Lo stato di salute del porto di Genova mostra sempre più evidenti i
segni del progressivo peggioramento. La facilità, cui la formulazione
della diagnosi si presta, ha indotto molti a ritenere altrettanto
agevole individuarne le cause, prima delle quali, come al solito,
l'elevato costo della mano d'opera.
La Compagnia è del parere che non
sia più tempo di valutazioni abusate e semplicistiche e che, per
comprendere davvero la complessa realtà, nella quale il continuo
regredire del maggiore scalo italiano si col- loca, sia indispensabile
compiere un'analisi seria e approfondita. Solo così la ricerca dei
rimedi acquista valore di impegno e si pone in termini di concretezza.
Considerazioni di carattere generale
Nel corso del 1981, il processo di
grave crisi economica che caratterizza ormai non solo la situazione
italiana, ma l'intero assetto produttivo internazionale, è andato
accentuandosi, con evidenti conseguenze anche sul piano degli scambi
commerciali a livello mondiale. Principale responsabile di questa
situazione è la scelta degli Stati Uniti - aggravatasi con la politica reaganiana di «esportare» la propria crisi interna sugli altri paesi e
l'Europa in particolare — tramite soprattutto pesanti manovre monetarie.
La conseguenza più immediata, dal punto di vista degli scambi economici
internazionali, è stata la tendenza, da parte dei maggiori paesi
produttori, al rilancio di scelte protezionistiche del proprio mercato
interno con grave accentuazione delle tensioni commerciali (come è
successo nel caso, clamoroso, della «guerra» dell'acciaio o in quello,
circoscritto all'ambito europeo, ma a noi egualmente vicino, della
«guerra» del vino). In questo contesto l'Italia viene a caratterizzarsi
come un soggetto assai debole all'interno dei rapporti di forza
internazionali ed europei, in gran parte subalterno alle scelte
politiche ed economiche dei paesi più forti dell'area occidentale.
La
tendenza recessiva infatti ha portato il 1981 a chiudersi con una
crescita economica inferiore dell'1% rispetto all'anno precedente,
mentre per il 1982 viene previsto un tasso di crescita dello 0,5%, a
fronte, però, di un aumento della disoccupazione valutabile intorno alle
100.000 unità, che si aggiungeranno ai 2.000.000 di disoccupati già
esistenti e ai 700.000 lavoratori in cassa integrazione.
La crisi
produttiva, sommata alla cronica incapacità di gestione della classe di
governo, determina anche una posizione meno competitiva del nostro Paese
all'interno del mercato internazionale: se infatti le tensioni
commerciali di cui si è già parlato hanno condizionato negativamente lo
sviluppo degli scambi commerciali e dei traffici marittimi a livello
mondiale, tale fenomeno sembra aver raggiunto per il nostro Paese una
rilevanza allarmante. Questo è il quadro generale, assai schematicamente
delineato, da cui occorre partire per un'analisi dei problemi dello
scalo genovese, per il quale le conseguenze negative derivanti
dall'attuale crisi dei traffici si sommano ad una perdita di
competitività, divenuta ormai tradizionale nei confronti dei grandi
porti del Nord Europa, ma accentuatasi in maniera particolarmente
rilevante in questi ultimi anni anche nei confronti degli scali
dell'area mediterranea e dell'Italia stessa.
Se guardiamo infatti agli
aspetti quantitativi della questione portuale genovese, possiamo
facilmente constatare che la fase involutiva registrata nel 1981 si
innesta su un processo di ridimensionamento iniziato a partire dalla
metà degli anni settanta. Il movimento complessivo, infatti, dopo essere
cresciuto pressoché ininterrottamente per oltre un venticinquennio, ed
essere raddoppiato tra il 1963 ed il 1973, negli ultimi 7 anni ha
attraversato fasi alterne (pesanti cadute, parziali recuperi, nuove
flessioni) restando comunque, e largamente, al di sotto del massimo
storico.
Per effetto di queste tendenze, la stessa quota di
partecipazione del porto di Genova ai traffici nazionali, europei e
mondiali ha subito notevoli flessioni: rispetto al totale delle merci
movimentate a livello mondiale si passa dall'1,1% allo 0,68%, ma anche
rispetto al totale delle merci movimentate nei porti italiani si passa
negli ultimi 15 anni dal 18-20% al 12-13%.
Nel settore dei container,
spesso utilizzato come indice di innovazione, dai primissimi posti in
Europa e nel mondo del periodo a cavallo fra gli anni sessanta e
settanta, Genova scende al 30° posto nel mondo e al 12° in Europa,
perdendo anche il primato nel Mediterraneo. L'unico elemento di crescita
certo e cospicuo è rappresentato dal traffico passeggeri (il cui numero
è triplicato tra il 1963 e il 1980, raggiungendo quota 1,55 milioni di
unità grazie anche alle modalità operative adottate nel settore dai
lavoratori della Compagnia che curano in esclusiva questo traffico)
componente quest'ultima troppo spesso trascurata, sia dal punto di vista
statistico che degli effetti diretti e indotti anche se in termini di
occupazione operaia portuale non risulta rilevante.
Questi dati possono
essere inseriti in un più generale quadro di fuga dei traffici dai porti
italiani verso i porti del Sud e del Nord Europa: basti qui ricordare
che nell'ultimo biennio merci nazionali, quantificabili in 3,5 milioni
di tonnellate, sono transitate, per l'importazione o l'esportazione, in
porti belgi (31%), olandesi (30%), francesi (21%), tedeschi (14%) e in
altri scali minori. In questo processo di orientamento dei traffici
notevole peso è esercitato anche dalle Conferences, le quali dimostrano
sempre maggior interesse per le banchine nord europee sia per la ridotta
presenza, al loro interno, della bandiera italiana (altro frutto della
insipiente politica governativa degli ultimi trent'anni) sia in funzione
degli ingenti investimenti diretti operati in impianti presso quei porti
dai maggiori membri delle medesime Conferences. Fa riscontro e supporto
a questi dati il fatto che i soli porti del Nord Europa assorbano il 90%
del commercio estero via mare dell'Europa.
Tutto questo,
paradossalmente, coincide con l'intensificarsi del traffico nel
Mediterraneo a seguito della rinnovata geografia del commercio mondiale.
