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Problemi portuali e attualità (pagina 95)
Il ciclone del 19 febbraio 1955: Perché la diga ha ceduto?
La domanda «perché la diga ha ceduto» urge naturalmente in
questi drammatici giorni nella mente dì quanti vivono della vita del
nostro porto, di quanti si interessano alle sue sorti, mentre sì lavora
febbrilmente a limitare i danni ed a predisporre le opere dì gran mole
che dovrebbero impedire per il futuro un analogo dissesto. La risposta è
la più semplice e la più ovvia: perché il mare è stato più forte della
difesa che l'uomo gli aveva apposto.
Ma perché non si è costruita a suo tempo una difesa più forte? Perché
non si è provveduto a rafforzarla in seguito? Oltre alla sua «debolezza»
costituzionale, aveva la diga deficienze nascoste? Come è avvenuto il
cedimento?
Perché non si è costruita una diga più forte.
Le dighe foranee a parete verticale del porto dì Genova, lunghe
complessivamente oltre 3.800 metri, furono costruite dal 1916 al 1933 e
costituirono uno dei più importanti esempi ne! mondo dì opere di tal
genere. Quando furono progettate ed iniziate (a levante il braccio dì
metri 409 di lunghezza a difesa dell'avamporto, a ponente la diga «
Principe Umberto » di 3.398 metri, a difesa dei bacini detti ora « della
Lanterna » e «di Sampierdarena») ferveva da qualche decennio fra i
tecnici e costruttori marittimi di tutto il mondo la polemica tra i
fautori del vecchio tipo dì diga « a scogliera » e quelli del nuovo tipo
« a parete verticale », polemica non ancora definitivamente conclusa.
In passato le difese foranee direttamente esposte agli assalti del mare
aperto erano state ovunque eseguite, sia pure con criteri e mezzi via
via più evoluti, mediante grandi gettate di scogli o massi artificiali.
I danni a talvolta i più gravi disastri, sia in Italia che all'estero,
non erano mancati, ogni qual volta il mare investiva le opere con
eccezionale violenta: memorabile, a Genova, la distruzione di circa 400
metri del muro paraonde dei molo Galliera, allora modernissimo avvenuta
il 27 novembre 1898. Di simili dissesti è purtroppo ricca la storia,
antica e recente, di gran numero di porti italiani e stranieri.
I fautori delle dighe a parete verticale ritennero che opere dì questo
tipo avrebbero potuto impedire il frangersi delle onde, provocandone la
riflessione quasi senza urto (teoria francese del «clapotis» o
dell'onda stazionaria o "sistatica") ed evitare così le rotture e le
asportazioni che l'esperienza mostrava inevitabili nelle dighe a
scogliera.
La nuova tendenza, confortata da numerosi studi da tecnici d'ogni
nazione, ai estese, ed importantissime opere a parete verticale (dì tipo
puro, cioè con la parete direttamente radicata sul fondo naturale del
mare, o di tipo cosiddetto "misto", cioè con pareti verticali poggiate
su uno scanno più o meno alto di scogliera) furono costruite — e
continuano ad esserlo — in tutto il mondo. La teoria, i calcoli,
sembravano ai più inoppugnabili; i vantaggi tecnici costruttivi erano
evidenti,, essendo le nuove opere di costruzione più rapida, molto meno
esposte a danni in corso di lavoro, parecchio meno costose dì
costruzione e di manutenzione di quelle a scogliera. Spettava al mare
collaudarle.
 

Il mare dimostrò ben presto che neppure il nuovo sistema era perfetto.
Violentissime tempeste produssero paurosi dissesti anche in numerose
opere
del nuovo tipo; i tecnici furono spiriti a perfezionarlo e rafforzarlo
sempre più, ritenendo ogni volta dì aver raggiunto il desiderato grado
di «sicurezza», confortati da quelle esperienze favorevoli che venivano
assunte come definitivamente probanti. Ma nella lotta millenaria
dell'uomo contro gli elementi, e in particolare contro un elemento così
infido e ancora così poco «classificabile» come il mare, nulla può aver
valore «definitivo».
Il fatto è che nessun tecnico era allora — e purtroppo non lo è neppur
oggi — in grado dì misurare esattamente a quali limiti massimi possa
giungere la forza distruttiva dì una tempesta, in circostanze
eccezionali. L'incertezza degli assunti teorici, l'incompletezza dei
dati sperimentali sempre superabili dalla realtà — almeno fino a che non
potranno essere classificati con rigore scientifico per un numero
sufficiente dì eventi «eccezionali» e perciò rarissimi — vanno
sinceramente ammessi dagli studiosi di opere marittime. D'altra parte
una diga foranea è sempre opera di tal mole e di tal costo da
costringere inevitabilmente il progettista a resistere alla spontanea
tensione di «esagerarne» le dimensioni, rispetto a quelle richieste
dalle teorie universalmente riconosciute, per renderne finanziariamente
impossibile la realizzazione. Questo eterno conflitto fra la prudenza
ed il costo è destinato a perpetuarsi anche in futuro, ed ogni
progetto non può non essere che un ragionevole compromesso tra le due
opposte esigenze.
