1946/1971 - 25° Anno dalla fondazione


Sommario
I Caravana
Prime esperienze associative
Le cooperative portuali
Il salvataggio del porto
La sfida fascista
La fondazione dell'UNICA
Le più importanti realizzazioni
Per ricordare
Prospettive

Ricorrenza
Ricorre il 25° anniversario della fondazione della Compagnia Unica fra i Lavoratori delle Merci Varie ed il « Notiziario », dopo un forzato silenzio, si presenta a questo appuntamento, tanto prestigioso, riprendendo le pubblicazioni.
Un quarto di secolo è dunque trascorso dalla data che segnò — sia detto senza retorica — una svolta fondamentale nella storia del lavoro portuale operante nel campo delle merci varie. Un quarto di secolo che ha visto i lavoratori portuali impegnati su un vastissimo fronte : da quello organizzativo — tecnico ed amministrativo — a quello imposto dalia necessità, prima, di difendere la nuova conquista dall'attacco dei molteplici interessi coalizzati contro; dalla rielaborazione — dopo il fascismo — di un autentico inquadramento sindacale, liberato dalle angustie corporative e saldamente legato a tutto il movimento operaio nazionale, alla ricerca incessante di impostazioni rivendicative più organiche, meno casuali, attraverso le quali il lavoro portuale potesse acquisire una sempre maggiore forza contrattuale ed una sua precisa ed inconfondibile dignità.
Del resto, con caratteri ed accentuazioni diversi, man mano che si va a ritroso nel tempo, l'esigenza di approdare a larghe convergenze unitarie fu costantemente presente fra i lavoratori portuali.
Che questa esigenza, poi, non sempre si sia accompagnata ad intuizioni e disegni costruttivi lungimiranti, che non abbia saputo, prima del '46, tradursi in concreti termini realizzativi, è vero, ma solo a condizione che si ignorino i vari contesti socio-politici che hanno caratterizzato la società italiana durante quasi ottant'anni di storia. Anche Genova, anche la classe operaia legata alle vicende economiche del suo importantissimo porto, dovettero subire il peso e la politica dello stato accentratore e conservatore.

I «Caravana»
L'attuale struttura organizzativa delle Compagnie portuali trae origine dall'inquadramento medioevale delle arti e dei mestieri, nel quale posizione di particolare rilievo assumono le « corporazioni ». Si ricordino, tra le tante, le corporazioni dei facchini e, fra queste, la più antica e gloriosa di tutte: la Compagnia Caravana del porto di Genova, la cui nascita risale addirittura all'anno 1340. Ai Caravana fu sempre riservata l'esclusività del facchinaggio delle merci soggette a dogana.
Tenuto conto dei tempi, questa compagnia poteva vantare una organizzazione salda e democratica, articolata sulla convocazione di frequenti assemblee, e rispondeva, con efficienza esemplare, alle esigenze operative dell'epoca.
Con gli statuti del 1484 e del 1576, veniva sancito e ribadito un principio — a molti oggi noto — in base al quale ogni lavoratore che vi entrava a far parte doveva necessariamente essere originario della regione bergamasca. A tale requisito non erano consentite deroghe, tanto che ogni nuova ammissione era subordinata alla presentazione del certificato di battesimo. Il motivo sembra risieda nel fatto che «gli ambienti commerciali della città dominati dai nobili miravano ad utilizzare per il lavoro portuale mano d'opera d'altre regioni per mantenerla estranea alle contese dei genovesi ed evitare che gente robustissima, organizzata e coraggiosa potesse far prevalere un partito a danno di un altro ».
Questa tipica condizione statutaria resse fino al 1848, anno in cui fu abolita e fu consentito di entrare a far parte dell'antica corporazione anche a cittadini provenienti da altre regioni.
La Compagnia accrebbe sempre più il proprio prestigio e la propria forza, sia per la disciplinata ed armonica convivenza regnante al suo interno, sia per le garanzie che, sul piano attivo, offriva, nell'interesse generale del commercio.
A convalida di queste affermazioni, è sufficiente sottolineare come una legge del Cavour presentata in Parlamento nel 1857 mirante ad abolire le corporazioni, escludesse dal provvedimento proprio quella dei Caravana. La stessa cosa dicasi per la legge Manna del 1864, abolitiva di tutte le corporazioni. e del disegno di legge del ministro Magliani del 1879, subito approvato, che inferse l'ultimo colpo alle organizzazioni operaie ancora esistenti.
I Caravana resistettero alle inarrestabili trasformazioni delle tecniche mercantili e portuali fino al 1952, anno in cui la loro gloriosa compagnia fu disciolta ed i loro soci integrati nei ruoli della Compagnia Unica.
Alle corporazioni si può guardare come la forma di organizzazione dei lavoratori nel tempo in cui la struttura economica era fondata sul mestiere. La loro scomparsa fu dovuta, prima allo sviluppo della manifattura e, dopo, dall'apparire dell'industria moderna.
Nonostante ciò, quando si parla della « Caravana » va riconosciuto e ricordato come in essa debba identificarsi la fonte prima e naturale da cui sgorgano la tradizione, il prestigio e l'ordinamento democratico stesso delle Compagnie portuali.
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Prime esperienze associative
Il passaggio però dalle vecchie corporazioni, che inquadravano i lavoratori che operavano nel porto, alle nuove forme associative di natura cooperativistica induce a parlare del regime di libero impiego della mano d'opera, meglio conosciuto, ai giorni nostri, con il nome di «libera scelta», imperante nel porto di Genova verso la fine del secolo scorso. Per effetto di questo « libero ordinamento », voluto dai governi per sopprimere le antiche organizzazioni operaie, le condizioni di vita dei lavoratori portuali si ridussero a quanto di più miserando possa immaginarsi: retribuzioni da fame, orari di lavoro disumani, disoccupazione cronica. Il tutto entro una squallida cornice in cui muovevano la ingordigia insaziabile, la mancanza di scrupoli e la prepotenza di pochi, a danno — anche allora — di alcune migliaia di prestatori d'opera.
Per gli imprenditori di quel tempo, il gioco era fin troppo facile: disporre di molte braccia disoccupate e, soprattutto, di molte bocche affamate, al fine di corrispondere basse mercedi e manovrare, a proprio piacimento, tutte le leve delle operazioni portuali.
lavoro in stiva - tiraggioIn tali condizioni, pur di sopperire agli stringenti bisogni propri e delle loro famiglie, i lavoratori portuali soggiacevano ad ogni sorta di sopruso, accettando compensi iniqui e combattendosi fra di essi sul terreno di una dannosa concorrenza, la quale giovava unicamente a chi vedeva nella « libertà del lavoro » il mezzo più ingegnoso per conseguire sempre nuovi e pingui arricchimenti.