Il mutato assetto dei rapporti di produzione e di scambio ha riportato
infatti i nostri mari al centro dell'interscambio mondiale (basti qui
pensare alle opportunità connesse con la riapertura del canale di Suez,
con il nuovo ruolo dei paesi del Nord Africa e del Medio ed Estremo
Oriente, nonché con la stessa estensione della Comunità Europea verso
sud) con conseguente netta riduzione della lunghezza media delle rotte
(da 5.200 a 4.600 miglia negli ultimi tre anni). Tale riduzione avrebbe
potuto essere ancora più accentuata, consentendo una maggiore economicità del trasporto, a parità di servizi resi, se si fosse
registrato (come era nella logica geografica) il decollo della
portualità italiana e genovese con incrementi almeno pari a quelli
verificatisi nei porti mediterranei di Barcellona e Marsiglia (che hanno
registrato incrementi rispettivamente del 144% e del 143% nel 1980
rispetto al 1970).
Ciò non è assolutamente avvenuto, anzi si può
affermare che il vantaggio teorico derivante dalla nuova geografia dei
traffici ha inciso solo marginalmente sulle modalità di sviluppo dei
porti del Nord e del Sud Europa, e si è tradotto in acquisizione di
nuovi traffici solo là dove si è innestato su situazioni notevolmente
dinamiche, sorrette da adeguati investimenti e con elevati contenuti di
innovazione tecnica e organizzativa. La domanda e l'offerta di servizi
portuali si vanno oggi infatti configurando secondo nuovi modelli, che
schematicamente possono essere così riassunti: l'utenza è orientata
nelle proprie scelte dalla condizione del mercato trasportistico che
offre il prodotto manufatturato o semilavorato anziché le rinfuse, tende
ad usare trasporti specializzati anziché convenzionali, necessita di una
precisa programmazione dei carichi e di una sempre maggiore riduzione
dei tempi di sosta in porto della nave e delle merci, mira
sostanzialmente ad assorbire sempre nuovi ruoli per assumere posizioni
di quasi monopolio; in altre parole ha l'esigenza, che discende anche
dalla aumentata dimensione dei capitali investiti, di controllare tutto
il ciclo della merce, porto incluso. Deve perciò utilizzare scali
provvisti di grandi spazi interni ed esterni, attrezzati con impianti
specializzati e ad alto contenuto tecnologico, sorretti da un ampio
sviluppo delle vie di comunicazione (ferroviarie, stradali, fluviali) e
capaci di flessibilità e fluidità nell'impiego delle risorse.
Tutti
questi elementi congiunti portano oggi l'utenza a privilegiare, come già
accennato, i grandi porti del Nord Europa, in grado di adeguarsi in
maniera più rapida alle nuove esigenze della domanda. Ma se ciò spiega
la perdita di competitività dei porti italiani in generale, e quindi
anche di Genova, nell'ambito europeo, per il nostro scalo occorre
purtroppo motivare anche una perdita di competitività «interna», nei
confronti degli altri porti del nostro Paese.
Gli elementi di
riflessione più significativi al riguardo possono essere così
sinteticamente richiamati:
1) le mutate caratteristiche dello sviluppo
economico italiano, privilegiando la dimensione medio-piccola nonché la
cosiddetta «economia sommersa», e l'asse centro-nord-orientale del Paese
(Toscana, Marche, Emilia Romagna, Veneto), hanno comportato una
modificazione delle scelte territoriali dei flussi di trasporto. E'
significativo al riguardo il fatto che gli scali, che a partire dai
primi anni settanta hanno conosciuto un elevato ritmo di crescita, siano
quelli naturalmente più «omogenei» a questo tipo di sviluppo economico
per collocazione territoriale (vedi La Spezia, Livorno, Ancona,
Ravenna);
2) le medie e piccole dimensioni di questi scali hanno fatto
sì che essi potessero essere scelti proprio perché offrivano un maggior
grado di libertà di manovra per l'utenza e minori vincoli organizzativi
e di gestione;
3) le esigenze connesse con i traffici containerizzati
richiedono sempre maggiori spazi a filo di banchina o in aree
decentrate, condizione questa che non trova nessuna possibilità di
essere soddisfatta entro i confini storici dello scalo genovese e che
invece ha costituito uno dei motivi del decollo di altri porti
concorrenti, oltre al vantaggio, nel confronto, derivante da situazioni
di partenza diverse rispetto a Genova (gli alti incrementi registrati da
non pochi porti italiani tra il 1968 ed il 1980 si fondano su
tonnellaggi iniziali minimi).
I fattori che d'altro canto operano in
senso negativo per Genova sono riconducibili ad una serie di motivi a
carattere sia nazionale che locale che in sintesi possiamo così
riassumere:
-le motivazioni di carattere nazionale sono costituite
dall'assoluta carenza quantitativa e qualitativa degli investimenti
secondo scale di priorità e selettività (la costruzione del bacino di
Veltri, che una legge emanata nel '67 giudicava urgente e irrinviabile,
a 15 anni di distanza non ha ancora preso vita ne sono previsti
finanziamenti per il 1983). Dalla constatazione infatti che il nostro
Paese sta perdendo progressi vamente peso nell'ambito dei traffici
mondiali, con particolare accentuazione di tale fenomeno involutivo nel
settore delle merci secche e di quelle trasportate con tecnologie
evolute, nonché nel comparto dei containers (la dimensione unitaria dei
traffici contenitori dei primi 7 porti italiani è pari a 1,3 Mt/a contro
i 7,5 Mt/a dei principali 7 porti esteri europei) dovrebbe discendere la
necessità di concentrare traffici ed investimenti negli scali
principali. Assistiamo, al contrario, a una dispersione di risorse e
iniziative che, pur presentando vantaggi a livello di economie
territoriali, ha creato gravi scompensi a livello di complessivo sistema
trasportistico. In secondo luogo occorre rilevare l'incongruenza di una
politica delle infrastrutture di trasporto terrestre insufficiente e
tutta sbilanciata a vantaggio della strada, il che crea gravi
strozzature nelle zone a monte dei porti, soprattutto per quanto
riguarda Genova, già limitata dalla propria struttura geografica. Altro
elemento frenante per lo scalo genovese è la mancanza di un auto-porto
che agisca in senso decongestionante per le strutture e le vie di
collegamento con l'entroterra;
-le motivazioni di carattere locale sono
legate in gran parte ai limiti delle infrastrutture e sovrastrutture
portuali, che portano con sé, come conseguenza, problemi di produttività
e di levitazione dei costi. Non vanno però sottaciute le negative
ripercussioni della generale inerzia con la quale, mentre all'interno
della cinta portuale il recupero di spazi a fini produttivi va avanti
con esasperanti lentezze, si assiste al fiorire di iniziative private
che, non troppo distanti dal porto, trovano aree per il deposito e la
movimentazione delle merci e dei contenitori, sottraendoli alla loro
naturale destinazione.