Non può negarsi che i progettisti (ora tutti scomparsi) della diga di
Genova, fra i più esperti ed apprezzati dell'epoca, abbiano seguito i
dettami
di una ragionevole prudenza, secondo le nozioni e le esperienze
disponibili. L'opera era allora nel suo complesso fra le più poderose e
robuste che si fossero costruite al mondo, benché le inevitabili
necessità di economia abbiano indotto a certi "risparmi" che, anche se
quasi universalmente adottati, il senno del poi deve decisamente
deprecare. Nel corso dei lavori, durati come si disse ben diciotto anni,
si tenne conto delle esperienze fatte nel tempo a Genova ed altrove e si
modificò due volte il tipo e le dimensioni dei massi di sottostruttura,
sfruttando i mezzi d'opera più moderni e potenti.
Non per nulla i massi usati per la costruzione degli ultimi 1.850 metri
circa della diga di ponente e per la testata del prolungamento di
levante, pesanti da 400 a 450 tonnellate, vennero chiomati
orgogliosamente "ciclopici". Alla loro ultimazione i due tronchi di diga
risultavano composti per circa metà del loro sviluppo da massi del primo
tipo, massi "cellulari", o del secondo, massi "a pozzi"», mentre l'altra
metà, la più recente, era basata su massi ciclopici.
Sembra che alla domanda "perché la diga fu così costruita" debba
rispondersi; perché la scienza e la tecnica delle costruzioni marittime
portava allora i progettisti ed i costruttori a ritenere
sufficientemente prudenziali i criteri costruttivi - per quell'epoca
modernissimi - e le dimensioni via via adottati.
Perché non la si è rafforzata in seguito.
Quando, nel 1933, la diga fu.
ultimata, eran già cominciati i danni e le apprensioni per i primi
tratti costruiti a massi cellulari od a pozzi, danni ed apprensioni che avevano
appunto, nel 1926-27, spinto ad adottare i massi ciclopici.
Sotto le
più violente mareggiate qualche masso di entrambi i tipi riportava l'asportazione della testata esterna, talvolta probabilmente lesionata
fin dall'origine dal peso dei massi superiori, e la conseguente
formazione di pericolose sgrottature subacquee.
I tecnici del Consorzio
provvedevano a tamponare - fra gravi difficoltà - queste sgrottature,
fino a che si indussero ad iniziare, prima dell'ultima guerra, un
muro di controdiga esterna, di lentissima e assai costosa esecuzione,
per proteggere ì tratti la cui riparazione diretta non appariva più
possibile o abbastanza sicura. Frattanto anche il vecchio tronco
centrale a scogliera, il molo Galliera, richiedeva continue opere di
riparazione a carattere manutentorio.
La forzata sospensione dei lavori di manutenzione negli ultimi anni del
periodo bellico ed i gravi danni diretti inferti dalla guerra stessa,
fra cui
l'apertura dì una breccia di oltre 80 metri provocata nel 1945 dai
Tedeschi
di fronte all'idroscalo di Sampierdarena, peggiorarono notevolmente lo
state di solidità di lunghi tratti di diga e destarono le più vive
preoccupazioni. I lavori furono subito ripresi su tutto il fronte delle
dighe. Dal 1945 al 1948-49 furono dapprima riparati i danni di guerra,
con ima spesa complessiva di circa 280 milioni; dal 1948-49 al 1954,
con una ulteriore spesa dì circa 520 milioni, tratti dal normale
bilancio consortile, furono chiuse le brecce successivamente aperte dal
mare, (memorabili le mareggiate del gennaio e novembre 1949), fu
riparata la scogliera esterna del molo Galliera che nel 1950
era così depauperata da destare preoccupazioni altrettanto gravi di
quelle dei tratti a parete verticale, furono ovunque ripresi i lavori
di tamponamento delle sgrottature subacquee e costruiti altri tratti
di controdiga esterna. Nel 1953 l'intera opera poteva essere
considerata ripristinata, nel suo complesso, allo stato di anteguerra.
Restava naturalmente la facile previsione che nuove mareggiate
continuassero a provocare altri danni locali, come ne produssero infatti
quelle dell'inverno 1953-54 ed ancor più quelle del 1954-55 antecedenti al ciclone del 19 febbraio
scorso. La diga, come tulle le
dighe molto esposte, continuava a destare preorccupazioni ed a richiedere
continui e spesso difficilissimi ed arditi lavori manutentori (come l'affondamento
in aria compressa
dì cassoni in cemento armato in paraggi direttamente esposti al mare
aperto), ma non sembrava giustificare allarmi catastrofici, né nei
tratti più soggetti a danni, che si era sempre riusciti a riparare, né
tanto meno in quelli a massi ciclopici, che restavano ancora, dopo oltre
20 anni di burrasche, assolutamente indenni, salvo una rottura
manifestatasi nel 1953 di fronte al ponte Eritrea, probabilmente per
effetto d'una esplosione subacquea che aveva lesionato le testate di
alcuni massi. I lavori di riparazione di questa rottura, ostacolati dal
mal tempo e da successive rotture di massi vicini, erano stati finora
infruttuosi e si era perciò deciso di ricostruire radicalmente tutto il
breve tronco malato, lungo meno di 14 metri.