Allo scopo di mantenere in vita questo comodo ed altamente remunerativo sistema, gli imprenditori ricorrevano ai servigi dei cosiddetti «confidenti», veri e propri negrieri, cui era affidato il compito di reclutare la mano d'opera più vigorosa e a basso prezzo. Sì trovava persino il modo di lucrare sulle misere paghe degli operai, costringendoli a consumare i pasti in locali gestiti dai confidenti stessi. Sorsero, fra loro, anche associazioni, la più potente delle quali fu la « Società dei Forti », i cui mèmbri spadroneggiavano in porto sottoponendo i lavoratori ad ogni sorta di angherie avvalendosi della protezione dei regnanti e degli armatori e dell'inerzia delle autorità di polizia ».
Lo scandalo era tale che la Magistratura dovette intervenire emettendo la seguente imputazione : «... associazione di malfattori per essersi negli anni 1874 e 1875 associati allo scopo di minacciare e percuotere coloro che avessero voluto opporsi all'attuazione del concerto fra essi stabilito di assicurarsi il discarico delle navi giunte nel porto...». Ma il processo non contribuì che relativamente a riportare ordine nella tormentata vita del mondo portuale.
In simile situazione, che li riconosceva come un'autentica folla di disperati, privi di ogni tutela regolamentata e quindi alla mercé degli speculatori più avidi, i lavoratori portuali cominciarono a maturare una nuova coscienza dei loro diritti e ad acquisire piena consapevolezza dei problemi associativi che li attendevano, se volevano fronteggiare l'alleanza delle categorie padronali per ottenere più umane condizioni di lavoro e di vita.
L'ulteriore riduzione dei salari e del livello di occupazione diede luogo ad un periodo di agitazioni la cui portata si desume dagli scritti dell'epoca : «Dal 1874 al 1880 il porto di Genova . . . ebbe astensioni dal lavoro e convulsioni, scoppiate talora in violenti disordini, appunto per l'applicazione delle leggi abolitive, mano mano che venivano messe in esecuzione. Furono violenze di facchini, ... scesi a ribellione aperta, ... con gli agenti della forza pubblica, perché nella soppressione degli antichi privilegi, statuti e tariffe, presagivano e profetavano la loro rovina». E ancora: «...grande numero d'arrestati onde rumori in piazza, e perfino talora il trar de' moschetti degli armati accorsi, e poi grandi condanne ».Sbarco sacchi a plance - Facchini
I traffici, nel frattempo aumentavano e i lavoratori «...Alla minacciata miseria opposero l'organizzazione loro in società di mutuo soccorso ... E così resistendo si venne sino all'anno 1881. Nel quale le mercedi, nella concorrenza sfrenata, essendo discese ad una quarta parte delle tariffe dell'abolita corporazione del 1874, nel porto di Genova scoppiò il primo sciopero che aveva veri e propri caratteri di battaglia privata tra capitale e lavoro. Durò aspra la lotta, ad intermittenze, per ben tre anni nei quali gli scioperanti ritornarono al lavoro costretti dalla fame; ma, non appena satollati, ricominciarono a scioperare. Nel 1883 poi le forze operaie si esaurirono in uno sciopero generale di tutti i lavoratori del porto, compresi gli equipaggi delle navi, che, nel novembre, durò 28 giorni consecutivi».
Gli scioperi «..ammaestrarono che a' facchini non si concedeva manco il terzo delle spese di facchinaggio onde si gravavan le mercedi all'estero...» e da essi «...scaturirono paghe più oneste, che acquietarono i lavoratori fino al 1892».
Sorsero poi le prime « leghe » aderenti alla Camera del Lavoro, e sorsero anche le prime cooperative, fra cui si ricorda quella denominata « dei caricatori e degli scaricatori di merci ».
Come si vede, l'esigenza, più sopra accennata, di dar vita a forme di organizzazione associata, trova in queste lontane esperienze un primo conforto e prende corpo attraverso traduzioni tangibili.                    
 

Le cooperative portuali
Le condizioni dei lavoratori portuali dopo il 1892 tornarono a peggiorare. Con lo sviluppo dell'industria e la nascita del la Camera del Lavoro e del Partito Socialista, si fece intensa l'attività di organizzazione delle masse operaie in società di mutuo soccorso, leghe, cooperative, ecc., e sì accentuò la tensione nei rapporti fra lavoratori e datori di lavoro. Le leghe si costituivano, venivano sciolte, si ricostituivano ancora. La Camera del Lavoro di Genova, sorta nei primi mesi del 1896, fu sciolta con decreto prefettizio nel mese di dicembre dello stesso anno.
Nel mese di maggio del 1898, quando scoppiarono i primi moti di Milano, anche a Genova il malcontento era vivissimo e le autorità temendo disordini adottarono misure severissime. Il Prefetto Garrone fece puntare i cannoni di S. Benigno sul porto, su Sampierdarena e Sestri. Le leghe operaie e molte società di mutuo soccorso furono sciolte. Il 21 luglio 1900 la Camera del Lavoro si ricostituì con l'adesione di 34 associazioni di mestiere e si scagliò contro armatori, negozianti e impresari nel porto, ma il Prefetto Garrone accusandola di svolgere « opera contraria all'ordine pubblico » e di istigare « a delitti contro la libertà di lavoro, all'odio fra le diverse classi sociali ed alla disobbedienza alla legge », il 18 dicembre 1900
firmò il decreto di scioglimento.
Lavoro in chiattaNe nacque uno sciopero degli operai portuali che si trasformò per la prima volta in Italia in uno sciopero generale per l'adesione immediata di numerose altre categorie di lavoratori, che si concluse con la ricostituzione dell'organismo sindacale soppresso.
Intanto, l'impetuoso sviluppo dei traffici marittimi aveva enormemente accresciuto l'importanza nazionale ed internazionale del porto, al cui interno le cose non potevano più andare avanti secondo i vecchi criteri della iniziativa improvvisata ed operativamente slegata, che aveva caratterizzato, fino ad allora, l'attività imprenditoriale e mercantile. S'imponevano radicali innovazioni, prime fra tutte, la realizzazione di nuovi impianti, la messa in opera di nuove attrezzature, il coordinamento delle varie operazioni portuali nei principali rami di attività — industriale, merci varie e carboni — e l'introduzione di una razionale regolamentazione tariffaria; si rendeva, cioè, necessaria una svolta capace di garantire allo scalo un ordinato funzionamento, al passo con i tempi.
Del resto, in questa direziono premevano le organizzazioni dei lavoratori portuali, desiderose di vedere salvaguardate le loro prerogative da una vera e propria autorità tutoria.
Alle esigenze, così sommariamente enunciate, rispose, nel 1903, la costituzione del « Consorzio Autonomo per l'esecuzione delle opere e per l'esercizio del Porto di Genova », che ebbe come primo Presidente il generale Stefano Canzio.
