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"LA REGINA
DISADORNA"
Universale
Economica Feltrinelli Maurizio Maggiani (Castelnuovo Magra 1951) con Feltrinelli ha pubblicato "Vi ho già tutti sognato una volta" (1990), "Felice alla guerra" (1992), "màuri màuri" (1996), "Il coraggio del pettirosso" (1995), Premio Viareggio Rapaci e Premio Campiello 1995, "La regina disadorna" (1998), Premio Alassio e Premio Stresa per la Narrativa 1999) e "È stata una vertigine" (2002), Premio letterario Scrivere per amore 2003, finalista Premio Chiara). In
copertina: |
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Un prete ragazzo e una regina bambina. Lo scenario solennemente operaio
del porto di Genova e quello solennemente primitivo di un'isola sperduta
nel Pacifico. Due vite si sfiorano alle miracolose altezze
dell'innocenza e della giovinezza sopra i paesaggi del secolo, le ferite
della storia, l'invadenza del caso. E a segnare l'umana avventura della moltitudine di personaggi che si muovono intorno, il passo inconfondibile della speranza. Romanzo sull'innocenza dei popoli, sull'aristocrazia delle anime e dei corpi, sul maestoso pudore dell'amore materno, popolato di animali, paesaggi, prodezze della natura, La regina disadorna è una grande favola storica. Comincia ai primi del secolo nel porto di Genova, apocalisse di
uomini e macchine, lingue e dialetti, opere e merci. Figlio della
bizzosa sensualità di Sascia e della virile bellezza di Paride, Giacomo
è un ragazzo modellato dalla sua giovinezza, e destinato a rimanerle
fedele. Uscito dal seminario, dopo la parentesi d'ombra della seconda
guerra mondiale, è uno stranito sacerdote, inviato come missionario in
un'isola del Pacifico. A Moku Iti, sotto il suo nero vulcano, nel suo
azzurro ignoto e familiare a un tempo, Giacomo impara la febbrile
indolenza di un popolo che - lui lo sa bene - non ha bisogno della sua
religione. |
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Inizio
Oltre la Persia dei Re, sui primi
contrafforti calcarei delle montagne dell'Oxiana, cresce un piccolo
bulbo, il croco sativo. Per tutta la ventosa primavera e per la
secca estate non fa che vivacchiare, vegetando lentamente cinque lunghe
e sottilissime foglie colorate di un verde azzurrino striato d'argento.
Poi, con le prime piogge d'autunno, apre il suo fiore, a volte turchino,
a volte violetto. È un fiore di cinque petali che si uniscono in un
delicato calice; nel calice quattro lunghi stami, sottili come
pagliuzze, maturano dal giallo acceso all'arancio. A suo tempo i mercanti pensarono di portare con loro dall'Oxiana anche le sementi dei bulbi, e cercarono di diffondere ovunque la coltivazione di una droga così rara. Purtroppo il croco sativo è un piccolo fiore ostinato e difficile a domarsi; ad oggi nel mondo intero non vi sono che undici ben delimitate zone in cui la pianticella ha attecchito e prosperato, e undici distinte qualità di zafferano. O forse dodici. Intorno al Settecento un tale
Ibrahim Al Barrani, ricco mediatore e botanico dilettante levantino,
scoprì che triturando finemente l'ovario e la corolla del fiore scartati
durante la raccolta, si otteneva qualcosa che a prima vista poteva
essere scambiato con la preziosa materia degli stami. Ferve da allora
una piccola industria di contraffazione che porta nelle pentole dì
cuochi senza scrupoli o poco esperti uno sbiadito succedaneo del vero
zafferano. A parte questo, naturalmente, la qualità del prodotto varia
da zona a zona. Lo zafferano di Mancia, ad esempio, non è buono come il
persiano, quello di Anatolia ancor meno; più profumato quello di Poitou
e assai pungente lo scurissimo di Mendoza. Introvabile e tenuto come
sacro il pugnetto o poco più raccolto dalle bambine di Zafferana, e
