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ROTTA:
Dal Porto di
Genova una nave carica di pace.
Donata Bonometti e Luciano Sossai Erga edizioni © 2008 Patrocinio REGIONE LIGURIA con il contributo di coop liguria
COSA ACCADEVA IN QUEGLI ANNI A GENOVA, IN
ITALIA E NEL MONDO |
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COSA ACCADEVA IN QUEGLI ANNI A GENOVA, IN ITALIA E NEL MONDO Mentre dall’altra parte del mondo c’è guerra e morte, fame e tortura, in Italia, e a Genova, la vita, in confronto, scorre apparentemente tranquilla. Ma gli inizi degli anni Settanta lasciano intravedere inquietudini pronte a deflagrare. Da “Oltre un secolo di Liguria” bella pubblicazione in occasione dei 100 anni di fondazione de Il Secolo XIX, nel 1986, ecco alcuni estratti di articoli che efficacemente ci descrivono un’epoca. 1971 Nel mondo continua la crisi del Medio Oriente con scontri fra Feddayn e truppe giordane, c’è fermento nel Pakistan dove la regione orientale si dichiara indipendente con il nome di Bangla Desh. Nella diplomazia internazionale sale la stella di Henry Kissinger, segretario di Stato americano, protagonista di una sensazionale apertura verso la Cina che a ottobre sarà ammessa all’Onu. In Italia il ministro degli interni Restivo rivela alla Camera che nel 1970 c’è stato un tentativo abortito di colpo di Stato per opera del principe fascista Borghese, già comandante repubblichino. Che terrà una delle sue riunioni proprio nel castello di Boccadasse. La mafia colpisce in Sicilia uccidendo il procuratore della repubblica Michele Scaglione. A Genova due banditi aggrediscono il capo ufficio e il fattorino dell’Istituto Autonomo Case Popolari di ritorno dall’aver incassato in banca i soldi per gli stipendi dei dipendenti. Il fattorino Alessandro Floris, che tenta di fermarli mentre scappano in Lambretta, verrà ucciso. Un giovane alla finestra assiste alla scena drammatica e la riprende con la sua macchina fotografica. Una istantanea che farà il giro del mondo. Mario Rossi uno dei banditi si arrende nei pressi del palazzo della Curia dopo una rocambolesca fuga nel traffico del centro. Si saprà in seguito che Rossi fa parte della banda che ha rapito l’anno prima Sergio Gadolla, figlio di una altolocata famiglia genovese. È la banda 22 ottobre composta da una cinquantina di giovani che abitano quasi tutti nella zona di piazzale Adriatico. È un gruppo di quartiere, come tanti ne sorgono in quegli anni a Genova. La polizia li definisce anarcoidi, ex comunisti, si dice, che non condividono la linea morbida del Pci. Partecipano alle manifestazioni di piazza, sono gli autori dei primi attentati. C’è aria di rivoluzione e le vicende della banda 22 ottobre ne sono una eloquente anticipazione. Il 6 maggio Milena Sutter, 13 anni, figlia di un ricchissimo industriale, esce dalla Scuola Svizzera, di via Gropallo, saluta gli amici e si dirige verso casa sua, in Albaro, dove non arriverà mai. Quindici giorni dopo il suo corpo affiora nel mare di Priaruggia. È stata strangolata, lo stesso giorno del rapimento, e buttata in mare sperando che il peso di una cintura da sub la trascinasse sul fondo. Viene arrestato Lorenzo Bozano, un giovane uomo che era stato visto spesso a bordo della sua spider rossa nei pressi della scuola svizzera. È ancora in carcere per quell’orrendo delitto che sconvolse l’Italia intera. 