Trattavasi comunque di un
fenomeno eccezionale e ben circoscritto, che infatti non si è ripetuto
su tutto il fronte restante della diga a massi ciclopici neppure sotto
l'impeto dell'ultimo ciclone, i danni inferti dal quale sono di tutt'altro
genere. Nessun allarme catastrofico dunque, almeno per l'esperienza
locale, acquisita in decenni

densi di medie e di grosse burrasche, di modesti e di gravi danni,
di lavori di riparazione di ogni genere, sempre alla fine felicemente
conclusi.
Nel campo più vasto dell'esperienza maturata nel frattempo negli altri
porti italiani e stranieri, qualche maggiore allarme poteva essere
invece giustificato in base allo studio dei dissesti verificatisi
altrove, specialmente dì quello di Catania (1933) e dì Algeri (1934). Ma
si disse allora e si ripeté poi che tali dissesti, provocati da tempeste
di eccezionalissima violenza (per Catania si parlò di «maremoto»), si
erano verificati in paraggi più esposti di quello di Genova. In effetti
i progettisti d'ogni opera marittima debbono naturalmente proporzionarla
alla presumibile massima violenza e pericolosità del mare nella
località in cui l'opera sorge, tenendo conto di tutti i dati statistici
e di tutte le caratteristiche locali: perciò nessuna esperienza può
avere carattere universale. Tuttavia l'allarme ci fu, fu meditato dagli specialisti d'ogni paese, che per le nuove
opere, anche del tipo a parete verticale, si andarono orientando verso infrastrutture a cassoni in c.a.
monolitici, ben più "ciclopici" dei nostri massi ciclopici, e verso
sempre maggiori profondità dei piani di imbasamento, come e stato
raccomandalo anche dall'ultimo Congresso internazionale di navigazione
(Roma - 1953).
La tecnica costruttiva più aggiornata si va in questi
anni gradualmente ancora evolvendo. Ciò tuttavia non significa che tutte
la dighe già esistenti debbano o possano, senza gravi motivi, essere
abbandonate e rifatte. L'evoluzione tecnica,in questo come negli altri
campi, è lenta e graduale, spesso ritorna a soluzioni

che apparivano abbandonate. A nessuno è possibile con un colpo di
bacchetta magica, operare nelle costruzioni che cominciano a
sembrare meno «moderne » quelle trasformazioni che richiedono molti
anni di lavoro e molti miliardi di spesa.
Né nel 1933 né dopo sì
ritenne che esistessero, per la diga
di Genova, (come per tante opere analoghe esistenti nel mondo) quei
"gravi
motivi" che giustificassero una così importante e radicale decisione,
né vi era anche in campo puramente tecnico concordia sul tipo di diga
che potesse essere considerato il più « sicuro » in senso assoluto.
Comunque nel 1949, quando per i noti motivi la situazione generale
della diga appariva ancora assai più seria che non prima dell'ultima
mareggiata, il Consorzio del porto ritenne opportuno richiedere, il parere di una
commissione di eminenti esperti, nominata dal Ministero dei lavori
pubblici.
Sì dice che questa commissione - che visitò le opere nel 1950
- consigliò la trasformazione della diga a parete verticale in diga a
scogliera. È vero il contrario: la commissione dichiarò che i numerosi
danni locali che si lamentavano erano imputabili alla forma ed alle
ormai superate caratteristiche costruttive della diga, dichiarò che solo
una sua trasformazione in diga a scogliera avrebbe potuto evitarli, ma
esplicitamente concluse: però una simile soluzione comporterebbe
una spesa dell'ordine di oltre 5 miliardi dì lire che, se anche fosse
disponibile, sarebbe sproporzionata in confronto dei rischi che si possono correre lasciando le
cose come sono, poiché l'esperienza di
quasi uri cinquantennio ha dimostrato che anche durante mareggiate
eccezionali i danni si sono circoscritti a tratti di limitata
estensione ove concorrevano entrambi i difetti sopraccennati e
probabilmente anche deficienze di esecuzione.
Non si può nemmeno
pensare di trasformare la diga attuale in diga a scogliera solo in
singoli tratti saltuari poiché i tratti in cui avviene il passaggio
della scarpata della scogliera alla parete verticale rappresentano
dei punti deboli che è necessario proteggere con frangiflutti soffolti staccati dall'opera. Tali
frangiflutti dato il fondale
rilevante (da 20 a 22 metri) assumerebbero, nel caso in cui i punti
di passaggio fossero numerosi, una importanza e quindi un costo eccessivo.
Si ritiene perciò, allo stato delle cose, prematuro, per il suo
rilevante onere finanziario, eseguire la trasformazione delle opere
foranee a parete verticale in una diga e a scogliera e si suggerisce di
provvedere alla conservazione di esse mediante una più intensa ed
accurata manutenzione.
