"LA REGINA DISADORNA"
Maurizio Maggiani

Universale Economica Feltrinelli
Terza Edizione - Settembre 2004

Maurizio Maggiani (Castelnuovo Magra 1951) con Feltrinelli ha pubblicato "Vi ho già tutti sognato una volta" (1990), "Felice alla guerra" (1992), "màuri màuri" (1996), "Il coraggio del pettirosso" (1995), Premio Viareggio Rapaci e Premio Campiello 1995, "La regina disadorna" (1998), Premio Alassio e Premio Stresa per la Narrativa 1999) e "È stata una vertigine" (2002), Premio letterario Scrivere per amore 2003, finalista Premio Chiara).

In copertina:
fotografia di-Randy Jay Braun/Laura Ronchi-Tony Stone, progetto di Marco Condotti.

LEGGI:   L'inizio     APPENDICE

Un prete ragazzo e una regina bambina. Lo scenario solennemente operaio del porto di Genova e quello solennemente primitivo di un'isola sperduta nel Pacifico. Due vite si sfiorano alle miracolose altezze dell'innocenza e della giovinezza sopra i paesaggi del secolo, le ferite della storia, l'invadenza del caso.
E a segnare l'umana avventura della moltitudine di personaggi che si muovono intorno, il passo inconfondibile della speranza.

Romanzo sull'innocenza dei popoli, sull'aristocrazia delle anime e dei corpi, sul maestoso pudore dell'amore materno, popolato di animali, paesaggi, prodezze della natura, La regina disadorna è una grande favola storica.

Comincia ai primi del secolo nel porto di Genova, apocalisse di uomini e macchine, lingue e dialetti, opere e merci. Figlio della bizzosa sensualità di Sascia e della virile bellezza di Paride, Giacomo è un ragazzo modellato dalla sua giovinezza, e destinato a rimanerle fedele. Uscito dal seminario, dopo la parentesi d'ombra della seconda guerra mondiale, è uno stranito sacerdote, inviato come missionario in un'isola del Pacifico. A Moku Iti, sotto il suo nero vulcano, nel suo azzurro ignoto e familiare a un tempo, Giacomo impara la febbrile indolenza di un popolo che - lui lo sa bene - non ha bisogno della sua religione.

La figlia di re John, Lucy, gli cresce accanto, bella della sua voce miracolosa, forte della sua docile fermezza, avviata a un destino di regina bambina. Giacomo e Lucy si dicono muti le parole indecifrabili che fanno da ponte fra due civiltà, fra due storie, fra due mondi, l'uno e l'altro minacciati dalla fine, ma entrambi depositari di un'ultima ricchezza, di un'ultima folgorante disadorna verità.

Inizio

Oltre la Persia dei Re, sui primi contrafforti calcarei delle montagne dell'Oxiana, cresce un piccolo bulbo, il croco sativo.  Per tutta la ventosa primavera e per la secca estate non fa che vivacchiare, vegetando lentamente cinque lunghe e sottilissime foglie colorate di un verde azzurrino striato d'argento. Poi, con le prime piogge d'autunno, apre il suo fiore, a volte turchino, a volte violetto. È un fiore di cinque petali che si uniscono in un delicato calice; nel calice quattro lunghi stami, sottili come pagliuzze, maturano dal giallo acceso all'arancio.
A questo punto, prima che i venti freddi che rotolano selvaggi giù dalle vette dall'Hindukush inizino a spianare le erbe dei prati, le ragazze dei villaggi di pastori sparsi sull'altopiano intraprendono la raccolta dello zafferano, Zahfran, la chioma degli angeli.
È un lavoro di grande pazienza e virtù, che le giovani donne compiono con grazia e maestria staccando con le unghie gli stami uno a uno. Come impone la legge, nessuna di loro è più vecchia di tredici anni, nessuna ha mai toccato un uomo. Alla fine del raccolto, dalle terre di un'intera tribù si ricavano non più di due once di prodotto essiccato, ben custodito in sacchetti di tela di lino appesi ai soffitti delle capanne.
Prima della neve i mercanti fanno il giro delle colline portando sale, pesce secco, fucili e cartucce, da scambiare con i bianchi involti di lino. Negli anni di buon raccolto giungono all'ammasso di Esfahan persino due quintali di spezie, caracollata a dorso di cammello dentro piccole casse di piombo. Lì viene incantata all'asta e smistata negli empori dì Samarkand, Cairo e Istanbul, da dove verrà smerciata in tutto il mondo.