Ciò che qui preme subito rilevare è la
necessità di valutare questi problemi nella loro globalità, senza
volerne forzosamente individuare le cause, come spesso oggi accade, nel
solo costo della mano d'opera e quindi attribuendo ogni responsabilità
alla Compagnia Unica.
Assistiamo infatti ad una artificiosa campagna,
orchestrata da ben definite forze politiche e da certa stampa, tesa a
indicare le cause della crisi portuale genovese esclusivamente
nell'eccessivo costo e nell'alto grado di rigidità della forza lavoro,
anziché in una molteplicità di fattori a cui non sono estranee pesanti
responsabilità governative. Ciò si inserisce in un più vasto disegno
oggi in atto, tendente a recuperare gli effetti della crisi tramite la
riduzione del costo del lavoro con conseguente aumento della
disoccupazione e compressione salariale.
Nella diversa convinzione che
ogni processo di rinnovamento e di rilancio dell'economia non possa
prescindere da un forte ruolo svolto in prima persona dalle classi
lavoratrici, la Compagnia Unica è ben conscia della necessità di
produrre uno sforzo, che non sia unilaterale, per ricreare condizioni di
competitività e produttività, fermo restando che per quest'ultima
margini di recupero non possono ormai più venire dalle sole braccia dei
lavoratori della CULMV i quali, dal 1980 al 1981, l'hanno fatta salire
del 17% nelle rinfuse, dell'11% nello specializzato e del 6% nel
tradizionale.
Con la ferma volontà di «usare» della generale contingente
crisi dei traffici per smascherare una più profonda crisi strutturale
del nostro porto, la Compagnia ritiene necessaria un'azione congiunta di
tutti i soggetti operanti nel porto per garantirne il ritorno a
condizioni di efficienza e competitività e che permettano il recupero
dei traffici che dall'entroterra (Piemonte, Lombardia, Svizzera,
Baviera) hanno la via di sbocco geograficamente più naturale attraverso
il porto di Genova. Alla logica politica ed economica emergente, mirante
alla «privatizzazione» degli scali, considerati esclusivamente come
componente del ciclo trasportistico e come tali da gestire e controllare
direttamente da parte dell'utenza, è necessario contrapporre una
gestione pubblica rinnovata, efficiente e manageriale, in grado di
realizzare, attraverso il binomio, gli stessi obiettivi di
concorrenzialità che l'economia trasportistica richiede.
La situazione
con la quale ci si deve confrontare è questa. Nel 1964, ultimo anno
prima dell'avvento delle nuove tecnologie operative, nello scalo di
Genova i portuali della CULMV avevano sbarcato ed imbarcato 6.800.000
tonnellate, di cui 3.430.000 tonn. di merci in colli ed a numero e
3.370.000 tonn. di merci alla rinfusa; nell'anno appena trascorso, le
tonnellate imbarcate e sbarcate sono state 6.933.00, di cui 1.421.000 di
merci alla rinfusa e 5.51 2.000 di merci in colli e a numero; di queste
ultime, 865.000 tonnellate sono state manipolate con metodi tradizionali
e ben 4.647.000 con le nuove tecnologie specializzate (traghetti,
contenitori, multipurpose, carichi unitizzati).
Le corrispondenti
giornate di lavoro sono scese da 1.517.515 a 636.989: ossia, a fronte di
una situazione di quasi parità nei tonnellaggi, le occasioni di lavoro
sono diminuite di circa il 60% e l'organico ha perduto oltre 2.500 unità
mentre le giornate lavorate mensili sono passate da 23 a 11. Più o meno
nello stesso lasso di tempo, l'organico consortile, tenendo conto del
personale assorbito dalle varie imprese di cui il C.A.P. ha assunto in
proprio le attività, è invece aumentato di oltre 200 unità, quasi che le
trasformazioni delle mansioni originate dalle modifiche tecnologiche di
movimentazione e imballaggio delle merci dovessero comportare il
passaggio delle mansioni stesse da un soggetto all'altro.
Questa è,
senza tanti giri di parole, la situazione occupazionale nel porto di
Genova: è una realtà amara, ma è una realtà da affrontare.
I portuali
vogliono lavorare e, pur consapevoli che non sarà più possibile il pieno
impiego per tutti gli addetti ai servizi del porto, restano convinti
che, apportando alcune innovazioni tecnologiche ed operative, Genova può
continuare ad essere un grande scalo a livello internazionale ed il
primo in Italia, capace di recuperare traffici soprattutto in quei
settori — tradizionale e rinfuse — dove i bassi livelli quantitativi
della movimentazione hanno automaticamente ricostituito condizioni di
operatività già oggi in grado di assicurare incrementi, anche
consistenti, del movimento delle merci. E' altresì indispensabile
intervenire ai terminal contenitori per ricreare condizioni di
concorrenzialità al fine di consolidare perlomeno le quote di traffico
raggiunte, attraverso il pieno utilizzo delle risorse esistenti,
dotandosi nel contempo di tutti gli strumenti necessari per il sensibile
rilancio dell'intero settore che verrebbe a determinarsi con la
realizzazione del terzo terminal a Calata Sanità e del bacino di Voltri.
I lavoratori della Compagnia sono convinti che, ancora una volta, devono
essere gli stessi operai a muoversi per formulare proposte, per indicare
vie percorribili, per definire una strategia complessiva d'intervento e,
contemporaneamente, per affrontare i problemi più particolari e
settoriali, con un'ottica che non deve essere, e non è, corporativa, ma
che, al contrario, è frutto dell'esperienza di decenni di autogestione
operaia.