A questi suggerimenti si attenne esattamente il Consorzio, sia per
l'indiscussa autorevolezza e l'alta competenza dei membri della
commissione, sia per la impossibilità di affrontare con i suoi mezzi
finanziari un'opera di
tanta mole, sia perché anche i tecnici consortili concordavano con le conclusioni della commissione
ministeriale.
Si nota per incidenza che quand'anche il Consorzio si fosse allora
allarmato più di quanto i tecnici ritenevano ragionevole, avesse potuto
reperire in breve tempo i fondi necessari per la trasformazione a scogliera, avesse prontamente ottenuto le necessaria approvazioni
ministeriali e avesse subito appaltati i lavori, l'avanzamento di
questi al 19 febbraio scorso non avrebbe potuto comunque essere tale da
proteggere la zona di diga in cui sì è verificata la grande breccia.
Aveva altre deficienze nascoste?
La risposta sembra implicita in quanto
detto più sopra. Per il tratto a massi ciclopici assolutamente no,
come ha dimostrato la stessa natura dei danni apportati dal ciclone.
Quanto ai tratti si potrebbe dissertare a lungo, poiché il loro studio inviaste alla base
i criteri costruttivi delle opere di difesa.
E' ormai generalmente riconosciuta la deficiente profondità della quota
di imbasamento della parete verticale esistente; è risultata anche
troppo evidente l'eccessiva fragilità dei massi cellulari ed a pozzi,
che avrebbero dato certo una prova assai migliore se fossero stati
convenientemente armati, La non monoliticità dei piloni, intersecati da
troppi giunti orizzontali, sì è pure rivelata particolarmente esiziale:
tale inconveniente non può eliminarsi che con grandi cassoni in c.a.
Nella confezione dei getti sembra confermata l'opportunità dell'attuale
tendenza a limitare od evitare l'uso di impasti di calce e pozzolana.
L'altezza del muro paraonde sul livello del mare sembra fosse eccessiva,
in rapporto alle altre dimensioni della diga. Infine, si nota che alla
particolare concentrazione della violenza delle onde nel tratto di diga
antistante il ponte Canepa deve aver contribuito lo speciale andamento
delle isobate del fondo marino al largo.
Come è avvenuto il cedimento.
Le rotture hanno natura e caratteristiche
diverse nel tratto a massi ciclopici ed in quelli a massi cellulari od a
pozzi.
Il primo gravissimo crollo è avvenuto nella diga a massi ciclopici di fronte al ponte Canepa. Alle 15,45 del 19 febbraio, infuriando
già
il mare da alcune ore, si rovesciarono improvvidamente e
simultaneamente verso l'in-terno dei porto circa 150 metri di diga, che
ad alcuni degli astanti apparvero come inghiottiti dal mare. Lo squarcio
andò poi allargandosi nei due sensi e finì con l'interessare un tronco
di circa 450 metri. Gli esami dei palombari rilevano che in questa zona
è avvenuto lo slittamento verso l'interno dei massi della strato
superiore (quarto strato) e del sovrastante massiccio murario dì
sovrastruttura, mentre sono rimasti a posto ed in gran parte indenni i primi tre strati della infrastruttura ed i relativi massi guardiani al
piede
della diga. La diga è cioè rimasta sana o quasi sana dal fondo fino a
circa 3 metri e mezzo sotto il livello del mare, mentre la parte
superiore, alta 10-11 metri e larga — alla base - 12 metri, è stata
troncata di netto e rovesciata verso l'interno del porto,
Verso le ore 17 dello stesso giorno, continuando la furia del mare, sì è
aperta una prima piccola breccia nel prolungamento di levante del molo
Galliera (massi a pozzi), ed altre numerose, di lunghezza variabile fra
i 5 e gli 80 metri, sì aprirono nella notte e nella giornata successiva
sia nel suddetto prolungamento, sia nel tronco centrale della diga di
ponente, costruito in massi cellulari. Qualche crollo parziale di opere
già smosse continuò a verificarsi, malgrado il graduale attenuarsi della
tempesta, fino al 21 febbraio. I massi cellulari od a pozzi non
slittarono come quelli ciclopici, essendo resi solidali dai nuclei
centrali di calcestruzzo vergati in acqua a riempimento delle celle o
dei pozzi, ma ebbero le testate frantumate gradualmente in gran numero sotto i colpi di mare, fino a provocare il crollo verso
l'esterno
del muro paraonde, minato alla base, e verso l'interno del muro di
banchina, che provocò nella caduta la frantumazione e la asportazione
di altre numerose testate interne dei massi sottostanti.
Uno slittamento parziale sì ebbe solo in corrispondenza della riparata grande breccia
aperta dai Tedeschi nel 1945 per la cui chiusura erano stati usati massi
ciclopici. In definitiva il primo danno ed il più esteso sia in
lunghezza che in profondità si lamentò proprio nel tratto più moderno
e più sano della diga.
