. In sintesi il «Sanbenigno»
costituisce una miscellanea di informazioni rappresentativa di un mondo:
quello dei portuali.
È una specie di tam-tam che attraversa il tempo e accompagna i
portuali
in tutta la loro esistenza.
Nella rubrica "TI TÈ RICORDI..." uno dei tanti articoli che si può
leggere è
questo:
Fatica da bestie e poi a letto senza contratto "GOMMALACCA NELLA NEVE".
Erano notti lunghe e faticose, ma era la nostra vita, dura fin che
volevi, ma era quella, il nostro mondo di lavoro da dividere con il
ghen, dove tra fatica e
liti, all'ordine
del giorno erano "menaggio", quattro risate ma soprattutto lo
spirito di solidarietà reciproca.
E di episodi da ricordare ce ne sono a migliaio. Ricordate per esempio,
quella notte a Ponte Etiopia, quello sbarco di barili di resina e di
gommalacca? Erano fusti molto sottili per il contenuto, ed era molto difficile farli
rotolare, ariguelali, o
metterli in piedi sui camion. Anche a terra erano difficili da manovrare
per impilarli a
magazzino: diventavano quadrati e pericolosi, perché pesantissimi.
Quella notte a Ponte Etiopia, dunque, era già difficile di per sé
lavorare, perché era molto freddo e nevicava. Ma noi avevamo accettato
il contratto ed eravamo ben intenzionati a portarlo a termine per
guadagnare qualche soldo in più. A bordo avevamo iniziato ad imbragarli con i
"bailucchi" e le prime alzate
andarono bene. Tutto procedeva dunque per il meglio, fino al momento del riposo. Andiamo a
prenderci un panino. Intanto il tempo peggiorava, la tormenta si fa più
fitta, le banchine si coprivano di neve. Ne! frattempo il mancinante finisce il suo turno e riceve
il cambio. I
boccaporti vengono chiusi, la neve s'infittisce che sembra di essere
sulle Alpi. I camion
incominciano ad aver difficoltà a posizionarsi sotto bordo. Mancavano 50
tonnellate
al raggiungimento del contratto, ma nonostante il maltempo che
imperversa decidiamo di non interrompere il lavoro e andare avanti. Dobbiamo mettere in
campo due
carrelli "Towmotor" : applichiamo alle forche dei pallet e cerchiamo
di spostare la neve, per facilitare il movimento dei camion sotto bordo. Si riparte. La
stiva si apre e
parte la prima alzata. Ma è un attimo: non si fa a tempo ad arrivare sul
piano di carico del camion che uno dei barili, forse attaccato male, si stacca e
travolge la nostra
squadra, finendo sulla neve. Alcuni di noi vengono colpiti, due devono
andare a farsi curare all'ospedale anche se, per fortuna, non hanno niente di grave.
Sono le tre del
mattino. Tutti fermi, parte l'inchiesta. Arrivano i gestori del CAP e la
polizia portuale
di Ponte dei Mille. Il bordo chiude i boccaporti e manda a dormire tutti con
tanti saluti al
nostro contratto e al guadagno in cui speravamo. Solo con tanta fatica e
in più un
freddo bestia nelle ossa".
Un altro racconto di camallo, a testimonianza di un lavoro che non
esiste più,
ma che ancora è vicino e soprattutto ricorda la fatica, il freddo, la
precarietà.
Racconta un'epoca in cui il lavoro era quasi completamente affidato alla
forza
e alla resistenza degli uomini, esposti a qualsiasi tipo d'intemperie e
di imprevisto. Un tempo in cui i turni di lavoro si sapeva quando iniziavano, ma
nessuno
poteva garantire ne il termine ne l'esito del lavoro svolto, tantomeno
la paga. I
camalli continuano a raccontare, anche se sanno che tutto è cambiato. Le
parole sono simili a quelle dei padri di cui parla Bocci, ricordano ai
giovani com'era il loro lavoro e come era il porto, Genova e la loro vita.
Adesso, a differenza dei camalli del dopoguerra, sanno bene che non
hanno
quasi più nulla da insegnare del loro lavoro ai giovani. Tutto è
completamente
trasformato e sono orgogliosi di dire che, oggi, per lavorare in porto
ci vogliono
corsi di specializzazione ad altissimo livello.
Il loro orgoglio è duplice: in primo luogo sono felici che il loro porto
si sia evoluto e continui ad avere il prestigio e l'importanza che, da sempre,
spetta allo
scalo genovese, l'altro è che il così intenso bisogno di formazione dei
giovani di oggi rimarca la difficoltà e l'alto livello di
specializzazione che il lavoro dei portuali richiede.
Il mestiere, per i camalli di ieri, era davvero un'arte. Le abilità, nei
ricordi,
emergono e sono narrate quasi come gesta eroiche.
Non c'è presunzione, ma quasi incredulità nel ripensare a come fosse
possibile
poter resistere a tante difficoltà.
Anche in quei lontani giorni, alla sera, sfiniti dal lavoro, si
domandavano per
quanto avrebbero ancora potuto sopportare. Ma poi, si ricominciava. I
camalli
dicono che all'epoca, quando cominciavano a comparire le gru più grandi
o i
primi container o alcuni carrelli più sofisticati, si sentivano già
privilegiati.