Da troppo tempo si parla di cambiare l'organizzazione del
lavoro nel porto di Genova. Su questo tema molto si è discusso in questi
anni, ma oggi i lavoratori, da sempre inascoltati protagonisti del
dibattito, preso atto di una situazione desolante, ma non disperata, non
irrecuperabile, affermano che è venuto il momento di iniziare una fase
nuova, che, superando vecchi schemi e contrapposizioni storiche,
consenta di formulare proposte tese a mutare positivamente
l'organizzazione del lavoro, a conquistare reali spazi di decisione,
permettendo così l'effettivo decollo del nostro scalo.
La radicata
convinzione che non si possa ancora restare fermi, che si debbano
attivare iniziative di rilancio, alimentate dal concorso effettivo di
tutti i soggetti operanti nello scalo, non deve però esimere da un serio
ed approfondito lavoro di analisi sulla specificità della condizione
genovese. Analisi cui sono in primo luogo chiamati a contribuire i
lavoratori delegati a questa conferenza, ai quali la presente relazione
intende offrirsi come strumento di dibattito. Essa è articolata su due
direttrici di intervento: la politica promozionale dei traffici e
l'organizzazione del lavoro. Per entrambe il punto di riferimento è
rappresentato dal «binomio», che deve diventare operante nei tempi più
ristretti allo scopo di governare la complessiva funzione commerciale
del porto. Le intese sindacali raggiunte nel dicembre 1981 stabiliscono,
come è noto, che il complesso delle attività operative del settore
commerciale venga ricondotto al «binomio» costituito da C.A.P. e
Compagnia; con esso gli usufruenti dei servizi nave-merce dovranno
stabilire il rapporto in vista della programmazione complessiva delle
risorse e della opportuna destinazione del loro impiego. Strumento
principale sarà il centro di programmazione, concepito quale strumento
di elaborazione collegiale delle decisioni con il compito di stilare e
decidere i programmi con l'utenza (che insieme con la rappresentanza di
ferrovia, dogana ed autotrasportatori e sotto la direzione del «binomio»
fa parte del centro). Avvalendosi di un centro di raccolta dati, nel
quale il personale dei due soggetti, pur operando unitariamente,
rispetta le competenze che assegnano alla Compagnia la stivatoria in
tutte le sue funzioni ed al C.A.P. la titolarità del servizio d'impresa,
e di uffici operativi, il centro di programmazione utilizzerà i
terminali periferici quali sedi di governo, sviluppo ed esecuzione dei
programmi stabiliti dal centro che effettueranno inoltre la
programmazione delle attività accessorie. A livello nave-banchina la
direzione ed attuazione del lavoro è affidata alla Compagnia la quale,
restando fermo il ruolo imprenditoriale del Consorzio, gestisce
l'impiego dei propri consociati e dei mezzi meccanici mobili in
conformità ad una diversa impostazione tariffaria, promuovendo la
saldatura tra organizzazione dei servizi e del lavoro e la massima
efficienza dell'operazione. Il «binomio» si avvale, infine, di un
Ufficio promozione traffici, composto dalla C.U.L.M.V. e dal C.A.P.,
quale strumento di attuazione della politica commerciale e tariffaria
del porto.
Politica promozionale
Compito preliminare del «binomio» è
ovviamente quello di individuare i mezzi per far confluire su Genova
quote sempre maggiori di traffico; agli utenti deve quindi offrire
tariffe competitive e certe nonché produttività adeguata, mirando al
recupero dei traffici tradizionali che, sotto l'aspetto occupazionale,
sono quelli di maggior interesse.
Elementi chiave di questa azione
debbono essere da una parte la riforma tariffaria e dall'altra una
accurata, continua ed aggiornata «analisi di mercato», capace di
indicare i più favorevoli punti di intervento e di prevedere le
possibili modificazioni di tendenza. Per quanto riguarda la riforma
tariffaria, si ritiene che essa debba vertere su alcuni punti
essenziali, che si riportano schematicamente:
1 ) razionalizzazione del
tariffario consortile, con revisione del criterio di classificazione
merceologica, che dovrà essere rapportato alle avvenute trasformazioni
nel tipo di traffico e a rese di tariffa che tengano conto del peso e
delle caratteristiche degli imballaggi, del numero delle alzate
possibili, dello sforzo fisico erogato per assemblare o sciogliere le
alzate;
2) formazione di tariffe chiuse per ogni operazione, comprensive
di tutti i servizi richiesti ed erogati e i cui costi devono essere
posti a carico dell'operazione stessa, quali ad esempio: assistenza alle
merci, quadro tecnico mobile, operai di rinforzo, compimenti, noleggio
attrezzi, mezzi meccanici, verricellanti.
3) trasparenza, all'interno
della tariffa chiusa, della quota di competenza di ognuna delle tre
componenti il processo portuale (Cap Ente - Cap Impresa-Culmv), con
gestione autonoma delle suddette quote;
4) inclusione delle quote per
servizio d'impresa soltanto per operazioni che necessitano di tale
servizio o nei casi in cui esso venga richiesto dagli operatori, con
incidenza commisurata al costo dei mezzi e della manodopera impiegati.
Il riassetto del sistema tariffario secondo criteri di razionalità e
modernità deve accompagnarsi, come già detto, ad una seria indagine di
mercato, che sia di sostegno alle scelte operative che sarà necessario
intraprendere per ridare competitività al nostro scalo. Per un primo e
sommario approccio al problema, si ritiene che tale ricerca debba
articolarsi secondo una linea di sviluppo che parta dai rilevamenti
statistici necessari per analizzare i mutamenti intervenuti nell'ultimo
decennio in ogni settore di traffico (container, traghetti,
tradizionale, rinfuse) per procedere poi ad individuare eventuali
rapporti esistenti fra questi e l'andamento tariffario e dar corso ad
azioni di ricupero. Tali compiti sono da affidarsi ad appositi settori
di studi e ricerca, all'interno dell'Ufficio promozione traffici sopra
richiamato.
Organizzazione del lavoro
Altra fondamentale funzione del
«binomio» è quella di dirigere ed erogare i servizi. Dal modo in cui
questi sono organizzati ed eseguiti dipende il livello dei costi,
influenzati come sono non soltanto dal numero di lavoratori dei due
soggetti, che a diverso titolo gravano sulla tariffa, ma anche
dall'utilizzo più o meno adeguato del personale e dei mezzi impiegati
nelle operazioni.