La mareggiata, prodotta da un violentissimo vento di libeccio, ebbe una
breve violenta fase ascendente (in verità anche il giorno 18 il mare era
stato tempestoso, ma il 19 mattina sembrava accennare a calmarsi, per
risorgere improvvisamente rabbioso verso mezzogiorno) ed un lungo
periodo decrescente che aggravò i danni prodotti nella fase culminante.
In questa fase la sua violenza non ha a Genova precedenti, a memoria
d'uomo.
Il barometro segnò 739,2 mm., la velocità del vento raggiunse, a
raffiche, i 123 Km, all'ora. Le onde avevano forma quanto mai
irregolare, per la concomitanza del mare dominante da libeccio con un
mare secondario da scirocco. La loro altezza non poté essere
esattamente misurata, ma sì ritiene di poterla valutare in almeno 7
metri. I getti verticali d'acqua prodotti dal frangersi delle onde
contro la diga raggiunsero altezze assolutamente senza precedenti:
documenti fotografici mostrano getti alti circa 150 metri!
Conclusione.
Il gravissimo dissesto ha avuto due cause, che si integrano a
vicenda: l'eccezionalità dell'evento meteorologico e la passata (ed
attuale) insufficienza delle conoscenze e della tecnica delle costruzioni
marittime. E' facile ad esempio verificare che la pressione unitaria che
provocò lo slittamento del massiccio
superiore della diga a massi ciclopici dovette essere notevolmente
superiore a quella generalmente prevista nei testi di costruzioni
marittime, come è facile constatare con drammatica evidenza il
gravissimo pericolo per la stabilità
delle dighe a massi provocato dalle sottopressioni che si creano nei
giunti orizzontali.
Ancora una volta la forza del mare è prevalsa su quella oppostagli dagli
uomini. Ci si augura che la dura leziose serva almeno a portare nuovi
insegnamenti ai progettisti delle opere future: solita amara
conclusione d'ogni scritto che voglia anche superficialmente descrivere
una sconfitta della tecnica.
Genova 6 marzo 1955
Ing. MARIO GRIMALDI

 I danni prodotti al porto dai ciclone del 19
febbraio 1955
La tempesta da libeccio - scatenatasi nel golfo ligure fino dal 18
febbraio - ha flagellato il litorale per tutta la giornata di sabato 19
febbraio con conseguenze gravi per il porto, paragonabili solo a quelle
registrate dalle cronache del 1898.
Le ondate che si alzavano impetuose scavalcando tutto il molo Galliera e
la diga foranea, si susseguivano con un periodo brevissimo,
sottoponendo l'opera di difesa a sollecitazioni formidabili e frequentissime. Nel pomeriggio del sabato, infatti, il mare produceva
i primi cedimenti della diga aprendovi brecce piccole e grandi e
irrompendo dentro gli specchi acquei portuali, ma altri danni si
susseguivano fino al mattino del 22.
I principali darmi sono stati i seguenti:
a) DIGA FORANEA
prolungamento dì levante del molo Galliera: aperte sei brecce in
punti diversi, e compromessa irrimediabilmente la stabilità di tutto il
tratto (m. 409) escluso il martello di levante:
molo Galliera: danni alla scogliera esterna e asportazione del
parapetto superiore del paraonde, per lunghi tratti;
diga a ponente del molo Galliera:
— modesti danni nel primo tronco, fino alla progressiva «1000»;
— breccia passante alla progressiva «1000» della lunghezza di circa
20 metri;
— breccia del paraonde alla progrediva «1035» per circa 5 metri;
— breccia passante alla progressiva «1150» circa, di circa 25 metri. lnteressa principalmente il paraonde. A levante di questa ultima
breccia il corpo della diga, per un centinaio di metri, è spostato
verso l'interno del porto per circa m. 1,50 e il muro paraonde è sconnesso
o gravemente lesionato;
- breccia totale molto estesa dalla progressiva «1230 » alla « 1310»
circa.
— sgrottatura subacquea alla progressiva «1550» circa;
- breccia passante di oltre 15 metri alla progressiva 1940,
con tendenza ad aumentare;
— grande breccia passante dalla progressiva «2710» alla «3160», di
circa 450 metri di lunghezza;
— non si rilevano danni importanti negli altri tratti dì diga rimasti a
posto, salvo sgrottature assai gravi nel tronco compreso fra le
progressive « 1000 » e « 1400 ».
b) MOLI E BANCHINE:
-
ponte Eritrea testata ponente: danni a banchine, bitte, binarione di
scorrimento gru, ecc.;
- ponte Libia testata ponente: qualche danno;
- calata Bengasi: rotture di coronamenti e leggero abbassamento del
terrapieno contiguo alla banchina;
- ponte Canepa: distrutti due pontili del cantiere di costruzione di
cassoni, semidistrutti gli altri. Distrutto il moletto frangirisacca
dello spigolo sud-est. Gli scalzamenti delle banchine, investite
direttamente dai flutti, sono
allarmanti e lasciano temere per la resistenza di tutto il ponte, che
rischia di andar distrutto con tutti gli impianti e fabbricati;
- radice molo Ronco: modesti scalzamenti interni ed esterni;
- darsena petroli: totalmente distrutta.