Qualcuno di loro ha partecipato ai primi corsi collettivi, per piccoli
gruppi, per
imparare ad usare alcune apparecchiature e in porto, per la gente del
tempo, era
una novità straordinaria.
Allora, la formazione di un camallo era un percorso tutto individuale.
Da come
si scaricava o caricava una nave, si poteva capire chi erano stati i
maestri. E ancor più, da come lavoravano e da come si comportavano con il proprio
ghen, si
capiva quanto fossero dei veri portuali, disposti al sacrificio e pronti
a dare una
mano.
La scuola, in questo senso, era il porto stesso e le regole che
insegnavano ad appartenere veramente al porto di Genova non erano ne scritte, ne dette da
nessuno, neppure i più anziani spiegavano tutto: una parte delle norme e
del loro senso, i camalli "apprendisti" dovevano capirle, ma soprattutto
"sentirle" da soli. Chi amava il porto e voleva restare, doveva imparare non solo il
lavoro, ma
tutta una serie di comportamenti che, alla fine, se condivisi,
risultavano del tutto naturali, come se non potesse esistere un altro modo di stare al
mondo.

I Consoli della Compagnia Unica
L'ex Console Giovanni
Agosti
Incontrare l'ex console della Compagnia Unica Lavoratori e Merci Varie,
Giovanni Agosti, rappresenta un momento di grande importanza per questo
libro.
È lui che ha presieduto la Compagnia per 17 anni: risultano evidenti gli
intrecci tra storia nazionale/mondiale e destini personali, tra
esperienza lavorativa di una persona e vita di una città.
La richiesta di una sua testimonianza non riguarda l'aspetto storico o
politico del suo ruolo all'interno della Compagnia, ma è centrata
sull'uomo Giovanni Agosti, nel tentativo di comprendere quali fattori e
quali strumenti gli abbiano consentito di farsi carico di responsabilità
altissime nei confronti di una vastissima categoria di lavoratori.
O Nino è il nome con cui tutti lo chiamano.
Si può pensare che non sia troppo facile, se non per le persone più
vicine, chiamare così semplicemente quell'uomo, che è stato per Genova,
ma soprattutto per i portuali, una vera e propria "istituzione" (come
afferma anche l'attuale Console Paride Batini nel suo libro
L'occasionale).
Invece, la sua semplicità nel proporsi e la sua disponibilità al dialogo
consentono di sentirsi perfettamente a proprio agio parlando con lui.
Le sue parole sono attente e trasudano storia, e dietro ai racconti
senti il peso delle responsabilità che quest'uomo ha dovuto prendere
sulle proprie spalle.
Parla a lungo O Nino, senza nessuna formalità. È contento di parlare
della sua vita, soprattutto in questi termini, escludendo le tappe
cronologiche, la successione delle decisioni politiche, le
trasformazioni, le lotte, le tante scelte, le infinite decisioni. Ma
proprio tutti questi stessi temi emergono comunque naturalmente, perché
la sua vita è stata "impastata con questa farina".
Lo ascolti e sembra di poter vedere il flash-back della storia e, mentre
le immagini scorrono, non senti le parole pronunciate alla chiamata,
quella volta... e nemmeno quelle dette durante i Consigli di
Amministrazione. ... Ma senti ancora vivi ed al lavoro i pensieri che
muovevano quei momenti. Le difficili linee di confine che separano i
comportamenti personali nella vita quotidiana da quelli connessi
all'esercizio di un ruolo, gravido di responsabilità, possono
determinare crisi e/o conflitti anche gravi.
Per Agosti poche, rarissime volte, si è presentato il momento in cui
persona e ruolo sono state in opposizione. Le linee politiche sviluppate
nel corso degli anni erano, fondamentalmente, in accordo con ciò di cui
era intimamente convinto come persona. Forse questa è una delle ragioni
che hanno fatto di lui, per tanti anni, l'uomo più importante della
C.U.L.M.V.
All'interno della Compagnia, le elezioni avvenivano ogni due anni e,
perché fossero valide, doveva votare il 75% dei soci.
Per essere eletti in prima votazione, era necessario avere il 50% più
uno dei voti, ossia la maggioranza assoluta. In caso di parità, si
andava al ballottaggio.
Agosti inizia a coprire ruoli di responsabilità in Compagnia dal 1953,
quando è eletto come Consigliere d'Amministrazione. Nella votazione
successiva è riconfermato Consigliere. In seguito copre, per quattro
anni, l'incarico di vice Capo Sezione della San Giorgio e, per i quattro
anni successivi, è eletto Capo Sezione, sempre della San Giorgio.
Dalle elezioni del 1966, Giovanni Agosti diviene Console della Compagnia
e sarà confermato con lo stesso incarico, fino a che, nell'agosto del
1983, non andrà in pensione.
Agosti è sempre stato eletto in prima votazione.
La sua storia in porto inizia tanti anni prima.
O Nino ha iniziato a lavorare in porto nel 1939, all'età di 16 anni.
Aveva uno zio che lavorava in Compagnia, ma lui comincia con un'impresa
portuale, i Calleri. Prima della guerra, le imprese di spedizione
private erano parecchie. C'erano per esempio i Cichero, i Podestà, i
Cabona e alcune altre.
Dopo la guerra, i piccoli impresari si sono messi insieme, e una parte
di queste imprese faceva il lavoro d'imbarco delle merci a bordo delle
navi e altre si occupavano dello sbarco, che comprendeva anche il
deposito delle merci in magazzino.