Da questa valutazione discendono inevitabili necessità
di interventi correttivi su elementi del ciclo che sono causa di forti diseconomie: ad esempio gli orari di lavoro, non omogenei tra i
lavoratori della Compagnia ed i dipendenti consortili; oppure il
singolare rapporto che viene ad instaurarsi fra i lavoratori
regolamentati contrattualmente in modo diverso e adibiti a svolgere le
stesse mansioni; soprattutto la quantità e la qualità degli addetti ad
una operazione, ad un terminal, all'intero settore, qualsiasi sia la
funzione cui sono destinati. In merito all'orario di lavoro si ritiene
che quello che permette oggi il miglior sfruttamento delle strutture
portuali, consentendo minori soste alla nave e alla merce, sia l'orario
attualmente in vigore ai terminal contenitori, dove si lavora (escluso
un breve periodo invernale) su quattro turni giornalieri nell'arco
dell'intera settimana.
Peraltro, come è noto, l'orario di lavoro di
tutti i portuali genovesi è articolato su sei turni settimanali di sei
ore e mezza ciascuno per meglio rispondere ad esigenze di continuità ed
efficienza. Ciò, d'altro canto, crea disfunzioni ed inoperosità quando
essi si trovano ad agire congiuntamente con altre categorie di
lavoratori. Risulta quindi ormai indilazionabile una riforma nell'orario
del personale addetto alle operazioni di banchina, che è costituito non
soltanto da lavoratori del C.A.P. e della Compagnia, ma anche dai dipendenti delle Dogane. Laddove si ravvisassero settori nei quali si
rendesse opportuno, ai fini di un miglioramento delle rese, un diverso
tipo di orario, i lavoratori portuali sarebbero pronti a discuterne con
massima disponibilità. E' in tal senso, inoltre, che si afferma la
necessità che tutti i lavoratori, sia che operino in squadra, sia che,
comunque, svolgano un lavoro collegato all'attività della squadra tanto
da condizionarne i risultati, siano legati da comune interesse alla
realizzazione di rese ottimali, dando necessariamente luogo ad una
completa integrazione operativa. In un simile contesto risulterà anche
possibile individuare i termini di un equo accordo sindacale che renda
operante la dichiarata disponibilità a regolamentare il lavoro con
pioggia ed il lavoro delle navi a finire.
Proposta della Compagnia
Nelle
parti che precedono, sono stati posti in evidenza alcuni problemi sulla
cui definizione poggia la proposta che la Compagnia è intenzionata ad
avanzare, convinta dell'esigenza di dover muovere per prima il passo
sulla strada di una riforma radicale dell'organizzazione del lavoro in
grado di veramente adeguare al nuovo il nostro porto. Esposta
schematicamente, l'ipotesi si articola come segue:
1) il lavoro nel ramo
commerciale viene idealmente suddiviso secondo una precisa tipologia
settoriale: tradizionale, rinfuse, traghetti, contenitori;
2) per ogni
settore CAP e Compagnia definiscono l'organigramma (numero e funzioni)
del rispettivo personale necessario all'espletamento dell'intero ciclo
di operazioni secondo parametri di produttività che tengano conto delle
condizioni di lavoro permesse dalla struttura del settore, del grado di
meccanizzazione adottabile, della maggior o minore linearità del ciclo,
ecc. Per la Compagnia si dovrà tener conto del numero delle squadre
occorrenti in base alla composizione che verrà stabilita e delle
specifiche mansioni per le quali giornalmente sarà richiesta la loro
opera;
3) individuato il costo del lavoro secondo quanto sopraddetto e
con le conseguenti maggiorazioni forfettarie relative a prestazioni non
comprese nel servizio base (turni, extra, ecc.), si aggiungono le quote
di costo per i mezzi meccanici e tutte le altre incidenze (di legge,
contrattuali, spese generali, ecc.) per formare la tariffa
onnicomprensiva da offrire all'Utenza;
4) la tariffa viene fissata con
riferimento alla qualità del servizio necessario e reso alla merce e con
ripartizioni interne che consentano la separata gestione delle quote di
pertinenza Cap e Culmv e, per queste ultime, la liquidazione ai
lavoratori delle spettanze del turno, sulla base delle composizioni di
squadra e delle rese. Appare ovvio come i livelli di traffico attuali,
tanto nel tradizionale quanto nello specializzato, siano tali da non
poter essere assunti quali indici definitivi per la formulazione degli
organici complessivi di ciascun settore, specie perché non sono ora
pienamente valutabili le conseguenze che, in questa materia, potranno
avere i congiunti effetti delle modifiche proposte e dell'azione
promozionale. E' comunque certo che, trattandosi dell'organico porto,
prevalente dovrebbe essere la funzione del sindacato, cui la materia
deve essere ricondotta, sia perché di sua competenza, ma soprattutto in
quanto investe tutte le categorie del ramo commerciale ed apre non pochi
né semplici problemi.
Ad ogni buon conto si ritiene che le eventuali
esuberanze di organico, non recuperabili neppure attraverso il già
operante blocco del «turn over», dovranno risultare tali soltanto dopo
che siano state escluse possibilità di ulteriori incrementi di traffico
in tempi ragionevoli e siano state esplorate e poste in atto tutte le
misure di mobilità, interna ed esterna, compatibili con la normativa
vigente o conseguibili per accordo sindacale.
I provvedimenti volti a
ricondurre l'organico porto entro i limiti che, a questo punto,
potrebbero convenirsi, dovrebbero essere estesi a tutti i lavoratori del
porto (soci CULMV, addetti ai servizi CULMV, dipendenti CAP)
intenzionati ad abbandonare volontariamente la loro attività ed essere
stimolanti sia sul piano economico che sotto il profilo pensionistico.
In merito a questa eventualità occorrono alcuni chiarimenti atti a
meglio inquadrare il problema dello sfoltimento ed i suoi criteri di
attuazione. Come primo aspetto è da escludere ogni tentativo volto a
collegare l'operazione con l'art.158 del Regolamento per l'esecuzione
del Codice della Navigazione; al contrario, essa deve essere la
risultante di un accordo sindacale che rispetti ed integri le norme già
esistenti.
Altro aspetto è appunto quello dei miglioramenti: saranno
perciò particolarmente da considerare la svalutazione subita dalla cifra
a suo tempo concordata e la differenza tra la pensione corrisposta
dall'INPS e quanto avrebbe maturato allo stesso titolo il lavoratore se
fosse stato cancellato dai registri al compimento del 60° anno di età.