A suo tempo i mercanti pensarono di portare con loro dall'Oxiana anche le sementi dei bulbi, e cercarono di diffondere ovunque la coltivazione di una droga così rara. Purtroppo il croco sativo è un piccolo fiore ostinato e difficile a domarsi; ad oggi nel mondo intero non vi sono che undici ben delimitate zone in cui la pianticella ha attecchito e prosperato, e undici distinte qualità di zafferano. O forse dodici.

Intorno al Settecento un tale Ibrahim Al Barrani, ricco mediatore e botanico dilettante levantino, scoprì che triturando finemente l'ovario e la corolla del fiore scartati durante la raccolta, si otteneva qualcosa che a prima vista poteva essere scambiato con la preziosa materia degli stami. Ferve da allora una piccola industria di contraffazione che porta nelle pentole dì cuochi senza scrupoli o poco esperti uno sbiadito succedaneo del vero zafferano. A parte questo, naturalmente, la qualità del prodotto varia da zona a zona. Lo zafferano di Mancia, ad esempio, non è buono come il persiano, quello di Anatolia ancor meno; più profumato quello di Poitou e assai pungente lo scurissimo di Mendoza. Introvabile e tenuto come sacro il pugnetto o poco più raccolto dalle bambine di Zafferana, e migliore di tutti l'Aquilano, il famoso zafferano d'Abruzzo.
L'uso di questa droga è talmente diffuso in ogni parte del mondo che alla fine del secolo scorso si costituì un comitato internazionale per la tutela e la calmierazione, il cui compito era di tenere sott'occhio il mercato e impedire speculazioni che avrebbero potuto creare tali disordini da giustificare l'intervento di un organismo internazionale. Per quel che se ne sa, quel comitato è tuttora in funzione e il prezzo dello zafferano, come quello delle sue imitazioni, si è dimostrato nel tempo assai più stabile di quello del metallo aureo.

Alla fine degli anni venti di questo secolo, nel porto di Genova, allo sbarco coloniali del porto franco, venivano stoccate dieci diverse qualità di zafferano, compreso, non esattamente alla luce del sole, anche il suo truffaldino surrogato. Oltre a questo, una ditta di spedizionieri con lo scagno al varco di Sottoripa aveva il monopolio dell'esportazione della qualità aquilana. Nelle drogherie della città, almeno in quelle del centro, erano in vendita tutte quante.

Nello stesso periodo, allo scalo merci pregiate del porto di New York, passavano i controlli di dogana due soli tipi di zafferano, uno di provenienza spagnola e uno francese; per il suo fabbisogno la minuscola colonia libanese della città era costretta a contrabbandare in proprio piccole quantità di prodotto persiano che, spesso intercettato dalle autorità tributarie, veniva bruciato negli inceneritori dei servizi di sanità portuale, situati a ridosso del Bronx. Per l'occasione, molta gente del quartiere si radunava nelle vie attorno ai forni per inebriarsi dell'aria intensamente profumata dalla spezia. New York era già una grande metropoli, ma evidentemente non lo era abbastanza perché potesse contenere più di due miserabili, infime qualità di un raro quanto innocuo prodotto alimentare.