La Calleri, la ditta che ha visto Agosti per la prima volta in porto,
era una di queste. Aveva il suo ormeggio al Mandraccio (oggi Porto
Antico), davanti alla San Giorgio. Ogni impresa disponeva di un proprio
ormeggio stabilito.
Ma facciamo ancora un passo indietro nei ricordi.
O Nino, le scuole medie le ha terminate facendo la terza media alle
serali, in via XX Settembre, perché, dopo la seconda, voleva andare a
tutti i costi a lavorare. Il suo primo lavoro è stato da garzone in una
piccola tipografia e il suo guadagno era di 30 lire la settimana.
Perciò, entrare in porto, oltre a rimanerne per sempre affascinato, ha
rappresentato per lui un notevole vantaggio economico.
Infatti, dopo una settimana di lavoro alla piccola impresa portuale,
nella quale lavoravano altre cinque o sei persone, gli consegnano la
prima busta paga. Agosti non apre subito la busta, ma aspetta di essere
oltre il varco di Palazzo San Giorgio. Al momento di proseguire questa
parte del racconto, c'è un lungo sospiro e un attimo d'intensa
commozione. La voce non è ancora del tutto ferma, ma Agosti riprende a
raccontare.
Al momento del primo lavoro in porto, abitava dietro piazza Sarzano, in
via Campopisano. Dopo aver guardato dentro la busta per vedere quello
che gli avevano dato di paga, inizia a correre a perdifiato verso casa
e, pazzo di felicità, consegna alle madre le sue 70 lire. L'emozione è
ancora fortissima ma, questa volta, Agosti si apre in una risata piena,
dolce e aperta. Accadrà più volte, nei momenti più intensi di un
ricordo, che l'ex console, quasi a voler ricondurre i ricordi al loro
posto, li accompagni chiudendo il discorso con una risata. Forse è un
modo per mandare indietro la malinconia, una malinconia piena di
affetto, di tenerezza e anche di compiacimento, come a voler dire che
"bella questa cosa della mia vita".
A volte, la risata lascia il posto ad una voce più profonda e intensa.
Il ricordo passa al pomeriggio di giugno del '40, quando, intorno ai
quattro angoli di Palazzo San Giorgio, avevano messo gli altoparlanti e
tutti i lavoratori vi si dovevano recare per sentire il discorso della
dichiarazione di guerra. O Nino, essendo il più giovane, era rimasto di
guardia alla ditta. Qualcosa in lontananza riusciva a capire, ma era
spaventato per il clima di tensione che si percepiva. Il porto, durante
il pomeriggio, non era mai stato così. Quasi nessuno lavorava, tutti
erano sotto il Palazzo San Giorgio.
Nel giro di pochi giorni il traffico portuale era drasticamente
diminuito. A ottobre non arrivava più niente.
Molte delle piccole imprese lavoravano per gli armatori Messina, ma ogni
attività si era fermata e i privati licenziavano tutti. Anche i Calleri
riconsegnano il libretto di lavoro ad Agosti. Erano stati dei datori di
lavoro eccezionali, perché avevano messo in perfetta regola il giovane
Givanni, fatto del tutto straordinario per quegli anni nelle piccole
imprese portuali. Ma anche loro sono senza lavoro e sono costretti a
licenziare, e a malincuore partono dal più giovane.
Anche Agosti, come tutti, cerca lavoro nel Ramo Industriale, che
naturalmente era l'unico posto in cui si lavorasse. Non aveva un posto
fisso, ma cambiava diverse imprese con lavori saltuari e una volta
terminato, ricominciava la ricerca di una nuova occupazione.
A marzo del '43, inizia il servizio militare in Marina, viene inviato al
distretto di Pola, da cui parte per Livorno e di seguito viene inviato a
Santa Marinella.
Il corpo in cui si trova Agosti non prevedeva ufficiali provenienti
dalla Marina. «Arriva l'armistizio dell'8 settembre, tutti siamo felici
ed esultiamo, ma uno dei nostri ufficiali, un tenente torinese che
proveniva dal corpo degli alpini, fa suonare l'adunata e poi ci avverte
di non gioire troppo, perché ci sono ancora i tedeschi. Aggiunge che non
ci avrebbero lasciato neppure gli occhi per piangere». Questa volta
Agosti né sospira né sorride, ma afferma che tra le tante cose che ha
dimenticato questa è una delle immagini più nitide del suo passato. In
seguito sarà ancora più comprensibile il significato profondo di tale
affermazione.
Una volta tornato a casa, comincia a lavorare con un amico in un
cantiere a Sestri e nel '44 iniziano gli scioperi. Un giorno il
direttore del quartiere prova a mettere in guardia i giovani sul rischio
che stavano correndo aderendo agli scioperi, ma invano.
All'interno del cantiere, c'erano molti appartenenti al CNL «e il 16
giugno del '44 arrivano i tedeschi, circondano il cantiere, la San
Giorgio, "il meccanico" e trasportano tutti a Campi, mettono tutti su i
vagoni e andiamo a finire a Mathausen».