Anche questo avvenimento incise, con forza decisiva, sullo sviluppo e la crescita organizzativa delle associazioni portuali, le quali, finalmente riconosciute e protette da leggi e regolamenti, poterono, in seguito, ottenere la istituzione dei ruoli chiusi e, da semplici società di fatto, trasformarsi in vere e proprie cooperative-compagnie, aventi figura giuridica ben delineata e rette da un console elettivo.
Nel ramo industriale sorsero : la Cooperativa Demolitori Navi, la Cooperativa Muratori di Bordo ed altre ancora. Nel ramo dei carboni sorse, la Cooperativa Sbarco Imbarco Carboni Minerali, che fu considerata allora tra le maggiori istituzioni operaie non solo d'Italia, ma nel mondo. Disgregatasi dopo alcuni anni di vita rigogliosa per dissidi interni, diede vita nel 1910 alla Cooperativa Sbarco Carboni Minerali.
Eppure, nonostante l'avvento di questo nuovo ed auspicato ordinamento, per il ramo operaio delle merci varie i giorni facili erano tutt'altro che sopraggiunti. La ricchezza rappresentata dal settore non poteva non rendere più agguerrita la resistenza alla innovante disciplina da parte delle categorie padronali ed affaristiche, abituate a guadagni ingenti, quanto facili. Per esse l'obiettivo permanente, irrinunciabile, restava sempre il ritorno alla libera scelta, invocata con argomentazioni economiche di tipo liberistico ed indicata come il vero toccasana di tutta la questione portuale. Seguirono perciò lunghi anni di aspre lotte, sfociate, nel 1912, in una grande memorabile agitazione, che si protrasse per molte settimane.
La coscienza del diritto e la compattezza nella lotta, dimostrate dai lavoratori portuali, ebbero ragione della sfida lanciata contro di essi e contro la stessa autorità consortile, da un potere economico retrivo e ferocemente conservatore, anche se il sopraggiungere del primo conflitto mondiale frenò, fatalmente, le azioni intraprese in direziono di traguardi più ambiziosi.
Trasporto Bagagli - CamallettiInfatti, soltanto nel 1918, la legittima aspirazione dei lavoratori delle merci varie di vedere assumere dalle proprie organizzazioni la gestione diretta di tutte le operazioni di sbarco ed imbarco trova il coronamento del successo. Nell'ordinamento portuale di quell'anno, diventano realtà concrete e funzionanti l'«Ente Cooperativo Scaricatori e Caricatori Merci Varie», la «Cooperativa Generale Facchini» e la «Cooperativa Chiattaioli».
A questo punto, sarà opportuno dissipare il possibile dubbio — che queste note possono involontariamente aver generato — che l'affermarsi degli obiettivi perseguiti dai .lavoratori portuali sia stato il frutto di azioni unicamente ispirate ad una visione chiusa, settoriale dei problemi riguardante il porto. Se così fosse ci troveremmo di fronte ad un processo storico di impronta corporativa, avulso da ogni spinta ideale collegata a fatti e momenti essenziali della vita del movimento operaio.
In realtà, l'evoluzione delle Compagnie Portuali , sia essa intesa come fenomeno organizzativo che come aspetto formativo, nel consolidarsi della coscienza di classe, furono rese possibili, negli ultimi anni del secolo, da due eventi basilari. Si fa riferimento — come già ricordato — alla fondazione del Partito Socialista e dal sorgere della Camera del Lavoro, cui aderirono le prime « leghe » e, più tardi, nel 1913, il Sindacato Italiano delle Organizzazioni Portuarie, alla cui costituzione contribuirono due eminenti personalità che diedero un apporto notevole alla organizzazione del movimento portuale: Pietro Chiesa e Lodovico Calda. Le lotte dei lavoratori portuali, stimolate nei momenti maggiormente oscuri del loro insorgere dalla necessità di soddisfare i bisogni più elementari dell'esistenza, si erano ormai arricchite di contenuti più ampi, nei quali trovavano spazio e respiro i nuovi fermenti ideologici da cui era pervasa, si può dire, quasi tutta l'Europa : quei fermenti che, sulle banchine, sulle calate, a bordo, trasformarono, mano a mano, i nostri predecessori da oppressi e rassegnati succubi dello strapotere padronale in sicuri protagonisti dell'irriducibile conflitto che contrappone le ragioni ed il diritto del lavoro alla speculazione ed allo sfruttamento capitalistici.
Purtroppo, un'altra dolorosa e ampia parentesi doveva aprirsi, con l'avvento della dittatura dopo la fine della prima guerra mondiale, sul cammino ormai ben delineato dei lavoratori portuali, anche se si deve riconoscere che l'ordinamento che essi si erano dato nemmeno il fascismo, con le sue prepotenze autoritarie, riuscì a scalzare : tanto è vero che, dopo aver imposto lo scioglimento delle organizzazioni operaie in porto, esso fu costretto a consentirne la ricostituzione fondata sugli antichi e collaudati presupposti, che diedero poi vita al principio della « riserva » definitivamente codificato nel 1942 all'art. 110 del Codice della Navigazione. Tale articolo dispone che le maestranze addette alle operazioni portuali debbono essere costituite in compagnie o in gruppi, cui è riservata l'esecuzione delle operazioni stesse, salvo casi speciali stabiliti dal Ministero della Marina Mercantile.                                                                                                                  

Il salvataggio del porto
Più che soffermarci, in questa breve fase rievocativa della storia del movimento portuale a Genova, al periodo del ventennio, il cui grigiore ha fatto epoca, vorremmo riferirci ad un'altra gloriosa pagina vissuta dai lavoratori portuali e dalla cittadinanza, che si estrinseca in un episodio dei più drammatici fra quelli che hanno investito il porto nella sua pur lunghissima esistenza e le cui polemiche non sono, a distanza di 26 anni, ancora sopite.
È a tutti noto che, nei tristi anni dell'ultimo conflitto mondiale, ai notevoli danneggiamenti subiti dagli impianti portuali, a causa delle incursioni alleate aeree e navali, si aggiunse un ben maggiore pericolo che minacciò a lungo la distruzione del nostro emporio. Si tratta della collocazione, effettuata ad opera dei tedeschi, di mine nella diga foranea, nei moli e nelle calate dopo l'armistizio del 1943. Questo minamento aveva il duplice scopo di rendere possibile la distruzione del porto, nel caso di ritirata delle truppe tedesche, secondo la ormai ben collaudata e criminale tecnica della « terra bruciata » e, unitamente alla minaccia di distruzione della città mediante il cannoneggiamento della stessa con batterie situate sulle alture di Genova, costituire un mezzo di pressione sulle forze della Resistenza nel caso che la situazione militare fosse improvvisamente crollata e si rendesse necessario, quindi, trattare condizioni di resa e di evacuazione.