Le ripercussioni immediate potevano indicarsi come appresso:
a) mancanza di accosti per le petroliere al termine degli oleodotti del
molo Ronco, collegati alla grande raffineria di Rho (Società Condor)t a tre raffinerie della
Val Polcevera (Società Purfina, Colisa e S. Quirico), al deposito costiero della Società
Comita pure in Val Polcevera;
b) esposizione al mare aperto degli accosti appositamente attrezzati
per lo sbarco di minerali di ferro e carbone diretti al grandioso e modernissimo stabilimento siderurgico della Società « Cornigliano > dei
gruppo IRI;
c) distruzione al ponte Canepa degli impianti di cantiere per la
costruzione dei cassoni in cemento armato destinati alle opere dell'aeroporto;
d) inutilizzazione degli accosti del ponte Canepa e messa in pericolo
di grandiosi fabbricati ed aree del ponte stesso, occupato da varie
industrie (demolizione navi, costruzone motogru, magazzino della
FIAT, ecc.) e da circa 200 famiglie di senza tetto ivi sistemate provvisoriamente
dal Comune;
e) esposizione alla risacca di lutti gli accosti del bacino dì
Sampierdarena
attraverso il quale si svolge buona parte del traffico commerciale
dei porto. * * *
L'interessamenitp del Governo al nostro porto si appalesò
immediatamente con l'arrivo a Genova la sera del 20 del prof, Luigi Greco, Presidente generale del Consiglio superiore dei lavori pubblici e il
lunedì 21 con l'arrivo dell'on. Giuseppe Romita, Ministro del lavori
pubblici e dell'on. Paolo E. Taviani, Ministro della difesa, i quali
effettuarono un sopralluogo nelle zone portuali più colpite.
A seguito dell'esame della sìtuazione, il Ministro dei lavori
pubblici e il Presidente generale del Consiglio superiore dei lavori
pubblici, con la collaborazione del servizio tecnico del Consorzio,
redassero un primo elenco di lavori di immediata esecuzione per
cercare di impedire l'estendersi dei danni in caso dì altre
deprecabili mareggiate e mantenere quanto più possibile efficiente il bacino di Sampierdarena.
Ben conscio di tale assoluta necessità, e della sua urgenza, il
Consorzio ha subito dato corso al programma dei lavori di immediato
intervento, la cui perizia di 500 milioni di importo è stata approvala
in data 9 marzo dal Consiglio Superiore dei lavori pubblici, ha
compilato altre minori perizie per lavori marginali pure già in corpo di
esecuzione e predisposto i progetti, ora all'esame degli organi
competenti, per le più urgenti riparazioni della diga.
I lavori appaltati e in corso di aggiudicazione sono i seguenti:
a) presidio delle banchine di testata e fiancata ponente del ponte
Canepa con rinfranco di scogliera versata da terra per uno sviluppo di
600 metri lineari;
b) sbarramento provvisorio del porto verso ponente, mediante un nuovo
moletto frangiflutti di 270 metri circa di sviluppo, esteso fra lo
spigolo sud-est del ponte Canapa e la progressiva "2680" circa della diga foranea,
con apertura centrale di 40 metri di ampiezza. Si prevede di utilizzare
allo scopo 4 cassoni in c.a. di cui 3 già esistenti in porto, di m. 12
x 15,20 x 11,70, e di costruire il tratto restante del moletto con
grossa scogliera di scogli naturali, sormontata da massi frangionde in
calcestruzzo;
e) irrobustimento della testata di ponente della diga foranea prima
della grande breccia (progressiva «2710» circa), mediante scogliera
esterna ed interna di scogli naturali e massi artificiali; prime opere
urgenti di tamponamento delle falle più pericolose della diga foranea,
fra le progressive «0» e «2720»; salpamento dei ruderi pericolosi per la
navigazione.
A conclusione del suo rapporto il Ministro Romita ha dichiarato che
esaurito o comunque avviato a compimento il programma dei lavori di
immediata esecuzione è indispensabile, per prevenire nuove catastrofi
e ripristinare la normalità nel porto, cominciare subito e proseguire
con la maggiore rapidità possibile i lavori che riguardano l'irrobustimento della intera diga con una spesa che, in linea di grande
massima, può ritenersi intorno ai 7-8 miliardi, ma che potrà essere
vaiolata dono ali accertamenti subacquei già dispostiti, e la
ricostruzione delle altre opere distratte.
Il Presidente del Consorzio il 25 febbraio ha convocato in seduta straordinaria il Comitato (vedasi al titolo
III).
Per restituire in parte la funzionalità del molo Ronco — almeno nei periodi
di mare calmo - il Consorzio del porto ha intanto disposto la posa di corpi
morti e di boe all'esterno del molo predetto e le società interessata stanno
già effettuando la deviazione dal lato esterno degli oleodotti al ime di
potere effettuare, con ormeggio di punta, lo scarico delle petroliere.