In questo primo rastrellamento furono in 1.290 i deportati. Arrivati a
destinazione, i portuali vengono distribuiti in varie zone del campo di
concentramento e sono sottoposti a turni di lavoro estenuanti. «Una
settimana toccava il turno di lavoro di giorno e la settimana dopo
quello di notte. Il turno durava 11 ore: dalla 6 alle 18, con un
intervallo dalle 12 alle 13. Il turno della sera minava alle 18 e durava
fino alle 6 del mattino con un'unica pausa dalle 22.00 alle 22.30. Il
cibo era immangiabile, non si sa che cosa fosse. Tutti eravamo pieni di
pidocchi e pulci.
Il giorno della deportazione era estate e siamo partiti con zoccoli e
maglietta. L'inverno a Mathausen era freddo e l'inverno del '44 è stato
memorabile per le basse temperature raggiunte: -25, -26 gradi. Non
avevamo nulla. Una volta, alla mia baracca è stata data una coperta,
l'abbiamo divisa in piccole parti in modo che ognuno potesse un po'
ripararsi i piedi. Non potevamo parlare tanto e a noi italiani conveniva
stare zitti, perché ci consideravano dei traditori e quando
riconoscevano la nostra lingua... c'era sempre un motivo per punirci.
In tanti non sono tornati. Abbiamo fondato l'associazione "16 Giugno".
Io dal giorno in cui mi hanno preso ho avuto un unico pensiero: voglio
tornare. Sono stato fortunato e sono tornato. Ma ancora ricordo, che
sempre, sempre, come un chiodo fisso, pensavo che dovevo tornare a casa,
che sarei tornato, che dovevo resistere per tornare. Per lungo tempo,
molti anni più tardi, ancora la notte mi svegliavo dal terrore che
provavo negli incubi: in sogno mi riprendevano. Oppure credevo di essere
ancora là».
Agosti chiude il discorso, sospira, sta in silenzio, sorride e dice:
«Poi sono tornato. Avevamo 20 anni e ne avevamo passate tante».
Adesso sì, ride di gusto, pensa a quando partivano da Sestri in corteo e
arrivavano sotto la Prefettura cantando a squarcia gola "Bandiera
Rossa". Ride davvero, questa volta. Pensa che, nella sua famiglia, il
padre che non aveva la tessera, ma faceva l'artigiano, se la cavava
sempre dicendo che aveva la tessera. Da artigiano.
Quando O Nino ritorna in porto nel '45, inizia a lavorare in Compagnia,
grazie al fatto di essere stato messo in regola dai Calleri, chiattaioli
fissi. Infatti era stata istituita una commissione speciale, tenuta a
valutare la validità o meno dei lavori svolti in porto prima della
guerra. La Commissione ha valutato solo i periodi di lavoro dopo i 18
anni. La Compagnia prendeva i lavoratori solo tra i 18 e i 35 anni. In
pensione si andava una volta raggiunti i 60 anni.
Agosti, entrato in Compagnia nel'45 e rimasto avventizio (prima di
secondo e poi di primo grado) fino al '50, in seguito diventa socio di
secondo grado e nel '53 socio di primo grado. Ed è a questo punto che si
torna all'inizio della carriera.
Agosti parla delle difficoltà incontrate nel '45 per unificare la
Compagnia, ricorda il progetto nato in montagna e nomina tra gli
ideatori Cavanna, Zunino, Peirè (che anche dalle carceri di Possano
riusciva a mantenere i contatti con l'esterno e proseguiva a comunicare
le sue idee progettuali per la futura situazione del porto).
Avendo lavorato all'interno della Compagnia per molto tempo, Agosti
ricorda maggiormente le persone della San Giorgio che ha avuto la
possibilità di conoscere meglio.
Fa riferimento anche a due momenti molto critici del dopoguerra, in cui
i lavoratori del porto di Genova hanno visto seriamente in pericolo i
loro posti di lavoro.
Il primo è stato nel 1950, quando era stata istituita l'Autonomia
Funzionale, e il secondo nel 1955, quando era stata ristabilita la
"libera scelta".
Attraverso questa modalità, le ditte del porto, che in precedenza
portavano alla Compagnia la lista di tutti i tipi di lavoratori di cui
avevano necessità, iniziavano ad assumere senza più passare attraverso
la Compagnia.
I lavoratori portuali avevano intrapreso il lungo sciopero di 120
giorni, che alla fine si concluse con un accordo che prevedeva l'accesso
a bordo degli operai delle officine private per determinati lavori
"straordinari".
Si poneva anche un problema di livelli di professionalità, in quanto i
lavoratori della Compagnia erano portuali altamente specializzati nel
loro lavoro.
Durante i giorni di sciopero, arrivavano i crumiri, che spessissimo
erano lavoratori del Sud. Dove c'era la casa dei Vigili del Fuoco,
dietro piazzale San Benigno, c'era un albergo popolare, in cui
alloggiavano molti immigrati del Sud e molta di questa gente era stata
reclutata appositamente.
A distanza di anni, Agosti ricorda il film di Pietro Germi "Il
cammino della speranza", e ripensa a quei momenti in cui molti
portuali esercitavano azione di picchettaggio affinché nessuno si
presentasse sulle banchine.
Una mattina, durante un momento molto critico, tra portuali e lavoratori
del Sud, si è sentita una voce di donna disperata che urlava da una
finestra: "Lasciateli andare a lavorare, vi prego, abbiamo fame, abbiamo
dei figli".
«Anni durissimi e in quei momenti era molto difficile capire cosa fosse
giusto fare. La certezza era che combattevi una lotta tra poveri.