1972. Nel mondo il terrorismo comincia a dare i suoi terribili segni. All’aeroporto di Lod in Israele, tre giapponesi uccidono venti persone. Alle Olimpiadi di Monaco un commando di arabi sequestra atleti israeliani e uccide un allenatore. Le febbrili trattative sembrano portare ad una soluzione incruenta, ma l’intervento della polizia scatena la reazione dei guerriglieri. È una strage, muoiono tutti: rapitori e ostaggi. Anche nell’Irlanda del Nord non c’è pace. I cattolici si barricano a Londonderry e a Belfast. Gli inglesi li snidano con i carri armati. Oscure trame anche in Italia. In primavera un notissimo personaggio, l’ editore ed intellettuale Giangiacomo Feltrinelli viene trovato morto ai piedi di un traliccio nella campagna milanese. Dilaniato da una bomba che egli stesso stava innescando. Viene ucciso il commissario Calabresi, autore delle prime indagini sulla strage di piazza Fontana. Aveva arrestato l’anarchico Pinelli che morirà misteriosamente dopo un “volo” giù dalla finestra della questura. E successivamente viene incolpato un altro anarchico Pietro Valpreda di cui la sinistra chiede a gran voce la liberazione, mentre l’inchiesta sulla strage di piazza Fontana comincia ad individuare responsabilità di gruppi di destra. Due incidenti aerei sgomentano il mondo. A Palermo un DC8 dell’Alitalia si schianta contro la montagna durante l’atterraggio, muoiono 112 persone. Sulla Cordigliera delle Ande scompare un aereo con 45 persone a bordo. Due mesi dopo vengono ritrovati i sedici sopravvissuti che sono riusciti a non morire di fame cibandosi dei corpi delle vittime. A Genova uomini talpa falliscono per un soffio il colpo miliardario in una banca di piazza Campetto, il gestore del bar della stazione ferroviaria minaccia di licenziamento le dipendenti che si presentano al lavoro in pantaloni, e si ricomincia ad uccidere nel paesino di Bargagli dove dal dopoguerra c’è una catena di morti misteriose. Testimoni di avvenimenti inquietanti, custodi di tragici segreti, la morte di un maresciallo torturato, soldi scomparsi rapinati ai tedeschi in fuga. Solo nel 1984 alcuni anziani del paese verranno arrestati, ma alcuni delitti di cui erano accusati erano caduti in prescrizione. Delle altre violente morti non furono mai trovate le prove. 1973 Nel mondo. Gli Stati Uniti escono dalla sanguinosa guerra del Viet Nam attraverso gli accordi di Parigi che concludono la lunghissima trattativa condotta da Henry Kissinger con Le Duc Tho negoziatore per conto del Viet Nam del Nord: “Cessate il fuoco, scambio di prigionieri, evacuazione delle truppe americane nell’arco di due anni.” A pochi mesi dalla tregua il presidente Nixon viene coinvolto nel caso Watergate, un episodio di spionaggio politico messo in atto dai repubblicani contro i democratici. Nixon è accusato di essere al corrente di tutto e di aver coperto lo scandalo. È costretto a dimettersi. Grecia e Cile teatro di sanguinose rivoluzioni. Ad Atene il re Costantino viene destituito e va in esilio. Viene proclamata la repubblica. Papadopulos si fa eleggere presidente ma entro la fine dell’anno è vittima di un golpe militare che insedia il generale Ghizikis. In Cile finisce la stagione di Salvatore Allende, presidente marxista. Approfittando di un momento critico per il paese, i militari prendono d’assalto il palazzo presidenziale dove Allende muore. Comincia la dittatura del generale Pinochet. In Italia il terrorismo incalza. A Milano durante una manifestazione fascista fronteggiata dalla polizia uno dei dimostranti scaglia una bomba a mano che uccide l’agente Antonio Marino. Un’altra bomba a mano viene lanciata davanti alla questura mentre si inaugura un busto in ricordo del commissario Calabresi. L’attentato che causa tre morti e cinquanta feriti, è opera di un anarchico. A Genova è l’anno dei grandi processi. I giudici assolvono per insufficienza di prove Lorenzo Bozano, che solo le successive sentenze riconosceranno come l’autore dell’omicidio di Milena Sutter. Ma il primo grado è a favore del “biondino della spider rossa”. La città è quasi tutta colpevolista ma non vengono considerate prove