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LUZZATI |
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Luzzati se ne è andato come Aldo Trionfo. Due maestri geniali e
ineguagliabili del teatro italiano. Erano ebrei tutti e due, genovesi tutti e due, nati nel 1921 tutti e due, i maestri del teatro italiano. Il cuore ha ceduto in casa e in un attimo ad Aldo Trionfo, sono quasi venti anni ormai, in un attimo e a casa a Lele Luzzati, venerdì sera; entrambi capaci, al di là dell'espressione del genio artistico, di una preziosa e segreta generosità. Dal regista Trionfo la scena nazionale ha appreso e non ha smesso di apprendere o copiare soluzioni e regie dal dopoguerra; dall'artista suo amico Luzzati, invece, era difficilissimo copiare. Lele è Lele. La città ha fatto in tempo a goderselo di più rispetto a Trionfo. A partire da Porta Siberia fino alla stessa Fondazione Luzzati, il possesso dell'arte visiva di Lele è ben saldo a Genova. È un possesso della città. Sta lì, tra il parco per bambini di Santa Margherita e l'intero Teatro della Tosse, il suo teatro, da lui dipinto e animato per ogni angolo, spettacolo di se stesso. A Genova ha dato, e dato, e dato per una vita intera, e se ne sa poco. Per la sua gente lavorava gratis. Per i suoi amici lavorava gratis. Chi entrava in casa sua usciva sempre con un disegno, un olio, un bozzetto in mano. Infatti, nella casa di via Caffaro c'è molto, ma non moltissimo. Andava via. Lui disegnava e, a chi riteneva, regalava. La città è inondata dalla sua generosità creativa, dalla sua generosità artistica e dalla sua generosità umana. Immediatamente capace di dare i giusti consigli, poche parole e uno o due indirizzi offerti a voce sommessa; pronto, prontissimo, sempre muovendo il minimo in un semi-silenzio tipico solo di lui, ad affiancare, a dare la propria presenza, a cooperare quando la città di Genova faceva qualcosa per gli altri genovesi illustri. Per le feste di compleanno al Carlo Felice, per esempio, c'era sempre, per Gassman e la Pivano era sul palco a fare il testimonial, e poi fu grande la festa in suo onore, partecipata variamente dall'intera città. Tante forme di questa generosità sono note solo a chi ne ha goduto. All'epoca dei 75 anni di Edoardo Sanguineti, per esempio, onorati il 10 dicembre 2005 con una grande festa cittadina, Lele doveva tornare da Venezia sul filo delle ore, ma voleva esserci. Disegnò allora un Maestro Sanguineti del tutto inedito, visto di spalle, niente naso e nessuna verosimiglianza fisica: un signore qualunque, grigio, che accende di colori meravigliosi un pallottoliere, il Signore del gioco della parola. Ma insieme, in una tavola a parte, aveva disegnato un eroe greco. "Grazie, Lele... ma perché? Cosa c'entrano i greci?" "Beh... ne ho fatto uno anche per Umberto Albini...". Quel disegno con la scritta ("Dico che lascio parole d'amore e... Auguri! Da Lele") venne mandato a migliaia e migliaia di persone insieme all'invito per Sanguineti! e ora, ingrandito o incorniciato, sta appeso in molti studi o case o scrivanie. Lele era anche questo: un gesto quieto e minimo poteva generare immediatamente rivoli di effetti, di colori, di doni per tutti. Un mare di affetti generati dal più silenzioso dei nostri geni. (Margherita Rubino - la Repubblica/Il Lavoro - 28 gennaio 2007) |
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E' morto nella sua casa di Castelletto, da lì dominava i tetti
dell'amata Genova il cui profilo gli era servito tante volte da
ispirazione per le sue straordinarie invenzioni. Lele Luzzati, uno dei
più importanti scenografi d'Europa, è morto per un arresto cardiaco ieri
sera all'età di 85 anni. Gli amici lo avevano sentito non più di un'ora prima e sembrava che tutto fosse normale. Se ne è andato alla vigilia del giorno della memoria, proprio lui che, giovane ebreo, era dovuto fuggire da quella casa dove era nato, nel 1939 a causa delle leggi razziali per rifugiarsi a Losanna dove aveva studiato all'Ecole des Beaux Arts. «Sono un ebreo di complemento», avrebbe detto anni dopo, aderendo completamente alla celebre definizione che Primo Levi diede di sé. «Sono nato ebreo, così come sono nato con gli occhi scuri, così come sono nato a Genova. Certe cose non si scelgono, sono». In Svizzera era così iniziata la straordinaria carriera di un artista "applicato", come amava definirsi, un ingegno multiforme. Scenografo, ma anche illustratore, pittore, ceramista, autore di cinema d'animazione (con Giulio Gianini ottenne due nomination agli Oscar), il teatro, di prosa e lirico, fu però la sua grande passione. Fondò la Borsa d'Arlecchino con Aldo Trionfo e il Teatro della Tosse con Tonino Conte con cui stabili un lungo sodalizio creativo che durava tutt'ora. In molte occasioni (anche quando il Beaubourg gli dedicò una grande mostra nel 1993) fu paragonato a Chagall, ma lui non era d'accordo: «Capisco il parallelo, per la comune radice ebraica e anche per un certo tono surreale, ma io preferisco altri pittori, Picasso, ad esempio, lui capiva cos'è il teatro». Schivo, sempre sorridente, un signore mite con una dolcezza che a noi piace paragonare a quella del Dalai Lama, Lele Luzzati è passato e ha profondamente segnato il grande mondo dell'arte, del teatro, del cinema con insuperabile leggerezza e modestia, come se si trovasse lì per caso, quasi chiedendo scusa. Immediato il cordoglio della sua città: il sindaco Giuseppe Pericu ha dichiarato: «Un artista straordinario, una personalità di grande rilievo che ha saputo amare Genova e più di altri ha saputo esprimere questo amore nella sua multiforme attività. Sono molto provato per questa dolorosa notizia che tocca tutta la città». Maurizio Ortona, presidente della comunità ebraica genovese: «Non ho parole, sono quelle notizie che non dovrebbero mai arrivare, sia per la statura della persona sia per il vuoto che lascia. E anche per il momento in cui avviene la sua scomparsa: l'ho sentito pochi giorni fa e lui era particolarmente felice per il Grifo d'oro che Genova gli avrebbe consegnato domani (oggi, per chi legge ndr). Luzzati era strettamente legato a Genova e credo che Genova lo ricorderà per sempre». (Giuliano Galletta - Il Secolo XIX - 27 gennaio 2007) |