Durante gli scioperi ad oltranza c'è stata una notevole solidarietà da
parte delle fabbriche di tutta Genova. Alcuni bambini erano ospitati da
famiglie di amici, si facevano delle sottoscrizioni per sostenere chi
aveva le famiglie più numerose o in difficoltà, e la Compagnia si era
organizzata per poter fornire ai portuali, una volta alla settimana, dei
pacchi contenenti un po' di pasta, un po' di olio e quello che, di volta
in volta, si riusciva a mettere insieme grazie agli aiuti che arrivavano
da più parti della città. Tra amici si trovava il modo di riunirsi in
più famiglie per cucinare quello che era rimasto nelle varie dispense e
chi aveva più possibilità ospitava quelli più in miseria».
Agosti ricorda molte tappe fondamentali per la storia del porto.
Parla del raggiungimento, nel '68, del salario garantito, nel '74
"dell'assunzione degli "80.000" che era il numero di
matricola da cui partivano i 400 nuovi assunti, ricorda le assunzioni
dei 200 portuali assunti nel '76.
Fa riferimento anche alle difficoltà degli "anni di piombo", quando un
gruppo di portuali aveva fondato il Collettivo operaio portuale.
Agosti, nel corso della sua carriera, ha visto anche i tempi in cui era
necessario pensare di dover ridurre i posti di lavoro in porto e questo
è stato uno degli aspetti più difficili e complessi da affrontare.
Ricorda tante notti di veglia a guardare il porto, a chiedersi cosa
fare, quale strada seguire.
Spesso si domanda, senza saper trovare un'unica risposta, le ragioni
della sua riconferma, a pieni voti, per 17 anni di seguito.
Certamente sa di aver sempre tenuto forti e saldi i rapporti con i
portuali, di aver investito tutte le sue energie per la Compagnia, con
la condivisione del Consiglio di Amministrazione e dei suoi soci.
Soprattutto è certo di non aver mai smesso di sentirsi un portuale, uno
che sapeva cosa significasse stare per ore nella stiva di una nave a
camallare merci pesantissime e difficili da caricare.
Ricorda perfettamente quanto fossero pericolosi gli stivaggi dei sacchi
di riso, che, se non erano caricati e impilati a regola d'arte, si
piegavano e travolgevano tutti come una valanga.
Giovanni Agosti, ex console, probabilmente è stato un'istituzione
proprio per la grande carica di umanità che riesce a trasmettere e
perché, dalla storia della sua vita, emerge un profondo rispetto per gli
uomini. E se gli si chiede qual è la risorsa che, più di ogni altra, gli
ha consentito di portare il peso di tante responsabilità, risponde che
ha sempre ascoltato molto, chiunque.
Prima di rispondere ha imparato che è davvero importante riflettere - e
a lungo - su tutti gli elementi a disposizione. Se si esercita un ruolo,
più alte sono le responsabilità, più è importante sapersi confrontare
con sé stessi e capire come condividere con gli altri le scelte. Agosti
ha capito che non sempre è necessario parlare, l'importante è farlo in
modo opportuno e al momento giusto.

Il Console in carica: Paride
Batini
Paride Batini nasce a Vicopisano (Pisa) il 26 ottobre del
1934.
Il padre, uomo d'azione, era un anarchico che aveva fatto parte degli
"Arditi del popolo". Perseguitato dal regime come sovversivo, era
costretto a spostarsi continuamente da una città all'altra senza mai
poter avere un lavoro continuativo con il quale poter sostentare la
propria famiglia.
La madre, con i figli, segue il marito ovunque. Paride Batini arriva a
Genova a soli sei mesi e, dopo la morte del padre avvenuta nel 1940, la
madre decide di stabilirsi in questa città.
Nel libro scritto da Paride Batini, intitolato "L'occasionale",
è possibile leggere la sua autobiografia da cui emerge un vero e proprio
innamoramento per il porto e la fatica affrontata dall'età di 11 anni
(età in cui ha iniziato a lavorare).
Nel suo scritto è evidente la passione per il suo lavoro da portuale,
del quale conosce perfettamente l'arte e la storia, l'impegno politico
che ha caratterizzato la sua esistenza e il percorso che lo ha condotto
al più alto incarico della Compagnia Unica dal 1984. Batini è Console da
allora.
Sempre nel suo libro si può leggere a proposito della madre: "Come
carattere era il contrario di mio padre: piena di paura e di titubanza,
forse un po' si vergognava di questa condizione di miseria, di
emarginazione, di sospetto. Ma aveva imparato a combattere i suoi timori
e le sue ansie e per tutta la vita ha dato prova di un coraggio
eccezionale. Aveva una fede in dio sincera e spontanea, ed insieme un
senso della giustizia così forte e radicato che la rendeva capace di
scegliere e di esprimere consapevoli giudizi sulla realtà che la
circondava. Forte e delicata, dolce e rigorosa, ci ha trasmesso i valori
in cui credeva e ancor oggi spesso mi accorgo di attingerè a queste
risorse, all'esempio della sua vita e alla ricchezza del suo
insegnamento.
Lei era la continuità, era il punto di riferimento, era il perno di noi
tutti: ha svolto nella sua vita i lavori più duri per allevare i suoi
cinque figli, da cui non si è mai separata, che mai ha voluto mandare in
collegio. Ha lavorato come manovale nell'edilizia, nelle fabbriche di
conservazione di pesce, nelle cartucciere, nelle cementifere: questa
donna stupenda è stata per noi madre e padre".