bensì indizi la fossa scavata sul Righi da Bozano secondo la testimonianza della sua stessa fidanzata, il piano trovato a casa sua con la scritta “Seppellire, affondare, murare”, le sue presenze costanti nei pressi della scuola svizzera e via dicendo. Dura condanna invece per i componenti della banda 22 ottobre che hanno ucciso durante una rapina il fattorino dell’Istituto Case Popolari. Ergastolo per Mario Rossi, venti e trenta anni per Randelli, Viel Battaglia e Fiorani. Atmosfera tesa in città e dintorni: attentato all’università di Lettere in via Balbi dove scoppia un misterioso incendio nella facoltà occupata da due mesi. Un attentatore fascista si ferisce mentre sul treno Torino Roma all’altezza di Genova stava piazzando una bomba. Poteva essere una strage. LA NAVE DELL’AMICIZIA È l’inverno del 1973 quando una delegazione della Compagnia Unica e il Comitato per la pace di cui facevano parte tutti i portuali, viene invitata a Cavriago un paese dell’Emilia Romagna dove c’era ancora un busto di Lenin… Parte da Genova una delegazione con il viceconsole Manue Borneto (CULMV) a capo, e poi Fasciolo (Ramo Industriale), Colombino (Pietro Chiesa), Sossai, Raso e Barillaro. Vengono accolti dal sindaco, dai lavoratori, da una marea di bandiere rosse e blu con la stella dei Vietcong, dalle bandiere della pace, dei comunisti, dei socialisti, dei cattolici. È nel teatro cittadino che la delegazione genovese fa la proposta: “Carichiamo un vapore di merci per quella gente; noi mettiamo a disposizione gratuitamente le nostre braccia, per caricare, stivare, farlo partire e farlo arrivare a destinazione.” È il varo dell’idea. Subito il sindaco di Bologna e il presidente della Regione Emilia Romagna propongono una prima raccolta di denaro, mettendo a disposizione i primi 150 milioni per merci varie e stabilisce l’acquisto di 200 Vespe Piaggio. Tutti i comitati italiani che lottano per la Pace nel Vietnam, insieme al comitato nazionale Italia Viet Nam si mobilitano, si incontrano a Roma in un congresso al Jolly Hotel (Conferenza Internazionale per il Viet Nam). Il console della Compagnia Unica Giovanni Agosti rilancia l’idea della nave dell’amicizia. L’organizzazione si muove. “Durò quella raccolta molti mesi, dalla primavera fino a pochi istanti prima che la nave Australe si staccasse dal porto di Genova. Perché quando già era stato caricato arrivò una famiglia genovese, padre madre e un bambino, e ci consegnarono la loro macchina, la loro Cinquecento, carica di giocattoli”. Sossai ancora si commuove, ricordando. In quelle settimane si intensificano i contatti con il popolo vietnamita. A Roma c’era l’ambasciata del Viet Nam del Sud ma erano gli amici degli americani e non venivano certo avvicinati: uno dei tramiti fu inizialmente il giornalista dell’Unità Massimo Loche, inviato di guerra: i suoi racconti erano un affresco da dove non riuscivi a staccare gli occhi e la mente. Il comitato Italia Viet Nam era sempre più robusto e sostenuto da personalità ragguardevoli da Giancarlo Pajetta a Riccardo Lombardi, da Antonio Panieri a Vera Boccata e ancora Francanzani, Morini, Gennari, Labor. Anche in questo caso cattolici, comunisti e socialisti uniti dallo stesso ideale. Cominciano ad arrivare dal Viet Nam numerose delegazioni. Fra queste Luciano Sossai ne ricorda in particolare una capitanata da Madame Ma Thi Chu, una quarantenne generale dei Vietcong, di fatto un braccio destro del generale Giap, coordinatore della guerra che sconfisse prima i francesi e poi gli americani. Nei cortei dei portuali genovesi si alzava sempre come un grido di battaglia: Giap- Giap, Ho Chi Minh… Madame Ma Thi Chu che più avanti andrà ad accogliere Sossai in aeroporto stupendamente vestita del suo costume