C'è stato dunque un tempo in questo nostro secolo in cui Genova era grande tra le città del mondo.
Proprio allora, viveva in quella città un uomo bellissimo di nome Paride. Quel nome era stato scelto dal padre in onore di un famoso baritono che schiamazzava per i teatri e gli odeon di tutta Italia le amatissime arie di Tosti, e fu applicato in un momento in cui il neonato non lasciava intravedere alcun segno di particolari propensioni canore, ma solo gracidava beato sul seno della madre. Brutto come tutti i bambini appena nati, se non di più, visto che la levatrice aveva tardato un po' a prestare la sua opera. La levatrice, che era anche prozia del nascituro e una delle non molte esercitanti diplomate del circondario, teneva casa e bottega non distante dalla famiglia in attesa. Nel mentre che alla nipote in doglie si erano rotte le acque, era in compagnia del legittimo consorte e stava festeggiando assieme a lui e a del liquore distillato in proprio
la fosca fine del secolo decimonono.
Dunque le occorse un poco di tempo e qualche cura per ripristinare l'aspetto e la proprietà di azioni che ci si attendono da una levatrice diplomata. Quando fu in grado di intervenire con la sua solita perizia, il bambino era già mezzo fuori e, intricato nel suo cordone, da paonazzo stava rapidamente facendosi cianotico.
In ogni caso tutto si concluse nel migliore dei modi, così come c'era da attendersi. Era, appunto, la notte dell'ultimo giorno dell'anno 1899; grazie a quel poco di ritardi e di trambusti Paride prese la sua prima, approssimativa visione del mondo, all'alba del secolo nascente.

Tra quanti lo conosceranno da uomo fatto, pochi - e solo quelli che hanno avuto il suo lattone di riconoscimento aperto tra le mani - sapranno che Paride è il legittimo nome di battesimo: è fin troppo logico che sembri un soprannome. È naturale che lo sembri sulle calate e sui ponti del porto, dove tutti ne hanno uno, e chi può, per forza fisica o altra autorità, se lo sceglie come meglio gli piace. Nessuno, comunque, ha pensato in proposito che quel soprannome se lo fosse scelto lui. Paride non ci pensava a Paride, e forse neppure alla bellezza. Qualche volta pensava certamente a cose grandi e vaste come la bellezza, pensava molto spesso a cose pesanti, e probabilmente anche in quelle sapeva cogliere gli inequivoci segni del bello; ma il suo portamento, i modi suoi, il semplice fatto di com'era e come si porgeva, lasciavano trasparire una assoluta e incosciente indifferenza all'eventualità di essere egli stesso portatore di una piccola, personale vastità. Sembrava, semplicemente, che a casa sua non avesse uno specchio, o che, avendocelo, vi si riflettessero solo alcuni tratti essenziali e reconditi.

Le ragazze che leggevano Cine Sorriso, e i giovani uomini che lo guardavano di sopra alle spalle delle ragazze, dicevano che era tale e quale Rodolfo Valentino. Lo diceva anche la Combattuta; anzi, lo esclamava: "U l'è un Valentino", e irrobustiva la sua convinzione con rafforzativi che le impegnavano in modo assai espressivo gli occhi, le labbra, la lingua - un bel pezzo della lingua - e, se la circostanza lo imponeva, anche le ricche sinuosità del suo corpo. Si sapeva che lei avrebbe fatto parecchio per mettergli le mani addosso; sarebbe stata la réclame che le mancava, il coronamento di una carriera già luminosa.