Ipotesi, quest'ultima, che puntualmente si verificò nelle giornate di aprile immediatamente precedenti l'insurrezione e che, però, non sortì l'effetto sperato dai tedeschi, poiché nel frattempo il movimento di resistenza, grazie all'azione concomitante di molti, era ormai in grado di rispondere alla minaccia con altra di eguale forza, vale a dire che, in caso di atti di distruzione perpetrati in danno del porto e della città, ai prigionieri tedeschi non sarebbe stato usato il trattamento prescritto dalle convenzioni internazionali, bensì quello riservato ai criminali di guerra.
Come fu possibile giungere ad una tale risposta, ignorando nel contempo il grave pericolo che incombeva sulla città e sul porto? Non fu certo per imperdonabile noncuranza o per colpevole sottovalutazione della portata dello stesso, ma per cosciente stima che quanto dai tedeschi minacciato era ormai di difficilissima, per quanto non impossibile attuazione.
È su come si giunse a questa situazione ed a chi, quindi, siano da attribuire i meriti del salvataggio del porto, che periodicamente si hanno dei ritorni polemici tra i vari protagonisti — o presunti tali — tesi, ciascuno, a far rifulgere l'importanza della propria partecipazione a quella storica vicenda.
Non si vuole, né d'altra parte si potrebbe, entrare nel merito di queste valutazioni, ma una — sia pur sommaria — puntualizzazione di una realtà che, col passare degli anni, trascolora nel ricordo degli uomini, sembra non inutile.
La Resistenza fu un fatto popolare che vide una sempre maggiore partecipazione di masse alla lotta antifascista ed il salvataggio del porto altro non fu che un luminoso episodio di quella lotta. E che così è stato viene confermato anche dagli « Atti della Commissione d'inchiesta sul salvataggio del Porto di Genova » pubblicati a cura dell'Istituto Storico della Resistenza in Liguria, dove si trovano testimonianze dell'impegno profuso da uomini di differente condizione sociale, collocati in posizione di diversa responsabilità, ma tutti tesi all'unico scopo che in quel momento importava conseguire.
Certo che secondo qualche testimonianza, il salvataggio del porto è dipeso anche, oltre che dal comportamento di tanti altri personaggi, addirittura, dalla libera volontà del tedesco occupante.
A parte queste mistificazioni, risalta con chiarezza, quale è stato il contributo dato dai lavoratori; e questo ,si vuole qui ricordare non fosse altro che per riconfermare ancora una volta, anche agli immemori reggitori della cosa pubblica, quanto sia legittimo il diritto dei lavoratori del porto a decidere sulla vita di esso.
Furono infatti degli anonimi lavoratori coloro i quali, per primi, diedero l'allarme e che giorno per giorno controllarono e riferirono sul procedere del criminoso disegno ; ed è intuitivo capire che le cose non poterono andare diversamente. Se è vero, come è vero, che chi opera in porto sente una sorta di attaccamento sentimentale per esso, la vista degli odiosi atti intrapresi dai tedeschi, indubbiamente trasformò di punto in bianco in « resistenti » anche coloro che non lo erano ancora.
Non fu quindi un caso se l'organizzazione politica della Resistenza affidò poi ai lavoratori del porto e dei cantieri anche il compito di sabotare sistematicamente il collegamento dei cavi di brillamento delle mine e le mine stesse.
L'azione di sabotaggio si sviluppò gradatamente, passando dalla rimozione dei cavi di brillamento delle mine alla manipolazione di queste, con diverse sostanze — sabbia, acqua salata, composti chimici, ecc. — aventi tutte lo scopo di impedirne lo scoppio. E tutto questo, s'intende, in una continua sfida alla morte che non poche volte, purtroppo, ebbe le sue vittime, cadute nel compimento di un dovere che scaturiva dall'ansia di libertà, dal desiderio di giustizia, dall'amore per il porto e la propria città.
Questa attività fu coronata da successo, poiché obbligò i tedeschi a rinunciare al collegamento permanente delle mine mediante cavi, per cui, in caso di necessità, avrebbero dovuto provvedere al brillamento con cavi volanti sotto la spinta dell’urgenza. E quando questo avvenne, l'insurrezione nel porto era già in atto, e perciò le difficoltà nel concretizzare la minaccia, che doveva costituire il passaporto per la tranquilla ritirata delle forze tedesche verso la valle padana, divennero ancora più gravi, mentre la sua realizzazione si presentava sempre più problematica.
È su questi elementi basilari dell'azione popolare che poterono, poi, proficuamente innestarsi le varie iniziative a livello diplomatico od individuale da parte di diverse personalità; queste trattative poterono svilupparsi in senso positivo unicamente perché la situazione creata dall'apporto dei lavoratori alla lotta per modificare la drammatica condizione, era stata determinante. Esso rese praticamente impossibile l'attuazione di una minaccia risultata all'atto pratico svuotata di ogni contenuto, per la continua opera di sabotaggio operata e per la tempestiva insurrezione armata nel porto, che provocò il tracollo di ogni residua speranza del nemico di portare a compimento, seppure parzialmente, il piano criminoso.                                                      
                                                                                                                                           
La sfida fascista
Accade, talvolta, che la Genova operaia, chiusa in se stessa, un po' misantropa, e, per l'osservatore superficiale, distaccata dai fatti del Paese, si scuota ed insorga come una forza della natura quando la minaccia alle libertà civili diventa più grave, quando le offese alla dignità dell'uomo assumono aspetti tracotanti e prevaricatori.
Questi moti, suscitatori di energie nuove, quando ,si verificarono incisero profondamente nella vita della nazione, costrinsero i sostenitori di idee retrive a rivedere le proprie posizioni e fecero sovente arretrare disegni reazionari già ben avviati sulla strada della realizzazione. Un solo esempio — che a nostro avviso ha stretti legami con le lotte dei lavoratori portuali, cui è doveroso nella ricorrenza del 25° evidenziarne i fatti più salienti —: Nel 1960, succedeva ad una coalizione centrista, un governo monocolore che andava cercando — e trovava — spazio politico ed alleanze verso la destra reazionaria. Tale appoggio non era stato concesso, evidentemente, senza contropartita: subito, infatti, un primo conto veniva presentato e consisteva nell'oltraggiosa intenzione di tenere a Genova un congresso di quello squallido partito che è l'erede ed il continuatore della nefasta ventennale dittatura.
Successivamente, aggiungendo all'offesa per la Città Medaglia d'Oro della Resistenza, anche la provocazione, la presidenza del congresso veniva offerta a Basile, già federale di Genova, fino al 1945, responsabile della uccisione di tanti Patrioti e della deportazione di tanti lavoratori inviati in Germania a lavorare in regime schiavistico e, molti, a morirvi.