tradizionale (Ao Dai), è al suo primo viaggio in Italia. Porta con sé un monaco buddista e una ragazza di venti anni. Era stata torturata dagliamericani, salvata da uno scambio di prigionieri. Sopravvissuta all’estrema ferocia della tortura nella gabbia di tigre… Violentata anche con serpenti in vagina, ustionata, picchiata. Nella base americana dell’Isola del Corvo. Il suo racconto è la testimonianza più scioccante. Madame Ma Thi Chu e il monaco buddista raccontano a loro volta scenari di morte in cui si muove un popolo di contadini che si arruola con gli americani e per fame forma l’esercito fantoccio: in un giorno di guerra si guadagnava quello per cui servivano settimane di lavoro nei campi… E mentre gli uomini si armavano le donne lavoravano nei bordelli di Saigon, sedotte dai soldati americani e abbandonate con una piccola bocca in più da sfamare. LA FASE PREPARATORIA Sono gli anni Settanta, in porto, la Compagnia Unica Lavoratori Merci Varie, che riunisce seimila portuali, vive le notizie che arrivano dal Viet Nam martoriato dalla guerra da oltre 30 anni come un’angoscia che non può rimanere chiusa nei cuori. O nel fervore dei dibattiti politici. I portuali genovesi hanno un’antica cultura della solidarietà, sono
interventisti nelle operazioni di pace, organizzano generosità. Così nel
1970 si fonda il primo comitato per la pace in Viet Nam, sulla scia di
altri comitati in Italia e il comitato nazionale Italia-Viet Nam, molto
attivo, animato da personalità ragguardevoli.Agli inizi il comitato della Culmv è debole, formato da due tre persone, poi si rafforza. Coinvolgono e si fanno coinvolgere, i portuali, a fianco di sindacati e partiti. Si informano e informano con volantinaggi, cortei, fiaccolate. Trovano una città sensibile che nella notte di Natale del 1971 mostra la propria apertura verso quella sofferenza e a quel orrore in un angolo del mondo così distante, con una grande veglia in piazza De Ferrari. Migliaia di persone al freddo, eppure scaldate da questa trasversale preoccupazione per un popolo assediato e torturato. C’erano operai e primari, insegnanti e bambini, anziani e adolescenti. La Camera del Lavoro di via Cesarea (l’attuale Teatro della Gioventù) fa fatica a contenerli. La gara della generosità era già scattata, non solo una raccolta di 9000 flaconi di sangue tra Genova e L’Emilia Romagna, spediti laggiù con un aereo della Croce Rossa, ma anche il bel esempio della Impermeabili San Giorgio, le cui operaie si tassano per comprare dalla loro stessa azienda otto milioni di teli impermeabili. Li avevano chiesti i vietnamiti rimasti senza casa. Avrebbero utilizzato questi teloni per ripararsi, per costruire un tetto. Parte da Genova un camion con la preziosa merce, e insieme indumenti di lana richiesti dalla popolazione vietnamita: alla guida del camion Dino Rubecca, un portuale, e Maria Grazia Daniele, oggi senatrice dei Ds, che allora lavorava alla Impermeabili San Giorgio. È il primo camion dell’amicizia. A Roma scarica la merce nella pancia di un aereo che parte per l’Oriente. È la primavera del 1972. Mesi terribili per il Viet Nam. In autunno si rompono le dighe, viene bombardata Hanoi Raccolta e carico delle merci Trovare la nave non fu uno scherzo. Ci volle la mediazione di Sergio Ceravolo, parlamentare del Pci: prende contatto con la Cooperativa Garibaldi, col comandante Cinquegrane. Sossai firma un contratto di noleggio della nave Australe, che solitamente faceva rotta da Odessa all’Egitto carica di cemento. In realtà è una brutta e malandata imbarcazione con in coperta strati di cemento. Mentre viene attraccata a Ponte Canepa si sbaglia manovra e la nave picchia contro la banchina… Gli uomini del Comitato si chiedono con ansia se è dal mattino che