E' poi necessario che il Consorzio ed i Fondi centrali portino a misure
minime, i tempi entro cui mettere a disposizione la buonuscita e quanto
dovuto per l'esodo volontario, in modo che i lavoratori possano entrare
in possesso delle loro spettanze senza i ritardi che oggi giustamente
lamentano.
L'ampiezza e la garanzia della disponibilità finanziaria
destinata all'esodo agevolato, che non potrà provenire totalmente dal
gettito tariffario, dovrà essere commisurata alla dimensione degli
obiettivi da conseguire: da una parte lo sgravio del salario garantito;
dall'altra la corrispondente riduzione delle spese fisse per il
personale dipendente. In questo quadro sarà pure da considerarsi la
opportunità di dar corso ad iniziative per ringiovanire l'organico di
Compagnia attestato su di un'età media ormai troppo alta.
L'ipotesi ora
formulata mostra evidenti caratteri innovativi che richiedono tempi non
brevi per essere convenientemente analizzati. In altre parole, si tratta
di un piano di azione a medio termine, di un progetto finalizzato al
cambiamento, che si deve studiare e costruire, avendo presente
l'interesse generale del porto cui devono sottostare tutti quelli
particolaristici. Chiaro perciò che accanto ad esso, per dare senza
indugio una risposta ai gravi problemi posti in risalto, bisogna
indicare una proposta di più immediata attuazione e nel contempo non
contraddittoria con il disegno di fondo.
Queste condizioni — è parere
concorde — possono essere rispettate se, in certo qual modo, si decide
di sperimentare quanto prospettato in termini generali in uno o due
settori di lavoro. Per la loro peculiarità e per essere al centro di
continue pressioni volte ad aumentarne la produttività ed a ridurne i
costi, si reputa opportuno proporre l'adozione della seguente iniziativa
nei contenitori e nelle rinfuse:
a) individuare il livello di tariffa
onnicomprensiva in grado di risultare competitiva, nel rispetto delle
differenziate prestazioni richieste dalla merce, e comunque
corrispondente all'intera gamma dei servizi resi da fondo stiva alla
cinta doganale dai porti in concorrenza con Genova, ed assumerlo come
elemento fermo all'interno del quale contenere tutti i costi del
binomio;
b) suddividere la tariffa suddetta nelle parti di rispettiva
competenza, avendo come riferimento il costo della Compagnia,
comprensivo di tutte le quote forfetizzate allo stesso riconducibili,
derivante da composizioni di squadre e rese, rivedute compatibilmente
con le reali condizioni di operatività;
c) adeguamento da parte della
Compagnia e del CAP della organizzazione del lavoro (da quella
programmatoria e direzionale a quella esecutiva e di controllo) con il
vincolo tassativo di non esorbitare dalla quota parte di tariffa che
ognuno dei due soggetti introiterà e gestirà autonomamente. In tal modo
si potrebbero conseguire diversi risultati:
1) si otterrebbero
consistenti recuperi di traffico, se è vero che i troppo limitati
incrementi o addirittura le diminuzioni degli ultimi anni sono stati
tali per colpa principalmente delle tariffe;
2) si sperimenterebbe, in
settori sufficientemente omogenei, la fattibilità dell'ipotesi di
riorganizzazione generale dei servizi, traendone valide indicazioni per
la ristrutturazione interna della Compagnia;
3) si costringerebbe gran
parte dell'Utenza, e forse non solo essa, fuori dal riparo dietro cui,
attaccando i lavoratori di Compagnia per la presunta elevatezza dei loro
costi, continua a nascondere l'effettiva incidenza del suo peso e la
propensione a richiedere sempre ad altri i sacrifici che non è disposta
a compiere;
4) si dimostrerebbe nei fatti che i lavoratori portuali
vogliono il rilancio del porto, rifiutano l'assistenzialismo e non
temono di far la loro parte, purché sia finalizzata a risultati di
utilità complessiva raggiungibili soltanto se, insieme ad essi, nessuno
si tira indietro per curare interessi corporativi o di bottega.
Modifiche interne
La convinzione di cui si è parlato in precedenza non
può derivare che dalla maturata consapevolezza che la Compagnia ed i
lavoratori in essa organizzati siano giunti ad un bivio che presenta
queste alternative: o guardare ai problemi di politica portuale con uno
spirito categoriale che individua nella «Regolamentazione contrattuale»
il solo mezzo con il quale i lavoratori possono intervenire nel processo
di ristrutturazione in corso, oppure, senza rinunciare a questo
strumento, anzi valorizzandolo con un più alto grado di partecipazione,
rilanciare l'istituzione storica dei lavoratori nei porti, ridefinendone
il ruolo e impegnandola a diventare compartecipe a pieno titolo di quel
«binomio» che deve governare l'attività nel ramo commerciale. Se la
scelta sarà quest'ultima, avranno allora significato le modifiche di
carattere interno, che devono innanzi tutto investire l'apparato
dirigente inteso in senso lato. Infatti, se gestire significa attuare
scelte operative intese a raggiungere risultati di produttività, è
indispensabile che gli strumenti dirigenziali assumano organicità e
linearità procedurale. Queste caratteristiche dovrebbero estendersi pure
a quell'asse portante dell'organizzazione interna che è il Quadro
Tecnico.
La sua unificazione in termini di Compagnia è da anni nei
programmi in quanto da lungo tempo si è ravvisata l'esigenza di
comportamenti meno diversificati; dilazionare non è ormai più possibile,
perché alle ragioni da tempo evidenziate si aggiungono, con l'avvento
del «binomio», obblighi nuovi cui bisogna attendere in sede di
programmazione centrale e periferica e nella direzione tecnico-pratica
del lavoro a livello di banchina. Ai «terminal merceologici» si
dovranno assumere con competenza e massimo senso di responsabilità
compiti gestionali in aderenza alle impegnative funzioni contemplate
nelle proposte in discussione. Si pensi, ad esempio, alla possibilità di
prevedere una sorta di verticalizzazione gia al momento della chiamata,
aumentando, e corrispondentemente diminuendo, squadre di bordo e/o di
terra a seconda delle difficoltà del lavoro; oppure alle decisioni da
prendere sul momento in tema di flessibilità di impiego quando si
verifichino condizioni atte ad attuarla. Discorso analogo è da farsi per
il quadro tecnico mobile che nel breve periodo, ed in relazione a
specifici programmi di aggiornamento che occorrerà realizzare è da
collocare anch'esso in una visione di Compagnia, svincolandolo dalle
tipiche caratteristiche sezionali.