Sarebbe bastato molto meno per suscitare la esplosione della collera popolare, ma la classe lavoratrice genovese capì l'importanza di quanto era in gioco ed anziché lasciarsi andare a reazioni passionali, preferì rispondere con ponderatezza e con determinazione. Sicura di interpretare il sentimento di sdegno della stragrande maggioranza del popolo italiano, ingaggiò una battaglia che, al di là dell'obiettivo immediato di non consentire l'offesa alla città, intendeva ricacciare indietro l'onda montante di un ritorno ad un vergognoso passato.
                 De Ferrari - 30 giugno 1

La mobilitazione popolare non fu perciò immediata, anche perché una sorta di stupefatta incredulità aveva colpito la cittadinanza di fronte alla tracotanza delle forze reazionarie e, ancor più, nel constatare la supina acquiescenza delle autorità di fronte a tanta provocazione.
Ma, mano a mano che i partiti democratici e le organizzazioni sindacali mandavano avanti la denuncia della reale portata di quanto si intendeva attuare in dispregio dei sentimenti ed in contrasto con la coscienza popolare, che si alimentava — come tuttora si alimenta — del ricordo di ciò che il fascismo rappresentò quale seminatore di lutti, dolori e distruzioni e come negatore di ogni libertà, da ogni posto di lavoro, dai quartieri, dalle città e dai paesi dì Liguria e d'Italia si levò crescente la protesta.
I lavoratori portuali, fin dalle prime avvisaglie, furono in prima fila riconfermando la loro tradizione di tenaci oppositori alle altrui prepotenze. Una prima provocazione, avente come scopo la distruzione della sede dell'A.N.P.I. provinciale, fu subito da essi energicamente respinta.
L'organizzazione sindacale dei portuali, la F.I.L.P., più tardi, in una mozione affermava : « il moto di protesta che sale dal porto non può essere sottaciuto, per cui anche l'organizzazione sindacale unitaria se ne sente investita in pieno » e veniva immediatamente decisa una fermata generale del lavoro in porto di mezza giornata.
Era il primo sciopero effettuato per impedire ai fascisti di infangare Genova e per ammonire le autorità a rispettare la volontà popolare e la coscienza antifascista della nostra città. La sua unanimità dimostrò quanto grande fosse il movimento di protesta e promosse un'aItra grande manifestazione proclamata dalla Camera del Lavoro con lo sciopero generale del 30 giugno successivo, con la motivazione del fatto che le autorità governative, fino a quel momento, erano rimaste insensibili all'indignazione ed alle proteste, che, giorno per giorno, si erano fatte più vibrate e numerose. A questa ormai storica manifestazione i lavoratori portuali parteciparono in gran numero, unitamente agli altri lavoratori, agli studenti, agli intellettuali e a tutta la cittadinanza, determinando, attraverso le drammatiche circostanze di quella giornata e di quelle successive, il risultato che Genova democratica ed antifascista voleva : la cacciata dei missini, l'annullamento del congresso che era stato convocato, non per discutere, ma « per provocare, per contrapporre un vergognoso passato, alla Resistenza, per contrapporre bestemmie ai valori politici e morali affermati dalla Resistenza », e, come diretta conseguenza, la caduta del governo e un nuovo indirizzo politico.
                                                                                                                                         
La fondazione dell'«UNICA»
Veniva costituita nel 1946, con decreto del Presidente del Consorzio n. 2296 del 7 dicembre e avente efficacia dal 1° marzo dello stesso anno, la Compagnia Unica fra i Lavoratori delle Merci Varie del Porto di Genova.
Cucitura sacchi - LigaballeSi è accennato, all'inizio di queste righe, dei gravosi problemi che impegnarono i portuali negli anni seguenti il loro raggruppamento. Fondere in un unico ente i vari gruppi organizzati, svolgenti attività distinte nell'ambito operativo delle merci varie, era impresa tutt'altro che semplice, poiché richiedeva un lungo e paziente lavoro non soltanto di ordine pratico, ma anche di natura psicologica. Ciascuna sezione presentava poi una sua fisionomia amministrativa ben delineata. Si aggiunga a ciò il fatto che il lungo letargo politico e sindacale, imposto dalla dittatura fascista, aveva creato uno stato di inerte indeterminazione, nel quale, la confusione delle idee non costituiva certo il presupposto valido per una opera di così ampio valore unitario.
Se non che, fra i lavoratori portuali, si trovavano ad operare uomini usciti dalla Resistenza, uomini a cui le lotte eroiche ed i sacrifici sopportati nell'inseguire traguardi di libertà avevano insegnato a credere fermamente nella capacità organizzativa della classe lavoratrice e nella sua forza. Ed è alla fede ed alla perseveranza di questi uomini che si deve la costituzione della Compagnia Unica. Che fu — oggi si può affermare con legittimo orgoglio — non una pura operazione di concentrazione tecnica ed amministrativa, bensì la risposta cosciente di uno strato fra i più attivi della popolazione genovese alle istanze poste dal risorto spirito unitario del movimento operaio.
Proprio per quello che rappresentò sul terreno del rafforzamento di classe, la Compagnia non godette certo delle simpatie del mondo economico legato al porto. Essa dovette pertanto fronteggiare, per molti anni, le offensive provenienti dalla cosiddetta iniziativa privata, dirette a sgretolarne la compattezza, attraverso una tecnica vecchia quanto risaputa, che consiste nel dividere i lavoratori per meglio, assoggettarli.
Ma i tempi erano ormai cambiati : il disorientamento, seguito al primo dopoguerra, aveva ceduto il posto ad una rinnovata coscienza sindacale. Per i lavoratori tutti, e non soltanto per quelli portuali, il sindacato andava sempre più affermandosi come lo strumento adatto a recepirne le ansie di rinnovamento per tradurle in concreti postulati economico-politici. La sua opera formativa, le sue proposte rivendicative, la sua azione vertenziale accrescevano il potere contrattuale della classe operaia, nella ricerca inesausta di una giusta ed umana dimensione sociale.
L'irriducibile avversione delle forze padronali nei confronti delle Compagnie portuali non ebbe comunque ad allentarsi; si ottenne solo, sul piano della lotta, un mutamento di indirizzo rispetto agli scontri frontali del passato, che le aveva viste soccombere di fronte all'affermarsi fra i lavoratori di una coscienza di classe sempre più estesa e penetrante.
Riparazione casse - Barilai e CassaiLe lotte che caratterizzarono il periodo susseguente alla liberazione ebbero ad imperniarsi sul vantato diritto dei ceti dominanti di poter agire nell'ambito del porto con proprie attrezzature e maestranze, tramite la concessione di dispense all'art. 110 del codice della navigazione che il Ministero della Marina Mercantile sarebbe stato tenuto a rilasciare in base all'ultimo comma dello stesso articolo che prevede deroghe alla norma «in casi speciali».
