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Mio padre era un camallo del porto di Genova. Uno di quelli che
scaricavano le merci dalle navi sulle banchine e viceversa. In
canottiera sotto il sole, col carico in groppa ed un sacco di iuta per
riparare le spalle ed i capelli dalla polvere del carbone e delle altre
merci.Mio padre lavorava dieci ore al giorno, quando andava bene, e portava a casa uno stipendio che bastava appena per mantenere mia madre e me, la piccola, che ancora non andava a scuola. Mio padre era orgoglioso di essere un camallo e spesso ripeteva a mia madre che i camalli hanno un peso nella vita della città, che hanno una precisa connotazione politica e che se un tempo c’era la Compagnia dei Caravana, oggi lui ha un berretto con su scritto CULMV, Compagnia Unica Lavoratori delle Merci Varie. Mio padre ha la quinta elementare e parla in genovese, come gli altri camalli, ma è nel sindacato. Una volta mi ha portato con lui, nella sala “della chiamata” ed ho visto un ritratto ornato di fiori su una parete. Chi è papà, ho domandato. E’ Lenin, ha detto mio padre con una voce liquida, come quando mi guarda e gli occhi gli diventano lucidi. Mio padre a volte va in corteo con gli altri e portano le bandiere che sono rosse e quasi luccicano al sole e la gente canta e grida parole tutta assieme, come una sola persona. Mio padre parla a mia madre del Console, che li rappresenta tutti, quasi 9000 persone, una folla di gente forte e dallo sguardo che non ha paura, di cui egli è una specie di re. Nella testa e nel cuore di mio padre, c’è il porto, perché è dal porto che comincia la storia della città con i suoi quartieri segreti, i suoi carruggi, i palazzi nobiliari e le sue ville patrizie, con la sua gente selvatica in perenne mugugno e con quella luce sontuosa che è la vera luce del mediterraneo. Nella testa e nel cuore di mio padre c’era il porto, fino a quel pomeriggio di tanti anni fa, un pomeriggio che ero bambina e ancora non andavo a scuola e giocavo sulle scale del palazzo con Annina, la figlia della vicina. Nella testa e nel cuore di mio padre c’era il porto, fino a quel pomeriggio che salirono le scale due signori in divisa, la faccia immobile e lo sguardo strano, come lontano ed al tempo stesso incredulo sulla faccia di mia madre in grembiule a fiori piccoli piccoli. Nella testa e nel cuore di mio padre c’era il porto di Genova, con le sue banchine e la sua luce, ma c’ero anche io e c’era mia madre, che cadde sulla soglia, subito sorretta dalle braccia dei signori in divisa. Cosa venivano a dirci l’ho capito pian piano, nel tempo, e perché ci fossero tanti fiori, e tante bandiere, e tanta gente, e tante grida per salutare papà. Mio padre era un camallo del porto di Genova. Da quel pomeriggio mi manca, ma anche oggi, che sono una donna, è con me. ( dedicato a Paola P., mia cara compagna di studi, che mi ha fatto il dono di conoscere questa sua storia) 1 Maggio 2007 in Caffè nel Deserto - Il Lavoro degli Italiani da miriam161 |