Ambedue i provvedimenti
contribuirebbero inoltre al superamento di quella residua epperò
radicata mentalità sezionale che buona parte di responsabilità ha nei
ritardi con cui i tentativi di rinnovamento procedono. Così dicasi anche
in riferimento alle misure riorganizzative riguardanti l'avviamento e la
formazione dei ruolini nel nuovo piano di programmazione del lavoro.
Infatti, suddividendo il lavoro in terminal, l'avviamento dovrebbe
analogamente essere decentrato; si avrebbero allora in ciascuno di essi
gruppi di lavoratori di tutte le sezioni, fissi nella zona per un
periodo di tempo predeterminato, che sarebbero avviati in base alle
esigenze. Dapprima l'avviamento potrà mantenersi centralizzato pur
modellandosi sull'articolazione zonale, che consentirà anche migliori
possibilità di perequazione.
Potranno altresì essere censite le attività
delle diverse sezioni che, per le loro caratteristiche, si prestino ad
essere eseguite dai lavoratori in non più buone condizioni di salute,
avendo come obiettivo un avviamento unificato di questi ultimi a livello
di Compagnia. Inoltre, il corretto funzionamento del nuovo sistema
dovrebbe obbligare ad una revisione dei ruolini volta a cogliere almeno
due risultati: l'accesso graduale alle specializzazioni dei componenti i
«servizi generali» e l'estensione intersezionale di mansioni
specialistiche fino ad oggi di pertinenza sezionale.
Ciò induce a
valutare l'esigenza di organizzare corsi di riqualificazione in modo che
la diffusione della professionalità, intesa come capacità acquisita non
soltanto attraverso l'apprendistato, sia sempre maggiore ed in grado di
dare significato più ampio alla polivalenza che già contraddistingue il
lavoratore di Compagnia. Diversa organizzazione del lavoro e modifiche
interne conseguenti permetterebbero anche di razionalizzare l'impiego,
nel nuovo modello operativo, dei lavoratori altamente qualificati
appartenenti alle sezioni e creerebbero le condizioni per meglio
salvaguardare un patrimonio di conoscenze che si deve trasmettere
intatto, se non accresciuto, ai portuali di domani. In questa
prospettiva e per creare condizioni di maggior equilibrio nel dibattito
interno, occorre valutare se è proponibile l'unificazione di alcune
sezioni secondo affinità di compiti e disponibilità dei consociati.
Investimenti
Non si può a questo punto non affrontare il tema degli
investimenti, concedendogli quella maggiore ampiezza che pare necessaria
per sottolineare l'importanza agli occhi dei lavoratori e della
cittadinanza. Senza la loro realizzazione, ogni progetto di rinnovamento
rischia infatti di produrre risultati aleatori, destinati, nel medio
periodo, ad essere totalmente vanificati.
Si richiedono pertanto
l'abbandono della politica casuale che ha caratterizzato finora la
gestione dei porti e l'adozione di precisi e programmati piani di
intervento a tutti i livelli: locale, nazionale, europeo.
La Regione
Liguria ha mosso un passo importante in questa direzione,
commissionando, insieme al Ministero del Bilancio e della Programmazione
economica, uno studio dettagliato all'Italimpianti, volto alla stesura
del «progetto pilota» di integrazione fra i porti liguri. Esso,
basandosi sulle previsioni di traffico fino al 2000, prevede
particolareggiati piani di sviluppo per il nostro sistema portuale,
indicandone le realizzazioni più urgenti e tracciando le linee per un
coordinato sviluppo futuro.
Tali proposte, per quanto riguarda Genova,
possono essere così riassunte:
- creazione di un nuovo grande terminal
(ottenibile con il riempimento di calata Sanità) integrato con le aree
adiacenti, per fronteggiare la crescita del traffico traghetti;
-
concentrazione di accosti specializzati per merci in colli sui primi
sporgenti di Sampierdarena verso Levante (quelli di Ponente restano
adibiti ai contenitori);
- miglioramento e razionalizzazione delle
condizioni operative, soprattutto per il deflusso ferroviario, per
quanto riguarda il traffico delle rinfuse da benna;
- costruzione di una
seconda isola per lo sbarco del greggio nel porto di Multedo;
- e
infine, per ciò che riguarda il settore container, nel quale si è
registrato il maggior ritardo nell'offerta portuale rispetto alle
richieste del mercato, risulta indifferibile la costruzione del porto di
Voltri, come unica reale occasione per Genova e la Liguria di recupero
del proprio entroterra internazionale. Per tale costruzione sono
previsti tre tipi di progetto, diversamente scadenzati nel tempo, ma
tutti richiedenti l'inizio dei lavori nel 1981; è evidente, inoltre, che
tali proposte devono essere inserite nel più generale programma di
integrazione dei porti liguri, che prevede, fra le realizzazioni
principali, la costruzione del terminale carbonifero di Vado (con tempi
paralleli a quelli di Voltri) ed un porto interamente nuovo a Porto
Maurizio per il traffico delle merci in colli.
Alle spalle di questi
progetti viene necessariamente previsto il rafforzamento della rete
ferroviaria e stradale per migliorare i collegamenti con l'entroterra.
L'insieme di queste proposte, pur con limiti anch'essi da più parti
rilevati, rappresenta comunque un progetto organico che rischia di
restare lettera morta in assenza di una complessiva programmazione a
livello nazionale.
L'Italia, infatti, pur contando ben 144 porti, di cui
94 classificati come commerciali, sparsi lungo uno sviluppo costiero di
circa 8.000 chilometri, manca di una effettiva politica portuale e di
efficienti organismi ad essa preposti.
L'inadeguatezza dello strumento
legislativo ha portato a far sì che oggi un numero ancora troppo alto di
porti abbia diritto al finanziamento statale (il generale aumento dei
traffici negli ultimi decenni ha portato a 30 gli scali che superano il
milione di tonnellate di merci manipolate), generando così la tanto
deprecata polverizzazione dei sovvenzionamenti pubblici.