Del padre scrive: "di lui ho il ricordo di un uomo alto, asciutto,
forte, sereno e insieme ridente, di grande coraggio e generosità".
Dopo aver incontrato Paride Batini, si potrebbero, forse, utilizzare le
stesse parole, anche per lui.
A questa descrizione si mescolano le immagini del personaggio del
romanzo di Maurizio Maggiani "La regina Disadorna", nel
quale il protagonista porta proprio il nome "Paride", perché la figura
dell'amico Batini ha ispirato l'autore per delineare il "carbonë"
del suo libro.
I discorsi e il modo di parlare del Console trasmettono immediatamente
una forza di carattere straordinaria, espressa in modo semplice, ma
sicuro, preciso e determinato. Conversa tranquillamente seduto ad un
tavolo ovale, con quattro componenti del suo attuale Consiglio di
Amministrazione. Non ha bisogno, il Console, di mettersi a capotavola.
L'autorevolezza delle sue parole non necessita di essere supportata da
nessun elemento formale. Passando di continuo dall'italiano al genovese,
esprime le sue opinioni confrontandosi con tutti gli uomini del
Consiglio; l'atteggiamento è evidentemente consuetudinario,
probabilmente molto simile a quello che si crea durante le loro
riunioni.
I consiglieri presenti sono: Stefano Benzi, Fulvio Roisecco e Fabio
Fichera.
Mancano: Paolo Marchelli, Mauro Costugni e Gianni Canessa.
La prospettiva del Console consente di avere un'analisi approfondita non
solo delle caratteristiche odierne del modo di vivere dei portuali, ma
offre importanti riflessioni di confronto con il passato.
Paride Batini è il primo ad essere interessato al punto di vista dei
suoi Consiglieri e, mentre scherzosamente mette in risalto la differenza
generazionale, contemporaneamente dimostra attenzione verso sensibilità
diverse che interpreta come contributo alla comprensione del mondo
portuale di oggi.
È il dirigente di Compagnia Stefano Benzi che prende la parola: «Posso
parlare per quella che è la mia breve esperienza. Sono in Compagnia dal
'98. Per quello che so del passato, posso confermare che anche nel
portuale di oggi è comunque vivo il senso di solidarietà e l'attenzione
ai problemi sociali. I giovani che ci sono oggi in Compagnia hanno una
cultura tramandata dai loro padri, perché sono tutti figli di soci.
Forse per questo motivo, siamo molto uniti. Come in passato, i portuali
della Compagnia sono un gruppo molto compatto, aperto e disponibile alle
problematiche sociali, sia interne che esterne. L impegno sociale si
manifesta a seconda delle situazioni. Spesso si effettuano anche
sottoscrizioni personali che, attraverso delega individuale e
volontaria, sono trattenute direttamente dalla busta paga».
Fulvio Roisecco, dirigente di Compagnia, aggiunge: «La mentalità del
portuale è rimasta inalterata nella sua essenza, ma si è adeguata al
cambiamento del contesto di questi anni. È rimasta inalterata perché
tramandata dalla famiglia, con la quale i nuovi soci hanno un rapporto
che continua ad essere molto stretto.
Non c'è più il ghèn, come un tempo. Mio padre è rimasto in Compagnia per
40 anni ed il ghen è stato lo stesso per 25 anni. Adesso anche il lavoro
è cambiato e il modo di operare è diverso; non c'è più la squadra, ma
sono rimasti vivi il senso di solidarietà e lo spirito di collaborazione
tra i portuali.
Sotto alcuni punti di vista, il superamento del ghen ha portato anche ad
una diversa apertura dei lavoratori.
L'atteggiamento rispetto alla formazione al lavoro si è molto
trasformato; infatti, si sta progettando una scuola per diventare
portuali, perché è fondamentale costruire e attestare le competenze di
chi lavora in porto. Oggi diventano soci i figli dei portuali e il
"laton" esiste sempre, l'avventiziato
è molto più breve e l'occupazione del nuovo socio è determinata dalle
esigenze del lavoro.
Ma le competenze richieste e necessario sono molto cambiate rispetto ad
un tempo, perché tutti gli strumenti, le apparecchiature e le tecnologie
hanno trasformato non solo il lavoro in sé, ma l necessità formative di
apprendimenti specifici».
Il Console Batini:
«Come prima differenza rispetto al passato bisogna sottolineare come,
oggi, l'indice di scolarizzazione sia profondamente cambiato in quanto,
mentre un tempo il portuale aveva, per lo più, la licenza elementare e
al massimo il diploma di terza media, oggi i soci sono quasi tutti
diplomati. C'è quindi un impatto con un grado di preparazione
complessiva che già trasforma il portuale rispetto a ieri».
Insieme ai consiglieri, Batini mette in risalto come le esigenze
economiche di oggi siano molto diverse rispetto al passato... «nel senso
che, un tempo, il portuale viveva in un contesto sociale fortemente
deprivato. La società stessa aveva una struttura radicalmente diversa da
quella di oggi. Questo è un cambiamento fondamentale, perché le
necessità economiche di chi ha problemi di sopravvivenza erano
ovviamente diverse da quelle di chi è uscito da questa condizione di
indigenza.