In ogni caso, però, Paride ci assomigliava davvero a Valentino. Per il fatto, ad esempio, che era uomo senza essere grosso, virile senza apparire greve; elegante in altre parole. E per il naso, naturalmente, per il naso ancor di più; per come scendeva diritto ma con dolcezza, senza spiovere sul labbro. Così che la bocca, piena e viva, aveva modo di modellarsi in una varietà di espressioni senza che ci fosse bisogno - per via di quel naso così ben riuscito non c'era mai ombra sulle labbra - che fossero troppo marcate, o insistite. Ombre invece ne aveva proiettate sugli occhi, di volta in volta, perché tra le ciglia teneva nascoste, da grande attore, piccole luci e minuscole quinte che si accendevano e spegnevano, salivano e scendevano, dando l'impressione che tra iride e pupilla ci avesse piazzato su un palcoscenico e con gli sguardi lui intendesse orchestrare il suo teatro.
Questa era bellezza. Ed era eleganza il camminare leggero e un po' a traverso, come se da bambino gli avessero fatto fare i primi passi insegnandogli nel contempo a farsi portare dal sentimento dei venti. Non è che per la strada vagasse, e men che meno su una passerella o su uno scalandrone, ma dava all'andatura un singolare movimento sinusoide, appena percettibile a onor del vero, somigliante a quello di un veliero che risale i venti muovendosi lungo la sua rotta con poca fatica e molta grazia.
Ed eleganza era pure tenersi i capelli bagnati con l'acqua allungati all'indietro. E quando durante il suo pesante lavoro i capelli gli si arruffavano tutti per la polvere e il sudore, si toglieva di capo il paggetto di tela grezza per scostarli dalla fronte con un morbido gesto della mano. Anche questa era eleganza. E forse anche bellezza. Elegante come un divo, meditava la Combattuta, strizzando gli occhi dentro il fumo della sigaretta Macedonia. E dal bidé il principino Andrade faceva una smorfia, chiedeva l'asciugamano, e nemmeno lui che era un gran signore aveva da obiettare qualcosa. Ma, approfittando di un angolo di luce favorevole, dal suo punto di osservazione allungava uno sguardo consapevole sul corpo della donna e cercava, con l'ostinazione di un marito chiacchierato, gli eventuali segni del passaggio di Paride. E non li trovava, o così gli sembrava, e questo non gli dispiaceva.
Forse il principino cercava uno sbaffo di nerofumo, una sigla tracciata con la polvere nera. Questo era il genere di segno che poteva lasciare Paride al suo passaggio, questa in effetti era la firma che egli apponeva attraversando in quel suo modo un po' veliero la città e le sue genti.
La bellezza di Paride era ineffabile e singolare, e così era la sua vita osservata con gli occhi dei più. E non c'è dubbio che ci fosse una relazione tra le due cose: certi accadimenti nella sua vita e nella vita degli altri, mutamenti o rivolgimenti veri e propri, non possono trovare una loro intima giustificazione se non nella bellezza di Paride, di come questa qualità così incerta e inqualificabile possa aver avuto potere sulle cose e sugli uomini.

C'è del mistero in questo, naturalmente. Paride in effetti era anche un uomo forte e coraggioso, certe faccende poteva regolarle con un colpo di mano, alla maniera solita dell'ambiente in cui viveva. Ma questo, che si sappia, non è mai accaduto; tutti quelli che per qualche ragione si sono rivolti a lui, già erano avvertiti che a un certo punto avrebbero sentito come una leggerissima bava di vento a traverso, un insolito movimento dentro gli occhi di Paride; dopodiché la faccenda in questione avrebbe preso invariabilmente un suo corso paridiano. "Ti gira e ti rigira e ti stende con un casché", per dirla con il suo collega e amico Tirreno, che si intendeva di ballo, di politica e del mondo in generale, e non parlava in italiano ma nella sua lingua genovese, assai più confacente.

"Ha, gli occhi da tango", sapeva dire con più sentimento e in tutte e due le lingue la Combattuta. Alla fine sulla scena restava sempre un leggero sbuffo di polvere nera, un segno appena visibile, ma ben riconoscibile, del suo passaggio.
Perché Paride era un carbuné.
E tra i carbuné era principe. Né più né meno dell'Andrade, che era principe di ville e campagne, opifici e palazzi, egli primeggiava sulle banchine e sui ponti, sulle calate e le manovre. E primeggiava su tutte le passerelle i plance e gli scalandroni, i bighi le mancine e le benne, dal varco di Porta Siberia al piazzale del Giaccone, saltando di chiatta in chiatta fin dentro i quadrati dei vapori, di tutti i vapori di questo e dell'altro mondo. Vapori accostati, appoggiati, ormeggiati, di punta o di poppa, che erano giunti alla città di Genova tranquilli e scoreggianti come maialini per fare le signorine al gran Ballo dei Carbuné cuffinanti, la leggiadra Compagnia degli scaricatori del carbone minerale.