migliore di tutti l'Aquilano, il famoso zafferano d'Abruzzo. Alla fine degli anni venti di questo secolo, nel porto di Genova, allo sbarco coloniali del porto franco, venivano stoccate dieci diverse qualità di zafferano, compreso, non esattamente alla luce del sole, anche il suo truffaldino surrogato. Oltre a questo, una ditta di spedizionieri con lo scagno al varco di Sottoripa aveva il monopolio dell'esportazione della qualità aquilana. Nelle drogherie della città, almeno in quelle del centro, erano in vendita tutte quante. Nello stesso periodo, allo scalo merci pregiate del porto di New York, passavano i controlli di dogana due soli tipi di zafferano, uno di provenienza spagnola e uno francese; per il suo fabbisogno la minuscola colonia libanese della città era costretta a contrabbandare in proprio piccole quantità di prodotto persiano che, spesso intercettato dalle autorità tributarie, veniva bruciato negli inceneritori dei servizi di sanità portuale, situati a ridosso del Bronx. Per l'occasione, molta gente del quartiere si radunava nelle vie attorno ai forni per inebriarsi dell'aria intensamente profumata dalla spezia. New York era già una grande metropoli, ma evidentemente non lo era abbastanza perché potesse contenere più di due miserabili, infime qualità di un raro quanto innocuo prodotto alimentare. C'è stato dunque un tempo in
questo nostro secolo in cui Genova era grande tra le città del mondo. Tra quanti lo conosceranno da uomo fatto, pochi - e solo quelli che hanno avuto il suo lattone di riconoscimento aperto tra le mani - sapranno che Paride è il legittimo nome di battesimo: è fin troppo logico che sembri un soprannome. È naturale che lo sembri sulle calate e sui ponti del porto, dove tutti ne hanno uno, e chi può, per forza fisica o altra autorità, se lo sceglie come meglio gli piace. Nessuno, comunque, ha pensato in proposito che quel soprannome se lo fosse scelto lui. Paride non ci pensava a Paride, e forse neppure alla bellezza. Qualche volta pensava certamente a cose grandi e vaste come la bellezza, pensava molto spesso a cose pesanti, e probabilmente anche in quelle sapeva cogliere gli inequivoci segni del bello; ma il suo portamento, i modi suoi, il semplice fatto di com'era e come si porgeva, lasciavano trasparire una assoluta e incosciente indifferenza all'eventualità di essere egli stesso portatore di una piccola, personale vastità. Sembrava, semplicemente, che a casa sua non avesse uno specchio, o che, avendocelo, vi si riflettessero solo alcuni tratti essenziali e reconditi. Le ragazze che leggevano Cine Sorriso, e i giovani uomini che lo guardavano di sopra alle spalle delle ragazze, dicevano che era tale e quale Rodolfo Valentino. Lo diceva anche la Combattuta; anzi, lo esclamava: "U l'è un Valentino", e irrobustiva la sua convinzione con rafforzativi che le impegnavano in modo assai espressivo gli occhi, le labbra, la lingua - un bel pezzo della lingua - e, se la circostanza lo imponeva, anche le ricche sinuosità del suo corpo. Si sapeva che lei avrebbe fatto parecchio per mettergli le mani addosso; sarebbe stata la réclame che le mancava, il coronamento di una carriera già luminosa. In ogni caso, però, Paride ci
assomigliava davvero a Valentino. Per il fatto, ad esempio, che era uomo
senza essere grosso, virile senza apparire greve; elegante in altre
parole. E per il naso, naturalmente, per il naso ancor di più; per come
scendeva diritto ma con dolcezza, senza spiovere sul labbro. Così che la
bocca, piena e viva, aveva modo di modellarsi in una varietà di
espressioni senza che ci fosse bisogno - per via di quel naso così ben
riuscito non c'era mai ombra sulle labbra - che fossero troppo marcate,
o insistite. Ombre invece ne aveva proiettate sugli occhi, di volta in
volta, perché tra le ciglia teneva nascoste, da grande attore, piccole
luci e minuscole quinte che si accendevano e spegnevano, salivano e
scendevano, dando l'impressione che tra iride e pupilla ci avesse
piazzato su un palcoscenico e con gli sguardi lui intendesse orchestrare
il suo teatro. C'è del mistero in questo, naturalmente. Paride in effetti era anche un uomo forte e coraggioso, certe faccende poteva regolarle con un colpo di mano, alla maniera solita dell'ambiente in cui viveva. Ma questo, che si sappia, non è mai accaduto; tutti quelli che per qualche ragione si sono rivolti a lui, già erano avvertiti che a un certo punto avrebbero sentito come una leggerissima bava di vento a traverso, un insolito movimento dentro gli occhi di Paride; dopodiché la faccenda in questione avrebbe preso invariabilmente un suo corso paridiano. "Ti gira e ti rigira e ti stende con un casché", per dirla con il suo collega e amico Tirreno, che si intendeva di ballo, di politica e del mondo in generale, e non parlava in italiano ma nella sua lingua genovese, assai più confacente. "Ha, gli occhi da tango",
sapeva dire con più sentimento e in tutte e due le lingue la Combattuta.