si vede dal buon giorno…. Intanto da mesi la merce arrivava a Genova da ogni angolo d’Italia, dall’Emilia Romagna principalmente, dal Piemonte, dalla Lombardia, dalla Toscana, dalla Campania, dal Veneto e veniva posizionata in un magazzino in porto ceduto gratuitamente da uno spedizioniere, Vittorio Serra, che con altri spedizionieri di altre ditte di spedizioni curavano, nel tempo libero o prendendo ferie, la preparazione della documentazione doganale e i relativi piani di carico della nave. Questo gruppo di spedizionieri al termine del lavoro di spedizione della nave Australe, darà vita alla COOPERATIVA L’UNIONE DEL PORTO, una società fortemente voluta da Vittorio, democratico convinto e considerato la “pecora nera” della famiglia Serra, tradizionali e ricchi spedizionieri, perché voleva la partecipazione popolare alla distribuzione della ricchezza prodotta dal lavoro. Gli stivatori lavorano giorno e notte, dopo aver issato la bandiera italiana e quella vietnamita, e in meno di una settimana caricano tremila tonnellate di merce, pari ai due miliardi di lire di allora. Ma tutti sono in campo, gruisti, ormeggiatori portuali impegnati nella manipolazione del carico. Spedizionieri, lavoratori dei servizi Seport e del Ramo Industriale, del C.A.P., della Compagnia Pietro Chiesa. Non c’è turno, non c’è pausa, si opera giorno e notte e il giornali di allora ci rimandano l’affresco di un porto che brulica attorno a questa nave. Arrivano intere classi, la De Amicis, la elementari Ada Negri, ne citiamo due per citarle tutte, che portano disegni-messaggio per i coetanei che stanno dall’altra parte del mondo e salvadanai. C’è un tesoro sull’Australe, e non è solo materiale. Anche i topi vanno volentieri a perlustrare, passeggiano in coperta sotto gli occhi inquieti degli organizzatori, nel timore che divorino di tutto, dalle gomme delle biciclette e degli scooter ai cavi delle apparecchiature radiologiche… Anche la derattizzazione viene fatta in tempi da record dalla cooperativa Garibaldi. Cosa entra nella pancia di quella nave? Un mondo intero e le cose portano con sé le anime, i pensieri, le intenzioni, le speranze. Proviamo a recuperare parte dell’inventario. Cinquantacinque macchine tessili per rimpiazzare quelle distrutte dai bombardieri americani negli attacchi contro il grande complesso di Nan Dinh, che occupa 40 mila operai. L’attrezzatura di una fabbrica intera per la fornitura di scatole di conserva con oltre trenta tonnellate di lamierino, perché in Viet Nam la frutta è meravigliosa ma non si sa come conservarla. Venti aule scolastiche completamente equipaggiate, dai banchi alle matite e ai quaderni e 25 case prefabbricate che vanno collocate là dove tutto è stato raso al suolo. Anche le apparecchiature sanitarie - unità sanitarie mobili, elettrocardiografi,autolettighe, apparecchiature per l’anestesia e la radiografia servono in parte per gli ospedali di Hanoi distrutti dai B52 che non arrestavano certo il loro carico volante di morte anche se dall’alto, sui tetti degli ospedali, spiccavano le croci rosse ad indicare, inutilmente, che quello era un luogo intoccabile. Le centinaia di biciclette e motorette e di motocoltivatori sono destinati agli operai per recarsi al lavoro e ai contadini per rendere più agevole lo sfruttamento di quelle terre che, con i bombardamenti contro le dighe, gli americani volevano rendere sterili. E ancora una fabbrica completa per costruire blocchetti e mattoni a fornace, e ancora lastre di eternit, teloni impermeabili. Si carica anche un certo numero di camion attrezzati ad attraversare le foreste del Viet Nam e Jeep tipo Land Rover. E ancora motopescherecci e sette tonnellate reti da pesca, 55 macchine tessili e 130 macchine da cucire Necchi