Adducendo ragioni pretestuose e ignorando quelle di interesse pubblico e sociale che avevano indotto il legislatore, dopo le cruenti battaglie del passato, a sottrarre il servizio portuale alle attività speculative private, si .provocarono, sempre sotto lo stimolo del profitto, grandi agitazioni che impegnarono lungamente i lavoratori portuali nel fare argine contro il dispotico rilascio di autorizzazioni ad operare in regime di « autonomie funzionali ». Così, infatti, venivano definite le «eccezioni » emesse in deroga al codice che — come già riportato — riserva solo ai lavoratori costituiti in Compagnie o Gruppi il diritto alla manipolazione delle merci nell'ambito dei porti.
Con scioperi numerosi, nel corso di un decennio, i portuali diedero la loro decisa risposta a questo nuovo attacco come al solito promosso dagli uomini più rappresentativi del grande capitale, e il risultato fu quello di bloccare presso il Ministero della Marina mercantile un numero rilevantissimo di richieste, tutte miranti ad avvalersi del caso speciale. Non va però sottaciuto il fatto che dispense ne furono accordate e che settori notevoli di traffico furono sottratti alla disponibilità dei lavoratori dei porti. Con D.M. del 21/6/1952, tanto per riferirci ad un caso tipico, si disponeva che nell'ambito del molo Nino Ronco del porto di Genova, era riservata allo stabilimento della Società Cornigliano la facoltà di servirsi a bordo delle navi e a terra, di proprio personale, per l'esecuzione di tutte le operazioni di carico e scarico.
Ben diverse, comunque, sarebbero state le conclusioni qualora la Compagnia e gli organismi sindacali non avessero, con azioni combinate, sia sul piano dell'agitazione che quello legale tramite ricorsi al Consiglio di Stato, posto gli organismi deliberanti nella quasi impossibilità di cedere alle lusinghe e forti pressioni dei circoli commerciali e industriali del nostro Paese.
Anche nei confronti del duro attacco rivolto ai compagni di lavoro del ramo industriale, immediata fu l'azione dei portuali delle merci varie a sostegno della lunga lotta intrapresa in quel minacciato e pericolante settore.
Così, come decisa e decisiva, fu la battaglia nei confronti delle società armatoriali per la definizione dell'annosa questione del compenso per le prestazioni sulle navi traghetto delle maestranze portuali. Nemmeno le decisioni prese dall'autorità marittima placarono le proteste interessate degli operatori economici, che ricorsero in sede giurisdizionale addirittura in opposizione al Consorzio Autonomo del Porto, non lasciandosi sfuggire l'occasione per scagliarsi nuovamente contro la «riserva » del lavoro portuale e gli stessi lavoratori, da sempre accusata essere, dai reali colpevoli, i fautori del disordine e i responsabili della scarsa espansione dei nostri traffici.
Pesatura Caffè con stadera a spallaÈ pure da ricordare, sempre con riferimento alle agitazioni del dopoguerra, la ferma opposizione al tentativo dell'armamento di far naufragare, con la pubblicazione del famoso documento dell'utenza sui costi delle operazioni in porto, la prima carta rivendicativa dei lavoratori portuali, concepita dalle organizzazioni sindacali secondo schemi ormai generalizzati del rapporto collettivo di lavoro.
Intensa è stata la lotta in tutto questo arco di tempo, per conseguire miglioramenti economici e assistenziali e garantire al lavoratore un trattamento sempre più corrispondente alle esigenze della vita, e grande fu il contributo dato dai portuali alle lotte in campo nazionale in difesa della democrazia e del progresso.
Tutto ciò non esauriva però i compiti cui la Compagnia era chiamata a rispondere. I tempi la mettevano anche al cospetto di radicali trasformazioni avvenute nelle tecniche dei trasporti marittimi e della manipolazione delle merci e le imponevano il perseguimento di obiettivi, non più limitati alla difesa delle proprie prerogative e del proprio prestigio, ma volti ad un suo più determinante inserimento nella struttura organizzativa e direzionale del porto.
                                                                                                                                           
Le più importanti realizzazioni
A tale riguardo si può affermare che la Compagnia è sempre stata un valido e coerente elemento propulsore verso traguardi di più avanzato progresso nella vita del porto, indicando obiettivi di ammodernamento e perseguendo il superamento di tecniche operative vecchie, che per motivi di convenienza erano lasciate in vita da coloro che avrebbero dovuto tempestivamente provvedere.
Esemplare, a questo proposito, la battaglia per portare ad un moderno livello di adeguatezza qualitativa e quantitativa la meccanizzazione mobile portuale. Battaglia, si è detto, che, partendo dalle concrete istanze dei lavoratori e da obiettive esigenze di progresso, fu condotta, anche aspramente, dall'organizzazione sindacale di concerto con la Compagnia, per riuscire ad imporre concetti tecnico-organizzativi che si raccomandavano da soli.
Commessi Misuratori Esempi di misurazione Merci VarieÈ appena il caso di accennare al significato che ha avuto l'intervento al riguardo della Compagnia. La condizione originaria vedeva affermata, malgrado la forte opposizione dei lavoratori, l'opportunità di provvedere alla meccanizzazione «nel quadro di una graduale ripartizione in parti uguali della proprietà dei mezzi tra Armamento (nazionale ed estero) Imprese di sbarco ed imbarco e Compagnia Unica Lavoratori Merci Varie », ma i carrelli di proprietà delle Imprese e dell'Armamento, per la condizione di monopolio creata e per lo scarso numero di mezzi offerti ai potenziali! richiedenti, venivano impiegati ad un costo orario per l'utenza circa tre volte superiore a quello praticato dalla Compagnia, fino a quando la paradossale situazione non fu superata con l'attribuzione della proprietà di questi mezzi all'Ente pubblico. Si confermava così la giustezza della lotta intrapresa dai lavoratori portuali i quali avevano sempre individuato nelle resistenze opposte alla meccanizzazione del porto soltanto la difesa di rendite di posizione che non avevano alcuna ragione di essere.
Il beneficio diretto per i lavoratori di questa prima, e molto importante, rivoluzione tecnologica, era rappresentato dalla fondamentale disposizione per cui la guida di tutti i carrelli veniva affidata ai lavoratori portuali della Compagnia a riaffermazione ulteriore dell'importanza di sottrarre agli enti operativi privati l'impiego di questi primari strumenti di produzione.
Lo sviluppo coerente degli indirizzi postulati in tema di pubblicizzazione dei servizi portuali, portò successivamente le organizzazioni dei lavoratori ad affrontare con risolutezza anche gli altri aspetti della meccanizzazione che restavano dominio di imprese private. Partendo dal problema posto dalla presenza nel porto di una grossa ditta che praticamente monopolizzava la fornitura delle gru semoventi usate per la movimentazione a terra di grossi carichi, i lavoratori diedero vita ad una grande vertenza che li vide impegnati ancora una volta sul piano della estromissione dei privati dal nostro settore di attività.