Nel frattempo si è intensificato lo sbarco di petrolio grezzo attraverso
gli oleodotti facenti capo al molo Multedo e a mezzo bettoline in
accosti provvisori sempre all'esterno del molo Ronco.
Per parte sua la Società Cornigliano ha provveduto ad opportuna
sistemazione di corpi morii di fianco al proprio pontile dì sbarco al
lato interno del molo Ronco, per tenere quanto più possibile scostate
le navi in caso di risacca.
Altre boe e corpi morti vendono sistemati in posizione idonea nel
bacino della Lanterna e di Sampierdarena per rinforzare l'ormeggio, dal lato opposto alla banchina delle
navi ai ponti Rubattino, San Giorgio,
Etiopia, Eritrea e Somalia e attenuare la sofferenza delle stesse in
caso di risacca.
Altri importanti lavori sono in corso mentre si procede alla stampa
del presente Bollettino) con la fattiva collaborazione della Marina
militare che ha meritato una pubblica lode da parte dell'Amministrazione portuale di
Genova.
In altro campo, per contrastare le notizie allarmistiche diffuse dalla
stampa all'estero (un'agenzia di Rotterdam ha telegrafato alla ditta
Parisi che secondo la stampa locale il porto di Genova sarebbe "praticamente distrutto") il 22 febbraio il
Consorzio del porto ha
diramato alla radio e alla stampa estera e nazionale il seguente
comunicato in quattro lingue:
"A precisazione delle notizie diffuse circa le conseguenze dei
danni causati dalla eccezionale violenza della tempesta del 19
corrente alle opere di difesa foranea del porto di Genova il Consorzio autonomo comunica che la ridotta funzionalità
degli impianti
portuali per effetto dei suddetti danni è limitata al solo bacino dì Sampierdarena
e ai soli periodi di risacca per venti da Sud e Sud-Ovest che si verificano non frequentemente e
solo nei mesi
invernali ed autunnali. Assicura perciò il predetto Consorzio che il
porto di Genova è sempre in grado di smaltire lo stesso volume di
traffico finora svolto senza pericolo per la sicurezza delle navi".
* * *
I danni alle navi. In conseguenza del cedimento di un tratto di 450 metri
di diga a ponente, le ondate irrotte nello specchio acqueo portuale
antistante hanno provocato l'affondamento della cisterna tipo T2
statunitense
«Camas Meadows» ormeggiata in disarmo alla calata Derna; la
motocistema liberiana «Atlantic Lord», sotto discarica alla darsena
petroli, rotti gli ormeggi, è rimasta solo sulle ancore andando a urtare
la Camas Meadows e producendosi gravi falle a poppa; essa è
stata successivamente rimorchiata alla calata Canzio per terminare lo
sbarca del greggio ed entrare in bacino; anche la pirocisterna "Giovi"
alla calata Derna ha rotto gli ormeggi ed è rimasta solo sulle ancore
andando a urtare al molo Ronco contro il quale ha riportato gravi danni
a poppa; parimenti dalla calata Derna il pontone galleggiante posa massi
da 150 tonnellate «Cesare» della «Cidomio», rotti gli ormeggi è staio
portato dal mare ad arenarsi sulla spiaggia della darsena pescatori, insieme alle panne
galleggianti della darsena petroli, investendo e
distruggendo diversi battelli dei pescatori stessi.
(foto)
Fra il ponte Canepa e il ponte Libia
numerosi pontoni e bettoline della SILM e di altre Imprese sono
risultati affondati. Al ponte Eritrea, centro-ponente la motonave. svedese
« Nordanland » a causa della forte risacca ha urtato contro la banchina producendosi
falle all'opera viva che ne hanno provocalo il rovesciamento sul fianco sinistro e
l'affondamento. Il carico parziale di carburo di
calcio contenuto nelle stive ne ha determinato l'esplosione e il conseguente
incendio che è durato per diversi giorni. Le cautele prese hanno evitato vittime.
Danni minori hanno inoltre subito: il piroscafo "Ezilda Croce"
ormeggialo al ponte Libia ponente, il piroscafo "ASTRA" al ponte Somalia
ponente, il piroscafofo «Rio Bermejo» al ponte Somalia levante, la m/n "Castel
Nevoso" al
ponte Eritrea ponente, il p.fo «President McKinley» al ponte
Eritrea, la m/n «Italsole» al ponte San Giorgio ponente, il p.fo "Angelica" al ponte Rubattino levante, la m/n «Alessandro Tomei» alla
calata Bettole, la motocisterna "Pensilvania" alla calata Canzio e il p.fo
"Homeland" al Molo Giano interno, mentre altre navi, sempre nei
bacini del porto nuovo, hanno rotto gli ormeggi senza altre conseguenze.
Numerosi i pontoni, le chiatte e i battelli minori affondati.
* * * La visita del Ministroa Tambroni.