Che non era un tango quello che ballavano. E dunque non era per questo che Paride assomigliava a Rodolfo Valentino abbastanza perché alla bottega di Posta Vecchia la signora gerente spintonasse via la ragazza servente sibilandole dietro in modo da essere sentita: "Va de là figgetta, che il signore lo servo io". Nella fattispecie Paride preferiva farsi servire dalla padrona; preferiva fare i conti una volta sola, se era possibile, in qualunque situazione si trovasse.
Comunque Paride aveva visto Rodolfo Valentino al cinema, da ragazzo, e diventato uomo aveva già avuto il tempo di dimenticarselo. Ma la bottegaia, la Combattuta e il Principe Andrade e molti altri a Genova, il grande divo dello schermo lo avevano visto in carne e ossa, e per loro era francamente molto più difficile dimenticarlo. La Combattuta, naturalmente, nella carne e nelle ossa lo aveva anche toccato, e nella carne e nelle ossa si era fatta toccare, e anche strizzare e scartocciare per benino, a sentir lei.

E forse era proprio successo così, perché Genova era allora grande davvero, tanto grande e fascinosa e indispensabile, che era impossibile non arrivarci un giorno, anche per il più inaccessibile e lontano tra i potenti. Una mattina di autunno, poco prima di morire, il dio dei divi era sceso da un grande bastimento bianco della linea di New York, era sparito in una nuvola di servi alla Stazione Marittima ed era riapparso tre giorni dopo sulla porta del salone riservato della Stazione, visto appena in tempo da un camalletto sveglio e, magari, informato. Ci volle tutta una squadra dei cavalleggeri acquartierati a San Benigno, più tutte le guardie di finanza che in quel momento potevano essere distratte dalle impellenti combines del contrabbando, più una trentina ancora di volontari raccolti tra i più prestanti e puliti caravana, ci volle tutto questo assembramento di forze più tre ore abbondanti di tempo, perché Rodolfo Valentino potesse fare quei duecento metri e risalire lo scalandrone del vapore che lo avrebbe riportato oltre l'Oceano. E il divo navigò e infine giunse all'Ade. I caravana che erano presenti, loro che alle scaramanzie ci stanno sempre attenti, dicono che non avesse toccato ferro di bitta o di catena prima di salire a bordo. Meglio sarebbe stato toccare il bittone del Mandraccio fatto con il culo del cannone, come si sa, ma sarebbe bastato forse anche un grillo o un gancio; che fatica gli faceva a strofinarseli un attimo, nevero? Forse lui non era istruito sui modi dell'andare per mare, forse lo sapeva e ha voluto farne a meno; da divo com'era, forse è andata meglio così, visto che stava calando. Nei tre giorni di cui nulla si sa, il tempo per imbattersi nella Combattuta ce lo ha avuto, e se l'ha toccata davvero e si è fatto toccare, lei gli avrà insinuato dentro qualcosa che a New York han fatto passare per peritonite. Resta il fatto che in questa città se una puttana dice che ha visto Rodolfo Valentino, non è perché si è semplicemente infilata dentro un cinema. Anche questa è vastità di Genova. E già che ci siamo, se nella bottega di questa puttana, ancorché una puttana assai particolare, aveva l'abitudine di soffermarsi il Principe erede di una delle più grandi case genovesi, non era perché egli e la casata stessa fossero degenerati, decaduti e dirotti. Anzi, al tempo erano, uomo e casata, nel pieno del loro splendore.
Genova era grande davvero.