La soluzione adottata, che soltanto nel corso del corrente anno ha trovato la sua completa attuazione, è quella che vede riconfermare l'attribuzione della proprietà di tutti i mezzi meccanici all'Ente pubblico e l'affidamento della guida ai lavoratori della Compagnia. Nel rivendicare questo tipo di soluzione, la Compagnia Unica, ben conscia che l'eliminazione della presa dei privati sul porto non poteva né doveva ritorcersi contro i lavoratori da questi dipendenti, aveva proposto che il personale operante nell'ambito portuale e per la parte che necessitava, venisse inserito nei propri organici, ciò che infatti è avvenuto durante quest'anno, con l'immissione di 46 lavoratori già dipendenti dell'Universale, nei ruoli della Compagnia.
Le organizzazioni sindacali, tenacemente sorrette dai lavoratori portuali, avevano sempre propugnato la pubblicizzazione del servizio portuale, trovando in ciò degli ostinati, quanto ovvi, oppositori nelle imprese private, nei centri armatoriali e nel conservatorismo tipico dei ceti imprenditoriali. Niente, che non fosse pura e semplice sopravvivenza di rendite parassitarie, giustificava la presenza delle imprese nel quadro della gestione portuale: non la giustificava l'assolvimento delle funzioni loro demandate, che era svolto sotto il segno di carenze macroscopiche, non la giustificava l'accumulo ingente di ricchezza mai reimpiegata per arrestare il lento decadimento e rimediare allo stato di arretratezza del nostro scalo.
Il disegno pubblicistico, indicato con saldezza di propositi dalle organizzazioni dei lavoratori, non poteva arrestarsi di fronte alle resistenze opposte datile imprese, incapaci dì inquadrare la problematica portuale secondo una visione moderna, e proiettata nel futuro, delle esigenze connaturate al settore.
La loro abolizione era un fatto ormai maturo. Fu quindi grande merito dell'azione portata avanti dai lavoratori, se un decreto della presidenza del Consorzio sanciva ufficialmente, nel 1968, la loro estromissione dalla scena portuale. La conseguente entrata in funzione di una impresa unica di servizi ad esclusiva partecipazione pubblica, sanava, almeno per certi aspetti, una delle piaghe mantenute artificiosamente aperte dagli interessi speculativi di ben individuati ambienti.
Si deve dire tuttavia che, se l'azione deficitaria delle imprese private aveva lasciato pesanti eredità alla nuova azienda pubblica, anche la Compagnia Unica aveva sofferto in termini organizzativi ed economici delle disfunzioni lamentate.
La Meccanizzazione degli anni '60Agli inconvenienti prodotti da queste disfunzioni essa aveva sopperito con autonome iniziative, ovviando a cronici vuoti gestionali, senza che l'apporto arrecato fosse riconosciuto sia sotto il profilo dell'inquadramento organico, che sotto quello economico. Eppure, questo riconoscimento doveva essere ottenuto perché da esso la Compagnia avrebbe visto ampliate le proprie prerogative e maggiormente qualificate le sue funzioni.
I requisiti di specializzazione, offerti dalla Compagnia, grazie all'elevato grado di preparazione ed esperienza del proprio personale qualificato, reclamavano il riconoscimento di un inquadramento, del resto già consolidato da anni nella pratica quotidiana, indipendentemente dal deleterio funzionamento delle imprese private.
In altre parole era giunto il momento che, alla gestione operaia, fossero attribuite le competenze, i poteri decisionali ed i corrispettivi economici suscettibili di dar corpo ad un vero « quadro tecnico ». Anche questa importante rivendicazione fu accolta sulla base di quanto i lavoratori avevano a suo tempo suggerito.
Fra le realizzazioni che, in tempi abbastanza recenti, hanno accresciuto l'importanza decisionale della Compagnia, va annoverato anche l'allargamento della sua sfera operativa all'Aeroporto Cristoforo Colombo. Si tratta di un inserimento non arrecante apprezzabili vantaggi sul piano della convenienza immediata, ma che riafferma il principio della presenza della Compagnia stessa in un settore dei trasporti aperto a notevoli sviluppi futuri.
Coronata da successo è stata anche la dura lotta condotta dalle organizzazioni sindacali, allo scopo di sottrarre il lavoro portuale alla insicurezza del guadagno; caratteristica tipica, questa conseguente alla visione privatistica dei fenomeni economici connessi con il porto, secondo cui il lavoratore portuale resta l'eterno «occasionale», che lega la stabilità del bilancio familiare all'andamento favorevole o negativo dei traffici marittimi.
L'istituzione del salario garantito ha definitivamente scalzato una simile ristretta concezione dell'attività portuale. In questo quadro, nel quale il prestatore di mano d'opera portuale viene crescentemente affermando il proprio diritto a godere dei benefici che più evoluti equilibri sociali diffondono, si colloca pure la vittoria ottenuta, con la riduzione dell'orario di lavoro da 44 a 40 ore settimanali e l'istituzione dei turni continuati di lavoro ad orario ridotto.
Altra vertenza, felicemente risolta, è stata quella dibattuta e conosciuta come il problema della «inoperosità». Il nocumento arrecato alla produttività dai cosiddetti tempi morti, imputabili a deficienze organizzative, era sempre stato pagato dalle maestranze portuali. Infatti, la loro disponibilità sui posti di lavoro le obbligava a subire il danno economico prodotto dal mancato incremento cottimistico, ogni quali volta veniva a mancare mercé da manipolare o si registravano attese e soste prolungate, dipendenti dalle più svariate cause. Dal luglio scorso, sono entrate in vigore le disposizioni consortili che, accogliendo le richieste dei lavoratori, disciplinano la materia. Il pagamento delle ore inoperose ha reso giustizia a chi, della carenza organizzativa, aveva sempre sopportato l'onere e, nel contempo, ha stimolato una migliore predisposizione del lavoro a, tutto vantaggio del retto funzionamento del servizio.
Anche in merito alla distribuzione del salario è stata vinta la resistenza padronale che, per assicurarsi un più elevato rendimento del lavoratore, si opponeva alla ripartizione del cottimo in forma collettiva al personale più direttamente interessato alla manipolazione del tonnellaggio.
Sul piano dei servizi ausiliari, l'assidua azione della Compagnia ha comportato di ottenere, sotto la sopraelevata, l'area occorrente per la costruzione di un moderno e funzionale complesso da adibirsi ad officina, dove poter svolgere, nel modo dovuto, le indispensabili attività collaterali. Questo riferimento richiama alla mente il paziente lavoro affrontato per dotare la Compagnia di una nuova sede, idonea a consentire l'accentramento di tutti i servizi, un tempo sparsi un po' ovunque lungo l'arco portuale, e ad essere adeguata alle esigenze di un lavoro che via via richiedeva sempre maggior specializzazione. Una sede, che facilitasse la vita associativa, il sistema di avviamento, la razionalizzazione, ormai resasi improcrastinabile, del lavoro amministrativo, e rendesse più agevole quello direzionale. L'abbiamo ottenuta sin dal 1964 e proprio in questi giorni, per celebrare degnamente la ricorrenza, è stata completamente rinnovata.