e Singer, prodotti chimici e coloranti, indumenti e scarpe a migliaia, giocattoli e carta da stampare, motori. E venne il giorno della partenza, il 17 novembre 1973. Quel giorno succede di tutto. La telefonata anonima di una bomba a bordo che ritarda la partenza e impegna gli artificieri alla ricerca di un ordigno che non c’era; lo stesso Sossai che dimentica il passaporto a casa cui mancano gli ultimi visti e la burocrazia annulla sé stessa per aiutare l’impresa; una manifestazione per le vie della città che si conclude con un comizio in piazza Piccapietra. Alle 19.00 la nave salpa ma resta alla fonda nelle ore notturne per le ultime “perquisizioni” da parte dei tecnici. Alle 10,40 del 18 novembre l’Australe prende finalmente il largo. Destinazione Haipong. Ecco la testimonianza in viva voce di Luciano Sossai, che lasciava a casa la moglie e un figlio per inseguire questa avventura della solidarietà. Tredicimila miglia lungo i più diversi mari e verso l’epicentro della guerra. Partendo da Genova, attraversando il Mediterraneo, entrando nell’Oceano Atlantico. Quindi circumnavigazione dell’Africa... I problemi iniziano subito quando il comandante mi fa notare l’assenza di un ufficiale di coperta, di un marinaio e di un operaio di macchina. Equipaggio dimezzato. Vengo cooptato e subito utilizzato a montare di guardia al timone dalle 8.00 alle 12.00 e dalle 20.00 alle 24.00. Nelle ore libere, insieme al nostromo e al primo ufficiale, visitavamo la stiva dove erano accatastate le merci per controllare le rizze del carico più esposto al rullio della nave, come i camion, le barche, i trattori, le auto… In un primo incontro con l’equipaggio si forma il comitato Italia Viet Nam di bordo e scatta la prima sottoscrizione, 250 mila lire destinate all’acquisto di chinino per i bambini vietnamiti. Vita monotona quella di bordo, eravamo nel mezzo dell’Atlantico con mare di traverso che tendevasempre più a rinforzarsi. La rotta era 240° Sud Ovest e così continuammo per parecchi giorni. Fortunatamente il vento cambiò, eravamo in zona Eliseo e alle 12,30 del 29 novembre passammo l’Equatore. Il caldo era infernale, si stava bene solo in coperta, respiravi grazie all’Eliseo. Ma con il passare dei giorni il caldo e la stanchezza rendeva l’equipaggio sempre più nervoso. C’era un marinaio partito da Genova con strane febbri che veniva curato prima con la penicillina poi con le vitamine, ma non guariva mai, il garzone di cucina aveva un forte esaurimento nervoso, il mozzo, al primo viaggio, soffriva di mal di mare. Eravamo in prossimità di Città del Capo ed eravamo tutti convinti, dopo tanti giorni di navigazione, di toccare terra, quando ci venne comunicato di proseguire verso Durbans. Eravamo a corto di bunkeraggio e di acqua potabile. Si trattava di rimandare la discesa a terra di qualche giorno. Intanto all’estrema punta del corno africano il mare era sempre più tumultuoso. Doppiammo il Capo di Buona Speranza: con i binocoli riuscì ad osservare fra i flutti un branco di foche che giocavano fra le onde a nostro dispetto, da molti giorni eravamo seguiti da magnifici uccelli marini… Finalmente entriamo nella baia di Durbans, meravigliosa città costellata da miriadi di isolette. Ci ordinano di non entrare in porto, di dare fondo all’ancora e di aspettare. Arriverà un rimorchiatore d’alto mare con le provviste di bordo: papaia banane e acqua potabile. Non ci è concesso di scendere a terra. Fino in Tanzania dove entrammo attraverso l’estuario del fiume Bagamovo. Avvicinandoci al porto, osservammo lunghe spiagge affollate di bagnanti con una rena splendidamente bianca e alle spalle una vegetazione lussureggiante. Durante la risalita del fiume notavamo molti cespugli che affioravano dall’acqua. Ci