E nel cuore multiforme e cangiante della sua vastità ha inizio una storia essa stessa così vasta e complicata che ancora oggi è forse impossibile trovarne il bandolo là dove essa si sta ancora dipanando. C'è un inizio, però, ed è l'unico imbarco da cui si può partire per cercare di tenerle dietro.

La storia prende avvio dall'unione di Paride con Sascia.
 

 

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Appendice

Ex voto
Ho cominciato a scrivere questa storia il primo gennaio del 1997 e ho finito proprio oggi, cinque maggio del 1998. Ho preso i primi appunti e buttato giù un piano di ricerche nell'estate del '94; ho passato l'inverno dell'anno successivo nel porto e la primavera dell'anno dopo nella città di Genova, osservando e ascoltando. Nell'inverno ho viaggiato per mare a bordo di una porta container da 18.000 tonnellate e ho bordeggiato le coste di Riviera su un piccolo dinghy di legno. Ho pure scaldato le sedie di numerose biblioteche.

Fatti i conti, sono dunque quattro anni ormai che vivo con la Regina disadorna e che lei vive con me. Adesso è finalmente arrivato il momento degli addii, e che ognuno riprenda la sua strada. Liberi, se Dio vuole.

Non sarà così facile, almeno non per me. Quattro anni sono tanti e grande il peso delle centoquarantamila parole che ho dovuto andarmi a cercare e ingegnarmi di mettere insieme nel teatrino che ho costruito per voi. Parole che troppo spesso è stato facile per me scambiare con il mio ultimo orizzonte.
Non pensiate che raccontare storie sia sempre tutto rose e fiori: a volte assomiglia proprio a un lavoro, disturbi compresi.

Comunque sia, adesso è finita. E nel congedarmi scopro a quante persone devo qualcosa per quello che ho appena finito di fare.

Sono tutte qui ora, davanti a me, che affollano la mia bottega, si gingillano e mi sbirciano impacciate, silenziose, in cortese attesa che io faccia loro un cenno per congedarle, perché anche loro ^possano sentirsi finalmente libere da questa vicenda.
È passata mezzanotte e fuori piove. In casa mia non ci sono ombrelli e quando questa gente uscirà di qui si infradicerà tutta, dileguandosi nel buio senza nulla per ripararsi che non sia la mia gratitudine, il mio affetto, il mio amore; tutta roba che anche messa insieme non fa certo un'adeguata mercede.
È così silenziosa questa gente che sento l'acqua sciorinare lentamente, dolcemente, dal terrazzo dentro la stanza. Se non mi sbrigo finirò con l'affondare. E allora forza, venite avanti, fatevi riconoscere e fatevi dire grazie. Almeno questo.
Anna, a lei è toccato il lavoro più duro, compreso quello di volermi bene tutti i giorni, nessuno escluso.
Alberto, Erminio, Gabriella e Giulia, Alessandra e fettina, quelli dell'officina, quelli che hanno duramente sgobbato per correggere i miei errori e per contrastare la mia pervicacia nel ripeterli se possibile all'infinito, quelli che hanno fatto del mio racconto l'oggetto solido che avete ora tra le mani.
Paride Batini, Console della Compagnia Unica, e Tirreno Bianchi, Console dei carbuné, a cui, assieme a tutto il resto, ho addirittura rubato il nome senza nemmeno chiedere il permesso. Due uomini del porto senza il cui sguardo non avrei nel porto visto niente.
Giuliano Gallanti e i suoi collaboratori che nel porto e nei suoi documenti mi hanno fatto liberamente scorrazzare.
Il prode navigatore Giulietta Frezza, revisore delle mie nefandezze nautiche.
Il Comandante D'Elia e il suo splendido dinghy che ha cercato alla disperata di insegnarmi a portare da qualche parte.
Il Capitano Pastorini, esperto di bombe infondo al mare e di romanzi d'avventura.
Dino, mio padre, per la musica, il cinema, e i bei vecchi tempi andati in generale.