Questo determina un altro rapporto con il lavoro, un'altra visione della
vita, logicamente adeguate ai tempi. La volontà è quella di migliorare
sempre le proprie condizioni, ma certamente, oggi, ci sono
consapevolezze diverse rispetto a ieri.
È cambiata ìa percezione sia del proprio
ruolo sociale sia del proprio mondo lavorativo.
Il portuale di una volta aveva l'esigenza di portare a casa la
"pagnotta", qualsiasi fosse la condizione che questo risultato imponeva.
Adesso c'è comunque la necessità di ottenere una resa economica dal
proprio lavoro, ma il portuale di oggi è molto più attento anche ad
altri aspetti della propria esistenza, che riguardano aspetti di qualità
della vita che si conduce.
Inoltre, bisogna tenere presenti tutte le trasformazioni che hanno
portato ad un cambiamento degli atteggiamenti.
Anche il senso dell'impegno sociale è cambiato, così come diverse sono
le forme della solidarietà.
La condizione in cui operavano i portuali che uscivano dalla guerra non
consentiva le vie di mezzo: o stavi da una parte o stavi dall'altra. Le
vie di mezzo non erano possibili. C'erano delle scelte obbligate.
I partiti erano molto forti, e avevano un'influenza determinante sulle
classi lavoratrici, non solo nel porto.
Allora c'era una esigenza profonda di libertà da parte dei lavoratori
del porto, che desideravano uscire dal giogo dell'imperialismo.
Le azioni dei portuali dell'epoca non potevano che essere di sostegno e
di solidarietà nei confronti di tutti i Paesi che lottavano per la loro
libertà.
Oggi il mondo, anche da un punto di vista delle politiche
internazionali, è cambiato e comunque, i portuali sentono meno
l'esigenza di testimoniare, in queste forme, la solidarietà nei
confronti del mondo in lotta.
La sociologia odierna del porto non è scontata.
Oggi i ragazzi tisicamente sono molto più sani rispetto al passato. C'è
molta più cura dell'alimentazione, si fa sport fin da piccoli.
I giovani, dopo il lavoro in porto, frequentano le palestre e tutto il
loro percorso di crescita consente di avere una salute e una struttura
corporea che determina anche una forza fisica superiore rispetto al
passato.
Ma forse c'è una fragilità maggiore rispetto al passato nel trovare gli
equilibri adeguati durante il lavoro. Il portuale è meno sottoposto allo
sforzo fisico, ma è molto più alto l'impegno mentale che richiede il suo
lavoro e superiori sono le energie investite nella concentrazione.
Se un tempo era il corpo la parte più colpita dal lavoro in porto, oggi
è l'intenso e costante sforzo mentale di concentrazione a produrre nel
lavoratore momenti di forte stress psico-fisico.
Il lavoro, in sé, porta ad un logorio altissimo per l'attenzione che
richiedono determinate manovre e per l'utilizzo di mezzi meccanici
altamente tecnologici.
Rispetto al ghen, è vero quello che dicono i giovani dirigenti, ma è
anche vero che un tempo la squadra era sempre formata da un gruppo che
andava dalle 10 alle 15 persone che stavano sempre, sempre insieme. Ma
con il ghen non è che si fosse chiusi, appartati in un mondo a sé
stante. Si pensava alla Cina, alla Russia, al Congo, al Cile, a problemi
che imponevano una visione internazionale.
Noi all'intemo del gruppo trattavamo i problemi che riguardavano sia
temi relativi alla classe operaia, sia problematiche come la guerra o la
libertà nel mondo.
Oggi c'è un modo più soggettivo e meno collettivistico di rapportarsi al
compagno di lavoro, come se il mondo si fosse ristretto intomo alla
persona e ai suoi bisogni.
Prima si viveva sempre insieme con il proprio gruppo di lavoro e si
discuteva di tutto. Ora in porto si discute meno all'interno, ma il
contatto tra le persone si sviluppa in altri spazi e tempi.
Ci si incontra prima del lavoro sulle chiamate, oppure dopo il lavoro,
fuori, in pizzeria, al cinema, in altri luoghi che non sono il porto.
Comunque, all'interno dei discorsi dei portuali, la rilevanza dei temi
legati alla vita del porto è, ancora oggi, molto alta e contribuisce a
delineare la fisionomia del portuale.
Le donne dei portuali (mogli, compagne, fidanzate) li accompagno, oggi
come ieri. Spesso mi sono trovato a pensare che la Compagnia è un corpo
maschile, con la testa femminile, tanto le donne sono sempre presenti
nei pensieri e nel lavoro dei soci. Quando non lo sono fisicamente, lo
sono perché ricordano all'uomo la famiglia, intesa come luogo di affetti
e come necessità di quotidiana organizzazione. Le nostre donne non sono
tenute da parte e neppure escluse dal nostro dialogo.
Gli uomini del porto ancora oggi trasferiscono la loro presenza nei
quartieri dove vivono con le loro famiglie e, lì, sviluppano proposte
organizzative varie.
Queste attività (come le bocciofile, le associazioni sportive e altre),
frequentate da interi gruppi di portuali, coinvolgono tutto il nucleo
familiare nel tempo libero.
In passato, le forze del porto erano canalizzate nell'impegno politico e
nelle questioni internazionali.