accorgemmo più tardi dalla bassa marea che erano le cime degli alberi. Avrei fatto volentieri un bagno in quell’acqua così verde e invitante e ne parlai più tardi, mentre stavamo terminando la manovra dell’ormeggio. Il comandante mi fece notare che nonostante la bellezza dell’acqua non c’era un bagnante. Era una zona infestata da serpenti velenosissimi detti “settepassi” perché dicono che chi ne è morso non riesce a fare sette passi che crolla a terra morto. Rinunciai al bagno. Ci ormeggiarono al limite della foresta, un po’ staccati dalla città di Dar Es Salaam. Desideravo molto scendere a terra, appena espletate le pratiche doganali e dopo essere stati vaccinati contro il colera e le altre malattie tropicali scendemmo da bordo, attraversammo una strada in terra battuta, costeggiata di alberi monumentali con frutti di diversi colori ma anche le fronde avevano una varietà di colori che andavano dal verde cupo al giallo arancio al rosso. Era l’albero del mango. Ricordo ancora un volo di uccellini minuscoli, coloratissimi, una via di mezzo fra un moscone e un colibrì. Ho cercato di capire da dove nasceva quello sciame ma gli indigeni me lo sconsigliarono. Il posto era pieno di rettili velenosissimi. In città andammo a cercare il chinino per il quale erano stati raccolti i soldi. Poche ore di sosta all’hotel Kilimangiaro di cui ricordo ancora un’enorme giraffa in legno che attraversava i piani in altezza. E ricordo anche uno spettacolo notturno e la difficoltà e la paura del rientro tra villaggi con i tetti abitati da gente di colore, in un’atmosfera quasi irreale. Anche se questo popolo è tanto povero quanto accogliente e mite, con gesti impensati di generosità. Una volta riforniti di viveri e carburante, un breve saluto alle autorità del governo locale e via. Attraverso l’Oceano Indiano. Fu allora che ci capitò la più strana delle avventure. Ero di guardia al timone nel buio della notte, di vedetta c’era il marinaio Scognetti che all’improvviso lancia un grido terrificante. Guardo subito fuori, la mia paura è quella di entrare in collisione e istintivamente porto il timone tutto a dritta. Accorre gente, lo Scognetti bianco come un lenzuolo non riesce a pronunciare parola. Piano piano riprende fiato e dice di aver visto un mostro sulla nave, un mostro con occhi di fuoco. Mentre tutti sono fuori, sulle alette, lungo la coperta, io sono sempre di guardia al timone. Sono solo e al buio, mi sento addosso lo sguardo di qualcuno e provo un senso di disagio. Lentamente giro la testa verso sinistra e vedo due occhi che mi fissano, enormi, sto per gridare e muovendomi batto i piedi contro il pagliolo per fare rumore. In un attimo i due occhioni diventano dieci, venti, cento, sembra che volino nell’aria. Grido. Quando si accende la luce esterna mi rendo conto che il terribile mostro altri non era che una scimmietta, non tanto grossa, di razza spettrus (animali notturni) con occhi grandissimi e luminosi. Un’altra scimmia di maggiori dimensioni era stata scoperta con l’ausilio dei riflettori di bordo, mentre si arrampicava sull’albero maestro. Lo scimmione scomparve, la scimmietta viene catturata. Era molto simpatica, il marinaio che l’aveva in custodia era un gran bevitore di birra. Si ubriacava lui, si ubriacava lei. Poi in prossimità del porto di Singapore, costruimmo una zattera con quattro barili, una piccola casetta con dentro uova, banane e l’acqua. Un vero e proprio naufrago affidato alla corrente a poca distanza da un’isola. Ci penso ancora, spero si sia salvata, ma altro non potevamo fare: se ce l’avessero trovata a bordo ci avrebbero messi in quarantena non consentendoci di entrare in porto ad Hai Phong perché questi animali sono portatori di malattie. Arrivammo finalmente