Per consentire
una effettiva politica di programmazione portuale, occorre quindi una
radicale modifica delle norme legislative sulla classificazione dei
porti, con drastica riduzione del numero di quelli posti a carico totale
dello Stato e concentrazione della spesa in pochissimi scali,
organicamente strutturati, concentrazione tanto più necessaria in un
Paese che non può, o non vuole, destinare allo scopo che modestissime
quote del proprio reddito.
Basti qui riportare pochi, indicativi dati
per il necessario raffronto: il piano di investimenti per il 1982 riduce
la quota di 411 miliardi previsti dal piano La Malfa a 267 miliardi, che
non sono poi altro che una trasposizione dei residui non investiti del
piano 1979/81 (si tenga conto, poi, che a seguito di procedure
burocratiche che possono durare anni la concretizzazione degli
investimenti subisce un rallentamento notevole). Lo stesso dicasi per
gli anni passati: nel 1965 furono stanziati 90 miliardi ripartiti fra 45
porti; nel 1974, 160 miliardi ripartiti fra circa una trentina di porti;
nel 1 979, 215 miliardi secondo gli stessi criteri di spartizione della
legge del 1974. Nel medesimo periodo (dal 1966 al 1979) nel solo porto
di Marsiglia sono stati ogni anno investiti mediamente dai 200 ai 300
milioni di franchi francesi (circa 50 miliardi in lire italiane); nel
porto di Amburgo dal 1950 ad oggi, l'amministrazione locale ha investito
3,5 miliardi di marchi (quasi 2.000 miliardi di lire); a Rotterdam nel
1981/82 saranno spesi circa 1 80 miliardi; a Brema è previsto uno
stanziamento di 267 miliardi nel triennio 1980/83, mentre si può
valutare che nell'ultimo decennio siano state realizzate opere per circa
311 miliardi di lire; il piano belga di sviluppo portuale per il
quinquennio 1980/85 prevede uno stanziamento di circa 2.350 miliardi di
lire; a Dunkerque il programma di investimenti per il periodo 1979/83
ammonta a 200 miliardi di lire; a Le Havre è stato varato un piano
quinquennale per 276 miliardi di lire.
La sproporzione fra queste cifre
e i fondi investiti nel nostro porto si commenta da sé: è però il caso
di rilevare che anche all'interno del progetto del piano triennale per i
trasporti 1979/81, elaborato dal nostro governo, si registra una
notevole sproporzione tra i fondi previsti per i porti, 800 miliardi, e
quelli previsti per gli altri settori del trasporto: 6.500 miliardi alle
FF.SS. poi elevati a 10.000, 2.500 miliardi per le costruzioni stradali
di competenza ANAS, 650 miliardi per gli aeroporti (si tenga conto poi
che tali cifre spesso sono destinate a rimanere solo sulla carta).
A
fronte di questa situazione assistiamo purtroppo ad un tentativo,
neanche troppo velato, di usare della fase attuale di crisi per
riproporre modelli di privatizzazione dei porti e delle strutture
portuali, secondo ipotesi che il movimento operaio e sindacale hanno da
tempo rifiutato, muovendosi da sempre nell'ottica che gli spazi portuali
sono un bene comune del Paese e della collettività e come tali vanno
finanziati e gestiti. Peraltro, l'estenuante lentezza burocratica con
cui, sovente, la struttura pubblica dà avvio alla realizzazione di opere
di ammodernamento già da lungo tempo progettate (vedasi, nel caso del
porto di Genova, la costruzione del bacino di carenaggio e dell'impianto
di degasificazione per le petroliere) finisce inesorabilmente per
favorire, al di là delle dichiarazioni formali, l'ingresso di capitali
privati nell'ambito portuale.
Il movimento sindacale e i lavoratori, a
questo riguardo, hanno più volte ribadito che, in via di principio,
nulla osta che intervengano investimenti privati nei porti, a condizione
che essi rispettino e siano parte integrante del piano di programmazione
del porto, che venga garantito l'ordinamento del lavoro portuale che fa
capo agli articoli 108 e 110 del C.d.N. e che i terminal rientrino
sempre sotto l'ordinamento pubblico.
L'ultimo punto che è necessario
sottolineare riguarda l'urgenza di una programmazione a livello di
Comunità Europea, legata all'assunzione, da parte della CEE, di una
politica integrata del trasporto marittimo-portuale. In questo quadro
devono essere inserite le proposte di sostegno finanziario per opere di
interesse comune. Per quanto riguarda Genova, si è realizzato un primo
passo in tal senso con un incontro, tenuto nella nostra città, alla
presenza di parlamentari europei, in cui è stata valutata positivamente
l'opportunità di un prestito comunitario a tasso agevolato, come prima
misura per coprire parte del fabbisogno finanziario.
Sta adesso ai
lavoratori premere in ogni direzione possibile per una reale svolta
nella politica portuale e trasportistica, promuovendo anche azioni di
lotta sotto la guida del sindacato, affinché enti portuali, enti locali
e regionali, governo e forze politiche si muovano senza cedimenti lungo
una nuova linea di programmazione e di sviluppo.
Si avanza in tal senso
una richiesta che non ha carattere di semplice rivendicazione locale,
poiché dietro lo scalo di Genova c'è non solo l'economia cittadina o
regionale, ma l'intero Paese: alla perdita di competitività del nostro
scalo seguirebbe in maniera inesorabile il declino dell'intera
portualità italiana.
Inoltre, anche da altri scali dell'area
mediterranea, e soprattutto da Marsiglia, già tradizionale concorrente
di Genova, viene oggi un chiaro invito a sviluppare le nostre strutture,
per dare il via ad una reale politica dell'arco costiero del Sud Europa
e per formare una rete di contrappeso all'insieme nord europeo, in cui
Genova si collochi nuovamente in posizione di centralità e in condizioni
di rinnovata efficienza e competitività. Con questa conferenza, la
Compagnia non ha le presunzione di avere messo a fuoco tutte le cause
remote e presenti che stanno all'origine del decadimento portuale di
Genova. Lo sforzo compiuto, attraverso un'indagine seria, sostenuta da
sicuri dati di confronto con altre realtà portuali, mira ad un solo
scopo: quello di recare un responsabile contributo e tutto quanto è
possibile fare per il rilancio dello scalo.
L'auspicio è, naturalmente,
quello che identica consapevolezza sia avvertita da ogni altra parte
interessata all'economia portuale come forza trainante dell'intera
economia cittadina. |