Dal canto suo, l'apparato amministrativo, procedeva verso un riassetto interno ispirato ad aggiornate tecniche di gestione aziendale. Dalla fase iniziale, quella della fondazione dell'Unica, dove erano riscontrabili diverse adozioni contabili molto antiquate su cui reggevano le singole amministrazioni, si è passati a moderne procedure unificate facenti capo ad uno fra i più avanzati centri elettronici di elaborazione dati.
La Cooperativa « Antonio Negro » sorta in virtù delle capacità organizzative dei lavoratori, arricchì successivamente di nuovi contenuti comunitari la fusione raggiunta. Le agevolazioni economiche che la sua entrata in funzione apportò, collegate con le numerose iniziative di ordine culturale, sportivo e ricreativo, contribuirono alla generale elevazione delle maestranze portuali.
                                                                                                                                          
Per ricordare
Le succinte note cronistoriche contenute nelle pagine di questo « Notiziario », hanno trascurato, di proposito, un aspetto di fondamentale rilevanza. Proprio per il carattere rievocativo che si è voluto dare a quanto fin qui scritto, l'accento è caduto con maggior vigore sui fatti, le lotte e le realizzazioni che durante gli anni hanno seguito la Compagnia Unica nella sua crescita. E' importante, perciò, oltreché doveroso, rendere ora testimonianza e ricordare tutti quelli che con la loro silenziosa operosità e fiduciosi nella forza della organizzazione operaia, furono sempre pronti a combattere duramente perché la Compagnia giungesse a quelle mète, che negli anni oscuri del fascismo ed in quelli successivi della repressione antioperaia erano, non il miraggio fideistico di lavoratori frustrati, ma obiettivi coscientemente maturati da una classe operaia sicura dei propri compiti e certa dei suoi fini.
Questi lavoratori, che prestarono la loro opera ai vari stadi di organizzazione della Compagnia — dirigenti, soci, dipendenti — sono ora, per la maggior parte, fisicamente distanti da noi. Molti sono ormai deceduti. Altri, raggiunta l'età avanzata, godono di un meritato riposo, non allietato, però, dalla sicurezza economica. Il distacco di questi ultimi è solo materiale perché un ponte sentimentale li ricongiunge ancora all'antica famiglia. L'esistenza di tutti fu vissuta in condizioni di duro lavoro sovente svolto in situazioni di estrema pericolosità. Ad essi vada il reverente pensiero ed il commosso saluto di quanti, oggi, nelle file della Compagnia Unica possono godere delle migliori condizioni di vita e di lavoro che la loro attività ha reso possibile.

Prospettive
Dedicando l'intero spazio alla ricorrenza del 25° anno di fondazione della Compagnia Unica, questo numero del «Notiziario» ha inteso offrire ai lavoratori delle merci varie un contributo, sia pure modesto, valido per la conoscenza dei più significativi avvenimenti, remoti e vicini, di cui la storia loro è riccamente intessuta.
Volgendosi al passato e guardando al presente, essi devono andare giustamente orgogliosi della organizzazione nel cui seno si raccolgono. La Compagnia Unica fra i Lavoratori delle Merci Varie costituisce un esempio di gestione operaia, che trova rari riscontri nella realtà politica e sociale dell'intero Paese. Il fatto merita rilievo, date le peculiari caratteristiche commerciali che contraddistinguono il settore in cui opera.
Un grande porto — e quello di Genova lo è — richiama convergenze finanziarie enormi, alimenta affari e contrattazioni, è sede di grossi centri direzionali e punto di transito di ingenti ricchezze. Orbene, una gestione operaia, la quale, in un contesto economico similmente articolato, riesca ad esprimersi ai livelli organizzativi e nei modelli comunitari riassunti dalla Compagnia, non può non destare l'ammirazione ed il rispetto di quanti guardano alle forze del lavoro come alle protagoniste prime e genuine del progresso umano.
I problemi sorti, nell'ambito portuale, con l'avvento delle nuove specializzazioni nelle tecniche dei trasporti via mare, chiamano i lavoratori delle merci varie a futuri, impegnativi confronti. La carta rivendicativa, che impegna già oggi le organizzazioni sindacali di categoria, ne anticipa in parte i temi. Il salario base nazionale, gli scatti di anzianità, la parità normativa fra operai ed impiegati, l'abolizione dell'avventiziato — per elencare solo alcuni dei punti oggetto della trattativa — rappresentano richieste perfettamente aderenti alla problematica nuova. Ma oltre gli aspetti positivi suaccennati, ne esistono altri che pongono interrogativi cui è indispensabile volgere la massima attenzione.
La ricorrenza del 25° cade, purtroppo, in epoca di forte contrazione delle prestazioni dei lavoratori portuali a causa del dirompente progresso tecnologico e della grave crisi in cui versa l'economia nazionale e quella di molti altri Paesi.
È ormai certo che l'imperdonabile stato di arretratezza dei nostri scali marittimi non consentirà più, anche a crisi superata, di perseguire traguardi degni del nostro passato e del nostro indiscusso prestigio. Saremo costretti a competere, per salvaguardarci il lavoro, con porti modernamente attrezzati che costituiscono poli di attrazione per le correnti di traffico ormai difficilmente eguagliabili. E i lavoratori portuali, malgrado la costante ed energica azione da tempo rivolta a smuovere
dalla opprimente inerzia le autorità governative, subiranno per primi gli incalcolabili danni di un siffatto iniquo comportamento. Già oggi, la Compagnia, è in condizione di evidenziare il pesante onere subito in termini occupazionali.
Ricordiamoci però che, specialmente nei momenti difficili, è necessario mantenere intatta la nostra coesione e, nel solco della tradizione, battersi in nome di quegli ideali di riscatto sociale, nei quali credette e per i quali lottò la maggior parte di coloro che, a bordo o sulle calate, ebbero a precederci.
La Conferenza di Compagnia, prossima ad essere convocata, dovrà svolgere, con la collaborazione di tutti, un ruolo notevole sul piano del nostro rinnovamento per poter conferire, all'organismo in cui siamo rappresentati, il vigore e la resistenza che i nuovi tempi imprescindibilmente richiedono, e saper indicare le linee su cui impostare il nostro lavoro al fine di rendere incisive le future battaglie per i finanziamenti e la ristrutturazione dei porti : traguardi che dovranno essere inevitabilmente raggiunti per evitare che la nostra attività abbia ad emarginarsi sempre più con grande scapito per i lavoratori, per l'economia della città e della regione.
A conclusione di questa rassegna, l'augurio del « Notiziario » per un felice esito delle manifestazioni indette per onorare degnamente la ricorrenza.


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