Alla fine sulla scena restava sempre un leggero sbuffo di polvere nera,
un segno appena visibile, ma ben riconoscibile, del suo passaggio. Che non era un tango quello che
ballavano. E dunque non era per questo che Paride assomigliava a Rodolfo
Valentino abbastanza perché alla bottega di Posta Vecchia la signora
gerente spintonasse via la ragazza servente sibilandole dietro in modo
da essere sentita: "Va de là figgetta, che il signore lo servo io".
Nella fattispecie Paride preferiva farsi servire dalla padrona;
preferiva fare i conti una volta sola, se era possibile, in qualunque
situazione si trovasse. E forse era proprio successo
così, perché Genova era allora grande davvero, tanto grande e fascinosa
e indispensabile, che era impossibile non arrivarci un giorno, anche per
il più inaccessibile e lontano tra i potenti. Una mattina di autunno,
poco prima di morire, il dio dei divi era sceso da un grande bastimento
bianco della linea di New York, era sparito in una nuvola di servi alla
Stazione Marittima ed era riapparso tre giorni dopo sulla porta del
salone riservato della Stazione, visto appena in tempo da un camalletto
sveglio e, magari, informato. Ci volle tutta una squadra dei
cavalleggeri acquartierati a San Benigno, più tutte le guardie di
finanza che in quel momento potevano essere distratte dalle impellenti
combines del contrabbando, più una trentina ancora di volontari raccolti
tra i più prestanti e puliti caravana, ci volle tutto questo
assembramento di forze più tre ore abbondanti di tempo, perché Rodolfo
Valentino potesse fare quei duecento metri e risalire lo scalandrone del
vapore che lo avrebbe riportato oltre l'Oceano. E il divo navigò e
infine giunse all'Ade. I caravana che erano presenti, loro che alle
scaramanzie ci stanno sempre attenti, dicono che non avesse toccato
ferro di bitta o di catena prima di salire a bordo. Meglio sarebbe stato
toccare il bittone del Mandraccio fatto con il culo del cannone, come si
sa, ma sarebbe bastato forse anche un grillo o un gancio; che fatica gli
faceva a strofinarseli un attimo, nevero? Forse lui non era istruito sui
modi dell'andare per mare, forse lo sapeva e ha voluto farne a meno; da
divo com'era, forse è andata meglio così, visto che stava calando. Nei
tre giorni di cui nulla si sa, il tempo per imbattersi nella Combattuta
ce lo ha avuto, e se l'ha toccata davvero e si è fatto toccare, lei gli
avrà insinuato dentro qualcosa che a New York han fatto passare per
peritonite. Resta il fatto che in questa città se una puttana dice che
ha visto Rodolfo Valentino, non è perché si è semplicemente infilata
dentro un cinema. Anche questa è vastità di Genova. E già che ci siamo,
se nella bottega di questa puttana, ancorché una puttana assai
particolare, aveva l'abitudine di soffermarsi il Principe erede di una
delle più grandi case genovesi, non era perché egli e la casata stessa
fossero degenerati, decaduti e dirotti. Anzi, al tempo erano, uomo e
casata, nel pieno del loro splendore. La storia prende avvio
dall'unione di Paride con Sascia.
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