allo stretto di Malacca e la meraviglia di queste isole è indescrivibile. La navigazione in questo stretto è densa di insidie, vi sono banchi di sabbia ed enormi tronchi portati in mare dai fiumi. Finalmente Singapore! Diamo fondo all’ancora che è quasi la mezzanotte dell’ultimo dell’anno. La baia è piena di navi in festa che salutano con le sirene l’anno nuovo. Abbiamo per vicini, pescherecci d’altura sovietici e giapponesi. Ci rechiamo tutti a poppa e anche sull’Australe si festeggia con qualche bottiglia di spumante e buon pandolce genovese. I cuori si riscaldano e si prendono a cantare canzoni nostrane. Pensiamo con nostalgia a casa nostra, alla nostra gente, alle mogli ai figli. La mattina ci svegliamo e troviamo la nave invasa da ambulanti: vendevano qualsiasi cosa, dalle armi agli orologi, dal cibo ai vestiti, all’oreficeria. Arrivati coi motoscafi erano saliti a bordo quasi di forza, mettendo in coperta un telo ed esponendo la loro merce. Subito fuori Singapore siamo colti da un monsone fortissimo che quasi ci tiene alla “cappa”, termine marinaresco usato per indicare quando mare e vento superano la forza di spinta dei motori. Il mare è molto grosso. Andiamo ad ispezionare le stive e ci rendiamo conto che il carico è in pericolo. Un trattore ha strappato una rizza. Bisogna rimettergliene un’altra. Le gabbie che contengono merce preziosa scricchiolano. Assieme al nostromo e a due marinai, io e il comandante cerchiamo di contenere la forza del mare, puntellando il carico con grosse travi. Navighiamo nel Tonchino e cerchiamo riparo a ridosso dell’isola di Hainan. Ancora poche miglia e saremo al termine della nostra missione. È il mattino del 9 gennaio 1974 quando arrivammo nella baia di Hai Phong. Avevamo percorso 13.000 miglia. Intorno a noi è pieno di giunche ed isole con grandi montagne verdi a picco sul mare. Eravamo tutti fortemente emozionati. Al di là della bellezza naturale, la triste realtà si palesa poche ore dopo, quando lungo l’estuario del Fiume Giallo... ci rimorchiano verso il porto di Hai Phong. È scioccante la vista delle rovine della guerra di aggressione: navi rovesciate con la chiglia in aria, fabbriche e case rase al suolo e bruciate, ferite terribili che solo un grande popolo come quello vietnamita riuscirà a rimarginare. Sale una commissione di militari vietnamiti, prima di arrivare in porto. Prendono le nostre macchine fotografie e le chiudono in una cabina. Appena riescono a telegrafare al comando, capiscono chi siamo e allentano la sorveglianza, restituiscono la roba requisita. Dalla nave, in plancia intravedo una marea di cappelli bianchi di paglia che sembrano piccole pagode. In banchina dove approdiamo non ci aspetta nessuno. Rimaniamo malissimo. Avevamo decorato la nave in ogni modo: il gran pavese innanzi tutto e poi lenzuola dipinte con la lanterna e un bufalo, i due simboli delle terre che entravano così in comunicazione. Ma nessuno c’era ad accogliere la nave dell’amicizia: lì ho imparato la prima lezione. Il comandante Giulio Cesare Calamanni che conosceva bene la situazione in Viet Nam mi dice: gli uomini, ma anche molte donne, sono in guerra. Il resto delle donne che è rimasto a casa fa il lavoro degli uomini, in porto, nelle fabbriche, nei campi. Hanno altro da pensare. Ormeggiamo la nave e aspettiamo che salga a bordo la sanità. È quasi mezzogiorno, stiamo iniziando a pranzare quando arriva una delegazione: il sindaco e due ragazze in costume coi fiori. Mi hanno portato a terra in una palazzina tipo albergo. Al pranzo con loro il primo contatto con l’Oriente: bacchette riso verdure carne di pollo a spezzatino con delle salse così piccanti che ancora oggi la bocca rabbrividisce.
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