Lo stesso significato di solidarietà richiederebbe analisi più fini: la
solidarietà non è sempre stata spontanea, innata. Se noi avevamo una
sigaretta, non veniva in mente a nessuno di chiederne mezza, perché era
una, l'unica. Oggi è normale che si offrano le sigarette e non rientra
certo nella solidarietà. Se ieri la dividevi con un compagno, era un
gesto dal significato profondamente diverso.
Oggi apparentemente sembrerebbe che sia più distante l'aiuto dell'altro,
ma è invece più concreto e puntuale nel momento in cui c'è una richiesta
specifica. C'è ancora molta attenzione da parte dei soci verso le
richieste di aiuti nei luoghi in cui si concentra una calamità naturale,
ma le forme di partecipazione sono diverse, perché oggi per fortuna
esistono risposte diverse, strutturate, istituzionali, come la
Protezione Civile.
Inoltre i portuali partecipano con generosità alle raccolte di
beneficenza sia devolute a singoli o ad enti di ricerca scientifica.
La protesta ha preso, a volte, la fisionomia del mugugno sulle questioni
personali, ma lo spirito di gruppo con cui si affrontano le difficoltà
importanti, comunque, è sempre forte e radicato in porto. La dirigenza
deve continuamente conoscere e riconoscere le difficoltà dei soci.
È un dovere per il Consiglio».
Quando Batini è invitato a dire quali sono le motivazioni che gli hanno
consentito di essere rieletto Console dall'84 ad oggi, dice: «Se ho un
merito, è stato quello di avere sempre agito con il consenso
dell'assemblea dei soci. C'è poco da sbagliarsi, se si agisce in questo
modo: il voto dei soci è sempre stato vincolante in assoluto per me.
Questa è la mia convinzione profonda. La nostra assemblea ha sempre
deliberato con il loro consenso. Io mi sono incatenato mani e piedi alla
volontà dell'assemblea e non mi sono mai, mai spostato minimamente dalla
posizione assunta dal Consiglio in seguito alla volontà espressa dai
soci. L'importante con i portuali è sempre stato non voler mai alterare
la visione dei fatti, mai cercare di far vedere "lucciole per lanterne".
Mediare è sempre importante, ma sulla base di dati reali e concreti.
"Non indorare la pillola" con i soci è sempre stato quello che mi ha
consentito di andare a testa alta. Ho sempre con me un biglietto in cui
tengo appuntate, in sintesi, le decisioni più importanti dell'ultimo
incontro con il Consiglio, lo sono pagato per dirigere la Compagnia ed è
un mio preciso dovere rappresentare la volontà dei soci. Non è stato
facile, ci sono stati momenti anche durissimi, ma la cosa importante è
un'altra: il primo dirigente della Compagnia è, nella realtà dei fatti,
l'assemblea dei soci.
E l'assemblea che decide e il Consiglio di Amministrazione ha il mandato
di portare avanti ciò che i soci deliberano. Un tempo, il Consiglio era
formato da 44 Consiglieri, oggi è formato da sette persone (Console
compreso). La fiducia non è una conquista semplice da raggiungere. I
consiglieri a volte fanno parte della Compagnia da soli cinque anni,
neppure con il doppio del tempo si diventava soci. E da pochi mesi che
si è formato il nuovo Consiglio.
I problemi vanno affrontati, ogni giorno, seguendo come unici principi
le coerenze e gli interessi della Compagnia. Questo deve essere l'unico
principio di orientamento.
La linea strategica del Consiglio è sempre la stessa: operare per conto
dei soci.
Essere coerente a volte costa, ma non è possibile permettersi di
sottrarsi ad un impegno preso. Il rapporto di generazione diverso
naturalmente non consente una condivisione del tempo libero (come può
accadere tra i coetanei), ma, rispetto ai ruoli e alla gestione degli
impegni e delle responsabilità, s'instaura con i consiglieri un rapporto
completamente paritetico.
A differenza di un tempo, i consiglieri sono dirigenti generali, con
responsabilità di ordine civile e penale. La gerarchia ha un senso ed è
inevitabile, perché è legata alla responsabilità, soprattutto di
rappresentare il ruolo, a nome del Consiglio.
La Compagnia ha dovuto imparare a darsi una struttura molto organizzata.
Anche questo ha trasformato le relazioni a tutti i livelli.
Ogni mese la Compagnia deve fare fronte a 1.100 buste paga, e bisogna
essere efficienti e responsabili.
Il mio ruolo, quello di Console, è di rappresentante legale pro-tempore
e quindi più di ogni altro ho sempre avuto la massima responsabilità.
Nella maggior parte dei casi, non serve imporsi, ma se è necessario
bisogna avere il coraggio di farlo, sempre nell'ottica di gestire il
mandato dei soci.
Certamente, oggi più di un tempo, la Compagnia ha assunto
un'organizzazione molto più strutturata in cui non è consentito
procedere in modo approssimativo o improvvisato. Bisogna svolgere
compiti operativi, amministrativi, organizzativi, sociali per cui è
necessaria competenza e impegno di fronte alla gestione di ognuno di
questi aspetti.
Tutto si è modificato: uomini, lavoro e relazioni, come in qualsiasi
altro settore del mondo di oggi.
I soci della Compagnia, però, figli dei portuali di ieri, anche oggi
ricordano, conoscono e condividono l'educazione e la cultura tramandata
dai loro padri, applicandole alla loro generazione e al modo di lavorare
attuale».
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