La visita che il Ministro Tambroni ha compiuto il 27 febbraio al porto
di Genova, l'attenzione con cui ha seguito le illustrazioni che gli sono
state fornite sui danni arrecati dalla mareggiata, le assicurazione
ch'egli ha fornito per il ripristino integrale delle opere distrutte,
riconfermano che il Governo si è reso conto di ciò che significherebbe
non solo per Genova ma per l'intera Nazione una menomata funzionalità del
nostro grande emporio marittimo.
Già il Ministro dei lavori pubblici durante la sua tempestiva visita a
Genova aveva affermato che «il ripristino dell'efficienza del porto di
Genova era un problema nazionale e come tale doveva essere impostalo e
risolto a Roma»; il Ministro Tambroni ha riconfermato tale impostazione
assicurando il pronto impegno dello Stato per le occorrenze finanziarie
per il ripristino delle attrezzature,
Il Sindaco di Genova, on. Vittorio Pertusio, recatosi espressamente a
Roma per esporre la situazione del porto, ha fatto al suo rientro a
Genova le seguenti dichiarazioni;
«Sono rimasto soddisfatto dei colloqui avuti a Roma con il Presidente
del Consiglio on. Scelba, col Ministro della Marina on. Tambroni e con
il prof. Greco. Ho potuto rendermi perfettamente conto che essi
conoscono anche nei minimi particolari l'entità del disastro che ha
colpito la nostra città per la quale essi hanno dimostrato la più ampia
comprensione. Mi risulta inoltre che il problema è stato
dettagliatamente prospettato e discusso anche al Consiglio dei Ministri.
Lo stanziamento dei 500 milioni effettuato rappresenta infatti l'esatto
importo di quelle opere che sono state dichiarate di immediato
intervento. Quanto al secondo stanziamento di otto miliardi in corso di
reperimento si attende in sede competente la redazione del progetto
delle opere che prevedono l'irrobustimento della diga foranea: la
lunghezza della rateazione è da attribuirsi al fatto che tali lavori
verranno fatti nel tempo.
Mi è stato inoltre confermato che tale irrobustimento della diga foranea
sarà fatto con una scogliera a mare. Mi sembra inoltre doveroso
sottolineare che personalmente il Presidente Scelba ha voluto inserire
nel comunicato diramato alla stampa l'espressione che i lavori per la
riattivazione del nostro porto sono dì «preminente interesse nazionale». Non so, in questo momento, il quale altra occasione il Capo del
Governo abbia usato una espressione così impegnativa».
Fra le numerose manifestazioni di solidarietà pervenute al Consorzio del
porto di Genova da tutta Italia e dall'estero, si riporta il testo del
telegramma di Sua Santità Pio XII:
"Siamo particolarmente vicini ai Nostri diletti figli della laboriosa
Genova colpiti da tanta rovina. Ai sinistrati sorretti dalla Fede e
dalia fiducia in Dio invochiamo dal Signore cristiana fortezza ed
inviamo a tutti con pietà profonda il conforto della apostolica
benedizione. Mettiamo poi a disposizione la somma di un milione quale
nostro contributo per i bisogni più urgenti".
PIUS PP. XII
Una segnalazione relativa alla breccia di ponente
Sampierdarena, 24 febbraio 1955
Chiarissimo sig. Presidente del Consorzio Autonomo del porto dì Genova
S. E. Gen.le Ruffini:
Mi riferisco alla catastrofe del 19 febbraio 1955 ed in modo speciale al
crollo dei 420 metri di ponente.
Da quanto posso leggere dai giornali, vedo che non ai accenna nemmeno
al fatto che in quel tratto di mare esiste una terribile corrente
sottomarina di
cui purtroppo abbiamo visto gli effetti,
Non sono un uomo di mare, però posso dirvi:
La località (mal tradotta) Fiumara era in « zeneize» all'incirca
"schiumea" cioè Schiumara, cioè dove il mare schiuma e
ribolle.
Nulla resisteva in quel tratto. L'Ansaldo che vi provava le
artiglierie, ogni anno rifaceva o rinforzava la diga di riparo. Alla successiva
primavera tutto era ridotto in rovine e ferraglia.
Ero un ragazzo ma ben ricordo la tremenda forza del mare in quel sito e,
la vista, dalla Darsena dei pescatori, dell'odierno disastro mi richiamò
subito alla mente questi ricordi. Alla "Schiumara" quando il mare
era in burrasca, quando l'onda si ritirava creava un abisso, una voragine,
un secchio tremendo che si ributtava sulla spiaggia con uno schianto apocalittico.
La corrente (non so) sarà frutto delle onde, ma seppure di 30-40 metri
non fu l'onda a far crollare la diga in quel tratto ma il succhio e il
risucchio delle correnti sotto il mare.
Si era magari, col tempo e sott'acqua, formato delle fratture.
Da quelle fratture, come in una gigantesca pompa, cominciò il giuoco di
aspirazione e compressione finché l'usura e un'ondata più tremenda
delle altre, mandò contro la parte immersa della diga una tal forza
compressa che la travolse. Infatti l'onda, per quanto alta, avrebbe fatto
crollare la diga ma non l'avrebbe gettata in mezzo al porto come vidi
subito da Belvedere la domenica mattina. |